Triumphal Arch in Libya

Gadda: propaganda e ironia (in margine a una recente riedizione di scritti divulgativi)

Riccardo Stracuzzi

Rimbaud poté rivedere la Francia, rivide sua madre. Morendo nell’ospedale della Conception a Marsiglia disse della sua vita: «... C’était mal!».
Non c’importa di accalappiare, per nessun fine edificante, questa confessione atroce: questa che a un umano è costata tanto dolore e sì tragica esperienza dell’essere. Non abbiamo titoli all’ufficio «de propaganda virtute». Abbiamo citato a chiarimento di quanto ci interessa notare: la sensibilità morale vige sotto il velo dell’astrazione estetica.

C.E. Gadda, I viaggi, la morte, SGF I 580

1. Una riedizione in volume di scritti gaddiani costituisce in ogni caso un motivo di contentezza per la comunità degli studiosi dell’Ingegnere e, più in genere, per gli italianisti tutti. Anche ora, per ciò, dobbiamo essere grati a Manuela Bertone, che ha procurato di stampare dieci articoli gaddiani: C.E. Gadda, I littoriali del Lavoro e altri scritti giornalistici. 1932-1941, per cura di M. Bertone (Pisa: ETS, 2005), 147 pp., d’ora in poi Gadda 2005a. Si tratta di articoli già usciti su diversi periodici, (1) e sinora mai inclusi nelle sillogi che avrebbero potuto ospitarli, ossia in Azoto (Gadda 1986a) e nelle successive Pagine di divulgazione tecnica (SVP 13-204); benché otto di essi siano già stati editi, in versione elettronica, sull’Edinburgh Journal of Gadda Studies (Eros o Logos? Il lungo sabato di Gadda, dieci articoli di divulgazione tecnico autarchica di C.E. Gadda, con un saggio introduttivo di F.G. Pedriali, EJGS Supplement no. 2, EJGS 3/2003 [2005]).

I testi ripubblicati ora da Bertone sono del genere ascrivibile a quell’esercizio tecnico-divulgativo che interessò Gadda – per ragioni economiche, in primis, benché in ciò si manifestasse una sua vocazione intellettuale non accessoria – proprio nel giro d’anni in questione: e cioè dall’inizio circa degli anni trenta (con prodromi nel ’21 e nel ’23) sino alla vigilia della bufera bellica, o anzi al momento in cui la bufera minacciava di infierire più duramente sull’Italia. Gli argomenti su cui vertono gli articoli riguardano, in poche parole: la divulgazione tecnica in quanto attività culturale e ideologica, le ristrutturazioni architettoniche nella Città del Vaticano, i problemi minerari e sociali procedenti dalle conquiste coloniali dell’imperialismo fascista, le notizie statistiche sulla potenza militare dei paesi ormai belligeranti (siamo nel novembre del 1939), la modernizzazione del comparto agricolo italiano e, finalmente, la celebrazione dei Littoriali del lavoro; ed è su questo titolo, ora eponimo dell’intero volume, e su questo argomento che si chiude la silloge.

Si può credere che una ristampa di materiali di questa indole sia davvero premio a se stessa, e per ciò non sembra utile indugiare troppo a lungo sulle ragioni che la giustificano. Che Bertone, invece, dedichi circa sette pagine della sua Introduzione a spiegarci l’opportunità della pubblicazione, appare lieve squilibrio dell’opinabile sull’ovvio: l’idea di abbandonare sine die questi scritti alle annate lontane dei giornali che li ospitarono un tempo (L’Ambrosiano, Le Vie d’Italia e Nuova Antologia), non sarebbe stata difendibile. È giusto, invece, ciò che la curatrice asserisce da subito, vale a dire «che Gadda, come ogni scrittore del suo rango, va letto per intero» (Gadda 2005a: 9); e lo è abbastanza da rendere superflua qualunque ulteriore discussione. Non è detto, d’altronde, che per ogni recupero vada chiesta venia, come nel dialoghetto gaddiano messo ad aprire la stampa in volume della Cognizione: i tempi e i modi delle trouvailles editoriali, anche importanti come questa, sono quelli che sono, e spesso rispondono ai progressi e ai nuovi bisogni degli studi. I quali, com’è giusto, prima si occupano di quanto è più importante, e solo dopo si applicano a riscoprire e ad indagare quanto invece costituisce l’estremo, l’aggiunta, il supplemento; che, per essere sconosciuto, non è forzatamente nuovo o imprescindibile, ma semmai funzionale. È tale, si vuol dire, la prima impressione che coglie il lettore dinanzi agli scritti ora assemblati da Bertone: pagine belle, e utili per gli studiosi, che ci consegnano un Gadda quale già conoscevamo.

Il che spiega per quale ragione – pur festeggiando i dieci addenda all’opera gaddiana – possiamo ancora prestar fede a quello che scriveva Andrea Silvestri nella Nota al testo delle Pagine di divulgazione tecnica: «Il pochissimo che manca alla completezza della raccolta degli scritti divulgativi non toglie molto alla fisionomia di questo Gadda minore» (SVP 1182); ed anzi estendere il suo giudizio al Gadda tout court, la cui fisionomia non è mutata da questi scritti. La curatrice del volume pare di opinione contraria, e argomenta circa il suo parere là dove analizza l’ottavo e il nono capitolo di questa silloge (I nuovi borghi della Sicilia rurale e La colonizzazione del latifondo siciliano), apparsi rispettivamente nel febbraio e nel marzo del 1941 in Nuova Antologia e in Le Vie d’Italia. Bertone preleva due passi, uno per articolo, e li sottopone a un confronto intratestuale, volto a dimostrare come lo scrittore Gadda – di là dai suoi doveri di divulgatore tecnico – collaudi in queste pagine certi dispositivi formali, per farne tesoro più tardi. Già Ungarelli aveva annotato che proprio questi brani (del secondo dei quali riportava qualche riga in più) potevano apparire:

frammenti, nel senso gaddiano di volontari espunti da una rappresentazione più vasta […]. O, forse, inversamente, annotazioni strappate da un taccuino d’appunti, note di getto, trafugate dalle opere, dalla fatica dei cantieri. | Due ipotesi opposte, ma ambedue ammissibili, che hanno in comune l’estraneità dell’assunto pratico dell’articolo e che rinviano direttamente al frastagliato arcipelago gaddiano, le cui emergenze, separate dal mare del tempo, sono solo in apparenza staccate le une dalle altre, ma nel profondo ben unite in un’unica sostanza. (Ungarelli 1993c: 59-60)

Muovendo di qui, Bertone, nell’Introduzione del volume da lei curato (Gadda 2005a: 14-18), scompone due tra le immagini in questi brani, per interrogarsi sull’origine di esse, e per identificare la forza generativa che vi presiede. I due casi, però, sono tali da suscitare qualche dubbio circa l’utilità di una ricerca delle origini. Vediamoli partitamente: il secondo è quello in cui è più facile assentire con la curatrice – pur astenendosi dalla persuasione che vi si misuri un ritrovamento capitale – giacché concerne la prima occorrenza ravvisabile del sintagma «popolo degli ulivi», adottato qui in uno slargo descrittivo che si legge in Colonizzazione del latifondo siciliano:

e il tardo popolo degli ulivi, figlio dei secoli, mette i suoi cespi rotondi, scuri, su acclivi arature, e poi su, su, fino a varcare, quasi trasmigrando, le grige spalle del monte. (Gadda 2005a: 123-24) (2)

Come Bertone segnala, ci si trova al cospetto di quella figura del «popolo degli |alberi|» – tipica di certo paganesimo druidico di Gadda, derivazione immaginosa di una protesta infantile tanto antipedagogica quanto anticivile (3) – che Roscioni ha ampiamente illustrato nella Disarmonia prestabilita. Ora, è ben vero che questo articolo di ambiente siciliano testimonia l’esistenza di un nuovo lemma, da aggiungere al registro redatto da Roscioni; nuovo e senz’altro più arcaico degli altri, quanto all’ulività dell’immagine. Ma è altrettanto vero, per contro, che parlare sotto questo rispetto di origine o di forza generativa è forse troppo. L’origine dell’immagine interessa l’umanizzazione e, conseguentemente, la socializzazione metaforica di un genere vegetale; che al secondo elemento del sintagma siano, di volta in volta, ascritti gli ulivi o, altrimenti, i pini, i cipressi, i castani, i faggi, i pioppi, gli abeti, riguarda piuttosto «i dati accessori e periferici dell’immagine» (Roscioni 1995a: 50).

Non dissimile è il primo caso sollevato da Bertone, ancorché l’intricata complicatezza di rinvii interni giustifichi un esame più esteso. Sempre sulla scorta degli appunti di Ungarelli citati sopra, la curatrice ritaglia un altro scorcio descrittivo, collocato verso la fine dell’articolo sui Nuovi borghi della Sicilia rurale:

Ho veduto i raduni bianchi dei cubi nella immensità della terra, quasi gregge portatovi da Geometria: e una limpida disciplina di masse, riquadri, diedri, gradi; e li avviva una grazia semplice, un’opportunità dell’atto, una speranza. E mi parvero già custoditi dal senno: non nati dall’arbitrio tetro, come può accadere a chi ha matita tra mano da fare i rettangoli, e soltanto matita. E vi erano brevi, puri portici: tinti alla calce i volti, i pilastri: e a sfondo il sereno. Archi a sesto, campiti di turchese. E la torre. Sul lastrico del cortile erano portate le ombre, come ore. E gli sgrondi cadevano alla serpentina lunga dei tegoli veduti in taglio, quasi ghirigoro o belluria: ma non ghirigoro, disegno sano anzi e venuto da necessità. E la porta era accesso già sacro, e la cucina in luce, con l’acquaio, pareva sbandire tutti i mali del luogo come dèmoni il fulgore dell’Arcangelo. (Gadda 2005a: 119, miei i corsivi)

Il passo è davvero notevole: in se stesso, prima di tutto; e in secondo luogo per la posizione che occupa nel complesso del testo, il quale – per legature argomentative e nitore dell’apparato stilistico – sarebbe stato degno d’inclusione, nonché nelle Pagine di divulgazione tecnica, addirittura negli Scritti dispersi. Tornati alla questione intratestuale, però, occorre meditare su quanto Bertone annota (Gadda 2005a: 15-16). Ci è detto che, di là dall’«identificazione di un’elegia dell’ordine naturale “molto gaddiana”, importa segnalare che parte della sostanza caratterizzante di quel paesaggio verrà ridispiegata e diluita» in scritti successivi, e in specie nell’Adalgisa (4) e nel Pasticciaccio. (5) Dal che si inferisce una linea generativa che dall’ipotesto del 1941 (I nuovi borghi della Sicilia rurale) condurrebbe al 1942 di Quattro figlie ebbe e ciascuna regina, e finalmente ai 1948-53 e 1956 del Pasticciaccio (rispettivamente cap. VIII e cap. IX). (6) Scrive in effetti Bertone:

Si dirà che i «diedri», in Gadda, vengono da lontano (cioè dal Racconto italiano di ignoto del novecento) e sono destinati a fare molta strada, tra La Madonna dei Filosofi e Il castello di Udine, anche se non quanto le «torri»: rimane il fatto che per un articolo che gli costa fatica «inutilmente perfetta», lo scrittore conia l’insieme cubi/diedri/sgrondi/torre/ore, che dalla sua memoria o dalle sue carte […] recupererà in circostanze narrative di ben altra importanza. (Gadda 2005a: 16)

Ciò è senz’altro vero, almeno per quel che concerne la contemporanea immanenza dei cinque addendi lessicali che sono stati isolati a fini dimostrativi, la quale non credo possa essere rintracciata in alcun altro luogo gaddiano. Non è sicuro, tuttavia, che nella somma di essi si misuri davvero una origine dell’immagine, o delle immagini, come sarebbe meglio dire. Sembra di poter dire che qui non di una immagine si tratti, ma di un vero e proprio repertorio descrittivo variamente oggettivato e già codificato ideologicamente: le case nella campagna come un cielo di nuvole in quanto segni di un lavoro umano che, nella sua teleologica disposizione, assume una sorta di naturalezza di secondo grado. Donde il sospetto che in un tale repertorio gli addendi lessicali isolati non si possano semplicemente sommare, né possano costituire una serie finita, che escluda altre e consimili elaborazioni paesistiche. Scorso il primo tratto dell’Adalgisa, leggiamo al decimo paragrafo un brano di questo tenore:

I cubi delle case e delle ville parevano bianchi e chiari, per una gran dolcezza che fosse, come verità, nella terra serena. […] Da presso le ville si vedevano avere un lor tetto di falda scura e lenta, di cui emergeva il tepido muro della torre. Alta, bianca, nell’imminente chiarità della notte, come rocca da guardare tutte le terre all’intorno [opposto a nella immensità della terra]. (RR I 292-93, miei i corsivi)

è ben vero che qui le tangenze lessicali specifiche con il passo dei Nuovi borghi della Sicilia rurale sono meno numerose di quelle rintracciate da Bertone, o meglio: sono meno numerose di quelle che Bertone rintraccia mettendo in linea tre brani, ognuno dei quali non conta tutti gli addendi che comporrebbero la serie. Ma è pur vero, e si tratta forse dell’aspetto decisivo della questione, che vi si reperisce il motivo che dà avvio alla figurazione: le case di campagna come cubi bianchi; uno sguardo che congiunge il «tetto» delle case a un oggetto intorno a cui la figurazione si incentra: la torre che domina la campagna. (7) Seguono ulteriori rispondenze, più o meno alluse ma rilevate: a) un risvolto interpretativo qui accennato, e in séguito meglio elaborato, sulla «dolcezza» motivata da «verità» che diverrà «grazia semplice» dovuta alla «Geometria», insomma la «necessità» che si declina poi in termini di «limpida disciplina» e «opportunità dell’atto» e «speranza»; b) la tendenza all’iterazione coloristica, qui contenuta nell’endiadi iniziale («I cubi delle case e delle ville parevano bianchi e chiari»; (8) e c) la diversità tipologica, ma non epica in senso lato, dell’aggettivazione concernente la terra (natura) che accoglie nel suo seno le case (lavoro umano): «serena» qui, e nei Nuovi borghi «immensa».

Ora, facciamo caso a un dato: Notte di luna esce, prima di essere aggiunta alla compagine dell’Adalgisa, il 15 giugno del 1942 sulla rivista Primato; ma, com’è risaputo, risale addirittura al 1924, e precisamente a uno studio steso il 26 luglio di quell’anno a séguito della nota compositiva n. 25 del Racconto italiano. La lettura della redazione originaria (SVP 421) non rileva differenze significative, almeno quanto al rimando intratestuale di cui qui si discorre: troviamo già i «cubi delle case», (9) che paiono «bianchi», lo sguardo rivolto ai «tetti», «una torre» che domina e la «grande dolcezza» «nella terra serena». (10) Sembra di poter dire che il conio della descrizione si trovi dunque in Notte di luna, un testo assai rilevante nella storia scrittoria di Gadda e tuttavia «enigmatico» (Manzotti 2004b: 160), tanto in se stesso quanto perché traslocato, dal Cahier d’études, in testa all’Adalgisa, con i disegni della quale intrattiene rapporti oscuri ma verosimilmente non «stravaganti». (11) E, sotto questo rispetto, sembra di poter anche aggiungere un’altra osservazione: il Gadda articolista che, nel 1941, si trova a dover inframmezzare il suo propagandistico resoconto delle riforme agrarie e sociali del regime in Sicilia, pensa bene di recuperare, non è detto solo mentalmente, uno squarcio descrittivo-definitorio della giovanile impresa romanzesca, e riadibirlo – previa elaborazione che non si applica all’ambiente specifico, ma che risulta piuttosto perfettiva in senso lato – a un contesto del tutto eterogeneo a quello inizialmente ritratto. Il che mi pare tagli corto, un’ulteriore volta, circa l’idea di un Gadda alle prese con la complessità del reale, o con una realtà complessa: (12) anzi, ci riconferma la tendenza tipica gaddiana a distendere sulla pagina, apis more modoque, un formulario linguistico che è già ideologico, e dunque interpretativo; non interpretativo del mondo però, ma di se stesso in quanto formulario. Ciò che, altrimenti, si potrebbe spiegare con una sorta di protratta autocoscienza stilistica, il più rilevato esito cui sia dato giungere a uno scrittore. Se questi articoli divulgativi, tecnici o autarchici, quali si voglia nominarli, non sembra ci forniscano indizi o prove circa l’origine di alcunché in Gadda, è pur vero che costituiscono un importantissimo tassello della sua iperbolica curva di scrittore, e per ciò la loro ristampa è uno dei segni che rinfranca circa la salute e il fervore degli studi gaddistici.

 

2. I criteri editoriali che Bertone ha stabilito, per fornirci queste pagine così importanti, sono ad un tempo semplici e rigorosi. La curatrice dispone i dieci articoli in ordine cronologico, pubblicando in testa ad ognuno: a) l’occhiello redazionale, ciò che avviene per quattro testi della serie: Le risorse minerarie del territorio etiopico, pp. 61-68 (occhiello: Orizzonti dell’impero); I problemi idro-elettrici, pp. 69-76 (occhiello: L’assetto economico dell’impero); La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, pp. 77-82 (occhiello: Volontà e azione nell’Italia d’oggi) e Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti (occhiello, alquanto guardingo: Echi dal mondo); b) il titolo vero e proprio; c) l’indicazione tra parentesi tonde della prima sede e della data di stampa; a tutto ciò si aggiunge, in calce ad ogni testo, d) il nome d’autore rilevato in grassetto, secondo il modo usato nell’articolistica da periodico. Anche Bertone, com’era avvenuto a Silvestri, non dispone evidentemente dei manoscritti, là dove essi costituirebbero un soccorso davvero vantaggioso per chi ristampi una serie di testi per i quali è probabile una scarsa o nulla cura dell’autore in sede di revisione delle bozze. Per questa ragione la curatrice emenda, quando serve, ope ingenii: corregge i refusi più banali senza specifico richiamo, inserisce a testo integrazioni tra parentesi uncinate, e segnala in nota quei luoghi il cui restauro, per l’appunto inferenziale, costringerebbe a manomettere la lezione preservata dai testimoni. (13) A tutto ciò si aggiunga una sorta di registro delle didascalie, collocato in calce ai tre articoli che, nella sede originaria, contemplavano anche fotografie a fini di illustrazione del discorso. Su tutto ciò si può rilevare solamente, ma si tratta di rilievi abbastanza marginali, che la scelta di trascrivere a testo, in ognuno degli articoli, anche l’occhiello redazionale è forse discutibile, benché in ultima analisi giustificata dal dubbio circa il carattere redazionale anche dei titoli (ciò che avviene e avveniva non di rado, almeno nella stampa quotidiana). Per le stesse ragioni, qualche perplessità suscita la stampa a testo e delle indicazioni bibliografiche, subito sotto il titolo tra parentesi tonde; e del nome d’autore, dieci volte reiterato in chiusa di ognuno dei testi: meglio sarebbe stato, riguardo al primo punto, indicare solo in nota i luoghi di edizione originaria degli articoli, fra quadre, dal momento che costituiscono un intervento dell’editore; e meglio sarebbe stato, in una stampa in volume, soprassedere nella riproposizione alquanto macchinosa di un nome d’autore che figura ovviamente nella copertina e nel frontespizio del volume stesso. In ultimo, sarebbe forse opportuna, entro una futura ristampa di questo breve libro, provvedere a un’appendice entro la quale collocare le fotografie che i testimoni originali esibiscono: se il procedimento illustrativo sia stato voluto da Gadda, e addirittura le fotografie scelte da lui, non è dato sapere; ciò non toglie che le quattro fotografie dell’articolo I nuovi edifici nella Città del Vaticano; le nove di La donna si prepara ai suoi compiti coloniali; e le quattordici persino di La colonizzazione del latifondo siciliano facciano corpo con i testi così come i testimoni li forniscono.

Anche sono rigorosi, e davvero condivisibili, i termini nei quali Bertone inquadra la questione del fascismo di Gadda, tema che manifestamente questi articoli sottopongono nuovamente all’attenzione degli studiosi, per gli argomenti almeno parzialmente propagandistici che vi sono contenuti, e insieme per il momento storico cui i testi appartengono. L’inquadramento non indulge né nella discolpa aprioristica, né in una posticipata inquisizione ideologica: non per effetto di una volontà di compromesso, però, ma al contrario in virtù di una argomentazione equanime e spassionata. È accorto, questo esame della questione, perché si colloca al centro dell’arco ideologico del dibattito, ormai annoso; e propriamente tra i due estremi costituiti dai colpevolisti (per esempio Dombroski 2002: 124-40, Hainsworth 1997) e dai più persuasi innocentisti (Pecoraro 2002b, Stellardi 2006: 135-43). La posizione della curatrice è, in sostanza, affine a quella di due storici, Zunino e Villari, i quali hanno riconosciuto l’indubitabile intersezione dell’etica gaddiana con alcuni lemmi, non accessori, dell’ideologia fascista; ma hanno anche negato l’idea di una sua «adesione ossequiente» al regime. (14) Scrive infatti Bertone: «Comunque si decida di valutare queste e altre pagine redatte nel ventennio, non si potrà certo ricavarne che Gadda fosse capace di opportunismo politico, di compromessi ideologici, o addirittura che fosse un fascista convinto» (p. 34). La questione in oggetto è intricata, specialmente perché risiede in una questione seconda, su cui gli storici e gli studiosi dei movimenti politici moderni non hanno cessato di arrovellarsi, e su cui non è detto che per gli studiosi di letteratura sia facile pronunciarsi: quale sarebbe, effettivamente, la sostanza ideologica del fascismo in quanto istituzione di governo totalitario, in quanto scenografia massificata che opera per idealizzare i segni del controllo sociale totalitario e in quanto movimento meno unanime e più conflittuale di quanto non volesse apparire? Non è questa la sede per analizzare le differenti risposte fornite dagli studiosi entro il dibattito. Frattanto sarà meglio segnalare un interessante luogo di uno degli articoli che Bertone ha ristampato, ossia il più volte citato I nuovi borghi della Sicilia rurale. L’articolo è degno di nota, riguardo a ciò di cui si discorre, sia perché invaso più di altri dalla istanza propagandista a favore del regime; (15) sia per un passo che, lungi dall’indicare una soluzione al dibattito, sembra invece intricare ancor più le cose. Descrivendo la condizione annosa e, anzi, secolare del latifondo siciliano (i «vasti pianori assolati, privi di corsi d’acqua e scarsi di circolazione idrica subumane», le «argille molto più compatte e fosforiche di quel che non risulti alla marra ed al seme la duna quaternaria dell’agro pometino, o dei calanchi appenninici fra Toscana e Romagna», e anche i «terreni di medio impasto, atti quindi alle semine e alle colture cerealicole», Gadda 2005a: 110-11), l’articolista diagnostica:

Ne risulta una condizione strana, che alletta la disperazione al lavoro e sembra defraudarla del premio; e che si lascia definire da alcune note di fondo, quasi un doloroso accordo tematico: […] 6°) Conseguì ancora, s’è visto, il raduno di folte moltitudini in grandi e pochi villaggi, i quali assumono l’aspetto di un doloroso assembramento di poveri, a cui difetta il vivere, manca l’agio della casa e, sulle spalle dogliose, lo scuro mantello a gennaio. La Conversazione in Sicilia di Vittorini esprime nei segni di poesia amore e pietà di questi suoi fratelli diseredati. […] 9°) Ma la reale gestione agronomica delle terre, cioè d’uno o più «spezzoni» del feudo, si riporta «in facto» alle mani di un imprenditore e intermediario, il «gabellotto» […], che affitta dal principe a conto proprio per subaffittare ai coloni […]. Il disinteresse del principe lontano, la pazienza dei poveri sembra abbia consentito alla specie del «gabellotto» di configurarsi in alcune dimensioni non del tutto o non sempre encomiabili nelle distrette di una contingenza assai ardua. Del resto sono uomini esperti del vivere e figli in certo modo della durezza, dotati molte volte di capacità direttive, conoscitori della terra, pratici del mestiere (mestieraccio) […], che portano su di sè la rampogna dei pochi e assenti, e la rancura dei molti e presenti, e affaticati, in una economia affaticata. (Gadda 2005a: 111-13)

La citazione è lunga, e i molti segni d’espunzione indicano che è estrapolata da un luogo ancora più esteso. Se vi si indulge, è perché essa mette sotto gli occhi del lettore la disposizione essenzialmente contraddittoria con cui Gadda traccia questo schizzo sociologico della Sicilia rurale prima della riforma patrocinata dal regime. Subito va rilevata l’indulgenza dello scrivente nei confronti del popolo degli umili, dei poveri contadini ovvero dei cafoni (per dirla con un Silone). Di là dal rinvio diretto al romanzo di Vittorini, nella evocazione del «doloroso assembramento di poveri, a cui difetta il vivere», si sente un’eco del manzonismo gaddiano, alquanto sfocato invero e generico. Ciò da un lato, ma dall’altro è proprio il rinvio diretto a Conversazione in Sicilia che ci interessa. Gadda menziona, infatti, un romanzo uscito a puntate su Letteratura tra l’aprile del ’38 e l’aprile del ’39, subito subissato di critiche da parte fascista, e poi ripubblicato in volume nel marzo ’41 con un titolo, Nome e lagrime, che intendeva distogliere l’attenzione della censura dalla ristampa. Vero è che nel febbraio ’41, quando la Nuova Antologia stampa I nuovi borghi della Sicilia rurale di Gadda, Nome e lagrime non è ancora apparso presso la stamperia Parenti (quella della Madonna dei Filosofi, del Castello di Udine e insomma quella di Gadda fino a L’Adalgisa esclusa); né ancora è uscita la prima versione di Americana, che il regime bloccherà prima che sia distribuita, costringendo Bompiani a ripubblicarla con una prefazione di Cecchi in luogo di quella del curatore Vittorini; è improbabile, tuttavia, che Gadda non fosse a conoscenza della posizione ormai pregiudicata di Vittorini agli occhi degli intellettuali schiettamente fascisti, e agli occhi di chi, dall’interno del regime, vigilava severamente sull’ortodossia degli intellettuali in genere. Sicché, nella menzione del romanzo vittoriniano, si potrebbe cogliere un principio di critica a un regime che si apprestava a riformare l’arretrata società agraria in Sicilia, ma in grave ritardo, se già da tempo aveva anche messo in scena l’immenso spettacolo del duce a petto nudo che falcia e ara la terra.

E tuttavia, come intendere l’oscillante definizione della figura del gabellotto e delle sue funzioni parassitarie in seno all’estensiva e disastrata economia siciliana? Da un lato l’articolista annota, in un passaggio che ho prima espunto, che egli «Arrogatosi per normale contratto e corresponsione del canone un appezzamento, magari estesissimo, lungo un determinato periodo di anni, lo governa a sua posta, osservando tuttavia la prescrizione d’uso, ma talvolta anche non osservandola: e in talun incontro evadendo dal recinto dell’uso per la scappatoia del mal tollerabile e comunque tollerato abuso». Ma anche, dal lato opposto, rinfranca il suo lettore con un trascorso sintattico reciso e ben colloquiale, che presiede a una sorta di ricomposizione in buon senso dell’eventuale puntura critica: «Il disinteresse del principe, la pazienza dei poveri sembra abbia consentito alla specie del “gabellotto” ecc. Del resto sono uomini esperti del vivere e figli […], dotati molte volte […], conoscitori della terra, pratici del mestiere ecc.» (miei i corsivi). C’è in tutto questo – e specialmente nelle oscillazioni tra rilievo allusivamente critico ed excusatio bonaria, ma altrettanto allusiva – qualcosa della riluttanza tipicamente gaddiana a chiamare le cose con il loro nome, quantomeno in quei contesti ove non si possa ricorrere alla comoda copertura del discorso narrativo e quindi fittivo. Ma sono pure difficili da districare le ragioni per le quali lo scrittore, che giudica «piuttosto fessi» i due articoli sul latifondo siciliano (così qualificati in una lettera al cugino Gadda-Conti, cfr. Gadda 1974c: 54) e che, più in genere, lamenta la scarsa rendita economica che l’attività di articolista gli vale, a fronte del faticoso impegno, (16) accetti comunque di sobbarcarsi tale fatica. E ciò, per giunta, in un momento in cui – come sosterrà ventisette anni dopo nell’intervista concessa a Dacia Maraini (17) – ha già scoperto il volto ottusamente demoniaco del regime che doveva celebrare in quegli articoli, sia pure moderatamente. La spiegazione tentata da Ungarelli, (18) non sembra che basti a risolvere l’enigma, soprattutto nei suoi aspetti ideologici, perché ci consegnerebbe l’immagine di un Gadda che, ben più di Accetto e dei suoi discendenti moderni durante il ventennio (e si pensi a Muscetta o ad Alicata, secondo lo stesso ricordo del primo), si dedica all’ascesi d’una dissimulatissima onestà.

 

3. Ora, per riprendere la questione da un altro angolo, recuperiamo uno dei molti spunti di Ungarelli che, su questa scrittura divulgativa di Gadda, sono degni di essere meditati: «al di là delle singolari procedure gaddiane, resta da chiarire la complessità, se non a volte addirittura la macchinosità degli articoli dell’autore della Cognizione, che richiedevano, non v’è dubbio, lunghi, antieconomici tempi di lavorazione». Il critico, per compiere un primo passo sulla via del chiarimento, propone una sorta di diagramma dell’articolo-tipo, esemplificato guarda caso per mezzo del testo di cui si è or ora discorso: I nuovi borghi della Sicilia rurale. Tale diagramma è tripartito, e contempla un primo tempo concernente una «digressione o ricostruzione storica attinente l’argomento trattato»; un secondo tempo che si occupa di incarnare immaginosamente il tema: «la visione tecnica di Gadda […] cede sovente alla descrizione di esterni ispirata all’amore tutto padano per il paesaggio agricolo (il richiamo della terra) dove si armonizzano la natura e il lavoro dell’uomo»; e infine un terzo tempo che «potrebbe essere definito “legislativo-encomiastico”» (qui e sopra, Ungarelli 1993c: 58), ossia più specificamente demandato agli obblighi propagandistici verso le opere della dittatura.

Aderente senz’altro al caso specifico, non so se un simile diagramma basti a irrigimentare tutti gli articoli che Bertone ha ristampato con I Littoriali del Lavoro, né in verità la maggior parte di quelli già editi da Silvestri nelle Pagine di divulgazione tecnica. Ma il suggerimento analitico è fruttuoso, perché rimarca un tratto compositivo ricorrente in questi scritti, vale a dire la costituzione giustapposta di blocchi discorsivi tra loro non legati. Può accadere che questi blocchi risultino persino affastellati l’uno dopo l’altro, in una forma che richiama la scrittura per appunti. Nell’articolo intitolato alla Divulgazione tecnica, per esempio, succede che lo scrivente tratti della condizione economica e produttiva degli Stati Uniti: descrive così le risorse naturali americane, la progressiva automazione del suo impianto industriale, avanza un confronto con la produzione europea e della sempre più estensiva taylorizzazione in America. Dopodiché annota, in apposito capoverso, queste sue considerazioni davvero brachilogiche: «E allora l’idea dei quattro giorni di lavoro per settimana; e la organizzazione della vendita, ecc., ecc.; dacchè gli Stati Uniti possono produrre e produssero nel 1927-28 circa il 50% (grosso modo) in più del loro consumo. (Tabella interessante inserita nel testo)» (Gadda 2005a: 47). Questi appunti servono evidentemente a commentare i rischi di sovrapproduzione in un’economia con possibilità limitate di consumo, e illimitato potere di produzione. Non bisogna dimenticare, però, che siamo in presenza di un passo estratto da un testo mandato a stampa, e non di un appunto preparatorio di qualunque tipo. Per comprendere l’indole di questo inserto elencativo, dunque, occorre isolare micro-indizi: si noterà l’ossatura sintattica del capoverso (con punti e virgola a regolare la contiguità tra i lemmi di un elenco, e il verbo sottinteso della prima frase), oppure la sprezzatura inerente alla doppia locuzione avverbiale di parsimonia esemplificativa, e in ultimo la chiusa incidentale, a sua volta frase-periodo priva di verbo reggente. Si noterà, insomma, che tutto ciò serve allo scrivente per ostentare quel carattere di appunto di lettura di cui il lettore era già consapevole, ma che prima non aveva informato il tenore del discorso. E qualcosa di molto simile, di là da altri e ancora più minuti esempi, potrebbe dirsi dell’intero articolo …e le loro forze terrestri, e anche di questo brano che ne estraggo:

MURA. – Etrusche e paleo-italiche in pietra, per lo più al sommo delle colline; ma anche, talvolta, costituite da terrapieni, rincalzati da puntelli di legno. I Romani fanno altrettanto, con maggiore agilità. Interrompono il corso liscio della cortina muraria con torri, quasi sempre sporgenti, da cui battere d’infilata gli assalitori. Le torri sono più alte delle mura. Talora il materiale usato è il laterizio: dopo Augusto prevale l’opera cementizia rivestita di mattone di grosso spessore, o di pietra squadrata. […] Torri quadrate, o poligonali, o circolari; spesso rettangolari con lato esterno arrotondato. Avanzi e insigni monumenti di esse in Europa, in Africa, in Asia. (Gadda 2005a: 103) (19)

Altrimenti può accadere che il discorso sia così limpidamente schematico – come in Le Marine da guerra delle Nazioni belligeranti… (Gadda 2005a: 83-95), che è il testo subito precedente a quello appena citato – da innalzare a vero modus elocutorio l’organizzazione seriale e brutalmente ontica della scrittura per appunti, che qui sono anche statistici e spesso tra loro irrelati. In mezzo a queste due eventualità estreme, stanno tutti gli altri articoli, meno o più legati, meno o più indulgenti in bellurie stilistiche e in tecnicismi (toponomastici e non), meno o più impersonali nella presa di parola.

Questi blocchi discorsivi, giustapposti per via di mediazioni meno o più rilevate, sembrano corrispondere a una inclinazione intima della scrittura gaddiana in genere, che potremo rileggere sotto il rispetto di un andamento essenzialmente bipartito, e per il quale si potrebbe proporre l’antinomia di definizione e commento. (20) Caso vuole che, in articoli astretti da una necessità di propaganda nei confronti del regime, questa antinomia possa riformularsi attraverso il binomio, essenzialmente sinonimo, di propaganda e ironia. Ambedue questi titoli, però, andranno presi alla lettera o, meglio ancora, al grado zero: non è sempre detto che in queste pagine la propaganda consista in diretta e consapevole lode della politica e delle riforme volute dalla dittatura fascista; né che l’ironia costituisca una volontaria messa alla berlina di questa politica e di queste lodi. Quanto alla propaganda, si potrebbe proporre la parafrasi di azione discorsiva intesa a conquistare il lettore circa la verità sostanziale dell’asserto, vedendovi in atto quella vocazione etica che Gadda ha sempre rivendicato alla propria scrittura, senza tuttavia uscire da formulazioni alquanto astratte, quando non oscure. Quanto alla ironia, invece, potrebbe valere: effetto di controdeterminazione prodotto dal richiamo di un certo numero di compossibili linguistici giustificati o meno dal contesto. Data quest’ultima parafrasi – insufficiente, come accade, e per giunta non nuova (21) – è abbastanza facile richiamare la celebre rivendicazione di ingordigia verbale con cui l’autore giustifica un suo discorso sulla lingua letteraria e su quella d’uso:

I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o d’uso rarissimo. Sicché dò la palla nera alla proposta del sommo e venerato Alessandro, che vorrebbe nientedimeno potare, ecc. ecc.: per unificare e codificare: «d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano». Non esistono il troppo né il vano, per una lingua. (SGF I 490)

Al facile richiamo, però, urge accludere una puntualizzazione, già suggerita da Manzotti, più che altro sulla dovizia soprattutto sintattica, e non solo o non principalmente lessicale, della scrittura di Gadda. (22) Dal che si passa a intendere questa prassi binaria come costruttiva del discorso, e non tanto prodotta dal solo differenziale tra i campi del lessico. Vediamo intanto qualche caso di tutto ciò, registrando a margine dell’esemplificazione che alcuni dei più comuni ritrovati dello stile gaddiano (la frase nominale in incipit di paragrafo, magari con dislocazione a destra di oggetto o soggetto; le marche intonative che chiudono brevi frasi, magari nominali anch’esse; l’uso insistente dei due punti con funzione meno presentativa che esplicativa ecc.), sembrano funzionali a delimitare quella che abbiamo detto definizione, onde preparare il commento:

Ragazzi: con gambe come spàragi. Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero (RR I 694)

Di là dal muretto, una stradaccia. Ghiaiosa, a forte pendenza, con lùnule di piatti infranti, o d’una scodella, tra i ciòttoli, od oblìo di un rugginoso barattolo […] | Percorsa da pedoni radi, la strada: e talora, in discesa, da qualche ciclista di campagna con bicicletta-mulo (RR I 713) (23)

Il Politecnico di Milano! Non so se una sadica punta sia, nel milanese e nell’orbo, che vuole del pari orbo l’alunno: certo quell’aula senza finestre, stipata ecc. (Gadda 2000b: 206)

Quel trasloco a Lambrate si verificò in tutta puntualità: il novecentesco evento, ruota inesorabile, stritolò le ultime, le più care briciole della speranza. (Gadda 2000b: 208)

I quattro esempi hanno in comune la doppia partita discorsiva per la quale, attraverso mera contiguità nello spazio, è anticipata una asserzione e al contempo preveduto il suo commento. Nel primo esempio (con i due punti che anticipano una descrizione orientata dalla similitudine, e soprattutto dalla parte esplicita del foro su cui appoggia l’analogia), (24) quanto negli altri, il primo enunciato ha l’effetto di isolare un contenuto discorsivo di cui si postula a ritroso, cioè in ragione dello stesso atto di isolamento, la mera datità. Ciò è solo apparente, perché le qualificazioni commentanti (ossia ironiche) sono predisposte propriamente da quei medesimi ritrovati puntuativi che servono a isolare, prima del commento, la definizione. Si è già vista l’occorrenza del sistema |due punti + descrizione similitudinaria| nel primo esempio; ora si consideri la qualificazione temporale («novecentesco evento») che, nel quarto esempio, implica una ridefinizione posticipata, ancora dopo i due punti, che qui assume esito ironico prima di tutto per ciò che appare, agli occhi del lettore, una ridondanza informativa, la quale a sua volta prepara la più esplicita asserzione del séguito: «stritolò», come una «ruota inesorabile», «le ultime, le più chiare briciole della speranza». Il brano contenuto nel terzo esempio sembra funzionare, a grandi linee, come il primo; con la differenza dell’esclamativo – che finge mimesi del parlante nei confronti della comunità dalla quale è idoleggiato il politecnico come istituzione eletta – utile ad anticipare, dopo aver isolato il sintagma alla fine del quale cade, la conseguente presa di distanza insita nell’asserto in prima persona del narratore («Non so se una sadica punta ecc.»), tanto esplicito quanto ironicamente dubitativo. Il secondo esempio, finalmente, contiene il brano più complesso, per il quale si rimanda volentieri a Manzotti 1996, solo osservando che già nell’enunciato esistenziale isolato («Di là dal muretto, era [sottinteso] una stradaccia») il derivativo introduce un’istanza commentante; e che il séguito, concentrandosi subito e quasi completamente su ciò che è nella strada (la ghiaia, i frammenti di piatti, i sassi, il o i barattolo/i), e non sulla strada in sé, riduce il contenuto assertivo a mero supporto del commento.

In questi e simili esempi è assai evidente la divaricazione e, insieme, la contiguità di sintagmi che testimoniano i due atteggiamenti discorsivi. Va da sé che, se anche molti altri esempi in questo senso potrebbero essere reperiti, non sempre la linea di demarcazione è a tal punto rilevata. In alcune circostanze, come nella seguente, l’intreccio tra le due fasi discorsive – già di per sé poste in una relazione parassitaria per cui la seconda insiste sulla prima – è non solo stretto, ma propriamente disseminato:

Il Pestalozzi apparve, scura persona, dal buio, da sotto il vòlto: camminò alla macchina: si distingueva la bandoliera, bianca, a rilevare la speditezza degli atti in un elegante apparato d’autorità. (Pasticciaccio, RR II 189)

Questo estratto è narrativo, e quindi non bisognerà leggerlo alla luce del binomio definizione/commento; bensì alla luce di un suo omologo più articolato: azione + qualificazione dell’agente/ambiente. Si noterà per prima cosa che si compone di tre membri frasali, i cui confini sono segnati dai duplicati due punti. Nel primo membro prevale una sorta di lavorazione sinonimica dell’enunciato base (Il Pestalozzi apparve da sotto il vòlto), con disposizione a chiasma, ove la qualificazione dell’agente (scura persona) si riflette anche in termini luministici nell’astratto (buio) poi circostanziato (dal vòlto). Tale lavorazione, che annuncia il commento successivo, implica una prima frattura nell’azione, diciamo quasi una ripresa dopo i due punti (camminò alla macchina), cui fa séguito una particolarizzazione foriera di qualificazione ironica dell’agente. Ironica, in questo caso, per pure effetto di distinzione di Pestalozzi dalla congerie anonima dei carabinieri, dei quali il narratore, nelle pagine precedenti, irride e l’autorità e l’eleganza. (25) Sicché i tre membri si implicano reciprocamente nella premessa, nell’arresto e nella ripresa del commento all’azione-base. Ciò che anche da questo esempio risulta, è la scarna brevità, spesso non qualificante, dei segmenti frasali che importano asserzione; essi, proprio perché scarni, richiedono una o più postille successive, che divengono così ricetto della qualificazione precedente omessa o rigettata. Il doppio movimento è ironico a livello propriamente strutturale: di là da ciò che il commento dice, ossia di là dalla semantica delle qualificazioni. Esso finisce per delimitare il campo della scrittura gaddiana, entro il quale non sembra potersi enunciare alcuna qualità degli oggetti linguistici senza prima isolarli, e commentarli poi.

Vediamo ora qualche esempio di ciò tratto dagli scritti divulgativi che Bertone ha ripubblicato, per verificare se anche in un contesto tanto differente si possano rintracciare i due atteggiamenti descritti. Conviene rilevare, prima di ciò, che accostando questi testi dovremo fare i conti con fenomeni di scrittura ad un tempo più lineari e più complessi: più complessi, giacché si tratta di scritti solo idealmente tecnici o divulgativi, e invece materialmente costretti a riflettere (con un meno o un più, ossia deprimendo o esaltando) un contenuto propagandistico che è loro premesso dalle condizioni politiche, e quindi dal discorso in cui si collocano storicamente; più lineari o meno esemplari, d’altronde, ove si consideri che lo scrittore vi si esercita con meno rigore del consueto, e ciò per ragioni che valgono non solo in Gadda, ma che riguardano: a) il genere letterario in sé (articolo tecnico vs elzeviro o racconto o capitolo di romanzo, ecc.), b) le motivazioni dell’autore (economica da un lato, e dall’altro di conservazione di uno status), c) di obblighi che precedono anche logicamente la scrittura (la circostanze storica, per l’appunto, che può imporre sgradite costrizioni, compiti desiderati o qualcosa a metà tra le due evenienze, poco importa: la necessità di propaganda, insomma, si configura come presupposto discorsivo che pre-giudica la leggibilità di questi scritti). Per queste ragioni, è abbastanza sicuro che non troveremo nei Littoriali del Lavoro esempi concentrati e modellizzanti come quelli che abbiamo esaminato sopra, e che dovremo attenderci transizioni frasali più prudenti, scarti meno rilevati tra qualificazioni del comparto commentante e nettezza di quello assertivo, talora effetti ironici manifestamente involontari. Ciò detto, estraggo tre luoghi da altrettanti articoli, corsivando:

Analisi e sintesi, le due grandi attività e le due grandi passioni dello spirito presso i popoli più intelligenti e più energici devono operare sul materiale vivo della vita: il cittadino amante del progresso e dell’elettrificazione, prima di declamare al caffè i suoi sette entusiasmi, è bene che sappia come si organizza e quanto costa una stazione ferroviaria o una centrale elettrica. Poi sognerà la palingènesi elettrica dell’umanità. (Divulgazione tecnica, Gadda 2005: 42-43) (26)

La zona occidentale o del Governatorato comprende altresì la palazzina del Cardinale Arciprete, nuovamente eretta oltre l’edificio de’ Tribunali e delle Carceri. La Stazione Radio pare una piccola, magica scatola deposta lassù fra i nuovi oleandri ed i pini, che si rivestono della loro «novella fronda» nell’antico memorare del colle. (I nuovi edifici nella Città del Vaticano, Gadda 2005a: 55)

Una donna che sa medicare una ferita, approntare il pane, cuocere un cibo un po’ duro, capir subito che cos’ha il suo bimbo, che strilla tanto perché gli fa molto male il pancino; una donna che sa piantare una tenda, schiacciare un rospo, rifiutar l’acqua marcia e trovare la buona; e andare, insomma, un po’ sciolta nel mondo e quindi anche in A.O.I., guarita dall’orripilante timore pel primo lucertolone che le saetti tra i piedi, quella è giusto la donna che ci vuole oggi, in patria e in colonia. Dunque, coraggio e avanti. La donna-salame in barca, francamente, per costruire l’Impero non serve. (La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Gadda 2005a: 79)

Si tratta di luoghi tra i più esili e, se si vuole, anche tra i meno esemplari della glossomania di Gadda. E però vi si nota una serie di definizioni, variamente disseminate o sottintese, e la loro successiva qualificazione per commento. Caso più nitido, evidentemente, è il primo. Trasponendo in semplice schema informativo, si leggerebbe: prima di tutto bisogna conoscere chiaramente e distintamente come funziona un oggetto tecnologico, poi si può elevare il principio scientifico che fonda questo funzionamento a metodo di miglioramento della società. Notiamo a làtere che questa asserzione condivide le contraddizioni ideologiche su cui ci si è soffermati sopra: in un articolo che tratta dell’impulso dato dal regime fascista alla scienza teorica in quanto mezzo di rinnovamento sociale, rimarcare la futilità di facili entusiasmi, non sorretti da conoscenza verace, finisce per manifestare un certo dissenso nei confronti della invasiva propaganda di regime; ma, allo stesso tempo, lo strale critico si appunta su quel tipo di fannulloni e di sognatori, poco fattivi, che costituiscono figurine polemiche tanto per il regime quanto per Gadda. Ma notiamo altresì che i componenti di questo paragrafo sono:

definizione: «Analisi e sintesi, le due grandi attività e le due grandi passioni dello spirito presso i popoli più intelligenti e più energici devono operare sul materiale vivo della vita» + due punti + commento: «il cittadino amante del progresso e dell’elettrificazione, prima di declamare al caffè i suoi sette entusiasmi, è bene che sappia come si organizza e quanto costa una stazione ferroviaria o una centrale elettrica. Poi sognerà la palingènesi elettrica dell’umanità».

Il commento riprende e singolarizza diegeticamente, dopo l’esito disgiuntivo che risulta dai due punti (una specie di ma sottinteso), i popoli presso cui deve operare in modo consapevole (27) la scienza: ora dal popolo si estrae un cittadino, il quale ama il progresso come i popoli intelligenti ed energici, prima, erano detti tali perché animati dalla passione della scienza; questo cittadino è collocato in un caffè, nel quale declama i suoi sette entusiasmi nei confronti della scienza, o almeno di una applicazione di essa, senza sapere nulla di come la scienza funzioni nel mondo che lui abita; tutto ciò, esplicita lo scrivente, non è bene e non serve all’umanità, ossia ancora ai popoli raccolti in un termine unico. L’inserzione di senso, che il commento importa, si verifica al livello della ripresa diegetica dell’asserzione, giacché la singolarizzazione non avviene a scarto zero, per dir così: il cittadino fa sì parte dei popoli intelligenti ed energici, ma vi si inscrive con l’aggiunta della vuota declamazione, o dell’ignoranza sostanziale. L’effetto che questa iscrizione ha sull’intero insieme del paragrafo consiste nel denegare ironicamente l’asserita verità dell’intelligenza e dell’energia di quei popoli e, conseguentemente, di irridere il sogno degli stessi popoli – che ora sono intelligenti ed energici solo in termini antifrastici – di tramutare se stessi in una umanità che è giunta sino alla «palingènesi elettrica».

Gli altri due brani proposti a esempio funzionano circa allo stesso modo. In sintesi: nel secondo lo scrittore dispone dinanzi ai nostri occhi un referenziale quadro di ciò che è compreso nella zona occidentale della Città del Vaticano, ove l’unico fenomeno che esorbita lievemente, ma solo a livello del significante, dalla limpidezza denotativa dell’enunciato risiede nel dispendio di maiuscole. La definizione, qui, è questa volta funzionale a un restringimento dello sguardo su uno degli oggetti – non prima citato, però – del quadro: e specialmente sulla «Stazione Radio» vaticana, per la quale, unica, lo scrittore sfrutta le risorse tropologiche, descrittive e financo citazionali che, lungi dal definire, qualificano: «pare una piccola, magica scatola» (e siamo di nuovo all’immaginario geometrico-architetturale dei cubi e dei dadi), che qualcuno (Iddio stesso?) «abbia deposta» in mezzo ai «nuovi oleandri ed i pini», i quali a loro volta «rivestono della loro “novella fronda” l’antico memorare del colle». L’effetto, come nella lunga descrizione dei Nuovi borghi menzionata sopra, è insieme animistico e lirico, e vi si imprime con evidente rilievo la citazione dall’ultimo del Purgatorio, nel quale Dante è immerso da Matelda, su comando di Beatrice, nel piccolo fiume che dal Letè «diriva», ovverosia nell’Enoè, ed esce ravvivato quanto al bene compiuto e pronto così a salire in paradiso: «Io ritornai dalla santissima onda | rifatto sì come piante novelle | rinnovellate di novella fronda, | puro e disposto a salire alle stelle» (Pg. XXXIII 142-45). Il che non può non risultare intrinsecamente ironico, se si riflette sul referente di questa descrizione, sdoppiato per giunta in modo beffardo: comico è già, per effetto di dismisura, il ricorso a Dante là dove si descrive la nuova sede della stazione radio vaticana; ma ancora più beffardo, giusta la polemica antipapale svolta sul principio del canto che è oggetto di citazione, e nella seconda parte di quello precedente, che si evochi tale autorità per trattare di un rinnovamento (i nuovi edifici) del Vaticano. L’effetto antifrastico, d’altronde, non rileva soltanto dai campi lessicali qui trascelti; esso anzi funziona principalmente a partire dal ritaglio di un referente in mezzo agli altri che appartengono al quadro, sul quale referente ritagliato si applica poi il dispositivo ironico. La giustapposizione, questa volta, ha esiti metonimici centrifughi: un certo apparato commentante, benché predisposto per un solo oggetto, si riverbera anche sugli oggetti che precedono quello seletto, giusta la gratuità della selezione.

Nel terzo esempio, da ultimo, si assiste a una qualche disseminazione del commento entro la definizione – quindi della ironia nella propaganda – la quale a sua volta è costruita per elenco, ossia per seriazione di attributi dell’oggetto da definirsi (il tipo della donna utile all’ora): all’Impero serve 1.«Una donna che sa medicare una ferita», 2. «approntare il pane», 3. «cuocere un cibo un po’ duro», 4. «capir subito che cos’ha il suo bimbo», 5. «schiacciare un rospo», 6. «rifiutar l’acqua marcia» e 7. «trovare la buona». Alla serie, poi, segue un compendio o, altrimenti detto, un attributo sintetico, in questo caso collocato in contiguità per coordinazione («e andare, insomma, un po’ sciolta nel mondo»), e una contro-serie, che però è accennata per via della sola ripresa a distanza del punto 5: «guarita dall’orripilante timore pel primo lucertolone che le saetti tra i piedi». (28)

Qui, dunque, l’intreccio tra definizione e commento è diffuso, ma le istanze delle rispettive maniere discorsive restano isolabili. La conclusione del passo – con resa colloquiale che segna il trapasso tra definizione, già commentata, e commento propriamente detto («Dunque, coraggio e avanti») – ha la funzione di riassumere per una seconda volta, in negativo, ciò che prima era stato definito in positivo; e lo fa con un vocabolo tipicamente gaddiano, effetto di una composizione, di genere ironicamente filosofico o tecnico-scientifico, con base nominale: «La donna-salame in barca». (29) Proprio in questo duplicato compendio, che alla fine muta il segno della definizione, risiede la ripresa dell’oggetto da definirsi, con armoniche discorsive che, per via della contrapposizione tra il basso colloquiale e l’elevatezza dei doveri dell’ora, sembrano ironizzare non solo sulla donna inidonea all’impero e alla colonizzazione, ma anche all’immagine della donna idealizzata dal regime: «e andare, insomma, un po’ sciolta nel mondo», «è giusto la donna che ci vuole», «La donna-salame in barca, francamente, per costruire l’Impero non serve».

Per tracciare, da ciò, una sorta di consuntivo, bisogna dire che è difficile scorgere subito, in questi scritti e in quelli già noti dai tempi di Azoto, una inclinazione veracemente propagandistica nel Gadda divulgatore di argomenti tecnici o scientifici. Ad ogni tema di propaganda, si applica l’esercizio commentante della scrittura gaddiana, con quanto di intrinsecamente e, qualche volta, volutamente beffardo ne risulti. Ma si misuri l’inverso logico di questa diffusa azione commentante: se la scrittura gaddiana ironizza su quanto essa stessa propaganda, ha poi bisogno di poter propagandare qualcosa per poi ironizzarvi e, dunque, per esistere. Ciò comporta che il movimento binario del discorso trascenda l’oggetto su cui si applica, e che anzi essa reduplichi e riproduca infinitamente il medesimo atteggiamento a partire dai più differenti oggetti.

4. Quanto si è visto sin qui costituisce un aspetto che, se non è l’unico, è senz’altro tra i ragguardevoli di quel congegno associativo che presiede alla scrittura gaddiana. Per la quale Manzotti parla di metonimia infinita, oppure di caleidoscopio rappresentativo: ossia di una «tendenza ad abbandonarsi liberamente, a non perdere nemmeno una delle associazioni che collegano in modo analogico, ma nella concezione dell’Autore anche logico, ogni entità ad ogni altra entità». (30)

La contiguità spaziale, o logica, che nell’enunciato produce ipso facto senso, da un lato testimonia la necessità di indagare la scrittura gaddiana più che altro al livello delle sue macro- o micro-transizioni (frasali, proposizionali, paragrafiche, diegetiche ecc.); ma anche ci riporta, d’altro lato, alla domanda in merito all’indole conoscitiva congiunta a questa scrittura, e al bisogno di decidere su quale o su quali oggetto/i si eserciti siffatta conoscenza: giacché, se il profilo dello stile gaddiano va cercato nella sintassi del suo discorso, risulta per conseguenza che l’istanza conoscitiva che in ciò si eserciterebbe non può applicarsi principalmente alle cose, che noi potremmo ritenere tali semmai attingendo a ciò che in Gadda appare segnatamente epifenomenico: le variazioni o diversioni lessicali. E non è più persuasiva l’ipotesi che, allora, questa conoscenza si applichi ai generici noumeni extra-fenomenali, variamente richiamati dallo stesso Gadda. (31)

Poniamo, dunque, che il metodo analogico del discorso sia, in Gadda, una sorta di impianto logico a fondamento del discorso stesso; e poniamo l’associazione infinita vi risulti quale precipuo meccanismo di produzione del senso, giacché ogni oggetto è collegato ad ogni oggetto, e questo si determina nel suo infinito rinviare ad altro, con conseguente deformazione dell’oggetto e della possibile posizione del soggetto dinnanzi all’oggetto. Posto che questo sia vero, si deve dubitare che la scrittura gaddiana sia effetto dell’«esigenza gnoseologica […] di riprodurre linguisticamente nella misura del possibile la “sensazione della complessità”» (Manzotti 1996: 300, che cita dalla Meditazione milanese, cap. XXV, SVP 842); ovvero di una inclinazione all’omnia circumspicere: insomma, quali cose lo scrittore guarderebbe in giro, se il suo discorso le ha collocate in una gerarchia apparentemente dispersiva, e quindi le ha già doppiate in quanto cose? Si ha l’impressione, per dirla tutta, che il roscioniano omnia circumspicere costituisca semmai una giustificazione après-coup, una razionalizzazione, o una elaborazione secondaria con cui lo scrittore cerca di dar conto a se stesso di una prassi scrittoria non coinvolta dall’elaborazione concettuale. (32) Anche perché, come s’è visto, l’assidua o anzi ininterrotta associatività della scrittura gaddiana non si applica davvero per via di un ventaglio di modi discorsivi in sé irriproducibile per ampiezza o per molteplicità o eterogeneità. La stessa sinossi proposta da Manzotti, e menzionata sopra, cataloga in termini esaustivi le evenienze della associatività, o modalità metonimica dell’atto sintagmatico, in Gadda. Viene in mente che Freud rilevava l’indole essenzialmente condizionata delle associazioni che il soggetto deve condurre per analizzare ogni formazione dell’inconscio di cui faccia esperienza (sintomo, sogno, lapsus e atto mancato). (33) Le associazioni, nella manualistica freudiana del setting, sono definite libere piuttosto in termini antifrastici e, nel caso, maieutici: il soggetto, aspirando a tale libertà, in modo non concettuale, perviene alla scoperta di quella condizione o costrizione che lo astringe a significare ciò che l’io rifiuta di verbalizzare in termini coesi.

Quanto a Gadda, l’andamento binario della sua scrittura, virtualmente vizioso o quantomeno biunivoco, implica un condizionamento capitale del discorso. La definizione, come s’è visto, prepara un commento che esiste in virtù della definizione. Per il che, riprendendo la sentenza che ho collocato in esergo, si potrebbe anche dire che la scrittura gaddiana è addirittura acquartierata presso l’ufficio della propaganda virtute: giacché solo di lì riesce a propagandare il contenuto morale che l’ironia nasconde e rivela ad un tempo nell’atto di deridere la virtù. E tutto ciò per il mezzo di una propagazione, per l’appunto, di scarti e di stilemi circolari; o, in altre parole, attraverso l’ipertrofia iterativa di un falsetto miracolosamente fedele a se stesso.

Si ritorni agli scritti riguardo ai quali ha avuto inizio questo discorso: il genere divulgativo-tecnico di essi è il più proficuo alla bisogna, ossia a rilevare l’applicazione sorda del congegno scrittorio, da parte di Gadda, a ogni circostanza. È improbabile che il lettore dell’Ambrosiano, o delle Vie d’Italia o della Nuova Antologia potesse ricavare dai testi le medesime informazioni metatestuali che vi traiamo noi, lettori postumi (benché l’ironia sulla stazione radio vaticana, o la menzione della Conversazione in Sicilia, o ancora la guardinga presa in giro bipartisan sulla «donna-salame in barca» fossero ravvisabili allora come oggi). Ma avviene senz’altro che un’opera offerta alla canonizzazione, e quindi ai nostri occhi successiva alla sua stessa sistematicità, esibisca un aspetto che travalica i singoli testi e le singole occasioni.

Ove si domandi, dunque, entro quali termini sia consentito collocare l’istanza conoscitiva che, per diffusa concordia degli studiosi, si manifesta in questa scrittura, è improbabile che si possa rispondere in termini positivi. Ma se non sono l’oggetto o una classe di oggetti a risultarne conosciuti, ciò che rimane è, evidentemente, il soggetto. Ammettiamo in Gadda una sorta di resistenza a fare i nomi, ossia una fuga dal referente e, di conseguenza, dalla definizione: «In certo modo è vero che l’opera narrativa di Gadda, apparentemente realista e maniaca dei dettagli […] è tutta di secondo o di terzo grado rispetto al referente. A prendere le distanze servono – di volta in volta, o tutti a un tempo – l’umorismo, l’ironia, i travestimenti narrativi, e la lingua fattasi schermo: nella fattispecie, un registro eletto incongruo al denotato, o una varietà diacronica lontana» (Manzotti 1999: 672). Il linguaggio, insomma, costituisce lo specchio attraverso il quale un disperso narratore si riguarda tutto intero, ma di un una interezza ricomposta entro la varietà degli espedienti stilistici.

Questo disperso narratore è dunque il soggetto, unico oggetto sul quale si appunti il lavoro conoscitivo della scrittura gaddiana. D’altronde il contenuto morale di questa scrittura cos’altro riguarda – nel citato passo su Rimbaud – se non la «confessione atroce» di un «dolore» che immane alla «tragica esperienza dell’essere»? Ma questo dolore e questa tragica esperienza non hanno da spartire con il vissuto della persona Carlo Emilio Gadda, né con quella di Rimbaud nell’intenzione del saggista dei Viaggi, la morte. Anzitutto perché su di essa non possiamo – alla lettera – sapere nulla; (34) e perché, in secondo luogo, il riferimento al vissuto circoscriverebbe l’indole conoscitiva di questa scrittura a una pretta, e francamente trascurabile, individualità. Il soggetto di cui si tratta è soggetto nel linguaggio, che in letteratura equivale a un sigillo autoriale adibito alla riduzione dei disiecta di ogni testo entro l’unità dello stile, fosse anche quest’ultimo l’assenza di uno stile – eventualità solo potenziale che per giunta non concerne Gadda e che, finalmente, costituirebbe la riprova più soddisfacente dell’unità funzionale di ogni testo. Nel caso di un narratore o di un trattatista, qual è il Gadda degli scritti divulgativi, il soggetto si manifesta in ogni istanza giudicante del testo; e quindi nella presa di parola esplicita o implicita dello scrivente, nella scelta di impiegare un certo registro linguistico (o una somma, variamente disposta in diacronia, diastratia diatopia e diafasia, di registri linguistici), nell’andamento binario di definizione e commento – in se stesso massimamente giudicante – e insomma in quel ricorso anche monotono all’umorismo, all’ironia e al travestimento che ha rilevato Manzotti.

Se la conoscenza, in Gadda, si colloca sul versante del soggetto – ovvero se, propulsa verso l’oggetto, essa non riesce a reperire una lingua non schermante che possa consentire il movimento ed è così coatta a regredire donde proveniva – è ben vero allora che ogni Cognizione che possa essere qui districata è, sempre, una cognizione del dolore. E in ciò si misura l’intelligenza, etimologicamente parlando, di questo titolo, (35) in cui l’ambivalenza oggettivo-soggettiva circoscrive il campo e il destino di un itinerario letterario tra i principali del Novecento. Giacché, qui non è solo questione di quel «male oscuro» che «narrerebbe Saverio López, nel capitolo estremo de’ suoi Mirabilia Maragdagali» (RR I 607). Intanto andrà considerato che, nel titolo, l’articolo determinativo sembra circostanziare il sintagma specificativo che segue, e quindi determina, appunto, il fatto conoscitivo in rapporto di identificazione e di esclusività con il dolore (proprio quella cognizione, quella del dolore), cosicché, fatta salva la maggiore linearità, e la minore coloritura vernacolare, questo primo titolo funge quasi da sinopia del successivo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Non si può trascurare, poi, l’anfibologia oggettivo/soggettiva del sintagma specificativo stesso, deliberato o preterintenzionale che sia, da parte dell’autore, l’effetto di nuance. Per il che l’esperienza di Gonzalo è progressiva conoscenza della verità del dolore, da un lato; mentre dall’altro è testimonianza del dolore che conosce se stesso: ovverosia – intendendo con dolore quello scarto differenziale che si produce nel soggetto tra il movente della conoscenza di sé e il suo strutturale fallimento – della necessaria autoidentificazione del soggetto entro il campo di esercizio del linguaggio-dolore.

Quando Stellardi definisce una miseria e una grandezza di Gadda, ha senz’altro ragione; ma il sospetto, poi, è che il suo discorso rilevi un po’ troppo dalla parte della miseria e della incompiutezza, la quale in se stessa può benissimo, una volta statuita come forma di composizione, rivelarsi apparenza. Non so se è possibile dire che, in Gadda, «la tensione gnoseologica fondamentale non recede mai, ed anzi indispensabile all’economia della sua scrittura: ma è essenziale appunto come tensione regolarmente frustrata, mai veramente soddisfatta», e ciò per via di quello che si è sopra sostenuto: la tensione gnoseologica non sembra il primum movens di questa scrittura, nemmeno in quanto insoddisfazione costitutiva. D’altro canto, il vederla sotto questo rispetto conduce Stellardi a sostenere che «fallisce il tentativo di del soggetto della scrittura di governare in modo razionale l’opera come intermediario nella conoscenza del mondo. Segno di questo fallimento è non certo il silenzio, ma invece proprio l’impossibilità di tacere, di finire» (qui e sopra, Stellardi 2006: 105). È un po’ la stessa cosa della tentata spiegazione, da parte dell’autore, del titolo della Cognizione: si può dare fallimento ove sia stato deciso, prima, un fine; ma se il fine è il testo, e se esso funziona per mezzo di una soggettualità discorsiva che non cessa di tornare su se stessa, si può ben dire che l’opera sia trionfalmente giunta al suo fine, giacché il soggetto non è designabile come l’effetto di una volontà, o lo scontro tra differenti volontà. Ciò richiederebbe una personalizzazione polemologica della psiche, in cui Es, Io e Super-io – o consimili istanze escogitate per dar conto della cosiddetta lacerazione dell’io – si combattono vicendevolmente. Il soggetto, stando alla lezione di Freud, che è a tutt’oggi la più agguerrita dal punto di vista dialettico, è bensì una topologia le cui parti sono circoscritte dal linguaggio: il soggetto, propriamente, è un testo.

La scrittura di Gadda è davvero tragica, e non solo per «impossibilità del tragico» (Stellardi 2006: 108), e davvero dialettica: tragica giacché mette in scena il sostanziale condizionamento soggettuale di ogni conoscenza, la quale non solo nella modernità si è rivelata piuttosto istanza che effetto; dialettica – ben di là dallo stentato rimasticamento organicistico e positivistico delle triadi hegeliane che figura nel Cahier d’études (36) – per il fatto di esercitarsi a far conoscere la tragedia per mezzo di un ipertrofico congegno scrittorio che approda, sì, al nulla fondante il soggetto del linguaggio, ma vi approda lasciando in opera tutti i residui dell’itinerario. Ciò che noi possiamo leggere e comprendere; ciò che, in altre parole, costituisce l’esito trionfante di una scrittura che non ha eguali nel Novecento italiano.

Università di Bologna

Note

1. Vd. per ciò la sinossi – che registra le dieci indicazioni bibliografiche precise – nella Introduzione della curatrice, pp. 8-9.

2. Si osservi di passata che il plurale femminile di «grigio» – che qui non conserva la i atona benché la g sia preceduta da vocale – potrebbe destare qualche perplessità. Ha ben fatto la curatrice, però, a lasciarlo a testo senza annotazioni di sorta, e non soltanto per le ovvie cautele nei confronti delle disformi convenzioni morfologiche attestate dalla tradizione linguistica cui Gadda, come d’Annunzio, ricorre spesso edonisticamente; al riguardo, si potrebbe risalire e.g. ai «grige» in Dante (If. VII 108), in Verga e in Dossi, e soprattutto in Carducci (Giambi ed epodi, Intermezzo, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi), tra questi senz’altro il più influente sull’Ingegnere. Di là da ciò, il «grige» è giustificato dall’usus gaddiano stesso, benché non sia usitatissimo: tre occorrenze, di contro alle undici di «grigie», almeno entro il corpus delle Opere dirette da Isella.

3. «Ho dovuto costruire la mia personalità, se persona è, con gli sciàveri d’una tradizione genetica non pura venuti via dalla querce e dal pino, germanico o gallica: nel duro carcere d’un educatoio borromeiano-tridentino, dove gli antidoti laicali resultarono, a volte, non meno tòssici della disciplina catechistisca. Alla via delle Gallie, nelle rosse, perdute sere di Padania, si aprivano i miei sogni di bambino. […] Dallo spettacolo d’una edilità pacchiana, curùle o plebea, rifuggivo con le mie speranze alle querci, ai pini. Le querci responsali dell’antica gente druidica: i pini! il di cui susurro lento, nel vento del monte, mi regalava il batticuore. Batticuore d’amore. Il mio spirito, il groppo di rapporti di cui ero il nodo, pio nodo, pio non ostante tutto, sentiva che del popolo alto dei pini era la mia genitura e la mia gente, l’antica: ed era pervenuto a credere che le fortune della gente presente, razzolante, fossero eguali ed equiparabili alle fortune delle selve, dei pini, al numero dei pini che tuttavia la terra ospitasse. Ma gli alberi sacri erano spenti: erano stati recisi: perché desse albergo, la terra, alla nanificata prole degli umani. C’erano lettere, tetre lettere, sulle poche alture della terra, in luogo dello spirito degli alberi venuto dal profondo: e manifesti, e cartelloni gialli sui muri». (Come lavoro, SGF I 438-39)

4. Questo il passo, dell’Adalgisa, citato da Bertone (da Quattro figlie ebbe e ciascuna regina): «La sirena del mezzogiorno, ecco, impazzava e sgrondava giù dalle torri, e dalle grondaie dei tetti» (RR I 367), ove le tangenze lessicali sottolineate dalla studiosa contano il mezzogiorno (per legame semantico, pur molto lento, alle ore del brano dei Nuovi borghi?), lo sgrondava e le torri. Proseguendo la citazione, d’altronde, si sarebbe potuto rilevare un’altra tangenza, degna di nota almeno per gli effetti del significante, con il supposto ipotesto: «La sirena del mezzogiorno, ecco, impazzava e sgrondava giù dalle torri, e dalle grondaie dei tetti: un serpente con lo stomaco vuoto» (corsivi miei) → «gli sgrondi cadevano alla serpentina lungo dei tegoli veduti in taglio», ove si annuncia una sorta di coazione immaginativa, concordanze retoriche a parte, non rara nelle descrizioni gaddiane prese tutte in fascio.

5. Nei due passi richiamati a confronto, tratti rispettivamente dai capp. VIII e IX del Pasticciaccio (RR II 189 e 247), Bertone sottolinea queste altre tangenze lessicali: torre, sgrondatura, orologio della torre, cubi, diedri, torri, sgrondavano. Sul terzo, evidentemente, fa aggio anche qui una contiguità semantica, quella di orologio con ore.

6. Per i tempi di stesura, comunque presunta, di tali capp. mi affido alla definizione di Pinotti, che figura nella nota al testo del Pasticciaccio: cfr. RR II 1143-45 e 1148-49.

7. Nel brano del ’41 la direzione dello sguardo sarà inversa, dalla torre ai «tegoli», come inversa sarà la luce che inquadra la «torre» (che nei Nuovi borghi proietta ombre, mentre qui è bianca nella «chiarità della notte»).

8. Che potrebbe essere intesa, senza diminuire le ragioni della persistenza intratestuale, anche come ordinata elencazione aggettivale che microdistingue le case («bianche») e le ville («chiare»).

9. Metafora geometrico-solida che poi frutterà, e.g., i «dadi delle case» della Festa dell’uva a Marino, nel Castello di Udine (RR I 234), e di Gioia della chiarità marina (Scritti dispersi, SGF I 1001), scritto di ambientazione questa volta pugliese.

10. Mancano, in questo luogo, le «ore» o gli «orologi», ossia i meno legati tra i costituenti della serie suggerita da Bertone.

11. Anche quest’ultimo aggettivo è di Manzotti, a p. 161 del saggio citato, il quale costituisce sino ad ora l’analisi e insieme l’interpretazione più penetrante e coesa di questa specie di fondaco giovanile, che un Gadda non più esordiente continua a visitare, negli anni, per smerciare ciò che vi aveva stipato.

12. Urge una medesima aporia concettuale, in queste professioni critiche, giacché la realtà o il reale non sono l’assortimento o la sequenza delle res, pena la mera riduzione a registro o ad agenda, di ogni conoscenza o di ogni linguaggio. Essi sono, più semplicemente, le cosità singolari di una cosa ideale, ossia quidditatis della res. Tenuto fermo questo necessario taglio logico, non si comprende poi come proiettare nel reale una qualunque complessità. Vi di dovrà leggere, semmai, una articolazione, smontabile e rimontabile. L’atto conoscitivo, così, eviterà di essere idealizzato e diminuito nello stesso tempo a una specie di puntinismo oggettuale che riporterebbe in auge, dalla parte del linguaggio, il motto isidoriano secondo cui Nomen quasi notamen quod res notas efficit. Alla luce di tutto ciò, sorge il bisogno, ormai, di riesaminare il proverbiale bilancio critico per cui la scrittura, in Gadda, giunge senz’altro a un esito conoscitivo, e soprattutto di domandare: qual è effettivamente l’oggetto di tale conoscenza? Il tema è davvero importante, e occorrerà tornarvi tra poco; frattanto, è forse vantaggioso corsivare i condizionali del seguente passo: «[il carattere spastico della lingua gaddiana] comporta così tra l’altro, con un certo numero d’innovazioni lessicali […], la disarticolazione degli stereotipi quotidiani o della tradizione letteraria, i quali veicolerebbero pensiero liofilizzato, e la frequenza di giunture callide […] che imporrebbero una nuova visione del reale, o ne illuminerebbero aspetti insoliti» (Manzotti 1999: 663). Circa le ragioni che, anche fuori della questione gaddiana, conducono gli storici e gli studiosi di humanae litterae a postulare ampia portata conoscitiva alle nebulose della complessità, appunta brevi ma nitidi argomenti L. Canfora, L’occhio di Zeus. Disavventure della «Democrazia» (Roma-Bari: Laterza, 2006), 46-48.

13. Specialmente acuta mi sembra la seconda possibile emendazione che Bertone congettura a p. 42 n. 2. Questo il luogo dubbio dell’articolo Divulgazione tecnica (mia la sottolineatura): «Dopo tutto non è escluso che anche un professore di pedagogia abbia a dover conoscere, nelle loro grandi linee, i problemi bruti della vita e della tecnica, dei trasporti, dei rifornimenti e della ve[n]dita d’energia: dacché lo “spirito” che egli trasfonde e riesca ne’ vasi spirituali de’ suoi discepoli, non è un’astrazione o un ente per sé stante»; e questa la nota della curatrice: «Il congiuntivo riesca è palesemente incongruo. Probabilmente sta per riesce, quando non addirittura per riversa».

14. L’espressione è contenuta in L. Villari, L’Ingegnere e l’alluminio, in la Repubblica (20 gennaio 2006), articolo uscito proprio a séguito della pubblicazione di questa silloge curata da Bertone; ma vd. anche, dello stesso, Solo l’alluminio ci salverà, in la Repubblica (7 giugno 1992); e Zunino 2003: 152-98.

15. D’altronde l’argomento aveva assunto, da due anni almeno, un ruolo di qualche rilievo entro la figurazione propagandistica del fascismo. Si veda, p. es., l’altisonante apertura del Corriere della sera di venerdì 21 luglio 1939: «Una trasformazione rivoluzionaria dell’agricoltura in Sicilia | Il Duce ordina la colonizzazione del latifondo | con ventimila unità poderali sopra 500 mila ettari di terreno | La coltura estensiva liquidata dal villaggio rurale – L’isola potrà nutrire il doppio | della popolazione che oggi conta e diventerà una delle più fertili contrade della terra».

16. Tra quelle sull’argomento, vd. p. es. la lettera a Tecchi del 9 ottobre 1931 (ma datata «1915» per un lapsus, forse non solo calami) – Gadda 1984b: 97-98.

17. è discussa l’asserzione contenuta in Gadda come uomo – colloquio del 1968 tra l’Ingegnere e Dacia Maraini – dalla quale si ricaverebbe l’interpretazione allegorica antifascista dei Nistitúos de vigilancia para la Noche: «Deve tenere presente, ma questo non so se è bene che lo scriva, che in questo libro [scil. la Cognizione] io ho creato una confusione narrativa, fra l’idea dei fascisti e l’idea dei vigili notturni. Non vorrei però avere dei fastidi. I vigili notturni insomma sono visti come fascisti. Crede che potrò avere delle noie?» (ora in Gadda 1993b: 171). Sulle perplessità che questa testimonianza ha suscitato – e continua a suscitare ove ci si soffermi su alcuni aspetti anche interni (la «confusione narrativa», la proiezione paranoide del 1938 a trent’anni di distanza, che sarebbero da interrogare non solo nei termini alquanto macchiettistici con cui per solito si rappresenta il Gadda senile, se la sede giornalistica non imponesse una necessaria sospensione del giudizio) – non è il caso qui di ritornare. Semmai si annoterà che questi dubbi non sono fugati da un passaggio, in una lettera di Gadda a Bàrberi Squarotti (1963), che riguarda ancora la Cognizione: «falso Sud America reso necessario dalle severità e dalle comminatorie nazionalistiche dell’epoca» (La stampa – Tuttolibri, 3 dicembre 1988, cit. in Manzotti 1996: 294). Che l’autore operasse una dislocazione ambientale per ragioni, anzitutto, di impraticabile parresía verso il regime, risulta difficile credere, stanti anche le iterate postille metalinguistiche, da parte del narratore, che rivelano l’indole artificiosa della messa in scena: «Il Serruchón, da cui prende nome l’arrondimiento come dal più cospicuo dei suoi rilievi, è una lunga erta montana tutta triangoli e punte, ecc. Qualcosa di simile, per il nome e più per l’aspetto, al manzoniano Resegone» (RR I 575), giusto per tacere di altre occorrenze in questo senso (cfr. RR I 679-80, 721-22 o 733-34; più in generale, vd. il par. 3.6, Lo spazio della «Cognizione», in Manzotti 1996: 274-79). Donde la conclusione di Contini: «una tenue spolveratura creola spalma approssimative sembianze sudamericane sull’odiosamata topografia della più corrente villeggiatura milanese» (Contini 1989: 16). Fondata o meno che sia questa conclusione – la quale sembra deprimere un aspetto del romanzo che tanto più rileva quanto più eccede dall’economia narrativa – essa persuade almeno a tenere per secondaria la tesi secondo cui il mascheramento sudamericano servisse a «parlare di corda in casa dell’impiccato» (SGF I 679), ovvero a dire «di nuora […] perché di suocera si possa intendere» (SGF I 1176).

18. «In quegli anni […] Gadda vive la condizione di chi non sa (non può) dire di no; nel timore evidente di non essere cercato da nessuno, accetta ogni richiesta di collaborazione, avanza ogni proposta» (Ungarelli 1993c: 56).

19. Torna a proposito, a questo punto, l’antica testimonianza di Pancrazi; il quale, nel 1939, riferiva: «Ho frequentato poco Carlo Emilio Gadda […]. Il nostro incontro più fruttuoso […] fu una volta a Venezia, in Palazzo Ducale. S’era una brigatella di giornalisti e ci avevano invitato lì, in una saletta della Segreteria, a vedere da vicino un famosissimo quadro di Giorgione acquistato in quei giorni dallo Stato. Come in questi casi suole accadere, di fronte al quadro, tutti insieme e ognun per volta ci eravamo via via mossi e rimossi, avanti, indietro e di fianco, come ad aggiustare o rettificare il tiro; più o meno ognuno aveva poi detto la sua, oppure s’era tenuta la bocca stretta nel più intelligente e carico dei silenzi; e il dotto uomo che ci guidava già aveva ormai risposto e contentato tutti… Quando, urbanissimo e delicato com’è, gli si accostò Carlo Emilio Gadda e gli rivolse lui le domande sue. Domande che a nessuno di noi erano saltate in mente, e tuttavia le più naturali e le più giuste: quali le misure esatte del quadro x ´ y, l’anno di composizione, il commissionario, l’occasione, e via via i proprietari, i viaggi, i prezzi pagati per quella pittura? Qualcosa Gadda chiese anche (mi pare) dell’impasto e dei colori. E tutto chiedeva con una grande e un po’ apprensiva intelligenza degli occhi e della fronte; e ogni risposta trasportava poi adagio, col lapis, in un suo calepino bislungo da ingegnere». Vd. P. Pancrazi, Le Meraviglie di Carlo Emilio Gadda, in Corriere della sera (2 settembre 1939): 3; ora in Ragguagli di Parnaso. Dal Carducci agli scrittori d’oggi, a cura di C. Galimberti (Milano-Napoli: Ricciardi, 1967), III, 164.

20. Antinomia che deriva da quella proposta da Manzotti, il quale parla di descrizione «per alternative» e di descrizione «commentata» (cfr. Manzotti 1995 e 1996: 305-19).

21. Essa riprende sostanzialmente i suggerimenti di Roscioni (1995: 57-75) e di Manzotti (1996: 302-19 e 1996: 672-74), ma su ciò vd. infra.

22. La quale dovizia, ove fosse intesa solo sotto il rispetto lessicale, rischierebbe di essere contraddetta dalle risultanze testuali; giacché quello di Gadda è un «lessico, più che ricco, […] “vario”, cioè disomogeneo come registro, o “mescidato”, come si suole dire; [… ] la prosa gaddiana, fortemente letteraria, abbonda di stilemi figés non sottoposti a nessuna torsione spastica» (Manzotti 1999: 664). Il lessico gaddiano, dunque, è vario soprattutto in virtù di quelle escursioni diacroniche, diastratiche, diatopiche e diafasiche (Manzotti 1996: 289) che finalmente consentono di rimettere in casistica il lessico stesso; e dunque di mostrare che ordine e sistema nel linguaggio agiscono anche, se non anzitutto, in quei luoghi che appaiono esteriormente dominati dal disordine e dalla varietà.

23. Traggo i due ess., che si trovano entrambi nella Cognizione, da Manzotti 1996: 291 e 307; è dal secondo, ampiamente illustrato, che lo studioso prende le mosse per elaborare la nozione funzionale, nella scrittura di Gadda, di descrizione per «alternative». Circa il primo, si avverta che i due punti sono introdotti dallo scrivente in un secondo momento: cfr. Gadda 1987a: 326 («Ragazzi:] Ragazzi;»).

24. Cfr. C. Perelman e L. Olbrecths-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, trad. C. Schick, M. Mayer, E. Brassi (Torino: Einaudi, 20013), §§ 82-83, 392-402.

25. «Le ragazze [scil. della Zamira], e prima di loro la maga, avevano fiutato, sì, a mezz’aria, un certo indefinibile interesse, percepito indi un certo circoscritto ronzare dei carabinieri (come di brutti mosconi allorché d’un subito abbia preso ad aulire miracol novo, in campagna), del maresciallo e del brigadiere in specie ecc.»; «Il ronzio nuovo a caso magari un po’ intensificato dei grigioverdi o rossoneri stangoni ecc.»; «Che no! Il solerte e sempre chiù avvitato accerchiamento del laboratorio [da parte dei carabinieri], o meglio della cosuccia che ne albergava la specie, s’era qualificato, da un par de giorni, per un ronzìo reale e carabinieresco, ovviamente imputabile a fattispecie grattativa: insomma, per un benemerito ronzare» (RR II 187, miei i corsivi). E ancora: «Verso lunedì, poi, quello zelo un tantino fresconcello delli carabinieri s’era del tutto chetato», cui segue la scena del giovane carabiniere anonimo («Un qualche milite») in visita nella bottega-laboratorio per bere una gazzosa, ed evidentemente per vedere le ragazze; scena nella quale il narratore tratteggia con prolungata ironia il contegno non elegante del carabiniere: «A gazzosa ingerita, quando il relativo gaz, come suole, gli era vaporato fuora di ritorno in quella specie di criptorutto nasativo che tien dietro a un beveramento del genere, ecco, il milite aveva sbottonato la giubba, l’aveva aperta a un tantino di comodità e di respiro: e una polpettuola n’era stata estratta, enfiata in carte più che imbottita pagnottella in salumi: un portafoglio marcio: organo indispensabile, al sudato e al misero, per effettuare il laborioso pagamento d’una “bibita”». (RR II 188-89)

26. Non arrivo a intendere il riferimento, posto che esista, o altrimenti la motivazione della giuntura tra «sette» ed «entusiasmi»: la ricerca tra le pagine gaddiane non ha risolto i miei dubbi. Ipotizzo, ma per evidente mancanza di alternative più giustificate, che si tratti solamente di una fissazione numerologica gratuita, a sfondo ironico, il cui conio verrebbe genericamente da altre simili, ma tradite, come quella dei sette vizi, delle sette arti, dei sette savi; oppure delle sette mura e sette porte del «nobile castello» limbale in Dante, If. IV 107 e 110 (qui è esibito «Averoìs, che ’l gran comento feo», al v. 144, cui Gadda notoriamente allude quando foggia il nome del chiosatore fantasma del Castello di Udine: cfr. RR I 115).

27. E il modo è reso qui per mezzo di un procedimento antieconomico, di tono tipicamente gaddiano, che consiste nell’anticipare con la qualificazione l’oggetto seguente, con effetto esiti da figura etimologica: «materiale vivo della vita».

28. Il «rospo», per accenno psicoanalitico sotto-interpretante, che quindi tanto definisce quanto commenta, si trasforma in «lucertolone» per mezzo di una condensazione simbolica graduata dal meno al più che avrebbe meritato i complimenti di Freud. Gadda d’altronde – alquanto impermeabile al vero scarto ideologico della psicoanalisi dai termini euforici della civilizzazione borghese, come testimonia lo sfondo essenzialmente denigratorio in senso classistico di Eros e Priapo – è in grado di cesellare raffinate, e spesso inapparenti, immagini simboliche di stampo freudiano. Si ritorni, p. es., alla celebre intemerata contro l’io di Gonzalo, nel terzo tratto della Cognizione: «è allora che l’io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero sull’acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla viennese…. Allora, allora! è allora, proprio, in quel preciso momento, che spunta fuori quello sparagone d’un io…. pimpante…. eretto…. impennacchiato di attributi di ogni maniera…. paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido….» (RR I 638). È ben giusto vedere in questo io – «sparagone», «pimpante», «eretto», «paonazzo», «pennuto», «teso» e «turgido» – un «io-sesso in erezione in erezione esibitiva» (così Manzotti nel commento della Cognizione: cfr. Gadda 1987a: 183); ma per il cappero-mònade di poco sopra, il rinvio del commentatore al solo, e lampante, Leibniz, dovrà essere contemperato con quello ancora psicoanalitico: perché nella metaforica cui Gonzalo devolve la sua interpretazione del soggetto è decisivo il simbolismo che iscrive l’io nell’immagine del sesso femminile (il «càppero» posato tra le pieghe dell’«acciuga arrotolata», a sua volta posata sopra la «costoletta alla viennese»): vera e proprio ritratto del clitoride (il piccolo pene femminile) à la Arcimboldo, anatomizzante e parodico. Simboli virili ed emi-muliebri collimano, dunque, nella rappresentazione materiata dell’io, a mostrare l’intima corrispondenza di sintesi strutturante la personalità e fenomeno edipico della castrazione: «Una volta o l’altra al bambino, orgoglioso del possesso del proprio pene, càpita sott’occhio la zona genitale di una bimba, ed è allora che egli si convince della mancanza del pene in essa che pure gli somiglia tanto. In questo modo egli può rappresentarsi anche per se stesso la perdita del pene, e la minaccia dell’evirazione ottiene posticipatamente l’effetto voluto». S. Freud, Il tramonto del complesso edipico (Der Untergang des ödipuskomplexes, 1924), trad. E. Sagittario, in Opere 10, dir. da C. Musatti (Torino: Boringhieri, 1978), 30; ma vd. anche le Teorie sessuali dei bambini (über infantilen Sexualtheorien), trad. E.A. Panaitescu, in Opere 5, dir. da C. Musatti (Torino: Boringhieri, 1972), 456-59.

29. Sui composti gaddiani vd. Italia 1998: xciv-xcviii.

30. Donde la sinossi, dispiegata in dieci punti, dei molteplici modi in cui si verifica testualmente «questo irresistibile processo associativo»: cfr. Manzotti 1996: 303-305.

31. E p. es. nel celebre biasimo contenuto in Opinione sul neorealismo: «Vorrei, dunque, che la poetica dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi da me considerati sembra alquanto difettarle» (SGF I 630). Si legga poi questo snodo, apparentemente marginale, della Meditazione milanese, ove il critico addita l’aporia cruciale della cosiddetta gnoseologia di Gadda, e il parlante se ne difende non troppo bene: «Il critico: “Non credo. La società svolge una realtà o cumulo di relazioni che sussisterebbe sempre, anche se tutti i suoi componenti morissero di colpo: morto un papa se ne fa un altro, morto un chierico pure, ma la Chiesa non muore.” Rispondo: “Va bene, ve lo concedo; la categoria è l’indice, il marchio, il battesimo, il segno (o come altrimenti vi piace) di un al di là sistematizzatore rispetto ai categorizzati. La categoria involge necessariamente un noumeno. Nessuno ne è più convinto di me […] – ma è pur vero che essa si manifesta su qualcuno, come l’allineamento di un plotone si manifesta sui giovani componenti il plotone. Dunque agli effetti della nostra ricerca non è esiziale, sebbene riprovevole, la poca distinzione da me fatta fra termini della ragione e modi sistematori della ragione. Quello che volli dire è che gli uni, implicanti gli altri, sono un’attività perennemente autodeformatrice» (SVP 736). Che la poca distinzione sia riprovevole ma non esiziale, è esito logico in cui il lettore avverte l’accorgimento per cui, nella maggior parte dei dialoghi filosofici, da Platone in su, lo scrivente riesce a dar ragione a se stesso facendo tacere l’antagonista. L’esempio del plotone è caro a Gadda, che non a caso vi ritorna di lì a poco, con lieve variante, nell’abbozzo di dissertazione di laurea (maggio 1929): «Così sarebbe impossibile pensare ad un allineamento di soldati senza i soldati: questo punto, apparentemente banale, è importantissimo per l’interpretazione del pensiero leibniziano anche in altri suoi aspetti, dei quali dirò altrove» (Gadda 2006a: 15). Forse si tratta di un recupero da Leibniz, e specialmente da Nouveaux essais, libro II cap. XII, ove Filalete (sostenitore di Locke) asserisce: «Anche riguardo alle sostanze esistono due sorte d’idee. L’una, delle sostanze singolari, come quella d’un uomo o una pecora; l’altra di molteplici sostanze riunite, come di un’armata d’uomini o di un gregge di pecore; le quali collezioni costituiscon pure un’unica idea»; e Teofilo, portaparola di Leibniz, gli ritorce che «Questa unità dell’idea degli aggregati è verissima; ma bisogna, in ultima analisi, riconoscere ch’essa unità di collezione non è se non un rapporto o una relazione, il cui fondamento è in ciò che si trova in ciascuna delle sostanze individuali presa a sé. Onde questi esseri per aggregazione non hanno unità compiuta all’infuori della mentale, e la loro entità, per conseguenza, a sua volta è in certo modo mentale o fenomenica, come quella dell’arcobaleno»; cito dall’edizione italiana compulsata da Gadda, ossia da G.G. Leibniz, Nuovi saggi sull’intelletto umano, trad. E. Cecchi (Bari: Laterza, 1925), I, 113. Il che è quanto dire: l’entità-soldato, in quanto ha di proprio, sussiste ove sussista logicamente l’allineamento; diversamente, lo stesso attributo di soldato, che è il contenuto funzionale di quella entità, non è logicamente predicabile, e l’entità non sussiste. Se davvero Gadda riprende di qui l’esempio, ciò che non è sicuro, è interessante rilevare l’inversione dell’argomento, per cui di Leibniz – innatista pre-kantiano, e quindi difensore di un innatismo di contenuti e non di forme, ma in ogni caso antiempirista – si abuserebbe per difendere un facile empirismo piramidale: alla base i soldati, al vertice il plotone: se nego la verità del plotone, sono i soldati che in effetti risultano negati; e non, per dire, sottratti alla loro condizione di soldati.

32. Il forte sospetto che la teorica della complessità sia da prendere come elaborazione secondaria, e non come fondamento concettuale di una certa idea della scrittura, non sembra controvertibile nemmeno dalla considerazione che, a tracciare i limiti di questa teorica, Gadda si dedica già ai tempi del Cahier d’études e della Meditazione, vale a dire quando la sua carriera di scrittore è alle prime battute. Basterà del resto compulsare le pagine della primo racconto gaddiano giunto a conclusione (1918), per rilevarvi, già in opera benché rudimentali e limitati nel grado escursivo, molti degli atteggiamenti che Manzotti ha definitivamente catalogato, situandoli sotto l’insegna della metonimia assoluta e della associatività. Nelle stesse pagine, si rileverà anche lo schema binario definizione + commento di cui s’è detto, che non a caso crea spesso, là dove il narratore riporta il flusso di coscienza dei personaggi, luoghi oscuri e confusi: vd. La passeggiata autunnale, in RR II, p. es. alle pp. 929-30, 937, 938, 951. Il riscontro vale anche se non fosse da prendere alla lettera l’asserzione contenuta nella nota redazionale che accompagnava la prima stampa dell’antico raccontino: «Il presente racconto, scritto dall’A. durante la prigionia, risulta essere la sua prima prosa narrativa. Il testo riproduce fedelmente l’originale dell’epoca […], e l’A. ha rinunciato perfino a rivederne le bozze» (RR II 1296).

33. Per esempio nelle Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse del 1917 e del 1924: vd. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, trad. M. Tonin Dogana, E. Sagittario, in Opere 8, dir. da C. Musatti (Torino: Boringhieri, 1976), 281-87. Le lezioni erano state pubblicate in Italia nel 1922, presso l’editore Idelson di Napoli, con traduzione di Edoardo Weiss e introduzione di Marco Levi Bianchini. Ma Gadda ne leggeva la traduzione francese di Jankélévitch, uscita a Parigi nel 1929 per i tipi di Payot.

34. Evidentemente, di uno scrittore, conosciamo solo una etero- o auto-bio/grafia (diretta o indiretta: memorie d’autore, epistolari, diari, testimonianze altrui, interviste, narrazioni biografiche più o meno esposte al principio della prova materiale e del documento ecc.), la quale, essendo scrittura, non può sfuggire ai limiti metodologici con cui si stabilisce una qualche verità nei testi. La bio/grafia non può, in altre parole, muovere all’indietro fondando una interpretazione, ma può solo collocarsi entro la serie delle scritture, contigua ad altre: d’autore o sull’autore che siano. Il suo effetto di significazione procede da questa contiguità, ossia dal metonimico rinvio per supplementi della scrittura, e non mai da qualche verità vera che sia depositata nella bio/grafia, la quale invece è soggetta alle medesime ragioni di indecidibilità – esegetiche (la costituzione progressivo-regressiva e marcata degli effetti di senso nel linguaggio) e materiali (i fenomeni della trasmissione e i loro accidenti così come la filologia testuale li individua e li espone) – che pertengono ad ogni testo.

35. Anche in questo caso, non è detto che l’intelligenza vada cercata, invece che nella sussistenza del testo (qui specificamente marca peritestuale, e cioè titolo), dalla parte dell’autore reale, il quale ha cercato di illustrare le ragione della sua scelta con un argomento che è tanto utile per i gaddisti quanto letteralmente controvertibile: «Il titolo La cognizione del dolore è da interpretarsi alla lettera. Cognizione è anche il procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento a una determinata nozione. Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro, può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà» (Gadda 1993b: 87). La chiosa lessicografica dell’autore, interessante in sé, difficilmente potrà essere verificata. I dizionari (vd. s.vv. il GDLI, e prima il Vocabolario della Crusca e il Tommaseo-Bellini) esaltano semmai il valore di attualità e, quindi, di istantaneità insito nel vocabolo; ovvero, al più, l’esito di un processo anche lento e graduale di acquisizione conoscitiva, il quale però, essendo esito, è ancora istantaneo e attuale. Una volta annotato quanto si legge su questo titolo in Manzotti 1996: 202-207 (risonanze intratestuali, echi diretti e indiretti, indole tematica ecc.), rimane da aggiungere che il romanzo dovrebbe intitolarsi alla cognizione nel dolore, se davvero concernesse un «procedimento conoscitivo, il graduale avvicinamento a una determinata nozione». Il genitivo, nella sua anfibologia, suggerisce invece che le «esperienze strazianti della realtà» siano l’oggetto e insieme il soggetto della conoscenza: non la scena entro cui essa avviene. E che tale conoscenza, inoltre, non sia per nulla graduale o progressiva, ma semmai istantanea, sempre già conclusa, e così reiterata. Scrive Manzotti nel saggio appena menzionato (1996: 207): «Riassumendo, nel titolo di cognizione del dolore […] è contenuta sullo sfondo del luogo classico del rapporto diretto tra dolore e conoscenza una idea di itinéraire, di graduale, ineluttabile incremento di conoscenza e dolore». Ma si potrebbe rilevare, per contro, che è la struttura stessa del romanzo a negare ogni itinéraire, ed anzi a dissipare ogni evento (p. es. l’anodina visita del dottore a Gonzalo o l’aggressione subìta dalla madre), dilatandolo o schiacciandolo attraverso la definizione dei suoi effetti e delle possibili interpretazioni. La lettera attraverso cui andrebbe interpretato il sintagma, dunque, è lettera tutta gaddiana: ossia idioletto di un autore in cui il linguaggio fa schermo alla supposta conoscenza.

36. Vd. SVP 415 e Isella 1983: xiv-xvi; Lucchini 1988a: 40, e Stellardi 2006: 16, 40-42 e 88.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-15-9

© 2007-2022 Riccardo Stracuzzi & EJGS. First published in EJGS. Issue no. 6, EJGS 6/2007.

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