Il vettore, la cartolina, lo stemma
Da «Meditazione» a «Pasticciaccio»

Federica G. Pedriali

Forse le frecce non si muovono, ma indicano la direzione in cui si muoverebbe qualsiasi cosa si trovasse a passare di lì, comprese le stesse frecce, se non dovessero restare immobili a indicare il proprio movimento.

Calvino

Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

Borges

Premessa

Accennata od implicita, l’opposizione Calvino-Gadda, «l’uno illuminista, l’altro barocco», è espressa dalla critica anche in figure spaziali. Calvino sembra cioè stare a Gadda come la linea ed il bivio stanno al groviglio e al pasticcio. Con recupero dei termini della proporzione di regola preclusi a Gadda, in questo saggio affronto la linea e il bivio che tagliano ed organizzano il pasticcio ed in particolare il Pasticciaccio. Calvino di certo si sorprenderebbe a vedersi citato a proposito di frecce in contesto gaddiano, da lui giudicato poco sfrecciante. (1)

Il punto noto: lo spazio chiuso

Trentacinquenne, nel ’28, Gadda si chiede ancora da dove comincerà. La domanda è retorica, nell’individuo gli inizi già sono, nulla comincia, tutto continua. L’incipit di Meditazione può però permettersi di fare della poesia. Anzi, letteralmente, di riutilizzare un testo poetico giovanile. Qui il soldato che si ferma e guarda lontano per chiedersi quali saranno i suoi atti pone domande di metodo, cioè di metodo di analisi del dato, che è «l’unica cosa analizzabile» e come tale va eletto, modernamente, perché non ci si illuda, non c’è altro da eleggere. (2)

Si tratterà, allora, di fare come il topografo, che da «una base nota comprendente termini sufficienti» procede alla «determinazione di punti ignoti». Va aggiunto, come il topografo che non soffre di mal di mare, poiché misurazioni, calcoli e mappature avvengono da una «prora pensante», la rullante mente dell’uomo, nella più assoluta instabilità dei termini di riferimento, il mondo-oceano e il soggetto-nave. «Conoscere significa deformare», «inserire alcunché nel reale». Significa lavorare all’invenzione, alla costruzione del mondo «con amore e con fantasia». Questo, in breve, il programma milanese. Retorica e soggetto, industria e psicologia serviranno per gli exempla, con effetti di «rozzo realismo». Tante e sentite scuse al lettore, che del resto è stato avvertito con la prefazione circa «l’umore dell’animale» ossia dell’autore. (3)

Che anche questo discorso fosse destinato a soccombere ai quattro umori galenici è cosa nota, punto noto della gaddistica. Da Milano, dal civile costruttivismo ambrosiano, da un razionalismo aggiornato alle «trovate del secolo 19º e 20º», il gramo lombardo in rivolta, amante dell’ordine e costitutivamente perso nel dato, si propone di render conto dell’infinita progettualità, dell’istintiva tensione al disegno e al progetto che unica ci fa «eguali rimpetto alla legge». Presto però mostra di dover cedere di fronte all’incatalogabile varietà del possibile, e il testo rimane allo stadio di abbozzo interrotto alla seconda stesura. Rimane cioè calcolatamente anomalo, trasgressivo e cervantiano. (4)

L’insofferenza per i tempi lunghi della filosofia dunque frutta a Gadda il suo primo successo, l’espressione delle teoretiche idee da spedire all’indirizzo del romanzo da farsi insieme ai piani, alle mappe e alle istruzioni spaziali per la sua costruzione, questioni di geometria euclidea e orientamenti di vettori come si vedrà. La riflessione metafilosofica genera, in uno, il primo dei non testi gaddiani, l’opera giovanile maggiore, la teoria necessaria per il Pasticciaccio, la prima delle opere postume. Meditazione, «milanese» e «del 1928» nel titolo esteso (SVP 850), esce nel ’74.

è impossibile declinare l’invito e la sfida di questo testo straordinario – garbuglio poetico-analitico dei più doncicciani anche perché, non ancora pubblicata, Meditazione già ispirava a Roscioni la Disarmonia prestabilita e a Calvino, via Roscioni, la conversione ad un moderato gaddismo. Da allora, il mito del Gadda filosofo mantenutosi ultramoderno pur avendo saltato due, tre generazioni di pensiero occidentale è stato in parte ridimensionato. Ciò però non cambia la difficoltà del testo, né il complesso rapporto tra romanzo romano e trattato milanese, entrambi mostruosi logogrifi della discorsività, piranesiane via Appia per accumulo e macchinosità degli exempla. (5)

Exempli gratia e solo apparente digressione. Meditazione, paragrafo IX, Il Male, Carlo versus Emilio (SVP 695-97). L’exemplum prende sostanza dallo scrittore, ciascuno dei suoi due nomi un destino. Carlo, appunto, soldato generoso ma momentaneamente «disertore di 100 passi», ed Emilio, falso eroe automobilista, ovvero eroe-al-sicuro nelle retrovie. L’uno viene premiato con la fucilazione «entro le 24 ore», arriva al tribunale di Dio, «lacero», madido, orrendamente ferito, ombra virgiliana in aldilà cristiano. L’altro allo stesso tribunale porta medaglie e prole, «stirpe infinita che camminerà lieta e superba nelle strade del mondo». S’attende inutilmente il decreto divino. Chi può dire, infatti, come Dio giudicherà il gemellaggio proposto dal filosofo? A questi però preme che si faccia giustizia subito, umana o diabolica che sia, non importa: che si capisca per tempo e che quindi anche «Chi tutto giudica» afferri in tempo le ragioni che stanno dietro l’«arzigogolata filosofia». Segue devastante «spring-granata» sulle retrovie, vendicativo deus ex machina del caso (u)morale, che come exemplum crolla ma come formula narrativa è pacco postale pronto per l’esportazione e variazione in tutti i suoi aspetti, inclusa la dinamica geometrica della retribuzione diabolica: «orrendi cubi e tetraedri» prorompono da «mostruosi crateri».

Appunto. Dal mostro-incubo (il soggetto) escono volumi, ovvero l’incubo del doppio (Carlo ed Emilio) si moltiplica nelle figure della equilateralità (il cubo) e del quattro (i quattro triangoli del tetraedro). La dinamica del passo è caratteristica di Gadda e quindi punto di partenza ideale per l’indagine sul modello spaziale operante nel suo mondo. Il soggetto, quello che conta, quello il cui caso ispira l’exemplum (la fantasia del doppio nasce sempre, a ben vedere, da una preoccupazione per le sorti dell’uno e del singolo), il soggetto Carlo, dunque, è tipicamente lacero, lacerato nella soggettività e, materialmente, nelle vesti – e madido, con espressione altrettanto tipica, anzi praticamente fissa, nel segno del Palinuro virgiliano. (6) L’altro, l’eroe prolifico e carico di diplomi, è mero specchio, mera moltiplicazione dell’irragionevolezza perpetrata dai tribunali. La sua stirpe infinita camminerà lieta e superba, esercito di uguali cioè di ugualmente non eroi, tutti parimenti riconosciuti all’anagrafe della morale comune. I guardiani, dalla loro kafkiana stazione dinanzi alla Legge, non si pronunciano, lasciano fare.

Una geometria violenta prorompe allora dalle retrovie dell’exemplum, dai traumi della guerra di trincea, da una passione tutta lombarda per l’utilizzo civile dell’individuo (modello Manzoni), da un interesse teoretico per la riconciliazione dei mondi (modello Leibniz). Rimanendo in metafora ma allargando il discorso, il cratere che butta fuori cubi e tetraedri è il pensiero medesimo. Colpito al cuore dalla diseticità della vita, costruisce il proprio risentimento etico, si dà forma, genio davvero alato, Ermes o Ariele, imbattibile nel calcolo aritmetico, alacre nell’edificazione degli spazi, mercuriale nella produzione di un mondo «robustamente esterno», nella filatura di quella stoffa e «buccia delle cose» che esaltava già Contini. Alla lacerazione segue eruzione, non fa una grinza, è nella logica delle ferite, ovvero piena osservanza di aristotelici e kantiani rapporti di causa ed effetto. (7)

Gadda, si vuol dire, sarebbe disposto, disposto sempre all’ubbidienza, come Don Abbondio nei cui terrori e spaventi di fronte alle coercizioni del reale si riconosce. Il suo pensiero è nel mondo e del mondo, spazialità del Dasein – concetto, questo, cui Gadda arriva per strade che a suo dire non s’incrociano con quelle degli esistenzialisti, troppo «capelloni» per una filosofia quale la sua, provocatoriamente parruccosa e ferma alla triade Spinoza, Leibniz, Kant. Il soggetto deve stendere un contratto coi propri simili, impegnarsi ad esser buon ingegnere e «cosciente operatore del reale» anche dopo le ore d’ufficio. E difatti, sbrigate le faccende del giorno, sgarbugliati i suoi tubi industriali (s’ingarbugliano pure quelli, a sentire le lettere che scrive a Ugo Betti), Gadda cammina e camminando calcola i cubi narrativi, le funzioni del vivere civile per i suoi racconti; oppure siede al suo poco muliebre telaio di scrittore per tirarne fuori realtà, spazio di quello buono, pronto all’uso, edificato bene, «tutto quotato piastrella per piastrella, tutto a posto». Come la realtà, l’ingegnere «grava ogni singolo fatto»; non un accenno di labirinto, città fantasma o paesaggio fantastico in tutta l’opera. (8)

Tuttavia non c’è solo il calcolo, il «fiume aritmetico» ad assorbirlo. Se la mania del moto richiede che Gadda pervenga a determinate soluzioni costruttive, la «strada di polvere» percorsa ogni volta sapendosi destinato a «cancellate remote, al di là delle quali non è pietà di madre, né numero, ma soltanto il silenzio», riattiva invariabilmente il mito di sé, essere dal «misero vestito» cui le «frondose e prolifere onirologie» psicanalitiche spiegano ma non spengono il desiderio di rientro «nella cavità materna, nella materna locanda». O meglio e piuttosto, dalle «catacombe dell’inconscio» verrà su anche per lui, chi si cura di negarlo, il desiderio di rientro nel tutto-nulla, di riaccedere alle madri lungo le opere di canalizzazione della mente, lungo quell’«urètra» del nonno con cui Gadda mette in celia il credo freudiano che tuttavia lo affascina. Il punto è però che ad attenderlo è un cancello, una grata, un limite non rimovibile. Paradossalmente, crudelmente, il nostro costruttore di spazi utili, eretti per l’uomo, andrà a sbattere contro una grata inutile, piazzata lì da chi? Forse dall’uomo medesimo, essere collettivo stranamente meno frusto del nostro protagonista. Ma allora il calcolare dell’ingegnere malvestito lungo l’«asfaltato stradone della psiche» non sarà stato se non un esorcismo del momento dell’impatto, un’utopia del pensiero analitico, un produrre spazio per il tempo, a dispetto della grata che gli impedisce l’opera, quella vera.

Ah, folle! Come in ogni umorista che si rispetti, la frazione d’opera realizzata mostra cioè d’esser sogno, delirio, demenza: illusione d’essere nati alla vita collettiva, di calcolare per una società e con un mandato. La negazione della vita e della produttività era tuttavia chiara sin dall’inizio, sin dall’abito che si porta. A Gadda, oltre che dall’inconscio collettivo, il registro arriva dagli auspici economici e letterari dell’ambiente familiare, le filande brianzole, la proto-industria manzoniana, il padre «bozzoliere fallito». Espresso in filati e filande, il soggetto non è che un «fallimentare ammucchio di bozzoli», castigo nel vestiario, esclusione dalla meccanica del lavoro, elenco degli aspetti della terra, che non è stata madre, e della produzione – «filo di oro», questa, non a caso, quasi «raggio perennemente fuggitivo», di cui si vestono «i grandi aspi, a sezione quadrata». Ridotto a registro del catasto, l’io malvestito, lacero, vuoto, eppure stranamente pieno delle parvenze del mondo, è dunque non tanto o non solo gestione dell’inesistenza, esercizio burocratico della inidentità, ma anche e pur sempre servizio pubblico, perché la mente cataloga, enuclea, agglutina, tesse, dà forma e funzione nonostante non partecipi al mondo – servizio pubblico reso persino ai gelsi, quelli sì aventi diritto al loro posto nel reale:

Di tra gli sdruci della nebbia, i gelsi mi strinsero. Parevano irridere alle mie vesti: «è giorno di nozze, dimani, per te». Avevano dato a mangiare e mangiare. Ai voraci bigatti del tempo ricco, industre, degli anni oggimai superati. Anni, figli degli anni. Dei lontani. Di quelli, forse, che diligenti ingegneri avevano redatto i mappali e i registri del catasto impeccabile, per la maestà di Maria Theresia formosa imperatrice e regina. Tutti i gelsi erano registrati nel catasto. (9)

Malvissuto, malvisto, noto in sartoria come Maletti, messo ad intrecciare la propria condizione esistenziale in forma di spazio in un punto morto del divenire, il novello Tramaglino-Spolino è posseduto, non ha scelta, dai motivi della tessibilità e rivoltabilità dello spazio-stoffa della vita. Il tessuto che ne risulta è spazio, si diceva, di quello buono: italiano, carico di simboli pubblici e privati, di luoghi della produzione, dello scambio, del transito e della domesticità (la casa, le sue stanze, ciascuna un rito, ciascuna una rischiosa apertura all’esterno). Tutti veri e reali e stazioni fisse, per quanto mobili e rullanti, sulla via crucis dell’occhio. Nella sua res extensa Gadda appare chiuso e tessuto come in un carcere, e questo è pelle e pellicola, foglio sottile adagiato sulle cause geologiche, accartocciabile, certo, riducibile ad un punto sulla traiettoria del dolore con cui il suo io impantanato «in specie italiae» si visualizza anche e al contempo nella vacuità degli spazi extraterrestri. E tuttavia foglio-spazio, foglio-pelle-tessuto percorribile per quanto prigione, concreto, quasi afferrabile per il collo tanto è concreto: spazio che parla così fedelmente e del soggetto, in privato, e della collettività, in pubblico, da candidarsi per il premio trasparenza che si potrebbe istituire a partire da Topographies di Hillis Miller o dall’Atlante del romanzo europeo di Moretti. Peccato Hillis Miller, Moretti ed altri non abbiano pensato a Gadda. (10)

Ma non lasciamoci distrarre dalla trasparenza. Lo spazio-carcere – italiano, percorribile, non sanabile – è il lavoro di telaio realizzato dal soggetto da uno scalcinato retrobottega di sartoria, laboratorio promiscuo, se non proprio laboratorio-bordello, dove la sarta, da sempre pericolosa tessitrice di destini maschili, tesse anche la sua (sua di lei) storia di operatrice decaduta, di piccolo-borghese operaia. Il filo frusto della donna-sarta, il motivo della donna che rifà l’abito al maschio arriva al Pasticciaccio, il romanzo maggiore e ultimo, dal racconto giovanile Cinema, dove il fiuto, letterale, della sarta-vedova per le parti più lise degli abiti da rivoltare e reimmettere nel circolo vitale è tappa d’obbligo della giornata in discesa del giovin signore milanese, l’esilarante Maletti. (11) Al Pasticciaccio il motivo arriva inseguendo una sciarpa che è stata vista sulla scena del furto, in via Merulana, nel primo capitolo, e vi si riafferma a cominciare dall’incipit del sesto. A ben vedere o a ben fiutare, è la sciarpa da ritingere, più ancora delle successive confessioni di Ines, o meglio è proprio la sciarpa, in anticipo su Ines, prostituta ed allieva di sartoria, a portare le indagini fuori Roma, a far convergere carabinieri e polizia su quell’epicentro-laboratorio-antro di sibilla – leibnizianamente, antro dei «vitali compossibili» – che è lo spaccio di vini e liquori della cartomante, ex-tenutaria di bordello, vedova e sarta, Zamira Pàcori. (12)

Fornice vuoto, orrenda strega, disgustosa-maliosa operatrice di destini ai Due Santi sulla via Appia, questa donna-funzione piacerebbe a Michelet – luogo reale, il toponimo e l’incrocio, non la bettola: tessuto spaziale liso ma buono, realtà, cioè, di quella buona, come Gadda non teme di ripetere. Modificando e quasi rivoltando una battuta anticarducciana dello scrittore, è giusto concluderne che magia e sartoria, topografia e biografia «possono sempre accordarsi». (13) Infatti, ributtati nel pentolone delle forme, affidati al motivo dell’incrocio e dello spaccio femminile-diabolico e quindi riportati nel circolo cosiddetto vitale, persone e luoghi si ricostituiscono esatta copia di quello che erano. I costumi di scena passati in dotazione dal fenomenico sono tre o quattro al massimo, e nemmeno la maga Circe dei tessuti riesce a spezzare la catena, il telaio della consecuzione. In località Due Santi, in un precedente lavoro, abbiamo calcolato la somma dei segni del romanzo e misurato il quanto di erotia o spinta narrativa che ancora circola nel sistema in prossimità della conclusione. Sempre ai Due Santi, ci siamo fermati a leggere l’affresco del Manieroni, icona, pietra miliare e stazione di via crucis, ossia memento mori e conferma che a dispetto dell’inappartenenza il pensiero lascia tracce e comporta responsabilità. Abbiamo guardato con occhio critico negli affari degli strega, puro molteplice sessuale, poca roba e assai deludente. Se speravamo in una derridiana farmacia, abbiamo sbagliato uscio.

Dietro la sciarpa in viaggio verso la ritinteggiatura corre quindi, già lo si sa, non tanto una speranza o un progetto di metamorfosi quanto una motilità irrequieta, un parossismo spaziale fondato su quelle tetre lontananze dell’inconscio e del simbolico cui il destino personale dell’autore – la «palude brianza», la morte del padre, la guerra, la prigionia, la morte in guerra del fratello Enrico, l’ingegneria senza fissa dimora – aggiunge i suoi meravigliosi tocchi, le necessarie varianti e variazioni sul tema. Gadda, s’intende dire, non riesce a star fermo, né lascia star fermi. Prigioniero di guerra, è il perambulante matto del campo. Scrittore di memorie di prigionia, converte la nullità spaziale e morale del cammino chiuso dal filo spinato in vertiginose convergenze astrali, cascate di mondi, avanzare di «vermi dentro la morte». Aspirante filosofo, definisce il dolore come cognizione del «non poter divenire», la cognizione di Celle Lager:

sarebbe dolore pertinente al divenir n + 1 quello che mi macerò nella terribile prigionia, negli ultimi mesi: allora, grazie ad aiuti ricevuti, il mio corpo n non soffriva: ma il mio animo soffriva grandemente dell’impotenza, tanto che io, camminando su e giù come il lupo nella gabbia, ero chiamato dai compagni «il matto» e come tale conosciuto nel campo. (14)

A livello di racconto e tematica, il dolore del «non poter accedere all’ n + 1» trova sfogo e simbolo nel motivo del viaggio, del cammino, del cammino delimitato dai confini materiali dell’ambientazione (il moto facente capo a villa Pirobutirro in Cognizione, e a Roma e provincia albana in Pasticciaccio). Gadda però non può lasciare le cose allo stadio di sfogo (le bombe di Carlo sulle retrovie di Emilio) o di simbolo (la tragica motilità umana lungo i sentieri dell’esistere), di astrazione localizzata (i cubi che prorompono dalle bombe di Carlo) o di convergenza episodica (le geometrie e simmetrie che calano sui Due Santi passando due volte per Marino). Azzardato stilista, è più ancora azzardato narratore, concetto abbozzato da Contini, e di rado ripreso. Nell’azzardo generale, Gadda finisce di passare per uno che fonda i propri principi e non si cura di rispettarli – perché «anche il pensiero è infatti pasticcio», e «il disordine della mente non è che una delle manifestazioni dell’universale disordine, una testimonianza della perenne dissoluzione»; perché la polivalenza dell’espressione (quella che Contini chiamava «un’intera filologia» in un vocabolo) nel Gadda maggiore perviene ad un’intensità tale da «richiedere, nella mente che l’analizza, un’illimitata disponibilità teoretica ed esegetica: quasi una complice incostanza e ambiguità dell’intelligenza critica». (15)

La questione può però esser posta altrimenti. La pagina gaddiana oltrepassa, sì, la misura, soffre di metonimia acuta, mostra i classici sintomi del sistema di sistemi («caos dello sfondo», coagulazione dispersiva). Gadda rischia cioè l’eccesso di significazione (tanto da rendere «una significazione impossibile»), osa lo squilibrio, osa varcare «i limiti imposti da un certo mito di normalità», ossia mal sopporta di rinunciare alla versatilità e permutabilità dei materiali linguistici (gli scrigni pieni di «doppioni» e «triploni» di cui favoleggia per «mania di possesso») e al tempo stesso non accetta di mancare alla progettualità, alla realizzazione sulle lunghe distanze (la forma breve lo vede «cavallo» insoddisfatto, anzi incapacitato, di fronte al «bicchierino da liquore» in cui dovrebbe «far pipì»). Lo dice sin dalle prime note e fallimenti compositivi nel Cahier del ’24. Per questo accumula, eccede – ma manca davvero il bersaglio? Come i più pazienti tra i suoi lettori hanno dimostrato (viene in mente la tabulazione dei procedimenti descrittivi proposta da Manzotti), Gadda si rivela in certosine microanalisi, beneficia da approcci au ralenti. Avvicinato in questo modo risulta impavido costruttore (di «impavida volontà strutturante» parla Manzotti proprio dove altri registrano il suo contrario). (16)

L’esplosione metonimica è da Gadda cercata, rischiata ma anche contenuta. La vera difficoltà, per il lettore, è tener dietro alle macrostrutture, le grandi sacrificate della gaddistica. Con Manzotti, Amigoni o Pecoraro (nomi-segnaletica di approcci molto diversi), si è convinti che sia «sostanzialmente sbagliato pensare a Gadda come ad uno scrittore da avvicinare solo in piccolo, per indugi, deviazioni e ritorni», impiegando «una lettura sostanzialmente astrutturale, antiromanzesca nel suo atomismo». Se qui allora si chiede che il nostro «archiviòmane» rifaccia il test della coerenza e della continuità testuale a lunga distanza – unico esame che non sembra essere in grado di superare nonostante alcuni critici ben disposti –, è perché tra il fondare i propri principi e non rispettarli (il tipo di fondazione su cui la critica concorda) e il rispettarli avendoli fondati su una illimitata disponibilità costruttiva, si spera o meglio si crede ci sia una notevole differenza. (17) Per questo si è scelto di riprendere la lettura del Pasticciaccio, di verificarne la costruzione in altro modo, guardando alla dinamica spaziale non per singoli luoghi o temi (il castello, la piazza o il fossato dell’anima) ma in quanto movimento coordinato delle parti sulla base della teoria del divenire e del permanere elaborata in Meditazione. Una questione di geometria euclidea e di orientameno di vettori, s’è annunciato. Spieghiamo.

Il soggetto-vettore, con esempio italiano non del tutto ovvio

Ripartiamo da Meditazione. Da Milano, il campo base, l’analisi dovrebbe allargarsi a «chiazza d’olio sulla superficie sferica» della sfera per eccellenza, la terra. E invece, no, l’effetto olio non si dà, le regioni dello spazio non sono uguali. Ossia esiste, è un dato anche quello, la differenziazione qualitativa dello spazio. Per illustrarla a Gadda vengono utili sia Sardegna che Argentina, due destinazioni del lavoro di ingegnere, ed ora, a ragionarci sopra, esempi perfetti di degrado spaziale, quasi non-luoghi, punti lisi in cui il tessuto del divenire (della metafora non ci si libera) viene «come diradandosi». (18) Ne segue che un fine spaziale positivo, espansivo e perché no, colonialistico richiederà non un topografo qualunque ma un topografo-eroe, un filosofo che non tema le logore periferie, i luoghi da rattoppare: quasi un missionario del cucito, oltre che vettore puntato sull’ignoto, perché il divenire, i suoi vettori e maestri di rammendo, li manda, con espressione rozza ma efficace, allo sbaraglio, vittime sacrificali della ragione e dello spazio.

Tessuto spaziale, quindi, e come già si diceva. Ovvero ipotesi dinamica di progresso, cui è implicita l’idea e il timore dell’avanzata opposta, e cioè che sia non il filosofo a cavare i cubi dall’ombra, ma l’ombra a cavare il filosofo dalla luce. Un fronte crolla all’improvviso? Nulla accade all’improvviso, evidentemente l’ombra infiltrava da tempo quella frontiera. L’energia è onnidirezionale? Vero, però l’energia si sviluppa, decade in forza, concetto che a Gadda non va ma serve. Queste, le forze, l’energia decaduta, percorrono lo spazio, si muovono lungo lo spazio, «lungo determinati spazî». (19) Il che vuol dire che, esattamente come in guerra, l’avanzata, la penetrazione in territorio nemico avviene seguendo ed invertendo determinate linee di percorrenza: centrifughe in uscita, in fase espansiva, centripete in fase di rientro? di ritirata?

No, non è così che Gadda costruisce il suo plastico. Al modello Caporetto va aggiunto qualcosa; le sconfitte, gli arretramenti del pensiero da soli non bastano. O forse bastano ma bisogna precisare. Il centro, sarà banalità dirlo, è centrale, nel senso appunto ovvio dell’occupare un centro, e in quello meno immediato, ma su cui Gadda ripetutamente riflette, di centrale industriale, di centrale elettrica. È in quanto centri che le centrali funzionano – i.e., divorano e trasformano. Alle centrali si tende, dalle centrali si riemerge, vettori in partenza per nuove frontiere. Non diversamente nell’industria umana, consumatrice-produttrice d’uomini; la provincia procura, la città divora. Così i mercati e i macelli municipali si riempono e si svuotano, meravigliosa fatica in due racconti delle Meraviglie d’Italia, qui teoria di «frecce centripete» puntate sul «boccone». Si mangia per essere mangiati, non c’è contraddizione. Ma il centro deve, nel sistema, essere il punto più ricco di relazioni. Lo dimostrano le illustrazioni di pugno dell’ingegnere, lo scaffale dei libri, la stella di rette convergenti. Altro che ritirata e contrazione. Centripetìa è desiderio, è concupire ricchezze. (20)

Il discorso, a sua volta, non può che andare in città, o più precisamente, non può che andare a Roma, caput mundi della discorsività, brulicante bocca delle bocche. La romanità del trattato milanese, va detto, quasi non si nota: formula anche questa sin troppo ovvia e in più talmente minima da sparire nella monumentale macchina delle esemplificazioni. Roma è però il punto davvero noto cui l’argomentazione spaziale tende. O il fine è Roma o non lo è. Il motivo viene variato e ripetuto ad intervalli irregolari nel corso dell’intero trattato. Non si danno mezze misure, messaggi a metà. «Il richiamo finale non è suscettibile di grado». O Roma è o non è. Benissimo. (21)

Contraddizione? Non si direbbe. Ci si può mettere in viaggio per Roma, tendere a Roma, il centro noto, senza contravvenire alla pompa centrifuga, principio e legge del divenire. S’invade un centro in qualunque regione del reale, si viene incorporati con il rituale del mercato e del macello su qualunque piazza dello spazio. Roma viene utile perché non richiede lunghe spiegazioni, esempio ovvio di piazza delle piazze, centro dei centri. «Anche gli organi di senso possono avere impiego euristico, come i muscoli che impieghiamo perché vogliamo andare a Roma, cioè per inserire nella realtà la relazione noi… a Roma». Appunto, e quasi pionieristicamente: si tratta di arricchire il punto noto, già ricco, ricchissimo, della nostra relazione con esso. A non inserirla, questa relazione noi a Roma, ci si riduce – quello, sì, è un ritirarsi, un rinsecchirsi – a vertebra di acquedotto imperiale ad un passo dall’Urbe, fuori della finalità e del divenire, anziché «pompe centrifughe» dello stesso. Il discorso è sin troppo chiaro. Possibile? (22)

Riparte il dubbio, lo spirito interrogativo, torna a stupire la marcia su Roma del testo. Risvolti politici a parte, predestinazione a parte (il romanzo romano da farsi e poi fatto), esperienza a parte (fresco dell’Urbe, nel ’28, Gadda forse già si pensa, narrativamente, «gorgonzolesco faccendiere» a Roma, il tema dei temi), Meditazione davvero tende alla capitale. Concetto importante in Gadda, quello del tendere, e destinato a dargli lo scritto programmatico più felice, Tendo al mio fine, pezzo del ’31 e poi proemio del Castello di Udine, nel ’34. Cioè espressivamente felice, nell’infelicità dei contenuti e delle dichiarazioni di poetica. Una grata è il «termine» dei pochi passi dello scrittore. Sul muro che cinge il suo «Campo» si legge «mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue». A pie’ pagina, in nota, una lezione di grammatica esistenziale: «Fine: m. nell’italiano class. anche al significato di termine; e cioè di morte. Amb. dunque, per morte e per finalità». Già Meditazione, del resto, si rivela implicata in un doppio gioco sul genere grammaticale del fine cui si tende, perché «la mente disegnatrice è preda di un richiamo finale o tensione risolvente il problema», ma poi in pratica il fine (progetto e disegno) si riduce ad una fine, ad un tendere verso esiti opposti a quelli auspicati, «come l’anima anche dell’uomo ch’è apparita pura nel suo mattino, ed è alla fine un grumo di deformità e di perverso dolore». (23)

E difatti. Di quali relazioni s’arricchirà mai Roma grazie al nostro soggetto? Eppure Meditazione insiste, progetta d’andare a Roma, e così I viaggi, la morte. Si tolleri un utilizzo dell’intentio operis echiana che sfiora l’animismo. Il saggio del ’27, coevo quindi di Meditazione, non tende forse a Roma? Non conclude infatti con una morte nobile, a ciclo poetico compiuto, una morte appena fuori Roma, presso Porta San Paolo, con tanto di monumento, con tanto di piramide vera e reale, la piramide Cestia? Il quale monumento, grazie a Goethe e alle Elegie romane, diviene simbolo del lavoro, si erge a simbolo della «costruzione cosciente del proprio fine», segnando il climax di un lungo e notevolissimo ragionamento anti-simbolista, di un lungo e ripetuto rifiuto del cupio dissolvi, dello spazio aspaziale di Baudelaire e Rimbaud, rifiuto che passa anche per la Roma di Carducci e, sorprendentemente, per il Re pensieroso di Ugo Betti? «Dulde mich, Iupiter, hier, und Hermes führe mich später | Cestius mahl vorbei, leise zum Orkus hinab» («Sopportami, o Giove, presso di te: ed Hermes più tardi mi guidi, oltre il monumento di Cestio, giù dolcemente all’Orco»). (24)

Che è poi la versione romana, ovvero spazialmente determinata, del motivo della morte bella, ovvero della morte filosofica a ciclo eroico compiuto, con cui la voce argomentante vorrebbe concludere Meditazione:

Egli, immerso nella buia notte, cava dall’ombra le cose con il getto luminoso della potente analisi: ivi sono le porte paurose delli anditi neri, e sono immobili e chiuse. Strane bestie vi dormono nello strame della pigrizia e della sensualità loro e sono li umani. Ma neri cubi di ombra si sfaldano, come blocchi enormi da una rovinosa frana: e appaiono e si creano forme nuove e distinte e concatenazioni infinite nel flusso e nella deformazione infiniti.
«Obdura» è il suo motto. Solo nel mondo, ché nessuno degli umani può tollerarlo, la morte sola lo attende. Ma il lavoro suo non è vano; sicché egli si darà cuore e senza terrore camminerà nei viali funebri dove camminano il silenzio e gli invisibili mali: al di là d’ogni strada, nella bionda sua luce riposa la dolce morte. (SVP 849)

Ci pensa, come sempre, il critico, fedele-ottuso alter ego dell’apprendista filosofo, a rovinare anche questo effetto facendo notare l’imbroglio inerente all’arzigogolata filosofia dei cancelli e delle grate, delle camminate entro e fuori le mura. Qui si tratta di vivere, non di morire; si tratta di far avanzare la luce, il pensiero, la mente cui si appartiene, e non di immaginarsi rientrati nel pensiero-mente-luce da cui non si dovrebbe mai essere usciti.

A dirla diversamente e a coniugare il finale di Meditazione, a-romano, aspaziale, con quello romano, spaziale de I viaggi, la morte: che prima venga il lavoro, poi il premio. Ambire al premio, consolarsi col premio, disperare di meritare il premio, sono espressioni diverse di uno stesso cupio dissolvi, o meglio espressione del cupio dissolvi che viene dal tendere verso i sistemi sopraordinati (la più vasta ragione o n + 1) piuttosto che verso la materia, l’inconscio, i sistemi sottordinati e subordinati (l’ n - 1), il tendere, che poi è un non tendere, dei simbolisti. Ad essere un po’ meno poeti del Nostro, ovvero a guardare spassionatamente l’uno e l’altro tendere, non c’è tutta quella differenza. (25) O si sbaglia?

Il critico di Meditazione più quello che ci siamo appena inventati con la sovrapposizione dei finali delle due opere maggiori del Gadda giovanile, questo super-critico o critico al quadrato sembrerebbe aver ragione. A sua volta, però, non ha ascoltato abbastanza, come del resto è giusto che avvenga, perché se ascoltasse abbastanza non ci sarebbe né Gadda né il dramma filosofico. Glielo dice a chiare lettere, ma lui non ascolta, l’io «assassinato» (SVP 800) di chi prende, nel trattato e altrove, il ruolo di voce dominante. La realtà è bella e buona ma non a tutti capita in destino. Gadda, sfortunato al lotto, non sopporta di starsene a rinsecchire in provincia (con le mummie, i fichi ed i torracchi), non riesce a star fermo. Non gli manca la spinta centrifuga; aveva sognato e sogna ancora di lanciarsi, a mo’ di vettore, alla perturbazione di nuovi mondi, di scaricarsi sulle «situazioni logiche» di regioni dello spazio finalmente oltre limite (SVP 635). Tuttavia non accetta di tentare la fuga per se, declina il tipo di passaggio offerto dal battello di Rimbaud. Gadda vuole, cioè avrebbe voluto partecipare in una conquista etico-cognitiva. Col permesso dei padri, si vedrebbe sonda ed esploratore, o meglio sente che in nome dei padri avrebbe dovuto essere eroe (del telaio, di cucito).

Non stupisca, non irriti la menzione dei padri. Se si sperava in un Deleuze avan lettera è il caso di riconsiderare, o di piegare Deleuze a Gadda, come fa Dombroski, e non viceversa. (26) Meditazione è infatti anche preghiera alla gens, apologia vor dem Gesezt, dossier di prove milanesi che il figlio-filosofo porta al tribunale della scrittura (il «pensiero scritto», dai tempi del Giornale, è l’unica espressione di cui risponde). Solo in apparenza, quindi, «Legge» è «un termine categorico deformabile». Il soggetto, se vuole essere «cosciente operatore del reale», deve dire «un coro infinito di sì pronunziati da tutte le pieghe dello spirito», deve consentire, «sentire religiosamente», immergersi nell’accumulazione, nella sacra corrente delle generazioni, per assumervi i compiti della ragione e della discendenza. Bando alla molteplicità, alla creatività non guidata: la monade deve rispettare «il suo grado di libertà cioè il rapporto fra il pensiero e il destino». Equivalente di una preghiera in quanto esercizio e professione di fede è del resto pure il finale de I viaggi, la morte, dove, subito prima del «rapido volo dattilico» della supplica goethiana a Giove capitolino, «varca a’ misterïosi lidi» e con la poppa attingendo «l’alto infinito» anche la nave del Carducci («purché un fine morale ci sia: sia esso la patria di Horace […] sia esso la volontà buona di Kant»):

Egli [Carducci] affretta alla sua pace un al di là teoretico ed etico popolato non già dai freddi «paradeigmata» di Platone, ma dagli spiriti assenzienti de’ padri, vigili sopra i destini ed i compiti della discendenza. Essi accoglieranno la sua anima pura κατ’ασφοδελòν λειμῶνα, lungo le rive del fiume sacro a sua gente, la Flaminia dipartendosi verso le genti ed il mondo infinito. (27)

L’ambizione di chi fa dichiarazioni del genere è l’uomo-fine, vettore e freccia. L’io deve essere «vivido nel buio tempo», «attività enucleante», tensione finalistica – che la fine coincida col fine realizzato, e la «più vasta ragione» ne rimeriti, col premio. Povero «differenziato tendere», si sa, ma l’alternativa? L’io separato dal tempo, ammesso che sia possibile, non grava nessun fatto, non produce che durata, il tempo inutile della mente che non è connessa ad una collettività. Non a caso, dove sono i sogni in Gadda, dov’è il suo flusso di coscienza, lui che così spesso scrive di sogno nel puro mattino dell’infanzia, di sogno-delirio nella demenza dell’adulto? Ha ragione Luperini a parlare di costruzione allegorica, di un dopo-coscienza cui è dato esprimere la negazione delle funzioni vitali. A Gadda, se ne approfitta per dire, in questo rispetto non potrebbe interessare meno la rivoluzione bergsoniana. Il suo è lo spazio-tempo del senso comune, della scienza positiva, un (non) essere-nel-mondo che è perfettamente al corrente, questo sì, delle più recenti vertigini della scienza (l’«invariante Einsteiniano», le «trovate del secolo 19º e 20º»), e tuttavia (non) fluire di sapore biblico con approdi finali che promettono calcolo e rendiconto, giudizio e retribuzione. (28)

Si pensi, per rimanere ai fiumi, allo strano meccanismo testuale che è il doppio proemio di Meccanica: «torbido fiume delle generazioni», tripla avversativa che porta il discorso dalle «carogne pallonate de’ più fetidi e malvagi animali» ad un «segno o corpo che parerà fatto di cerea luce: greve per tutte le membra della fatica mortale, di che solo avrà voluto vestir il fulgore di sua giovinezza» – fluire testuale che è interrotto dal conclusivo «Ma è meglio cambiare discorso». Il discorso però non cambia, il racconto che segue è incatenato al dato, immerso nel fiume del tempo (con incipit: «Il giorno di domenica 4 ottobre 1915»). Vicenda di «pecore, jene, […] saltabeccanti scimie, asini», ovvero storia di Zoraide, Gildo, Luigi e Franco – storia, pure questa, milanese e del 1928. La formula «Est quod est» chiude il primo proemio, senza lasciar intravedere possibilità d’appello. Nel trattato, il filosofo sa benissimo di questa sua fissazione spazio-temporale (essere coscienti operatori del reale vuol anche dire ammettere che il treno passi «alle 17» e non farsi investire) e riesce a parlarne da critico, in terza persona: «Costui batte sul suo unico chiodo: sacrificio dell’individuo rispetto alla collettività». E infatti, o il fine è Roma o non lo è. E il richiamo finale «non è suscettibile di grado». Ovvero, «tutta l’acqua cadrà nella cascata», e «tutti i pesci corrono centripeti al boccone». Strane frasi, strani «ritorni melodici», strana riforma del principio di causa e di effetto. (29) Ma allora, e riprendendo il nostro discorso, perché gli uomini, i migliori tra loro, non riconoscono in Gadda l’aspirante milite ignoto?

Le legioni in partenza non l’hanno accolto. E il reale si nega, ovvero di tutti i fenomeni nega proprio il soggetto. Una vera assurdità, questa, visto che in teoria l’universo si basa su una democratica «mania di differenziazione»: «ché tutti», già s’è visto, «siamo uguali rimpetto alla legge». Qual è infatti il decreto, quale la base del rifiuto? forse la legge economica (l’economicità del sistema)? la legge organica (l’equilibrio dell’organismo)? Pur di non andare a sbattere, con domande che hanno già una risposta, contro la grata del carcere dal quale è costretto a pensare, Gadda lavora al suo modello di realtà, dirà la sua su un mondo senza scappatoie, senza punti di fuga, a dispetto del piano d’evasione. Gli si conceda anche a lui, prigioniero, la sua utopia, gli si permetta di ipotizzare, di sognare il sistema dei sistemi, il reale-rete attraversato dalla libellula giapponese che, da Tokio, dove vola, «innesca una catena di reazioni che raggiungono me». O meglio, dal suo Tabor rinsecchito gli si permetta di fingersi nel pensiero (e con spavento del pensiero, leopardianamente) la pienezza, il mondo come volontà e relazione, come edificazione morale «fatta di incredibili sforzi e autoinibizioni individuali e puri e leganti entusiasmi» – gli si lasci riprodurre una parvenza di massima fenomenalità all’interno del Campo, con Roma al centro, centro su cui dirigersi. L’io vuoto, questo è il punto che davvero preme, va riempito, organizzato e percorso a qualunque costo, anche a costo di cadere in contraddizione per il cozzo di pensiero verticale (il pensiero dei padri) e orizzontale (l’asse del rizoma, esplorato da Deleuze). (30)

«Siete un naturalista», gli grida dietro il critico a un certo punto, «un panteista, che vede attività dovunque, anche nel letame…» Ma non è vero, questa volta il critico non ha ragione. Il nostro filosofo in erba è uno che vede il reale organizzato per linee di percorrenza centripeto-centrifughe: un reale stranamente espansivo-selettivo, in cerca di un suo torpido equilibrio; un universo davvero un po’ folle e certamente molto crudele, intento a «provare ogni esperienza» (come Eva di fronte al «frutto anche apparentemente malefico»), ma poi incapace di sostenere ogni esperienza (e straziatore del diverso come una «truculenta regina»). Gadda non riesce, non è Dio, a guardare le cose extra tempus, e la pacatezza, per quanto la predichi, non è il suo forte, non è Leibniz. In tempore è però imbattibile osservatore, e rileva lo spreco degli eroi (ciò può star bene, fa parte del richiamo della patria), e dei differenziati: differenziati per ordine dell’universo pure loro, e poi sepolti vivi.

Dalle infinite pieghe dello spirito della sua sconquassata monade si leva dunque, anti-leibniziamente, anche un coro di no per gli slogan dei padri – l’armonia universale, la verticalità del progresso della specie, l’imperio etico di n + 1. Ciononostante, il figlio continua ad esercitarsi a dire sì, e gli annunci di rivolta antifinalistica, veri e propri avvertimenti ai padri, non vanno oltre la mentalità giudiziaria (Deleuze e Guattari direbbero biunivoca) del dispotismo superegotico. È il caso del «bimbo su cui insevisce la rabbia del padre ubriacone, quel tal padre che Mosé raccomanda severamente di onorare», o del sadico che chiede alla realtà il «ristabilimento o ripristinamento» della vita «e lo chiede in forma spastica, angosciosa, folle, mortale, mostruosa». Cioè, pur pregando, pur chiedendo di essere riammesso nel collegio sacro, l’accusato accusa, e lo fa usando i motti di spirito del padre-padrone («sicché delle cause ci devono essere»; «se il sentimento è in rivolta, ciò significa che il Dio operante ha sbagliato»), gli unici in cui gli sia dato di pensare. (31)

Aveva ragione Citati a dichiarare Gadda «terribile e ingiusto giudice dell’universo». E ci si inganna ad immaginarlo rinfrancato anche per un solo momento dal farmaco del pensiero analitico. La libellula che vola tanto a Tokio (nel saggio del ’54, L’egoista) che in Brianza (in Cognizione, nel giardino della villa, a visita medica conclusa) sconfina poco rispettosa dei limiti, portando cause ed effetti a chiunque ne chieda, ovvero accumulando tante di quelle cause ed effetti nel suo volo, diciamo, da Tokio a Longone, da annullare il concetto di causa e di effetto, anzi, e citando da Pasticciaccio questa volta, da «riformare in noi il senso della categoria di causa quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant». Il caro insetto è però privo di pensiero, o meglio, il pensiero libellula non reca alcun sollievo al soggetto tutto causato, inchiavardato alla posizione e sistema n tra n + 1 ed n - 1, tra mente e materia, tra padri iper-etici ed infanzia pre-etica. «Nel carcere buio non si può far altro che pensare». E il pensiero che ne nasce non è bello, né buono. Ma «alla volontà deve presentarsi un tema», e allora «l’operosa magliatrice annoda l’irreale». (32)

Di dolore Gadda parla già nella premessa di Meditazione, terza riga, primo periodo. Doloreranno, infatti, i suoi «cinque lettori», e si tratta di prepararli all’idea con una captatio benevolentiae giocata sull’«inemendabile malvagità» dell’autore. Molto più avanti, paragrafo XXI, il malvagio animale arriverà alla formula che teoreticamente lo giustifica. La formula del dolore (non poter accedere all’ n + 1) nasce, come s’è visto, dal ricordo del parossismo spaziale di Celle. È il «problema del male», quello stesso di cui Cognizione e Pasticciaccio devono svolgere la «favola» senza tradirne la capacità mitopoietica, la «strana favola» secondo cui «la morte arriva per nulla, circonfusa di silenzio, come una tacita, ultima combinazione del pensiero». Qui, s’indovina, sarà questione di non tradire i misteri della teoresi. Il topografo milanese non fa però che triangolare il testo e lo spazio, piantando «le sue tende in luoghi nuovi», collegando gli scacchi ai polli, la molteplicità all’io, la causa alle cause, l’uno al due, la monade alla coesistenza, la casa al fatto di non essere pacco postale, i centri alle centrali elettriche e alle periferie, i miti alla dissoluzione dei miti (idea pericolosa visto che degli eroi dei miti bisogna servirsene come di «vivande» e farli «sparir dalla mensa»). Quando infine attacca a lavorare su Il male, la voce filosofante, operosa magliara, esordisce con una domanda: «Perché gli Eletti?» è questo il problema, ovvero è il bene il problema? mero fattore numerico (massima convergenza, massima realtà), promosso a «massima eticità»? (33)

«Tre tigri inseguono cinque uomini: tre uomini sono afferrati e due si salvano. Il merito dei salvati non esiste». Non è il caso di discutere, Gadda non si lascia distrarre, non distoglie lo sguardo dal lavoro. Dialoga col critico, predica il rispetto dell’imperio etico o n + 1, annuncia di avere novità scottanti su Amleto, dimentica di aver promesso di pensare per maglie e per reti a dimensioni infinite, si irrita e ci irrita coi padri, deforma il reale col «permesso del papà». Si inorgoglisce della sua «famiglia padreterna» (sangue Ripamonti), parla di economia, di assassini, di diavoli subsannanti, di ombre della notte «che ridono d’un atroce pensiero». Negato dal reale, dalla gens, dove ci sta portando? Dichiara di nuovo di voler fare sparire gli eroi, e di nuovo si atteggia da eroe, torna a raccomandare l’autoinibizione, i «leganti entusiasmi», la costruzione morale, e si fa accusare dal critico di tenere «dalla parte del più forte», denuncia a più riprese «il linguaggio affettivo cioè uterino, cioè mitologico e sbagliato» e poi racconta che dalla contrapposizione di due beni «nascono angosciosi drammi […] situazioni infernali […] distruzioni di realtà» – puro uterismo, puro linguaggio mitologico. (34)

Ma Gadda è uomo d’onore. Ovvero come Shakespeare è un magnifico retore. Il dato, il divenire, le linee di percorrenza, il fine, la fine – le voci degli umori, le frasi buttate lì, le citazioni a memoria s’impongono come ritorni melodici non perché a Gadda rincresca rinunciare a qualcosa che gli sia possibile (cosa che comunque non farebbe mai, già lo sappiamo), ma perché si organizza, sfrutta l’attività nucleante che «kantianamente» è prerogativa del soggetto. E farà sparire gli eroi, deplorerà il «cervello pleistocenico della borghesuccia», e il fine o sarà Roma o non sarà; cioè con arte straordinaria si lavora il lettore, lavora nel lettore del Pasticciaccio sino a fargli emettere un piccolo eureka. Le mappe di Roma e dintorni riappaiono sul tavolo, si torna a studiare il plastico. Ci guida Pietro, il santo, che se «dovesse oggi vivere e fondare colà la sua chiesa non scalzo percorrerebbe a ritroso l’imperiale tristezza dell’Appia». (35)

La cartolina, e secondo esempio italiano non del tutto ovvio

«Roma gli apparì distesa come in una mappa o in un plastico: fumava appena a porta San Paolo: una prossimità chiara d’infiniti penzieri e palazzi». (36) Individuata da una moto in corsa nei capitoli conclusivi del Pasticciaccio, porta San Paolo è anche il punto dove ne I viaggi Gadda rileva il monumento alla morte nobile del progetto goethiano, sede fisica del suo primo explicit compiuto e dalle cui garanzie funebri nasce il finale di Meditazione (molto diversa è la pagina conclusiva dell’Apologia manzoniana che precede I viaggi su Solaria). Porta e piramide Cestia costituiscono poi il messaggio non scritto di una cartolina illustrata inviata, nel ’30, a Betti, quello stesso che, un po’ come Pietro, in Meditazione, non pare entrarci affatto nel saggio solariano. I conti tornano? Sembrerebbe di sì, perché porta San Paolo, aggiornata al ’30, annuncia anche un altro tipo di morte, la fine di un’amicizia. E, più in genere, l’inizio delle ostilità spaziali.

«Io sono stato randagio in Europa» comunica laconicamente il testo. (37) La cartolina successiva, l’ultima del carteggio, fa pervenire al destinatario un intrico di tubi industriali della Rheinland, mentre il testo chiede che in futuro gli si scriva «qualcosa di più che la firma all’indirizzo sopra indicato». E quel giorno più non vi leggemmo avante? ovvero gnommero dei più delicati, non tra un Pietro ed un Paolo, ma tra un Paolo e un Francesco? Assai poco probabile, non sarebbe Gadda. L’ingegnere cerca un dio, un bimbo iper-etico. Lo cerca nel registro disarmato che gli è caratteristico, quello dei bimbi e delle bimbe, appunto (il lettore se ne stupisce, quasi se ne imbarazza, non vi riconosce la quinta delle maniere gaddiane, la puerile-cretina). (38)

«Serio, alto, pallido, Betti rientrava, subtilis atque elegans atque disertus puer». Gadda lo ricorda ancora nel ’32, ex-compagno di prigionia che non lo ha degnato, che non gli ha accordato il ticket per il «viaggio tra i vivi». Uno dei tanti. Già a Celle, giudice solare, apollineo, poco disposto a capire il caso umano, prima ancora che artistico, del perambulante matto, del demonio del campo. E poi giudice per davvero, di professione, oltre che drammaturgo (ma sempre di palazzi di giustizia si tratta), e critico sempre più sordo, anche lui, come tutti, ai messaggi nemmeno tanto in cifra, alle immagini di freni spezzati, alle pistolettate alla tempia garantite, ai disegni ( la nave che rulla e beccheggia con il soggetto a bordo), alle cartoline, alla quasi anti-dedica de I viaggi, la morte. (39)

Eppure, nel Re pensieroso, Betti mostrava di essergli fratello, di comprendere lo spirito offeso, oltraggiato dalle cose, con cui il «solito Demònio» avrebbe scritto, sempre nel ’27, «deserto orrendo è la terra a chi non possieda il secreto interiore dell’essere: un fine morale». Non a caso, la recensione che Gadda scrive dall’Argentina, nel ’23, il suo debutto letterario, è, come già il Giornale e poi Meditazione, un dossier di prove per la difesa, una preghiera inoltrata a chi forse, volendolo, potrebbe intercedere presso i padri. Come leggere altrimenti l’apologia del dolore («male inesorabile, comune a tutti», principio di democrazia negativa), le dimostrazioni di ragionevolezza, di gute Wille kantiana («Le parole, le frasi, non contano nulla: sono i mattoni onde è costituita la torre. Perché farne delle combinazioni pretenziose e perciò appunto grottesche? Quale architetto si indugerebbe a decorare un mattone?»), la «dolorante cognizione» (il sintagma nasce qui) dell’oscuro antagonismo iscritto nelle cose e destinato a dividere, con richiamo al Pelléas et Mélisande di Maeterlinck, proprio i fratelli? (40)

Come la monade chiusa e senza finestre di Leibniz e con voce già tipica tanto nei dossier pubblici che privati, Gadda in questi anni misura il suo grado di prigionia, considera cioè il tipo d’azione, oltre che di «coscienza del proprio male» («motivo di origine etica», quest’ultimo, e subito lo assorbe), che gli è concessa all’interno del carcere. «L’attività morale», scrive in un documento pubblico, una tesina per l’esame di lingua e letteratura francese, quasi l’avantesto de I viaggi, «non può essere simulata e non può risultare di parole, ella non è espressione ma attuazione (neanche in buona fede, il che sarebbe certo del Baudelaire) poiché essendo essa azione o si determina, o no». La cadenza disgiuntiva tornerà a farsi sentire nel motivo romano di Meditazione. (41)

Va da sé, non è il rifiuto dell’ex-compagno di prigionia a far fumare il plastico di Roma presso porta San Paolo, negli anni Cinquanta, nel Pasticciaccio. Come non è a cominciare dagli anni romani prima serie – i tardi anni Venti, i primi anni Trenta, con interruzioni –, che qualcosa viene accumulandosi in un punto, una tensione spaziale in specie italiae, uno spasmo tutto nostrano, preludio della rivolta, della rancura antifinalistica che già con Meditazione, non occorre aspettare il Pasticciaccio, si annuncia in marcia su Roma, preferibilmente sul fronte sud di Roma, tra porta San Paolo e Appia vecchia e nuova, lungo i civili e civilizzatori rettifili laziali. Una rancura che si infila nelle tasche di Pietro, viaggia con lui. Anzi diviene Pietro, si traveste da santo, mettendosi in tasca tra l’altro, tra i testi che si accumulano, disparati, eterogenei, frasi e segnali del tempo incubatorio ancora necessario per la formulazione narrativa piena (incubatrice è di certo la frase dettata dal tema ciceroniano nel San Giorgio in casa Brocchi, racconto del ’31):

L’Italia, non più il Ponto, né la Numidia, né le Gallie, né la Britannia ultima, l’Italia! era adesso la mèta delle sitibonde legioni. Tumultuavano in ogni strada dell’impero, già verso Arìmino e già da Brundisio, sulla Flaminia e sull’Appia; la quarta, la settima, la Marzia, l’Alauda. Il sangue orrido dell’Impero rifluiva verso l’orrido cuore. (42)

Betti, in tutto ciò, sembra aver fatto da catalizzatore dell’annuncio, ispirando all’amico l’acquisto giusto, la cartolina che ci voleva per battezzare l’altro santo, il santo che ancora non figura in Meditazione per quanto il suo destino sia ben presente negli esempi di disgiunzione esistenziale («dov’era una cellula se ne fan due», «due creazioni […] una piccola differenza»), in quell’incubo del doppio da cui abbiamo a nostra volta preso le mosse. Fuma quindi, nel plastico di Roma del Pasticciaccio, e con precedenti intertestuali probanti, il discorso fatto anni addietro e rimasto fermo, spazialmente, alle soglie dell’Appia, ma già allora protesta contro la Mente che «costringe a differenziare», contro quel Dio della polarizzazione e della «certezza categorizzante» che si è inventato Carlo-Pietro ed Emilio-Paolo, assegnandoli a periferie o a centri, a tessuti lisi o vivi. (43)

Segnale stanco ma sicuro, il fumo è pertanto emesso da chi, non essendovisi mai abbandonato, ha da tempo rinunciato alla filosofia e ai relativi miti (la morte nobile fuori porta). Difficile dire se ciò sia avvenuto più per limitatezza del proprio separato tendere o per un sin troppo chiaro e forte senso della realtà. «Leibniz», scriverà Gadda negli anni del Pasticciaccio, «ha energicamente affermato la correlazione bene-male: il male non è se non il revers-de-médaille del Colendissimo, dell’Ineffabile Bene. […] Voltaire lo sbeffa: la harmonie préétablie e l’optimisme del mansueto indagatore sono bocconi troppo ghiotti». Quel che è certo è che per entrare in azione, per far sparire gli eroi non eroi che tengono la mensa ed il centro, e dunque per far boccone di Leibniz sull’esempio della favola spaziale di Voltaire, a Gadda è toccato continuare a contrapporre Carlo ad Emilio (la progenie di alter ego narrativi). Il mondo com’è, ossia il mondo «percepito e ritratto» nella sua «baroccaggine», è banco di prova della vecchia metafisica perché e dunque solo se fondato sul conflitto che rende impossibile la scienza dell’essere unici. (44)

Prendiamo due corpi identici. Ma non esistono corpi identici ribatte Meditazione. Prendiamoli lo stesso. Proprio quello che Gadda fa già nel trattato. Valga ancora una volta il complicato, l’improponibile caso di Carlo ed Emilio (ma Gadda ci prova, prova a proporli a Dio). Cosa li distingue? Nulla, e non è una questione di indiscernibili. Le differenze, a guardare attentamente, si trovano, eccome, tra due macchine prodotte dalle catene di montaggio industriale o genetico; un cilindro avrà un foro a destra, l’altro a sinistra, la cosa non sconvolge il nostro filosofo. Sono le disgiunzioni etiche o meglio le posizioni disetiche di cui si accusano taluni e non tal’altri a renderlo malvagio ed animale nella satira e nel sarcasmo. Gli iniqui, a suo modo di vedere, sono parenti stretti degli equi («il cosiddetto bene»), vittime della medaglia cognitiva e linguistica in quanto suo rovescio. (45)

Prendiamo allora due santi, funzione osservabile, a detta del Pasticciaccio, a partire dai piedi, dagli alluci, quattro ma riducibili a due, quelli destri, come dev’essere, trattandosi di piedi del giusto, di alluci apostolici – alluci poco amati dalla critica, perché coinvolti in storie vecchie, sbiadite dagli evi, non sufficientemente debordanti: storie pubbliche, esibite, e al contempo stranamente familiari, cioè legate all’istituto familiare. Dalla soggettività e dai suoi correlativi domestici (il sorpassato teatrino dell’Edipo, frequentato di malavoglia dal lettore post-freudiano) con Gadda non si sconfina, non se ne esce, né si accenna al capogiro da sguardo buttato nell’abisso. Tra le pieghe della materia e delle vesti dell’affresco del capitolo ottavo (quello stesso da cui si intravede porta San Paolo) è dato leggere, infatti, con tanto di spiegazione in esergo ed in nota, Pietro e Paolo: coppia linguistica (nell’allitterazione) di santi-lavoratori (Pietro, pescatore d’uomini, e Paolo, «mercante di tappeti», commerciante di stoffe); coppia di principi della chiesa, di Eletti (quelli per cui perde la pazienza Meditazione, perché nessuno nasce Lucifero, il bimbo è puro al mattino) e tuttavia coppia competitiva, proprio come fratelli (il registro viene attivato per Pietro e Paolo, possibile?) – ossia coppia di gemelli sul motivo albano di Romolo e Remo (mondo pagano e cristiano sono invero perfettamente sovrapponibili), ma soprattutto coppia di uguali (dinanzi alla legge) ed orientati sullo stesso boccone (il principato della chiesa, la Madonna assente di questa sacra conversazione). Coppia dunque di indiscernibili etici, e di affiancati (il cammino a ritroso del Pietro redivivo di Meditazione si annunciava invece in solitaria). Santi in attesa, nel loro tabernacolo, eppure in cammino. (46)

A tavola, all’altro capo del romanzo, nel primo capitolo, siedono del resto quattro convitati di pietra, quattro funzioni fisse, due parentali, due filiali. Sistema di travestimenti e di schermi (il commissario, le nipoti) ma pur sempre rituale con tanto di «tovaglia immacolata» sull’altare e transustanziazione della quotidianità in atto di fede, un credo favolistico-numerico che parrebbe ineccepibile (lo dissacra in due battute il Primo libro delle Favole):

Il vecchio asino paterfamilias improverava al figliolo scapestrato i disdicevoli diportamenti e proponevagli in esempio la tavola di cucina: «Un quadrupede a modo: e veramente fedele al nostro santo numero, ch’è il quattro: o tristanzuolo!» (47)

Nelle trame della famiglia padreterna abbiamo già guardato altrove. Qui si tratta di completarne la favola spaziale, di far boccone di Leibniz alla scuola di Voltaire sulla base del più semplice dei test possibili. Si tratta cioè di osservare, grazie a Meditazione, le relazioni meccaniche dell’insieme del racconto romano, quel «quid» più vero e ancor «più sottilmente operante» (SGF I 630) che Gadda chiede al «segreto macchinismo» del fenomenico, romanzo contemporaneo incluso.

Quattro e romanici (il «bel chiostro der tredicesimo secolo») sono i Santi Coronati della chiesa-fortilizio che vede Liliana far da spola tra disperazione e fede. Scelta significativa, visto lo sfarzo barocco di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore dai cui «fornici oscuri» via Merulana emerge borghese, milanese, viscere estroflesso e linea retta al contempo. Svoltando, ovvero lasciando la via retta, Liliana esce dal proprio ambiente umbertino, salta a pie’ pari il barocco – parità tanto nei piedi che nell’anima, dimostrazione tangibile di «equilibrio etico», di capacità di «equilibrio tra due beni». Altro slogan parentale, dunque, quello della parrocchia dove si prega: «Il cielo quadrato era tutto luce, come da eterna presenza dei confessori, dei quattro: uno per lato». A tavola, del resto, sul groppone del fedele quadrupede, Liliana stende «una disciplina armoniosa», costruisce contesti di «sognate architetture», stupefacendo (un po’ come la Clizia di Montale coi suoi alfieri) il commissario «Francesco Ingravallo comandato alla mobile», il santo povero dell’invito-celebrazione «dell’ultima volta, cioè del giorno di San Francesco». (48)

Equilateralità, equanimità, santità – parole d’ordine e riti vuoti. Nel quadrato del tredicesimo secolo Liliana invoca il dio della molteplicità, adora il due, il quattro, l’otto, i numeri della differenziazione. Della differenziazione ammessa per legge, ovviamente: differenziazione romanica, romanico-autarchica, carnale-autarchica. Queste le scuse ufficiali della preghiera, poi in segreto la differenziazione sperata è carnale-carnale, barocca, o peggio, narcisistica. Liliana vuole il sé, l’uguale a sé (il crescite et multiplicàmini dei Valdarena, capostipite e modello genetico il nonno). A ragionare per vettori oltre che per numeri, la donna si offre (le tocca, è la sua parte) quale boccone e centro materialmente ricco (l’oro, le perle, i diamanti dell’epos di via Merulana) in attesa di relazioni non nuove ma che ancora mancano: i figli, il figlio – il Valdarena, non un Balducci né un Ingravallo. Non a caso, alla sua mensa (luogo di selezione della specie e della differenziazione che è ben accetta) le nipoti non durano, e la presenza, la candidatura del commissario, che pure santifica la festa e si beatifica delle rare visioni concessegli, non è nemmeno registrata. Già nella struttura polare del pranzo (serve e ospiti; serve nuove e somiglianti a nipoti rifiutate; l’ospite aggiuntivo, antagonista di Ingravallo, non previsto nel computo ufficiale, e materializzatosi al caffè, il cugino-caffé, eccitante familiare pericoloso) è implicita quella contrapposizione di due beni da cui, Meditazione insegna, nascono angosciosi drammi, situazioni infernali, distruzioni di realtà.

Boccone e centro della «depressione ciclonica» che le storcerà il «collo» (lo dice incipit, lo chiedono le teoretiche idee di Meditazione), Liliana è un campo di forze che impone divieti non sottostando al principio della imparzialità della distribuzione dei beni (degli ori, degli affetti) – irrazionale Narciso allo specchio, insensibile ai sacrificati nell’ombra, corpo che si crede preso dalle cure della carità e che invece trafuga polpette (come Puk, lo splendido cane del desiderio, per quanto fedele e pieno di fede, di Madonna dei Filosofi). Figura della frode del centro, dunque, e perfetto simbolo del reale. (49)

I pretendenti, poveri d’entrambi i sessi, non tardano a mettersi in cammino, a scendere dai monti o a risalire dagli «erebi cemeteriali» appena fuori Roma. Gran movimento, ma chi si perde. C’è l’Appia, linea ossedente dell’immaginario gaddiano, di suo così poco immaginifico. Anzi meglio, ci sono persino le «Tramvie de li Castelli» a dirigere il traffico, a garantire che la linea, il filo sia uno solo (perché le forze, l’energia decaduta, già lo sappiamo, percorrono lo spazio, si muovono lungo lo spazio, lungo determinati spazi, e qui evidentemente c’è una forza sola): filo che, sulla pianta di Roma, dalla Merulana si congiunge all’Appia, quella nuova, per il tramite dell’ampio sagrato, del magnifico inghiottitoio barocco di San Giovanni in Laterano. (50) La risultante Appia-Merulana non è esente da curve, ma per andare a Roma – il viaggio proposto da Meditazione –, per raggiungere il cuore di Roma – il cuore romanico di Roma, con la sua cabala di santi e di quadrati –, è difficile organizzarsi meglio o andare più spediti. Infatti non ci sarà immagine o metafora che non partecipi all’«ambo del delitto» ossia che declini la profferta e dei luoghi e del boccone. Con contrappasso anche nei campi di forze (e con memoria intertestuale delle pompe centrifughe di Meditazione), le «due pompe de pozzo» delle vene di Liliana assassinata come già i crateri di Carlo riaffermano le leggi della conseguenza, almeno quello. A negazione segue ribellione. (51)

Tutti, dunque, percorrono l’Appia? No, non tutti, ce lo rammenta una frase del ’32, dal Castello di Udine, raccolta in cui con incredibile rischio tonale Gadda fa succedere viaggi mediterranei a memorie di guerra, l’onda e la risacca della festa pubblica alla stanchezza privata per il «regolamento scaduto» della propria anima (ma è un «senza tetto puro», lo si deve comprendere, e col viaggio, come coi rumori del viaggio, spera e teme di frastornarsi dal dolore): «Molti giovani sono partiti da Marino senza ritorno, non da tutti l’Ardeatina, l’Appia e l’Anziate si percorrono più che una volta». Gli eroi, quelli veri, le sonde centrifughe dell’universo – eroi soldati, o eroi del lavoro – quelli il loro biglietto per il viaggio tra i vivi lo hanno fatto di sola andata. Gli altri, i rimanenti, i sopravissuti, i sopravissuti che l’universo spreca in un punto morto – ovvero un sopravissuto ed una folla di doppi, doppi di Liliana e dell’Altro, del Soggetto e dell’Antagonista, dell’Altro che non è né il Soggetto né l’Antagonista ma che viene utile come Vendicatore – tutta questa singolare troupe si muove in una parvenza di fenomenalità lungo una linea-simbolo (e due direzioni di percorrenza) che come tale, cioè in quanto simbolo, può «aprire varchi inattesi ai pensieri di Dio e del diavolo», i due signori della viabilità gaddiana. (52)

E difatti. Stazionari ed in moto sull’Appia «a 25 km. da Roma», Pietro e Paolo sono il vettore a due punte (un po’ come la fiamma a due punte, con corno maggiore e minore, di Inf. XXVI) che marca «la direzione in cui si muoverebbe qualsiasi cosa si trovasse a passare di lì, comprese le stesse frecce, se non dovessero restare immobili a indicare il proprio movimento» (le frecce di Calvino, in epigrafe). Gli affrescati e relativa struttura muraria sono cioè il miliare che dice per di qua a chi riparte dalla periferia, essendo salito a Marino e discesone, secondo un percorso anulare che permette di fare dell’Appia un circuito. Chi così svolta per Roma (gli investigatori, in due turni distinti, capitoli otto e dieci) si affianca al cammino calcinoso ma perpetuo dei Santi camminatori («Svoltarono sull’Appia a li Due Santi, da doverla percorrere un buon chilometro a ritroso [quel che avrebbe fatto Pietro se fosse stato redivivo nel ’28], cioè verso Roma», RR II 267).

Riorientati su Roma, gli investigatori hanno di fronte la campagna che scende alla capitale, ossia il foglio-scritto coi toponimi (tutti veri e reali, come già sappiamo) per la soluzione del giallo. Il misterioso «deflusso delle significazioni» (RR I 607) viene dunque non solo risalito lungo una comoda statale, la settima, ma anche invertito e rivoltato proprio come un abito, come avrebbe potuto fare Zamira, la strega dirimpettaia dei Santi puntati su Roma – la sua arte non va più in là di quello. Ciò che si rinnova non è quindi il tessuto (come speravano succedesse sia Amleto che il sadico di Meditazione) ma l’uso rivoltato che se ne fa, correlativo spaziale della serialità del pensiero. Alle spalle della nostra storia, del resto, in direzione sud sud-est, si perdono nella lontananza i lidi di Enea, i suoi faticosi sbarchi, la sanguinosa risalita alla storia e ad Urbe. Non che al Pasticciaccio importi di Enea nonostante l’onomastica umana di Diomedi ed Ascani, di Lavinie e Camille (quest’ultime, per quanto comparse, anche loro accoppiate a crudele contrasto, l’una bella, l’altra «sugna e patateria», RR II 227). Per via intertestuale, però, e cioè nella memoria del nostro Palinuro milanese non è mai troppo lontano il punto spazialmente noto dell’esclusione dalla vita. «Prospexi Italiam summa sublimis ab unda» – «madida cum veste gravatum».

Dall’incrocio sull’Appia non rimane allora che puntare. Povero e separato tendere, come si diceva. Ma Gadda odia l’alternativa, lo star fermo. E odia la fantasia pura. L’universo è già bischero abbastanza. S’inventa, pertanto, ciò che trova scritto su tutti gli aspetti del reale. Non inventa cioè un bel niente. Si riprende, lui Pietro, il primogenito di questa strana coppia albana Pietro-Romolo, Paolo-Remo, il diritto all’azione, al moto a ritroso (che come insegna Antonio Rivolta Renzo Tramaglino è il modo per invertire la cattiva sorte spaziale e rientrare a Milano, per forzare la relazione Renzo Tramaglino a Milano che le circostanze avevano congiurato ad impedire). (53)

Quella di Gadda, è stato detto, non è letteratura dell’incrocio. Vero. Visto infatti come opera questo universo, l’ingegnere non ha scelta, non esita all’incrocio, ai suoi molti incroci. Svolta per Roma: nient’affatto candido, assai poco leibniziano in quel suo puntare sul più ingiusto dei mondi possibili. Ama la vita. Vorrebbe, come Pangloss, teorizzare l’armonia universale. Ma poi, come Voltaire, risponde per le rime, con una favola spaziale che si affina nel tempo. «Dalle mie scarpe rotte, dalle stanche, lente, acciabattate fughe di allora, è nato forse a contrasto il pezzo dei sandali e degli alluci apostolici», parole del ’57 con cui Gadda si appresta a chiudere, saggisticamente, l’esperienza del Pasticciaccio e un’intera carriera. E di seguito:

Un problema estetico, ed etico, mi ha sempre scavato l’anima: a me, sì, che venni imputato di calligrafismo, di barocchismo. Qual è il grado di adesione interna, di accensione intima nei confronti del tema, che induce ad opera l’artista, che gli guida la mano sulla tela? Sì: la mano e il pennello? Crede e spera, nella Madonna, il fabbricante di madonne? (54)

Continua, nonostante tutto, a fare domande che hanno già una risposta. Da ragazzo, del resto, con quella prescienza della conflittualità universale che viene davvero dalla vis genetica si era disegnato lo stemma di un suo minimo territorio, il Ducato di Sant’Aquila. Il disegno, frutto di un gioco brianzolo reso noto da Roscioni, mostra un predace incoronato, pugnale tra gli artigli, in volo verso una montagna, in cima due libri. Puntano anche il pugnale, infantile freccia-vettore, ed il motto: «Justitiam sequamur nos sequetur victoria!». Chiude la narrativa una geometria araldica tracciata con mano adulta e forse di adulto. (55)

University of Edinburgh

Note

1. Rushing 1997: 407-22 (407). Il passo in epigrafe viene dal testo per una mostra milanese di Shusaku Arakawa – Calvino 1995: II, 2001-002.

2. SVP 630. Cfr. SVP 859, Gadda 1993a: 28.

3. SVP 627 (base nota), 860 (prora pensante), 668 (conoscere), 863 (inserire alcunché), 629 (con amore), 623 (rozzo realismo), 621 (l’umore dell’animale).

4. SVP 743, 847. Sul cervantismo del trattato si veda de Jorio Frisari 1996: 28, 38, 46, 88-93.

5. Chiamandole «mostruosi logogrifi», si estende alle due opere la definizione che Gadda applica al «sistema della deformazione conoscitiva, qualora venga pensato fuori del tempo» (SVP 748), cosa che i testi ovviamente non sono. Cecchi, tra i primi a recensire il Pasticciaccio, parla però di «muro coperto di graffiti», di miniaturizzazione infinita della discorsività (Cecchi 1958: 282-89); Agosti, in anni recenti, esordisce la sua Lettura del romanzo chiedendosi quale dispositivo o dinamica possa render ragione del «monstrum» (Agosti 1995: 247). Quindi mostri, sì, entrambi i testi, non perché piazzati extra tempus ma in quanto proliferanti in tempore (proprio come in Piranesi prolifera la via Appia). Per il ridimensionamento del Gadda filosofo condotto sul riesame degli studi svolti e non svolti, dei testi letti e non letti, dell’argomentatività fissa e fisso leibnizismo degli anni filosofici e poi freudiani, anni Venti e successivi, si vedano Lucchini 1988: 109-21 e 1994: 223-45; Calzolari 1985: 102-47; Del Re 1997: 70-79; Antonello 2002. Ancora da studiare il gaddismo a due fasi di Calvino – prima antigaddismo, negli anni della sfida al labirinto e ai viscerali; poi avvicinamento, in seguito alla lettura di Roscioni, e con ammenda piena nella prefazione all’edizione americana del Pasticciaccio dell’84 e in quell’altro omaggio, Molteplicità, la quinta delle Lezioni americane. Al ripensamento accenna M. Belpoliti ne L’occhio di Calvino (Torino: Einaudi, 1996), 13, 41, 106, 140, 173-79.

6. La fine di Palinuro (tragedia in tre versi da come Gadda la cita) si scinde in due momenti dando origine a due diversi rituali epigrafici: «prospexi Italiam summa sublimis ab unda» (Aeneid, VI, 357) sigla i diversi giornali di guerra e prigionia (SGF II 530, 655, 775, 822); «madida cum veste gravatum | prensantemque uncis manibus capita aspera montis» (vv. 359-60) fa da citazione-epigrafe-cesura nel terzo movimento di Passeggiata autunnale (RR II 938). Con ulteriore scissione, «Il mezzo verso madida cum veste gravatum» viene spiegato separatamente dal «verso che segue» («esprime […] il proibitivo peso degli indumenti bagnati dopo tre giorni ad acqua nel mare tempestoso») in uno scritto del ’54, Matematica e prosa, di cui dovrebbe illustrare la tesi: «Il pensiero contemporaneo ha riscoperto il valore del simbolo e la veemenza dei processi analogici» (SVP 1154-155). Di certo illustra la fissità dell’interesse gaddiano per il destino di Palinuro (Pedriali 2002c) sopraffatto dalle inospitali popolazioni campane non solo per irrazionale volere di un dio ma anche per il peso delle vesti bagnate.

7. Contini 1989: 26, 20. Ermes dai-molti-nomi (SGF I 244-46) è figura ricorrente in Gadda: «fulgido di sensuale bellezza» (RR I 199), il più «impavido di tutta la celeste combriccola» (RR I 301), angelo della morte («intende a guidarci senza sorriso verso le oscure dimore», SVP 901). In quest’ultima accezione appare a Liliana: «Ermes con brevi ali di mistero» (RR II 26), «Ermes apparitole nella sua vera essenza avrebbe alfine risguardato alle porte, con tacito imperio» (RR II 105). Del disvelamento del dio mi occuperò altrove. Qui basti ricordare che Ermes è anche simbolo della velocità del pensiero, e che in Gadda questo accumula tetre tensioni, balena e si scarica come l’elettrico e l’esecrando sugli aspetti del mondo, per poi – ma solo poi – venire formalizzato, studiato, riappropriato dalla geometria e dall’analisi. Per questo chiamo in causa anche Ariele, da un testo poetico giovanile del ’15 pubblicato nel ’63: «O mio buon genio, divino ed umano, aereo Ariel, | Leggimi la tua lezione di metafisica: | Non ti chiedo lo Schelling né il Kant, non il Fichte né lo Hegel, | Ti chiedo la nozione compiuta dei bisogni del mio spirito, | La nozione della necessità. | Non metto in dubbio Platone, né Socrate, né Cristo, né il trinomio dei vecchi democratici, | Ma non voglio neppure che il fiume rabbiosamente mi sommerga» (SGF II 880).

8. Non v’è testo gaddiano in cui la realtà non sia «vincolo», «inesorabile imperio», «meccanismo segreto della conseguenza», ma dovendo citare conviene farlo dalla formulazione saggistica più riuscita, I viaggi, la morte (SGF I 561-62). L’«ingegner fantasia» parla spesso dei suoi tubi industriali (Gadda 1984a: 48, 104: «La sera, tardi, esco stanco dall’ufficio, dopo aver messo a posto un numero inverosimile di tubi che fanno dei garbugli inimmaginabili») e ancor più spesso di ingegneria dell’anima. Bastino due esempi – da Meditazione, da cui si è citato il sintagma «cosciente operatore del reale» (SVP 723, cfr. 720-30), e dai Miti del somaro: «Sta a noi di congegnare le macchine della carità e della saggezza: buono ingegnere è chi bene adopera lo ingegno. […] Ermes il Macchinatore ci potrà guidare al riposo ben più dolcemente che le Erinni» (SVP 916). Gli esistenzialisti Gadda non sembra proprio trovarli congeniali (Gadda 1993b: 164); simile a sé sente invece Don Abbondio (Gadda 1993b: 101-04). La produzione mentale di piastrelle et al. viene da uno scritto giornalistico del ’53 (SGF I 1057-059). La «stravaganza» che l’ingegnere ricorda per i lettori d’Epoca illustra a perfezione termini e tempi della sua produzione spaziale (concetto che adopero nel senso datogli, ad esempio, da H. Lefebvre, The Production of Space, trad. da D. Nicholson Smith, Oxford, Blackwell, 1991, 1-67). Nel paragrafo che segue ne ho tracciata la breve fabula, preferendola a quella di testi più estesi.

9. Per il profilo del padre «bozzoliere fallito» (RR I 584) nella biografia del figlio Roscioni giustamente sfrutta la coincidenza di dato archetipico ed industriale (Roscioni 1997: 17-29). Le misere vesti sono opera anche professionale di Francesco Gadda, «filatore di seta come Renzo» (SGF II 873). Dei propri abiti (i.e., di sé in quanto abito) Gadda parla sempre. Per un brano caratteristico (e di recente pubblicazione, dai paragrafi inediti de Il secondo libro della Poetica), v. Gadda 1997b: 132 – utile, ai nostri fini, l’autodefinizione di «organizzatore di servizî tecnici» alla pagina seguente. Tra i servizi effettivamente resi vanno ricordati i numerosi scritti di divulgazione scientifica: autarchici e filofascisti, sì, ma per amore del lavoro italiano, autentica meraviglia del paese e motivo dominante pure in scritti non tecnici – Racconto, Meccanica, Meraviglie d’Italia, Miti del somaro (v. l’apologia del positivismo industriale, a fascismo caduto, SVP 909-16). Sul motivo del lavoro cfr. Papponetti 1989: 5-36 e, relativamente a Notte di luna, l’incipit dell’Adalgisa, Savettieri 2001; sul lessico tessile «già tutto manzoniano» si veda Bologna 1998: 345-406 (392). Summa della spazialità del filato lombardo è il racconto del ’41 Dalle specchiere dei laghi che qui si cita nella versione di Verso la Certosa, SFG I 297-302 (299, 302, 298 rispettivamente). Ne Gli anni, invece che sul tema del lavoro e della produzione, filo fuggente, il testo chiudeva sulla messianica di Virgilio ossia con il motivo del sorriso parentale negato, già presente in Meditazione e destinato a riproporsi in Psicanalisi e letteratura (SGF I 229, SVP 885, SGF I 460, 469). Ad esclamare «Ah folle!» è Pirandello-Cervantes nel momento in cui, con tipica dinamica di riflessioni allo specchio, si vede e «ridono tutti i suoi dolori» – L. Pirandello, Umorismo, in Saggi, poesie, scritti vari, a cura di M. Lo Vecchio-Musti (Milano: Mondadori, 1960), VI, 103.

10. SVP 395. J. Hillis Miller, Topographies (Stanford: Stanford University Press, 1995); F. Moretti, Atlante del romanzo europeo 1800-1900 (Torino: Einaudi, 1997). A ribattezzarlo ancora, il soggetto è anche «Filarenzo Calzamaglia» (RR I 606). E come Liliana Balducci è tessuto e prigioniero in un proprio derma-foglio. Dell’assassinata, prima di studiare la ferita, il Pasticciaccio nota nell’ordine: la reificazione («quella cosa orribile»), la «posizione infame», la vita come superficie e lavoro a maglia (RR II 58-59; cfr. Manganaro 1996a: 218-19, secondo cui è ancora e sempre il cordone ombellicale, simbolo della venuta al mondo delle relazioni sessuali/parentali, ad essere filato negli abiti della vittima). Di derma terrestre Gadda parla già nel trattato milanese (SVP 698). La pelle del pianeta è sottile, più o meno tessuta, scandalosamente abitata da «flora criptogamica» (le muffe umane dell’Adalgisa, RR I 551-52; cfr. Pedullà 1997a: 201-20; Raimondi 1995: 108-09; e più in genere, ma sempre in tema di pelle, la cosa più profonda che ci sia, Bertoni 2001: 5-22). È inoltre un punto sull’«ellisse del nostro disperato dolore» (Cognizione, RR I 674), indizio prezioso nel giallo geologico e proprietà dell’inconscio (SGF I 147), luogo pubblico di un’iscrizione privata. Si prenda il caso di Roma, che su quella pelle è scritta: pur essendo il correlativo geografico di una vita, l’Urbe, un po’ come la Venere ed il rame di Meditazione (SVP 636), esce infatti più Roma che mai dal bagno chimico del Pasticciaccio, mentre la provincia albana a sua volta è Lazio, Brianza e puro flatus vocis, pura nominazione e simbolo, orografia personale e griglia pubblica, soluzione del giallo per via toponomastica (Amigoni 1995a: 45-49; Pedriali 1999a & 2000b).

11. Il male-malessere della voce narrante in Cinema, racconto del ’28, nasce dall’insuccesso nelle regioni superegotiche, rappresentate dalla contessina, disattenta studentessa di geometria euclidea (RR I 51). Ma ai registri esistenziali della sarta-vedova Metjura la faccenda è chiara, si tratta di un destino: «Mi chiamava signorino Maletti» (RR I 52). La caduta avviene per tappe cittadine, stazioni dell’apoteca del diavolo, ritualistico avvelenamento per via orale. Si pensi alla caffeina della vedova, sostanza ancora borghese (RR I 54), alle granite-gemma del gelativendolo (lo «smeraldo liquido», la melarancia-topazio, l’amarena-granato, RR I 58 – colori cui Gadda è davvero destinato e continuamente ritornanti), all’«oleosa sardina decapitata» cavata fuori dalla «macchina dei sandwiches» nel foyer del Garibaldi (RR I 59) – tappa, quest’ultima, non più liminale, già risucchio del «vortice folle» verso il «bollore del magma» (RR I 60, 65). Una volta nel magma ossia in sala di proiezione, Maletti sorbirà un’ultima dose di colori e veleni fondamentali (le «tre grosse caramelle», RR I 63) estraendola, si direbbe, anche dai tessuti dell’arredo, dai vestiti dei propri simili, dalla «geometria» non più rattoppabile del luogo.

12. RR II 151. Cfr. Roman 1986: 221-52; Diaconescu Blumenfeld 1999: 43-45. Funzione antropologica, la strega-sarta-sibilla è anche figura economica – così ad esempio in Pirandello, nei Sei personaggi, o in Michelet, ne La sorcière. Sul motivo dello spaccio femminile-diabolico si veda la recensione del ’45 della Celestina di Lope de Vega – nel ’45, si vuol dire, tira già aria di Pasticciaccio: «Celestina ammannisce le decozioni e i filtri […] ama e loda il vino […] e il perfetto disegno de’ corpi giovani, maschili e femminili: è maga, lavandaia, merciaia […]: tenitrice di una lavanderia suburbana […]. Invoca il diavolo che le soccorra, e lo vitupera sottovoce quando non funziona a dovere» (SGF I 536). Sempre in direzione sociologica: al poco amore delle sarte per il Nostro ha fatto pensare anche Pedullà in una delle Caramelle di Musil. A proposito della difficile fortuna del Gadda boccadoro e sulla scia dell’immagine della sarta-lettrice, ottocentesca «madre delle masse» di Debenedetti, Pedullà si domanda, provocatoriamente, «Piacerà mai Gadda alle sartine?» (Pedullà 1993: 50).

13. L’accordo originale, sempre fonico-ironico, era tra «astronomia» e «poesia» (SVP 697). Il risvolto anticarducciano di quella battuta (RR I 722, 728; SGF II 26, 36) è cosa commentata. Per l’idea di realtà «buona», borghesemente buona e reale, si vedano ad esempio, ed è solo una minima rassegna: SGF I 446 («ed era la più reale realtà»), 570 («Ma è realtà, realtà buona»), 629 («preso a calci dal destino, e dunque dalla realtà»); SVP 744 («senso della realtà»); 745 («non esiste idealità o Bene se non lavorato sulla stoffa del reale»); Gadda 1993b: 90 («spirito di realtà’ manzoniano»), 133 («fissazione realistica»). «Per Gadda la realtà esiste», afferma Bertoni su dati analoghi, «quella superficie esterna, immediata, che l’indagine chirurgica dovrebbe penetrare, non è una sorta di incantesimo da sciogliere ma è una controparte solida, coriacea e persistente con cui fare costantemente i conti» (Bertoni 2001: 39-58). A voler fare i conti, invece, con «parziali smentite» da altri luoghi del macrotesto gaddiano, sarà da ricordare come il diligente notaio scrivesse anche (questo in una recensione del ’45): «I toponimi della geografia possono impegnare lo scrittore in una sgradevole fatica documentatrice: lo impigliano, magari, in un verismo d’obbligo: lo impacciano, ove manchi in lui una reazione lirica sovvertente, con la calamita del naturalismo» (SGF I 921).

14. SVP 396, RR I 173, SVP 802. Gadda è scrittore motoriomotorisch, nel senso fisiologico rilanciato da Giachery e come già voleva Karl Vossler (Giachery 1990: 64). Vengono in mente le scariche aforistiche di Pedullà («un romanzo di Gadda ha sotto, in ogni punto, il deposito delle munizioni», e meglio ancora: «Gadda ha energia per l’avvenire più remoto», Pedullà 1997a: 226, 229), o il romanzo centrale elettrica di Amigoni («la centrale elettrica ha bisogno di un accidentato spazio preesistente da cui prelevare energia e a cui restituire, sotto altra forma, energia», Amigoni 1995a: 48-49, a proposito del Pasticciaccio). E si vorrebbe aggiungere, senza anticipare troppo i prossimi paragrafi, che il nostro notaio più che una «reale e vera centrale elettrica» (SVP 646) è una vera e propria dinamo.

15. SVP 803; Roscioni 1995: 80, 114, 144; Contini 1989: 6.

16. SVP 395; Gadda 1988: 104; Contini 1989: 57; SGF I 490; Gadda 1988: 49; Manzotti 1995: 115-45 (145). Sulla funzionalità narrativa della «gran macchina» linguistica gaddiana si veda anche Manzotti 1996: 322-25. Cfr. SVP 396 («mi è sempre rincresciuto rinunciare a qualcosa che mi fosse possibile»).

17. Manzotti 1995: 145 (sostanzialmente sbagliato); SGF II 585 (archiviòmane).

18. SVP 667, 698. Sul Gadda argentino si vedano Grignani 1998: 57-73, Sbragia 1996b: 38-57, e, per una versione romanzata, Butti 1994. Sulla spazialità della storia si veda anche, da Eros e Priapo: «la gora del divenire si ristagna […] s’impaluda nelle sue giacenze morte la storia […]. La storia grossa conosce le sue paludi, le more de’ sua processi, i ritorni, i riboboli inani, le stanche pause» (SGF II 238-39). Il concetto, una costante gaddiana, della morta gora del proprio storicissimo presente può far pensare all’esperienza primordiale della non omogeneità dello spazio-tempo di Eliade. Pavel ne dà una rielaborazione che ci viene in effetti utile: l’universo si divide in zone «qualitativamente differenti», «regioni sacre, dove si manifesta la realtà nel senso più forte, e regioni profane, prive di unità» – T.G. Pavel, Mondi d’invenzione. Realtà e immaginario narrativo (Torino: Einaudi, 1992), 85-86. Rimane però il problema di individuare sacro e profano nelle regioni gaddiane. Poco convincente mi sembra, in questo senso, la lettura orfica del Pasticciaccio proposta da Roman, con tanto di caverna proibita e protagonista fallimentare ma intento alla costruzione eroica in vari riti di passaggio – gli interrogatori? –, mentre una Zamira tutta natura e i briosi alluci del tabernacolo del capitolo ottavo lo attendono, liberatori, in campagna (Roman 1986: 221-52). Zamira & co. hanno certo a che fare con l’eterno ritorno: la «pelle» e «fottuta zimarra», gli abiti di scena con cui la coscienza si identifica (RR II 202), il puro molteplice sessuale di cui si parlava qualche paragrafo addietro. In Gadda, però, tale impresa ha poco di che spartire col sacro.

19. SVP 707. Il motivo dei «cubi della vita» (parallepipedismo sconvolto nel Giornale di guerra), del cavare dall’ombra le cose, si afferma a cominciare da Sala di basalte, poesia del ’19: «Così dai neri cubi dell’ombra | Il lume cavava le cose: | Erano le porte paurose degli anditi neri | Ed erano immobili e chiuse» (Gadda 1993a: 26; Roscioni 1995: 9). Con variazione minima rispetto a quella prima formulazione (SVP 668, 838, 845) ritorna, come si vedrà, anche nel finale del trattato milanese (SVP 849).

20. SVP 643-44, 646, 680 (centrali elettriche); 649, 660 (pesci puntati sul boccone, pesci-vettore in una depressione ciclonica); 679 (illustrazione dello scaffale, nel centro i libri si sostengono polarmente), 690 (illustrazione della stella di rette convergenti di cui quattro numerate e note come male 1, 2, 3 e 4). I testi dalle Meraviglie d’Italia sono Mercato di frutta e verdura, del ’35, e Una mattinata ai macelli, del ’34, scritti tipici del servizio pubblico reso da Gadda nella prima metà degli anni Trenta, dopo le difficoltà di coagulo narrativo registrate nel decennio precedente con Racconto italiano (non a caso programmaticamente di ignoto, ma poi crollato per una gestione autoriale che dell’affresco di un’intera società fa terreno di prova delle proprie idiosincrasie tonali). Anche per questo, anche cioè per il servizio reso con la celebrazione del lavoro, Contini considerava gli scritti migliori del Gadda giornalista tecnico (e narratore rassegnato) in tutto degni di «qualunque più rigorosa antologia gaddiana» (Contini 1989: 77-78). Una recente antologia di scritture poetiche sulla città da Gadda a Sereni include proprio questi testi; sulla «città senza frutto» (SGF I 39) ma provvista di macello, mercato, borsa e duomo si vedano gli esercizi di commento (Mattesini 1999: 201-62).

21. SVP 660. Cfr. SVP 659 («Il fine che io mi ripropongo di andare a Roma è o non è. Non vi è un andare a Roma così così»), 669, 705 («Così la gamba cammina, ma per l’organismo quel camminare significa andare a Roma»), 725, 761 («Quale è il fine di Roma?»), 789 («io vado a Roma»), 796 («L’uomo è fisiologia, è religio, è moto, è essere, è patria, è sé, è altri, è andare a Roma»), 822, 833 («L’andare a Roma è vagone ferroviario»), 1315 («Idea di Roma»). Tra le ragioni ufficiali del tendere a Roma si considerino anche la spiegazione in nota alla Cognizione («La dizione gente, genti, è usata a tutt’oggi nel parlare di alcuni meglio luoghi di Lombardia per significare, a un dipresso, incivilita progenie, stirpe acquisita a Roma, comunità di esseri istruiti del vangelo e disciplinati di Roma», RR I 676), e le funzioni Roma identificate nel saggio del ’42, L’istituto di studi romani: «Roma appare come una somma di enunciati […] Roma agisce: il suo nome, nei secoli, è l’eponimo della totale gente del mondo […]. Alle coscienze che da un proprio nucleo di istintiva perspicacia o da un’aspra disciplina speculativa ricavino comunque la immagine di una unità della Storia e del trasgredire umano, gli aspetti e le funzioni che Roma ha assunto e svolto nel tempo, secondo congiuntura o necessità, si palesano avvinti dal segno dell’univocità germinale, come le opere di una mente sistematrice» (SGF I 863). Fa da epigrafe al saggio il verso goethiano «Eine Welt zwar bist du, o Rom», dalle Elegie romane, che tanta parte hanno già ne I viaggi, la morte, del ’27, come stiamo per vedere.

22. SVP 669, 727. Al pari delle mummie e dei fichi (SVP 667, 677), le vertebre degli acquedotti romani resistono ultrasecche in un punto morto del divenire. Presente sin dal primo Gadda lombardo anzi sin dal Gadda poeta e dunque in anticipo sul diarista di guerra (cfr. Gadda 1993a: 3, 5), il motivo della struttura abbandonata, della torre scheggia «d’un antico dente, d’una antica mascella del mondo» (RR II 268) viene celebrato nella patria delle schegge, la campagna laziale del Pasticciaccio, a cominciare dalla prima menzione della toponomastica extraurbana («Torraccio», RR II 37). «Secco, indurito, e lunatico» è ovviamente il soggetto, per esclusione dal divenire e per amore del prologo del Don Quijote (de Jorio Frisari 1996: 46). Come reimmetterlo nella vita? Inserendo, ovvero forzando la relazione soggetto a Roma, sembrerebbe essere la risposta.

23. Gadda 1984a: 105, RR I 122, SVP 636. Altri tendere degni di nota nel trattato: SVP 761 (il fine è «conoscenza teoretica del punto da raggiungere […] un continuo lehnen»), 774 («ognuno di noi è un povero e in parte separato e differenziato tendere»), 776 («Un sistema n esprime un indirizzo verso n + 1 ed è un tendere […] Ma ciò non è un tendere di n, è un imperare di n + 1»), 796 («alla persona umana […] sono affidati molteplici tendere»).

24. SGF I 585-86. Il trio del ’27 – Ermes, piramide Cestia e versi goethiani – si ricostituisce negli anni Cinquanta in occasione di un ciclo di trasmissioni radiofoniche sul viaggio in Italia dei romantici (SGF I 1118, 1364), e per un «trattamento televisivo» mai televisto, Il Tevere (SVP 1110-11). Non si resiste alla tentazione di riportare, dalle note di Isella, il testo di una telefonata fatta da Gadda in pieno travaglio compositivo e a notte inoltrata al direttore dei Programmi Culturali: «… E se, ad un certo punto, si vedesse un cavaliere al galoppo nella campagna romana, e una voce, fuori campo, naturalmente, mormorasse: è il Goethe?» (SVP 1454-455). Dall’epoca de I viaggi, la morte, il poeta delle Elegie romane era riapparso invero una sola volta, nei Miti del somaro, fantasma lirico senza nome, ridotto a tre parole: «leise zum Orkus» (SVP 903).

25. Gadda obietterebbe che una cosa è «rientrare nell’indistinto» (SVP 640) senz’altra meta che l’indistinto, una cosa il rientrarvi dopo una «differenziazione gloriosa». Circa il ragionamento antisimbolista si veda da I viaggi (citati in piena Meditazione): «Filosoficamente questo anelito verso il caos adirezionale rappresenta un regresso alla potenza primigenia dell’inizio, ancora privo di determinazioni etiche, una ricaduta nell’infanzia dell’essere» (SVP 767).

26. Dombroski giustamente non estende a Gadda la nozione di neobarocco. Lo spiega nel primo capitolo di Creative Entanglements, cuore metodologico del volume (Dombroski 1999: 3-19). Un’altra formula teorica estremamente riuscita – un misto di Deleuze, Bachtin e Alasdair McIntyre – è quella proposta da Raimondi 1995: 87-109.

27. SGF II 789 (pensiero scritto), SVP 723-25 (operatore e legge), 642 (monade), SGF I 584-86 (Carducci). Oltre a «vis genetica» (SVP 781), i padri sono una tradizione di cultura milanese (Volta, Parini, Manzoni, Cattaneo) – de Jorio Frisari 1996: 54-65. Non si dimentichi poi quella speciale categoria di padri che sono gli zii: d’invenzione – l’Agamènnone Brocchi nel San Giorgio, autore del De Officiis nuovo e come già l’altro «credo sublime dei dominatori del mondo», questo perlomeno in idea (RR II 669); e di realtà, quella buona – lo zio senatore Giuseppe Gadda, patriota, padre fondatore, autore di versi: «Conciliare libertà e religione | è l’assunto della nostra epoca. || Il trionfo della nazionalità dovrebbe condurre, | lo speriamo, alla diminuzione degli armamenti | e quindi alla diminuzione delle spese e dei tributi. | Questa riduzione sarà il più potente fattore di prosperità. || Il progresso è legge di natura, | quindi legge di Dio» (Podestà 1988: 5; cfr. Roscioni 1997: 13-14). Per un recupero familiare dell’opera del nipote: «Ne raccolse [cioè dello zio] lo spirito d’originalità per vie creatrici diversissime Carlo Emilio Gadda (figlio di Francesco fratello del nostro Giuseppe Gadda) che sferzò con causticità inaudita la giovane realtà del paese, nello sforzo di dare all’Italia unita i nomi nuovi e il linguaggio nuovo che le competevano, sì da elevare a livello europeo l’espressione di quella viva matassa, non ancora dipanata» (Podestà 1988: 58). Il quale nipote, poi, nella propria biblioteca, oggi al Burcardo (Roma), conserverà sino all’ultimo il De officiis dello zio (L’educazione equilibrata della gioventù. Milano, Lanzani, 1905; cfr. Cortellessa & Iovinelli 2001).

28. SGF I 561 (io vivido), SVP 651 (attività nucleante), 832 (ragione), 774 (tendere), 710 (invariante), 743 (trovate). Cfr. Luperini 1990: 259-78. Sull’irrisolta quaestio del bergsonismo gaddiano, le posizioni possono riassumersi in: bergsonismo no, il nome del filosofo non figura nel trattato (Sbragia 1996a: 31); bergsonismo sì ma non troppo (Dombroski 1999: 45-47, 49-50), bergsonismo sì e come parte di quella «disordinata polistoria con cui Gadda recepisce i molteplici segnali di crisi del positivismo ottocentesco» (Gabetta 1993: 31). Roscioni sfrutta la menzione di Bergson ne I viaggi per confermare l’innesto di «elementi vitalistici» su una «psicologia evoluzionistica di marca spenceriana» (Roscioni 1995: 21, 36). Non diversamente Calzolari 1985: 115-16. Lucchini invece, ripetendo il silenzio di Meditazione, non disturba Bergson; a suo avviso Gadda cerca «pezze d’appoggio della sua poetica» e «legge piuttosto libri su filosofi che libri di filosofi» (Lucchini 1994: 229, 233) – mentre Bonifacino, dichiarando tanto la durée bergsoniana che il sapere scientifico incapaci di reintegrare «la declinazione entropica della memoria», colloca gli interessi e le ragioni del soggetto gaddiano al di là di entrambi, in una «cognizione senza durata» (Bonifacino 2002: 133-34, 143, 149, 162). Un Glossario bergsoniano viene proposto da de Jorio Frisari 1996: 211-38; tra i lemmi non figurano però né lo spazio né il tempo. Mancando un raffronto su queste due voci, e per misurare la distanza di Gadda da Bergson in proposito, si veda ad esempio l’analisi dello spazio-tempo della scienza e di quello bergsoniano in E.T. Spanio, Il tempo della scienza e il tempo della coscienza. Bergson e i modelli interpretativi dello spazio-tempo (Venezia: il Cardo, 1996), 13-94.

29. RR II 469 (secondo proemio), 467 (primo proemio), SVP 723 (treno), 806 (sacrificio), 660 (richiamo finale), 623 (ritorni melodici). Sul proemio di Meccanica si vedano in particolare Di Meo 1995: 23-56 e Savettieri 2001.

30. SVP 694 (differenziazione), 847 (eguali), SGF I 654 (libellula), SVP 747 (autoinibizioni). Sulla parvenza di massima fenomenalità con cui il soggetto – monade vuota, isolata e senza finestre – risponde alla negazione di cui è vittima, si veda ancora Dombroski 1999: 74-95. Sul momento euforico dell’indignatio e conseguente celebrazione della varietà del fenomenico si veda Benedetti 1995: 71-89.

31. SVP 827 (panteista), 694 (provare ogni esperienza), 736 (truculenta regina), 770 (bimbo), 799-800 (il sadico), 767 (errore del Dio, di nuovo citazione da I viaggi). Sullo spreco del materiale umano si veda SVP 809. Per uno sguardo umano che fosse divino cfr. SVP 861 («supposto per astrazione che noi potessimo vedere tutto il reale extra tempus, come Leibniz immagina possa vedere e veda di fatto la Mente Divina, il nostro dato ci apparirebbe multiplo in sé quanto agli aspetti o significati. Esso ci apparirebbe germine e pianta, effetto e causa, essere e divenire […] saturo d’una infinità di relazioni sopraordinate le une alle altre»). Contro la sopraordinazione egotica o per un’introduzione alla vita non fascista argomentano, anche polemicamente, G. Deleuze e F. Guattari, Anti-oedipus. Capitalism and Schizophrenia, trad. R. Hurley, M. Seem, H.R. Lane (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1983), xiii, 51-68. Meno dominato dalle strutture dell’Edipo (o desiderante dissolversi tra le pieghe della materia, senza ambizioni di differenziazione gloriosa) è il Deleuze di Le pli, dove la legge della piega barocca non impedisce di parlare pacatamente dell’io come cella, cripta, derma, vertigine animale, piani e stanze della casa, facciate e vettori – G. Deleuze, The Fold. Leibniz and the Baroque (London: Athlone Press, 1993), 3-38.

32. RR II 16, SVP 710, 709, 687. Cfr. P. Citati, Non si perdona nulla, in Il Giorno, 3 aprile 1963 (Roscioni 1995: 139). La qualifica di ingiusto è però caduta ne Il male invisibile (Citati 1972: 297).

33. SVP 621 (lettori), RR I 607 (favola del male), SVP 717 (tende), 631, (scacchi), 633 (polli), 647 («Altro errore profondo della speculazione: di veder ad ogni costo l’io e l’uno dove non esistono affatto»), 648 («ogni effetto […] ha le sue cause»), 652-54 («dov’era una cellula se ne fanno due […] ma se alcunché sarà il suo doppio, è già ora il suo doppio, poiché nulla si crea»), 664 (coesistenza), 666 (casa pacco postale), 680 (centrali elettriche), 675 (eroi vivande), 681-97 (Il male), 691 (massima eticità).

34. SVP 681 (tigri) 692 (Amleto), 725 (permesso del papà), 778 (famiglia padreterna), 694 (diavoli e ombre), 716 (far sparire gli eroi), 746 («Io dico cose che sono terra-terra […] come la sibilante falce, quando miete spiche di verità. Così li eroi mitragliano torme nemiche»), 747 (autoinibizione), 790 (tenere dalla parte del più forte), 721 (linguaggio uterino), 756 (contrapposizione di due beni).

35. SVP 651, 666, 738. Eureka sull’esempio di quelli della mente che si integra in un sempre più vasto invenire (SVP 713, 759).

36. RR II 191. Di lì a qualche pagina l’idea del plastico viene estesa a tutto il campo visibile: «Le grige latitudini del Lazio si acclaravano e formavano a plastico, emergendone rivestite di porpora, quasi come dìruti miliari del tempo, le schegge delle torri senza nome» (RR II 195). Di lì a qualche riga, invece, una diversa resa spaziale: il modello, in forma e figura di misuratore del tempo, adesso è munito anche di catena di collegamento (a quali origini, lo si vedrà nei prossimi paragrafi) – «Pareva n’orloggione spiaccicato a terra, che la catena de l’acquedotto claudio legasse… congiungesse… alle misteriose fonti del sogno» (RR I 191).

37. Gadda 1984a: 133. La cartolina è conservata presso l’Archivio Betti, Roma. Non era stata inclusa nell’Ingegner Fantasia. Viene riprodotta per gentile concessione di Adelina Frosini. Oltre che ne I viaggi, la morte ed Il Tevere, una menzione della piramide Cestia si ha in un scritto semi-tecnico del ’34 (Carraria, SGF I 176).

38. Gadda 1984a: 134. A Gadda viene facile individuare e difficile fondere le sue cinque maniere (SVP 396). Di bimbi e di bimbe, poi, non ha davvero ritegno a parlare. Si pensi ai molti fanciulli e bimbi del Gadda pedagogico ne I viaggi la morte o nella stessa Meditazione (SVP 770), alla bimba di Cinema, bigliettaia ragionevole e disposta ad accordare il «ticket per il […] viaggio tra i vivi» (RR I 66), alla madre-bimba «urtata dalla folla» di Cognizione, al «bimbo» Gonzalo che implora da Dio la fine della festa di piazza (in piena «matassa» erotico-alimentare, a San Giuseppe, spera in un’utopia dell’innocenza, sogna un poema con la «fanciulla rosa», RR I 674, 734). Onnipresente, il mito dell’anima pura al mattino contraddice altri miti gaddiani (la serie infinita dei padri, il fiume delle genti, la catena delle generazioni). Ma, come altri incompatibili, anche bimbi puri e genetica impura in qualche modo s’accordano. Interessante il paragone con Svevo a questo riguardo. In apparenza più sagace, meno mitico di Gadda, Svevo non dubita (o così dichiara nelle pagine proemiali della Coscienza di Zeno) che il «fantolino» dell’uomo sia avvelenato alla nascita dai veleni della specie; poi però a Zeno fa sognare innocenza e «rose del Maggio» (questo in pieno ed avvelenatissimo dicembre del desiderio). I. Svevo, Romanzi (Parigi: Einaudi-Gallimard, 1993), 511, 866.

39. RR I 158, 66. Cfr. Gadda 1984a: 67, 74, 106 («Credo di impazzire. Voglio propormi a Pirandello per protagonista di un suo dramma»), 111 («Se Carocci mi pubblica un mio pasticcio, in esso dico molto male di te, per incidente. Dico cioè poco bene di un tuo verso: ma mi perdonerai. È uno solo. E poi non ne dico tanto male. E poi è una forma di réclame»), 117 («mi sparerò certamente»).

40. RR I 157, SGF I 564-65; Gadda 1984a: 144, 138, 139, 143. La formula della cognizione si prepara già nelle poesie. Gadda vi chiede infatti «compiuta nozione» dei bisogni del proprio spirito, ma «senza gioia […] | Conosce oltre la luce | E il lavoro del giorno | il suo feroce male» (SGF II 880, 885). Pensiero dominante è poi il venire meno della legge uguale per tutti e la conseguente divisione tra fratelli. Cfr. da So che v’è un lago : «L’unica legge non vive | Negli uomini stanchi, | L’unica vita si dissolve | Nelle mille | Disuguali e feroci» (Gadda 1993a: 16). Per un accenno all’influenza di Betti sul Gadda poeta, si veda Terzoli 1993b: v-xxiv; per un’analisi del carteggio Gadda-Betti e relativi risvolti tanto di poetica che di amicizia, cfr. Pedriali 1994/95: 265-83.

41. Lucchini 1994: 224-25. La tesina è conservata presso l’Archivio Garzanti. Cfr. SVP 642 («la monade sente qual è il suo grado di libertà»).

42. RR II 675-76. Delle sistemazioni difensive di Roma Gadda parla ad esempio nel Tevere (SVP 1108). Nel Pasticciaccio «l’Appia, l’Ardeatina, o l’Anziate» sono le tre A della viabilità sul lato sud che Gadda evoca, pompa fuori dalle mappe, un po’ come la vedova Antonini con le «cinque A» nel Messaggero evoca e pompa fuori il commissario Ingravallo «dall’assortimento infinito degli statali» (RR II 15). Lungo le tre A, Gadda piazza «al tale, o tal altro chilometro» il «buon organico di nipotine apprendiste», «rimagliatrici aggiunte» (RR II 153). Tra i miliari del femminile (vere e proprie filiali delle Parche) saettano i maschi centauri-saetta della Tenenza albana (RR II 158).

43. SVP 652 (una cellula), 656 (due creazioni), 654 (Mente), 703 (certezza categorizzante). Cfr. SVP 829 («La coscienza, anche nelle sue forme elementari, ci appare quindi come sistematrice o relatrice […]. L’atto della coscienza è un atto di polarizzazione»). Per il raccordo spaziale-eroico tra piramide Cestia e via Appia all’altezza dei Viaggi si veda a quale collegamento si presta il motivo goethiano già citato: «“Sopportami, o Giove, presso di te: ed Hermes più tardi mi guidi, oltre il monumento di Cestio, giù dolcemente all’Orco”. Questo potrebbe dire ogni legionario di Claudio. Ma per accedere così puri, così sereni, alle soglie dell’Appia: bisogna saper cadere ventenni al Metauro, primipili della prima coorte: bisogna aver lavorato impavidi alla costruzione cosciente del proprio fine» (SGF I 585).

44. SGF I 614, RR I 760. Lo spunto volterriano è stato suggerito dall’osservazione di Roscioni 1995: 77 («Gadda insomma è al tempo stesso Voltaire e Candide»). Le preferenze numeriche gaddiane confermano la diagnosi di io agonistico che ne farebbero Deleuze e Guattari: «prediligo i pari, specie il 2 e le successive potenze, simbolo dicotòmico dell’acrèdine dialettica e dianoètica, araldo della disgiunzione o dilemma […] segno vivo e fluente della numerazione e della polarità sessuale […] imagine della emulazione e della gara» (SGF I 1009).

45. SVP 756. Cfr. SVP 654 «(Devo tornire due cilindri di macchina, con un lieve differenza») e SGF I 584 («Se pensiamo, è questo l’oscuro senso di ogni ripresa etica: ricostruire la realtà giusta, dimostrando l’impossibilità fenomenale delle posizioni disetiche», concetto che Gadda ritiene applicabile tanto ad Amleto che al sadico). Circa gli indiscernibili la posizione gaddiana non è affatto quella che, negli anni del Pasticciaccio, emerge dal dialogo tra A e B in M. Black, Problems of Analysis, Philosophical Essays (New York: Cornell University Press, 1954), 81 – «B. Do you claim to have proved that two things having all their properties in common are identical? A. Exactly». È cioè ortodossamente leibniziana.

46. Nel Palazzo degli ori alla «scena 18ª» il «filo conduttore» della sciarpa verde suggerisce di scendere ai Due Santi, «nome», apprendiamo in nota, di un «pittoresco aggruppamento di case sulla via Appia» (SVP 957-58). È dunque da un nome, oltre che dai dati dell’incrocio, che Gadda già nel ’47-48 progetta «un tabernacolo barocco, coi Due Santi, gli apostoli Pietro e Paolo in cammino sulla via Appia. Primissimo piano con le loro fisionomie. Vasetti di primule ai piedi dell’affresco». Sarà poi la prospettiva bassa, il punto di vista di un osservatore ad altezza dei piedi, a dettare al pennello del Manieroni-Gadda (Lipparini 1994: 71), anche se è vero, come osserva Bertoni, che, per arrivare agli alluci, l’occhio parte dall’altro capo, la testa (Bertoni 2001: 173). San Paolo è «negoziante di tappeti», con formula pressoché fissa anche in SGF I 37, 308, 510 (caso noto, quest’ultimo, per la lettura in odor di popolo della conversione della tela caravaggesca a Santa Maria, appunto, del Popolo).

47. RR II 17, 19, SGF II 19. Cfr. RR II 18: «A tavola eran quattro: lui Don Ciccio, i coniugi e la nipote».

48. SGF I 630 (macchinismo), RR II 129 (chiostro), 263 (fornici); SVP 647 (equilibrio etico), 771 (equilibrio tra due beni); RR II 129 (confessori), 20 (disciplina), 21 (architetture), 15 (Francesco Ingravallo), 18 (San Francesco). Cfr. RR II 97: «E poi co li Santi Quattro là vicino. “Che Liliana, Madonna! guai a sentimme dì de portalla via da li Santi Quattro”». Clizia gioca a scacchi e libera morgane architettoniche in Nuove stanze (E. Montale, L’opera in versi, a cura di R. Bettarini e G. Contini, Torino, Einaudi, 1980: 177). Sui luoghi del romanzo si veda Gadda 1993c: 147. Ai Quattro Santi, nel corso di un’intervista televisiva del ’62, Gadda rivela i legami del cuore – del suo cuore di ingegnere, s’intende – col «cuore architettonico» di Roma. Il Pasticciaccio, apprendiamo, «deriva soprattutto da una specie di innamoramento della situazione edilizio-urbanistica della Roma dei primi secoli, e cioè della Roma che ci rivela costruzioni romaniche di cui abbiamo un esempio abbastanza notevole. Si tratta di quella specie di rocca, di fortilizio, che è oggi l’entrata ai Santi Quattro Coronati» (Gadda 1993c: 148). Di «amore di Roma», come «momento di sintesi nel vasto cantiere della conoscenza di Roma», Gadda parla nel già citato Istituto di studi romani (SGF I 864).

49. RR II 17. Cfr. la depressione ciclonica di Meditazione (SVP 649) e il cane fede-fame de La morte di Puk (RR I 43).

50. Lungo determinati spazi è possibile spiegare anche il manzonismo gaddiano: «è l’inaugurale figura etimologica (“disegno” – “disegnò”)», scrive Leri in un saggio sull’Apologia manzoniana, «che annuncia la “carta” di un paesaggio romanzesco non a caso inquadrato dalla celeberrima descrizione topografica dell’esordio. Ciò che interessa Gadda sembra essere, tuttavia, il vettore “segreto e non appariscente” lungo il quale si allineano “gli avvenimenti inavvertiti”» (Leri 1999: 140 – miei corsivi).

51. RR II 26, 37, 71, 68. Le vene di Liliana ed i crateri di Carlo fanno pensare alla ferita-cratere nella mano del Cristo del Crivelli (Pietà, 1476), il «Crivelli Carlo mio dilettissimo» la cui verdura metafisica ispira a Gadda il noto Cetriolo (RR I 506, SGF I 1182-87; cfr. Lemaire 1994: 147-49). Del saggio qui però interessa notare non tanto il motivo vegetale quanto la catena di pensieri. Ovvero come dalla lettura dei frutti della Madonna della Rondine (il bimbo rotondo tutelato dalle palpebre «singolarmente pudiche» della Madonna, e il cetriolo pendulo, idea «fissa» del pittore) Gadda passi a quella, per lui davvero d’obbligo, dei santi attedenti e deittici. Girolamo a sinistra, e Sebastiano a destra («paggio in arme», questi, «di cui sia per essere utilizzata la crudele pubertà» secondo un «disegno» pieno di «strana, cioè più che nostrana verità»). Ai due si affianca di seguito, con salto di cetriolo e d’opera, il «formidabile» Pietro del trittico di Camerino visto a Brera da ragazzo, episodio che forse spiega l’ossessione pietrina: «Me lo sognai e risognai la notte, dura fantàsima: vagante per i tetri ambulacri di Brera». A noi la digressione permette di verificare l’icona del santo un’ultima volta. Pietro, se Gadda ben rammenta, è in abito da papa; lo spazio figurativo incrostato d’ori e di gemme. In mano, due chiavi color dell’acciaio, «enormi pass-partout dall’ingegno segreto che lui solo sa, che lui solo adòpera». Nel volto, uno sguardo «nero e scrutatore dagli occhi fulminatori d’usuriere», «occhi annidati, incavernati sotto la fronte a esecrare e a maledire in anticipo tutti gli avversari del santo grùzzolo». Significativo anche l’explicit: «Non rammento una faccia di santo a quel modo, nei molti anni che ho seguitato a guardar nimbi ed aurèole».

52. RR I 140 (regolamento scaduto), Gadda 1983: 61 (senza tetto), RR I 241 (molti giovani), SGF I 774 (varchi inattesi).

53. Coniugando Palinuro e la rivolta spaziale, e citando-modificando Psicanalisi e letteratura a mo’ di conclusione: la voce di Gadda, come quella di Virgilio, insorge (nel senso di sollevarsi contro e di manifestarsi all’improvviso) «da sacrali misteri, da una collocuzione con gli agnati e con gl’inferi, da un profondo sacerdozio della tenebra (di quella che agli altri è tenebra) […]. Essa celebra attraverso l’angoscia e l’amore delle anime, gli adempimenti delle ore di luce, gli splendidi o tragici riti della necessità o del costume […] è la voce di chi sa, di chi conosce le radici dell’evento» (SGF I 460-61). Insorgere da tenebra – celebrare la luce – conoscere le ragioni: era quanto s’intendeva arrivare a dire.

54. SGF I 509. Non si tocca il sacro se non con la fede è la risposta che Gadda ha ben presente, ma poi sa anche, e lo dimostra con le madonne di sua fabbricazione, che la sofferenza per la fede perduta costringe la mente al ricalco della scena sacra e dunque alla traccia blasfema. Non diversamente risponde Nigro in Pontormo e il suono del pensiero a proposito di due spunti anatomicamente connessi dai capitoli conclusivi del Pasticciaccio, gli alluci scandalosi dei Due Santi e le mani-dita della «Migliorini Veronica» (da Gadda poco rispettosamente ritagliate al «Còsimo pater patriae» del Pontormo appunto; cfr. RR II 274, Nigro 1991: 21-23). Sugli incroci che Gadda non avrebbe sviluppato nell’opera né risolto nella vita, due testimonianze contrastanti: «Sintomatici a questo proposito sono nei suoi libri, l’assenza dei motivi del labirinto e del bivio, fondamentali in scrittori come Kafka o Borges» (Roscioni 1995: 92); «sua vocazione è di non poter abbandonare il bivio, suo compito è non decidersi; sotto pena di finire virtuoso e tecnicista» (Contini 1989: 9). Aggiungerei, per ulteriore contrasto, una testimonianza d’autore nel registro della via retta smarrita: «La mia vita è tutto un deviamento, uno scupìo di meravigliose facoltà» (SGF II 645).

55. Dal risvolto di copertina del Duca di Sant’Aquila. Cfr. Roscioni 1997: 73-78. Chi così disegnava certo non sapeva che all’istintiva «tensione del combattente» (SGF II 516) il destino avrebbe offerto la guerra in un «punto morto» del fronte (SGF II 569), con «vesti bagnate» (SGF II 563, 648, 661), nell’impossibilità di fare «tutto il mio dovere» (SGF II 547). Gadda si troverà in prima linea quando ormai non c’è più linea, e le «fumate» che si alzano dalle valli preludono alla resa (SGF II 630; cfr. Gorni 1995: 149-75). Per Caporetto a nulla valgono i documenti, gli schizzi, le mappe e le frecce indicanti la propria situazione topografica (SGF II 545, 548), e il diligente ufficiale cade con la sua generazione all’Isonzo – «maledetto», «brutale», «travolgente», mugghiante, non guadabile in nessun modo «neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestito e con armi» (SGF II 731, 736, 738, 730). Sul «Gaddus upon Isonzo», coi ponti brillati ed arsi per mano italiana, «la realtà senza scampo», e nella piena coscienza del passaggio di stato, da soldato ad ombra, prima ancora della cattura («pareva che non si curassero di noi […] purtroppo non spararono, si curavano poco di noi»), v. SGF II 660, RR I 148-49, 154, SGF II 728, 734-35. L’ultimo bivio della sua guerra, presso Cividale – fuga o prigionia? (SGF II 740) –, lo vede infine chiuso nei convogli per il Nord, per l’oltre Italia e la morte-in-vita («Non siamo prigionieri, ma carcerati», SGF II 666). Tutti dati già presenti, è vero (tanto da far dire, come sempre irresistibilmente, a Pedullà: «gli altri soldati andavano in guerra, solo Gadda invece partì per Caporetto», Pedullà 1997a: 89), e già intuiti nell’attitudine per lo studio del dolore, come un matematico o uno statista che, «pur nel dolore, giungano alla risoluzione d’un problema d’analisi» (SGF II 586). Anche l’ultimo dato – la morte di Enrico, presentita, già costruita nel pensiero – attendeva solo di manifestarsi.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-02-7

© 2001-2020 Federica G. Pedriali & EJGS. First published in EJGS. Issue no. 1, EJGS 1/2001.

Artwork © 2001-2020 G. & F. Pedriali. Framed image: postcard of the Cestius pyramid and the St Paul gates, Rome, sent by Gadda to Ugo Betti in 1930. By kind permission of the Betti Archives, Rome.

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