Buio e voce, dolcezza e strazio: memoria del nome nel V tratto della Cognizione (1)

Floriana Di Ruzza

Il V tratto della Cognizione del dolore è tessuto attraverso un intreccio di strutture iterative, dal sintagma «Vagava, sola, nella casa» (incipit del capitolo e, rimodulato, di più paragrafi) alla ripetizione di lemmi che scandiscono ritmicamente il testo. Tra questi il lemma nome e il nome proprio Gonzalo.

Nella discesa agli inferi (2) rappresentata in questo tratto della Cognizione, l’apparizione di un nome, il nome del figlio, che si affaccia alla mente della madre, si configura come l’apparizione di una luce nel buio. Nome e connotazione di luminosità si intersecano.

Il nome Gonzalo (ma prima ancora, e in modo più netto, il nome figlio nel quale si racchiudono il figlio morto e il figlio vivo) ritorna alla memoria come luce nell’oscurità, speranza, salvezza. Nel cuore del V tratto il nome figlio scandisce una sequenza ritmica di rappresentazione sonora e visiva allo stesso tempo. La salvezza (il «soccorso») si manifesta come «cara parvenza», «luce», ma ancora prima come «parola», dunque voce, suono.

Questo tratto della Cognizione, caratterizzato non a caso da un linguaggio elevato, da toni lirici e da una molteplicità di riferimenti a testi poetici intrecciati tra loro, è dedicato alla figura della madre, che prende forma proprio a partire dalla sua figura speculare, quella del figlio. D’altro canto, anche nella prima parte del romanzo, di Gonzalo si parla spesso senza nominarlo, chiamandolo «il figlio». L’apparizione del figlio nella memoria della madre, però, è un’allucinazione luminosa che sintetizza i due figli (quello morto e quello vivo) in uno solo.

Quel viso, come spetro, si rivolgeva dal buio sottoterra alla società superna dei viventi, forse immaginava senza sperarlo il soccorso, la parola di un uomo, di un figlio.
Questo nome le si posò lieve sull’animo: e fu cara parvenza, suggerimento quasi di mattino e di sogno, un’ala alta che trasvolasse, una luce. (RR I 677)

L’apparizione alla mente («parvenza») del nome figlio, prima di concretizzarsi nel figlio vivo o in quello morto, è di per sé l’effetto di luminosità, contrapposto al buio sotterraneo nel quale è scesa la madre (qualche riga sopra: «discesa nella paura, giù, sola»; «il volto, a stento, emergeva dalla fascia tenebrosa»; «Le dita incavatrici di vecchiezza parevano stirar giù, giù, nel plasma del buio, le fattezze di chi approda alla solitudine»). Il buio è rappresentato come «plasma», dotato di forma, di consistenza.

L’apparizione luminosa lega indissolubilmente il nome figlio al figlio morto, immagine alta e celeste in contrapposizione al luogo basso e oscuro nel quale la madre è discesa; il sintagma «un’ala alta» rimanda, inoltre, all’ala del velivolo con il quale era caduto in guerra il fratello di Gonzalo-Gadda, lettura supportata da un appunto manoscritto gaddiano: «Un aeroplano sulla villa (morte del figlio, ecc.):… come un saluto ultraterreno, che le fosse mandato da chi percorre le vie del dovere, ecc.» (Gadda 1987a: 271, nota 187).

Ma il dimostrativo che accompagna la parola nome ad incipit di paragrafo («Questo nome») indica da un lato il nome proprio del figlio morto, che però è omesso, dall’altro il nome figlio, in una sorta di inscindibilità tra il figlio vivo e il figlio morto. Il nome figlio assume dunque la valenza di un nome proprio che identifica come un unicum il figlio vivo e quello morto. Corrispettivo speculare di madre, la parola figlio instaura con la figura centrale del V tratto un'opposizione polare.

Il movimento della madre verso gli inferi e quello del nome che si posa lieve come proveniente dal cielo («un’ala alta che trasvolasse») sono, dunque, in antitesi e inizialmente il termine figlio non può che riferirsi al figlio morto. Ma già dalla sua seconda occorrenza non possiamo più sostenere che si stia riferendo al figlio morto; anzi, a ogni occorrenza, il nome figlio, come in una spirale, precipita sempre più sul nome proprio Gonzalo:

Sì: c’era il suo figlio, nel tempo, nella certezza dei viventi: ed anche dopo il tramutare, dopo il precipitare degli anni. Camminava tra i vivi. Andava i cammini degli uomini. Il suo primo figlio. [...] Ed era ora il figlio: il solo. Andava le strade arse lungo il fuggire degli olmi, dopo la polvere verso le sere e i treni. Il suo figlio primo. Oh! soltanto il nembo – fersa di cieli sibilanti sopra incurve geniture di campagna – soltanto il terrore aveva potuto disgiungerla per tal modo dalla verità, dalla sicurezza fondata della memoria. Il suo figlio: Gonzalo. (RR I 677-78)

L’avverbio affermativo «Sì», seguito dai due punti (rappresentazione, anche iconica, di una cesura e di un passaggio), risveglia la coscienza dall’apparizione luminosa allucinatoria e conduce verso il figlio vivo («Camminava tra i vivi»). In poche righe troviamo sei occorrenze della parola figlio («di un figlio», «il suo figlio», «il suo primo figlio», «Ed era ora il figlio: il solo», «Il suo figlio primo», «Il suo figlio: Gonzalo»), attraverso cui la visione (parvenza) del figlio morto si concretizza nel nome del figlio vivo: Gonzalo. Il nome-ricordo strappa alla disperazione cieca e assume una funzione di consolazione.

A questo punto si apre una sequenza narrativa di risalita e speranza: la presenza dei gatti che chiamano la madre e la conducono a risalire al piano di sopra («risaliva le scale»), il passo e la voce del contadino (sebbene «urti di voce») che la rincuorano.

Rinfrancata, ella rivide chiarità dolci e lontane del paese e nella dolce memoria le fiorirono quelle parole di sempre: «apre i balconi – apre terrazzi e logge la famiglia»: quasi che la società degli uomini ricostituita le riapparisse dopo notte lunga. (RR I 678-79)

La citazione esibita della Quiete dopo la tempesta non è casuale né mero omaggio: in questo passaggio si è attualizzata una rappresentazione dell’effetto provocato dal nome che ritorna alla memoria, a cui Gadda aveva dato corpo, a partire da Leopardi, già nel suo racconto giovanile La passeggiata autunnale. In un passo del racconto il ricordo del nome di Nerina si configura come uno strappo, come una determinazione verbale, e si raffigura come lo schiarirsi tra le nebbie, la visione di una vetta in montagna:

Rivedere, ritornare, ripassare dalle prime strade, marginate di fiori, dove passano le donne verso le chiese. Come gli altri, come tutti, cercava anche lui quelle cose. Anch’esse avevano dolcezza profonda, anche lo spegnersi delle luci dentro i giardini, anche il sorriso della mamma, il sorriso primaverile di chi? di loro, di lei, di Nerina. Questo determinarsi del nome e della persona furono uno strappo netto di tutto ciò che gli aveva occupato la mente; come per uno se va tra le nebbie inteso ad accertar la sua via e il vento fa un lacero, mostrando una vetta imprevista. (RR II 938)

La riflessione su questo effetto del nome-ricordo è una rielaborazione del funzionamento del nome-ricordo Nerina nelle Ricordanze di Leopardi. Il personaggio della Passeggiata autunnale, che sperimenta l’effetto del nome-ricordo come improvvisa chiarezza, è Rineri, il cui nome è strettamente legato a quello di Nerina per la ripresa fonetica e per il rimando semantico al colore nero. (3) Come il nome di «Nerina» nelle Ricordanze convoglia l’indefinito delle rimembranze nella sua determinazione verbale, (4) così tutto ciò che la mente di Rineri stava inavvertitamente cercando si concretizza e si determina in un nome (e, non a caso, il nome è Nerina), ma anche in una persona perché nel racconto gaddiano la ragazza è ancora viva, svegliando il personaggio da uno stato di trasognamento. Gadda rielabora e rappresenta una riflessione sul rapporto tra nome e memoria fornendo, allo stesso tempo, una chiave di lettura delle Ricordanze di Leopardi, che nell’ultima strofa attualizza nel nome di Nerina il ritrovato mnemonico a più riprese evocato lungo il testo.

La luminosità del nome (apparizione, «parvenza» e speranza) è data nel V tratto della Cognizione piuttosto da un nome comune (figlio) che, però, per le sue scansioni e iterazioni scivola da un nome proprio omesso (quello del figlio morto) a un nome proprio detto, ripetuto e invocato (Gonzalo). Tuttavia, il nome del figlio, anche quando è invocato, nel V tratto è sempre ricordo o immagine, luce nell’oscurità. Qualche pagina più avanti ritroviamo nuovamente il ricordo di Gonzalo (nome):

Ma Gonzalo? Oh, il bel nome della vita! una continuità che s’adempie. Di nuovo le sembrò, dal terrazzo, di scorgere la curva del mondo: la spera dei lumi, a rivolversi; tra brume color pervinca disparivano incontro al sopore della notte. (RR I 680)

Anche in questo passaggio il ricordo del nome è associato ad un’immagine di luminosità nella notte. L’incipit avversativo e la domanda (e si consideri, inoltre, che «Ma Gonzalo?» è preceduto da uno stacco anche visivo segnato da una riga vuota) mettono in scena un ribaltamento rispetto allo stato mentale di vuoto e semi-coscienza nel quale si trovava la madre («Dall’orizzonte lontano esalavano i fumi delle ville. Di lei nessuno avrebbe più recato lo spirito, o il sangue, nei giorni vuoti»).

Da qui in poi il nome Gonzalo (5) occorre per altre quattro volte nel V tratto, di cui due sono invocazioni (ma sempre in absentia: è la madre che rievoca il figlio attraverso il nome), fino a ricongiungersi di nuovo con l’immagine del fratello:

I compagni morti, mai, mai, Gonzalo non li avrebbe mai adoperati a così gloriosamente poetare, il fratello, sorriso lontano! Chiusone in sé il nome, la disperata memoria. (RR I 682)

Agli antipodi rispetto al nome-ricordo, che è una luce nell’oscurità e racchiude in sé vita e morte, speranza e disperazione, si pone il nome della madre, nome udito in presentia, come suono che si ripete, eco della buia voce nell’eternità: il nome della madre è il nome dello strazio, a tutti gli effetti cognizione del dolore.

Torniamo quindi all’incipit del V tratto:

Vagava, sola, nella casa. Ed erano quei muri, quel rame, tutto ciò che le era rimasto? di una vita. Le avevano precisato il nome, crudele e nero, del monte: dove era caduto: e l’altro, desolantemente sereno, della terra dove lo avevano portato e dimesso, col volto ridonato alla pace e alla dimenticanza, privo di ogni risposta, per sempre. (RR I 673)

Nel V tratto della Cognizione troviamo otto occorrenze del lemma nome, ogni volta con una connotazione o una determinazione semantica che comprende anche un livello metatestuale. La prima occorrenza riguarda un nome omesso, ma indicato e connotato semanticamente attraverso gli aggettivi «crudele» e «nero». Il nome del monte non è verbalizzato quasi a renderne metafisica e irreale la sua esistenza. Lo stesso avviene per il nome del fratello morto, sempre omesso nel testo. Come annota Manzotti nella sua edizione critica, con molta probabilità Gadda allude al Monte Nero, su cui ipotizzava fosse avvenuta la morte del fratello durante la guerra. Attribuendo al nome del monte, però, gli aggettivi «nero» e «crudele» senza effettivamente nominarlo, il nome del monte (non detto, che resta dunque sconosciuto e indeterminato per il lettore) ha già un connotato funebre. L’omissione del nome rimanda dunque alla morte in modo più radicale di quanto non potrebbe fare un’associazione a posteriori tra il nome e l’evento.

Più avanti nella Cognizione, alla fine del VII tratto, in un passaggio densissimo di intertestualità leopardiana in cui i suoni diventano preponderanti, il monte (diventato un elemento simbolico del testo) rimanda acusticamente indietro «il nome del dolore»:

Più giù, dentro la valle, era la carità del villaggio, donde esala dopo le stagioni e le pene il tremante fumo dei poveri: sull’ancudine udivasi per tutta la luce del martello del maniscalco a battere, battere: piegando, piegando, scandiva l’ora di siesta, nel tacere della fatica di tutti ripreso per sé solo il travaglio. Dall’antro della fucina rendeva la percossa al monte: il rimando del monte precipitava sulle cose, dal tempo vuoto deduceva il nome del dolore.
E dalla torre, dopo desolati intervalli, spiccavasi il numero di bronzo, l’ora buia o splendente. (RR I 714)

Il nome del dolore, rimandato dal monte, è un elemento sonoro proveniente dal tempo vuoto, che provoca dolore e non consola. Questo suono, eco del battere del martello (e l’eco è riprodotta anche dalle ripetizioni: «battere, battere: piegando, piegando»), è accompagnato dal rintocco delle ore proveniente dalla torre («buia o splendente», con un ulteriore contrasto tra oscurità e luce), ripresa leopardiana delle Ricordanze («Viene il vento recando il suon dell’ora | Dalla torre del borgo», vv. 50-51) già presente nel V tratto come elemento di ricordo di morte («memento innecessario, crudele»): (6)

Poi, quasi un rito della stagione, improvvisa, le giungeva l’ora dalla torre; liberando nel vuoto i suoi rintocchi persi, eguali. E le pareva memento innecessario, crudele. (RR I 684)

Ma, quando ad essere nominata è la madre, il dolore si amplifica e si estremizza in strazio: il nome della madre, Elisabetta François, entra nel testo come un nome pronunciato da altri, che la madre stessa, cui il nome appartiene, avverte come una condanna.

Prima le aveva chiesto: «è lei la signora Elisabetta François?». Impallidendo all’udir pronunziare il suo nome, che era il nome dello strazio, aveva risposto: «sì, sono io». Tremando, come al feroce rincrudire di una condanna. A cui, dopo il primo grido orribile, la buia voce dell’eternità la seguitava a chiamare. (RR I 673)

Udire il proprio nome, intuendo allo stesso tempo il motivo per cui il proprio nome viene pronunciato, connota semanticamente quel nome a partire dal momento in cui appare nel testo: il nome Elisabetta François non si giustifica a partire dalla sua etimologia o da una motivazione intrinseca alla scelta onomastica, ma proprio dal modo in cui si configura nel suo apparire nel testo come nome pronunciato e udito dal personaggio stesso che lo porta e dal suo incarnare semanticamente lo «strazio». (7)

Tuttavia, è anche vero che Elisabetta François è un nome straniante rispetto al contesto sudamericano-lombardo perché francesizzante. Sulla scelta del cognome François, che francesizza il nome del padre di Gadda (Francesco), Emilio Manzotti propone come ipotesi interpretativa che il nome della madre, oltre a richiamare il nome del padre, «allude assieme alla educazione e cultura della madre, e alla sua estraneità (e a quella del figlio) rispetto ai peones e alla borghesia di Pastrufazio» (Gadda 1987a: 256-57, nota 14-15).

In ogni caso, il nome «Elisabetta François» resta decontestualizzato e decontestualizzante; e il lettore non può non associare a questo nome, prima ancora del personaggio con le sue caratteristiche fisiche e psichiche, il sentimento dello strazio. O meglio, lo strazio è l’effetto suscitato dall’udire pronunziare il nome, come una sorta di effetto di ripercussione della percezione sonora. In questo passaggio, infatti, la riflessione sul nome è legata all’effetto sonoro del nome pronunciato, che si ripete come un’eco nell’oscurità («la buia voce dell’eternità la seguitava a chiamare»). L’effetto sonoro ripetuto è inserito in una percezione visiva di buio, oscurità.

Bisogna, inoltre, considerare che nelle redazioni precedenti troviamo altri nomi: Adalgisa Valeri, Adalgisa Dolores, Adalgisa François. Il nome della madre è, dunque, un nome cercato, ma già dalle prime redazioni è presente in nuce l’effetto legato alla percezione sonora del proprio nome pronunciato.

I redazione:

Prima le aveva chiesto: è lei la signora Adalgisa Valeri? Ed ella, tremando, aveva risposto sì.–

II redazione:

Prima le aveva chiesto: è lei la signora Adalgisa Dolores? Ella, tremando come al presagio d’un castigo, aveva risposto di sì.

Confrontando la prima e la seconda redazione (Gadda 2004a), e poi l’edizione del ’37, si può notare come il passaggio si articoli con un’espansione che specifica la causa del tremore. Appare evidente che il percorso testuale del passaggio non è solo un ampliamento, ma un approfondimento del processo psichico di consapevolezza da parte della madre. A partire da questa presa di coscienza il nome si connota come «nome dello strazio». Nel nome «Adalgisa Dolores» della II redazione c’è poi probabilmente l’intento di far rientrare nella semantica del nome la connotazione di dolore; il cognome spagnolo evidentemente, però, non convince Gadda, che sceglie infine un nome del tutto estraneo al contesto ispanico. La semantica del dolore, però, verrà successivamente esplicitata con ancora maggior vigore attraverso una trasposizione esterna al nome della connotazione semantica del nome stesso («il suo nome, che era il nome dello strazio»).

La reazione della madre all’udir pronunciare il suo nome dà forma, dunque, al significato stesso del suo nome. L’inciso «tremando» diviene «tremando come al presagio d’un castigo», per poi svilupparsi nella più articolata rappresentazione della fenomenologia del dolore. Al nome pronunciato segue la rappresentazione della presa di coscienza (con i segni del pallore, del tremore, dell’inasprimento).

Il termine strazio tornerà più volte associato alla madre, anticipazione e ripresa del momento in cui la madre apprende (o ancora prima capisce) la notizia della morte del figlio e il suo nome si connota definitivamente come il nome dello strazio. Troviamo un’anticipazione durante il dialogo con il dottore:

Ma le vecchie, nelle buie contrade dell’inverno, gli si strappano i brillanti dai lobi. (I morti figli non le difendono, assorti, immemori, sotto alle croci della Cordillera). La povera persona loro, da cui lo strazio del parto s’è scancellato, e lo strazio della morte, incurva, debilitata, non merita perle. Nel buio un letamaio si spalanca. (RR I 651)

Non solo è anticipato il legame tra la madre e lo strazio, ma è articolato il concetto di strazio tra maternità e morte (anche qui con allusione alla morte del figlio). Ma lo strazio si configura anche come il legame profondo tra madre e figlio (vivo): Gonzalo trova nello strazio la radice del suo male e dei suoi deliranti sfoghi. Ancora nel IV tratto:

Uno psichiatra soltanto, e al conoscere in dettaglio lo strazio della miserevole biografia, avrebbe potuto applicare un cartiglio del male. (RR I 645)

E poco prima – a seguito di un altro delirante sfogo di Gonzalo intercalato da «sono stanco, sono malato»:

Gli anni irripetibili li aveva dissolti il dolore. La demenza dei tutori aveva straziato il bimbo. Rimaneva la morte. (RR I 642)

Nel V tratto, invece, lo strazio appartiene alla madre e si articola proprio nel rapporto tra maternità e morte, tra dolore e dolcezza:

Invano aveva partorito le creature, aveva dato loro il suo latte: nessuno lo riconoscerebbe dentro la gloria sulfurea delle tempeste, e del caos, nessuno più ci pensava: sugli anni lontani delle viscere, sullo strazio e sulla dolcezza cancellata, erano discesi altri fatti […]. (RR I 676)

Lo strazio, dolore acuto nella sua estrema manifestazione, è legato a un’immagine di dolcezza passata (e «cancellata»), lontana, che solo l’apparizione di un ricordo, il nome del figlio, può rievocare. Il movimento di discesa e salita, nel contrasto tra buio e luce, si colloca dentro il movimento circolare del vagare, messo in scena in questo tratto attraverso strutture iterative e continue riprese lessicali, il cui unico punto fermo è la determinazione di un nome nella mente, la memoria di un nome, che si configura come il nome luminoso del figlio.

Nella polarità tra madre e figlio, se il nome della madre è il nome dello strazio, il nome del figlio è un’apparizione luminosa nel buio ma, in quanto tale, allucinazione memoriale dal fugace potere consolatorio.

Università di Sassari

Note

1. Questo articolo è parte integrante del progetto di ricerca, che sto svolgendo presso l’Università di Sassari, Tra intertestualità e onomastica: la lettura e la rielaborazione gaddiana dell’opera di Leopardi, finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna (borsa giovani ricercatori co-finanziata con fondi a valere sul Programma Operativo Sardegna FSE 2007-2013 sulla L.R.7/2007).

2. Martinelli 2004 rintraccia nel topos del descensus ad inferos una fitta rete di riprese dei classici latini.

3. Sulla semantica cromatica della Passeggiata autunnale, si veda Pedriali 2002c. In particolare, per quanto concerne il colore nero, si consideri lo stralcio seguente: «Successive inquisizioni testuali confermano un dato che questo studio ha ripetutamente evidenziato, l’aggregarsi dell’interiorità gaddiana intorno a coppie antitetiche. In Passeggiata rimane però un elemento lasciato a se stesso, il nero. Fatto rarissimo nell’opera dello scrittore, il racconto non conosce infatti altra gradazione cromatica, altro stile».

4. Ho approfondito questo aspetto nel secondo capitolo del mio libro Onomastica leopardiana. Studio sui nomi propri nei «Canti», nelle «Operette morali» e nei «Paralipomeni», Roma: Nuova Cultura, 2010.

5. Nella scelta onomastica di Gonzalo si sovrappongono il governatore spagnolo manzoniano Don Gonzalo (parodicamente avo del Gonzalo della Cognizione) e Gonzalo, il vecchio onesto consigliere, della Tempesta di Shakespeare. Gorni 1972 suggerisce, inoltre, una possibile influenza leopardiana di Consalvo.

6. A questo proposito Ceccherelli 2002a, rintracciando molti luoghi leopardiani in Gadda, ricostruisce lo stretto legame tra la torre e il dolore.

7. Giuseppe Bonifacino affronta la questione del nome della madre in rapporto al tempo e al tema della parvenza (Bonifacino 2002a: 127-174). In particolare, scrive: «I nomi, qui, non riconvocano presenze. Designano e replicano l’assenza, condensano, nella pienezza linguistica della forma, la scissione delle parole dal tempo della vita, evocano lo scenario di un funebre epos. [...] La Madre, nel romanzo, non è nominata che attraverso i sostantivi che ne indicano le prerogative e le funzioni, nella sua povera, dispersa famiglia, e nei riti domestici che la collegano alla società. Solo qui – come a prefigurare e a fissare, in quella del figlio prediletto, anche la sua condizione di morte – ne viene pronunziato il nome: ne viene, per un breve momento, intermessa la figuralità mascherale: e rovesciata la condizione metaletteraria, lo statuto di allegorica proiezione della conoscenza letteraria, e delle sue ragioni. Ma – in questo “tratto” della Cognizione, costruito come un ritmo di rifrazioni speculari, una trama di designazioni onomastiche sospese tra presenza e assenza, luce ed ombra – il nome non vale a restituirle la pienezza di un volto, una consistenza di persona: vale a confermarne, crudelmente, la progressiva, e ormai sancita, perdita di identità, di unità, nel tempo».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-20-5

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