Le recensioni di Gadda
(Scritti dispersi, SGF I 669-1226)

Riccardo Stracuzzi

1. Definire i confini e la portata dello scrittoio di un letterato è spesso impresa assai impervia: in ciò Gadda non fa eccezione, per motivi assai noti sui quali, qui, non mette conto soffermarsi. (1) Se è arduo, dunque, stabilire cosa Gadda leggesse, un qualche frutto si trarrà dall’esame di come egli leggesse. Sarà necessario, tuttavia, tenere a mente alcuni postulati ulteriormente limitativi: a) che le letture di uno scrittore sono tali ai nostri occhi solo in virtù di una metafora, giacché di esse sappiamo effettivamente ciò che egli scrive: il che, mettendo a punto la metafora, ci permette però di accertare quanto il singolo scrittore sia in grado di leggere criticamente, ovvero solo proiettivamente, i libri degli altri; b) che ogni recensione, non solo quella gaddiana, risponde a criteri ulteriori alla pretta attività di lettura e di riflessione: le recensioni si scrivono per i quotidiani, per le riviste letterarie, per le rubriche culturali della Radio o della Televisione, ecc., sicché devono aggiogarsi a un certo costume, diciamo pure a una serie positiva di istituti legali dettata dalla koinè in cui si situano; e in ultimo c) che tale esame si conduce qui solamente sulle recensioni pubblicate su periodici, e non raccolte nel volume saggistico del 1958, I viaggi la morte.

Per tutto ciò, da un lato è ammissibile intendere le recensioni redatte da Gadda quale indizio assai mediato, e forse parzialmente inattendibile, della sua indole di lettore; dall’altro, post hoc ergo propter hoc, tali recensioni costituiscono un oggetto d’analisi particolarmente pregiato. In prima istanza perché in esse l’Ingegnere deve dar conto di letture fatte per necessità, diciamo, e per peculio, raramente per suo interesse personale; in secondo luogo, proprio perché si tratta di articoli giornalistici poi abbandonati a se stessi, che Gadda dunque – a differenza di quelli poi confluiti in I Viaggi la morte – non ha condotto successivamente a quel più compiuto adempimento stilistico che ne avrebbe mutato il carattere d’occasione; e da ultimo perché, essendo le recensioni destinate a quotidiani, a riviste letterarie e a diffusione radiofonica, in esse si sarebbe dovuto mandare a effetto una prosa strutturata in modo chiaro e distinto. Il condizionale non è peregrino, giacché siffatte chiarezza e distinzione non sempre costituiscono, a cose fatte, l’esito effettivo delle recensioni stesse.

2. Dunque, le recensioni: due parole in proposito da un punto di vista generale. Il primo assunto da stabilire è che il vocabolo recensione va intenso in senso lato: i brani di cui dirò – inclusi, insieme con altri, nel terzo volume delle Opere garzantiane sotto il titolo di Scritti dispersi (2) – non sono solamente recensioni in senso stretto. In effetti, dal corpus dei centoventidue scritti raccolti da Isella, ho estratto quelli che avessero a che fare con i libri degli altri. Non mi sono soffermato, in altre parole, tanto su quegli scritti in cui l’autore parla dei propri libri o della sua esperienza di scrittore (Risposta a un’inchiesta tra gli scrittori laureati dal Bagutta, SGF I 812-15; Parlano del loro primo scritto alcuni fra i più noti autori di oggi, 1119-120; Incantagione e paura, 1213-215), né su quelli in cui, con estro affrancato da ipoteche definitorie, affronta temi letterari latamente intesi (p. es., I grandi uomini, 976-80; Divagazioni e garbuglio, 1221-224). Allo stesso titolo, ho escluso dalla mia lettura le recensioni teatrali, (3) quelle sulle mostre di pittura o di arte sacra, gli articoli di argomento culturale-istituzionale, le risposte a inchieste varie. Su questo punto ho derogato in un’unica circostanza, vale a dire per quelle Postille a una analisi stilistica (SGF I 815-23) con le quali Gadda risponde al tempestivo saggio accademico che Devoto aveva dettato su un capitolo del Castello di Udine, poiché si tratta di caso ancipite: l’Ingegnere vi discorre della propria scrittura, ma attraverso la mediazione di uno scritto altrui; nel che si sovrimprime, all’esplicita autorecensione, una non meno esplicita recensio degli argomenti di Devoto.

I testi che ho trascelto sono cinquantasei, di natura diseguale: in alcuni casi sono recensioni vere e proprie di opere poetiche o narrative, di drammi teatrali, di traduzioni letterarie (Guido Manacorda da Goethe, Quasimodo da Catullo), di saggi di critica letteraria, di saggi storici e filosofici, di memorie e di biografie. In altri casi si tratta di articoli che ho inteso come prefazioni, giacché presentano o illustrano, spesso nel contesto dei programmi culturali della Radio, alcuni temi o testi letterari in termini generali (la Scapigliatura milanese, SGF I 970-73; l’edizione critica dei sonetti belliani a cura di Vigolo, 1063-064; un ciclo di trasmissioni su Orazio, 1097-099), o perché sono prefazioni a pieno titolo (quella per Bergman, e.g., e in certo senso anche quella per Berto); ma può darsi anche il modulo del medaglione (Montale, o l’uomo-musico, 881-85; Ritratto di Santayana, 1027-028) o dell’epicedio, che Gadda ha praticato (Lo rividi direttore alla «Fiera», dedicato ad Angioletti, 986-89; Giorgio Pasquali, 1025-026; Immagine di Luigi Russo, 1188-190), sia pure con esiti assai distanti da quelli di un Montale o di un Contini. Questi testi sono pubblicati in varie sedi, entro un periodo di quarantatré anni, dal 1923 al 1966. Il primo è una lunga recensione alla raccolta poetica d’esordio di Ugo Betti, Un libro di poesia: «Il re pensieroso» di Ugo Betti (671-79), apparso una prima volta nell’aprile 1923 sulla Patria degli Italiani, periodico argentino, e una seconda volta nel gennaio 1926 sul Giornale d’Italia, con varianti; l’ultimo, del 1966, è una sorta di tardiva prefazione agli Ossi di seppia, incluso nella miscellanea Omaggio a Montale, (4) e intitolato Poesia 1931-1932 (1215-220). In occasione di questo discorso, darò conto dell’esito complessivo di queste letture, cercando di mettere in luce qualcuna delle costanti caratteristiche o, se si vuole, qualcuno dei modi propri alla scrittura recensiva dell’Ingegnere.

3. Non credo, per esempio, che si possa predicare di Gadda ciò che Mengaldo ha scritto riguardo a Montale, e cioè che egli «non è affatto un critico-poeta, ma un critico-critico che si trova ad essere anche un poeta […]; e subito si può osservare che in ciò è l’opposto del suo pari Saba, che esercita le spesso notevoli attitudini critiche in forme discontinue e asistematiche, fra gli estremi dell’aforisma e della narrazione». (5) Posto che la diagnosi di Mengaldo sia veramente inoppugnabile, essa non è certamente trasferibile a Gadda. L’evocazione dell’esempio di Saba, però, non deve trarre in inganno: l’Ingegnere non è il critico-artista che si frappone tra il testo e il discorso sul testo, esibendo una sua complicità con il fatto letterario.

Un’occhiata anche sommaria alla natura scrittòria di tali recensioni, semmai, suggerisce il sospetto che Gadda, come critico, si dibatta in un generale imbarazzo espressivo: gli articoli che scrive sono formalmente oscillanti, la scelta del registro stilistico che dovrebbe presiedere a una loro uniformazione espressiva vi figura altalenante, non mai conclusiva; e ciò non ha direttamente a che fare con quegli scarti stilistici per i quali è noto. Là, il movimento delle voci dizionariali e degli impianti sintattici è perfettamente regolato, istituito su un movimento che non è cursorio, bensì ciclico, e in questo modo manifesta una propria sistematicità: e penso a ciò che Niva Lorenzini ha scritto circa una ciclicità della deformazione insita nella scrittura narrativo-filosofica di Gadda (Lorenzini 1999: 131-33); qui, per contro, l’andamento della scrittura è puramente desultorio e, a tratti, irrisolto.

Un caso eccellente per darne testimonianza può essere la recensione al Manzoni di Luigi Tonelli (Gadda 1929a; SGF I 689-91): eletto maggior manzonista tra i solariani, specialmente in virtù di quell’Apologia manzoniana apparsa due anni prima proprio in Solaria (Gadda 1927a; SGF I 679-87), Gadda è chiamato a opinare sul libro di Tonelli, senza però che il suo giudizio, evidentemente sfavorevole, riesca a imporsi sulle incertezze e sul disagio che esperisce nel formularlo. Ciò è lampante, per esempio, nell’iterato ondeggiamento di congiunzioni e avverbi: «Tuttavia, nel libro di Tonelli, questa direzione metodologica implica forse che i temi profondi dell’opera manzoniana […] appaiano talora un po’ stancamente in luce quanto al risalto che loro spetterebbe»; e subito dopo: «Tutti i temi manzoniani sono toccati dalla erudizione profonda e ampia di che il libro è saturo […]. Ma forse la indicibile complessità della formazione manzoniana lo impedì: e d’altronde è vano appunto a base di “si sarebbe dovuto”»; «E poi […] Ma insomma […] ma è da dirsi» (689-91: d’ora in avanti i corsivi saranno da attribuire a chi scrive), ecc. Ad ogni rilievo mosso a Tonelli segue un sintagma avversativo, che attenua o confuta l’argomento per discolpare, per ridurre il rilievo a un nonnulla. Ora, Tonelli non è stato uno degli studiosi di Manzoni più insigni, né la più tarda lettura di Leopardi ha segnato la bibliografia del recanatese d’un titolo indispensabile. (6) Eppure il suo Manzoni, pubblicato per la prima volta dal Corbaccio nel ’28, ed è la versione che Gadda legge, è manifestamente una biografia intellettuale-letteraria più che decorosa, e non una monografia o un trattato di elevate ambizioni; di ciò, tuttavia, il recensore sembra non accorgersi: «Notiamo che il libro è diviso per capitoli secondo un piano biografico, sebbene i titoli paiano talora volersi piuttosto riferire al concreto sviluppo dell’attività letteraria del Manzoni» (689); notevole la ridondanza della perifrasi, ancora una volta spaccata da una avversativa di cui non si comprende la ragione, a meno di non postulare una incomprensione gaddiana nei confronti della forma biografico-critica data da Tonelli al suo testo. Si noti, oltretutto, che i temi profondi non illuminati dalla monografia di Tonelli, secondo l’opinione dell’Ingegnere, restano in ombra, per dir così, anche nella pagina del recensore, e contribuiscono ad accrescere il dilemma del peculiare manzonismo gaddiano.

In una tale circostanza, non sarebbe illegittimo attendersi dal recensore postille ben più smaliziate: il Gadda arguto e feroce del Genius loci di Arbasino, per esempio, avrebbe potuto spassarsela con le pagine nelle quali Tonelli, pur circospetto, è obbligato a riferire i noti dubbi sulla genitura di Don Alessandro; (7) o quelle in cui, volendo asserire la verità dell’amore nutrito da Manzoni per Henriette Blondel, cita una lettera in cui il poeta, nei giorni successivi al matrimonio, annuncia a Fauriel: «Nous sommes tous le trois extrêmement heureux» (Tonelli 1984: 86), dove quel tutti e tre di sposo + sposa + suocera avrebbe potuto senz’altro dar adito a variazioni facete di ampia portata. Nulla di ciò, invece, nella recensione gaddiana.

Una tale irresoluzione di stile e di tonalità enunciativa non va, del resto, attribuita all’inesperienza del critico: la recensione a Tonelli è del ’29, ma se consultiamo i tre necrologi che Gadda redige alcuni anni dopo, ricaviamo la medesima impressione; si prenda quello per la morte di Pasquali, nel ’52: il tono severo, o quasi ieratico, che deriva dalla secchezza della paratassi e dalle iterazioni pronominali e avverbiali («Altissimi, in lui, i titoli e i meriti di studioso, di docente: la filologia italiana ed europea perde con lui uno dei più appassionati, dei più acuti, dei più saggi, dei più profondi cultori»), finisce per cozzare contro l’indeterminatezza quasi corriva nell’enunciazione di quei titoli di merito (i saggi di Pasquali da citare per «il vivissimo e generale interesse», per «la elegante prosa», per «la sapienza» del suo «elegante, latineggiante linguaggio»: dove la pochezza della lode è amplificata dallo sciatto omeoteleuto, SGF I 1026). Qualche riga sotto, l’explicit suona poco appassionato, anche per le giunzioni tutt’altro che ingegnose di cui sono contesti certi sintagmi: «Lo piango ora con tutti gli amici, con le amare lacrime di chi vorrebbe richiamare al senso, e al pensiero e alla parola, una troppo nobile vittima, ribellarsi alla fatalità cieca del caso». (8)

Un altro aspetto di queste prose recensive – considerevole benché non frequente, ed anzi considerevole propriamente in virtù della sua scarsa frequenza – consiste nella manifestazione isolata di quegli stilemi che registrerò come micro-gaddismi: si tratta delle stesse peculiarità grafematiche, o al più lessicali, che Devoto ha segnalato nella sua analisi del Castello di Udine, rubricandole sotto il titolo di Preziosità ed arcaismi (Devoto 1950: 77-78) cui vanno aggiunti, però, neoformazioni o dialettismi adibiti a funzione manifestamente ironica, benché altrettanto sporadici: «reluttanza» (SGF I 742), «Vittoria, Verità» (746-47), «de’» (765), «a’» (ivi), «realizzi» (898); «inopinata crepagione» (900); «icché mi raccontano» (906); «resultati» (921), «laberinto» (933), «questo amarulento cock-tail» (935), «la chiesta» (1079), ecc. Lo studioso di stilistica annota che l’uso isolato di questi vezzi può evocare «impressioni altrettanto singolari quanto singolare è la parola», ma che la «ripetizione acquista l’apparenza di “formula” e quindi annulla la capacità evocative non solo negli esempi ripetuti ma anche del primo» (Devoto 1950: 78). Il che non è senza ragione, a dire il vero, anche se l’asserto andrebbe più ragionevolmente ribaltato, quantomeno in virtù del senno di poi. Si vuol dire, cioè, che nel Castello di Udine gli arcaismi e i preziosismi, ancorché frequenti e quasi formulari, non sono ancora correlati con gli altri registri discorsivi (le forme colloquiali del parlato, il sermo scientifico, i dialettismi scrupolosamente escussi spesso anche metalinguisticamente, ecc.), secondo quel procedimento macchinale che diverrà la firma di Gadda.

Se dunque Devoto coglie empiricamente una lacuna stilistica del giovane Gadda – e le remore piccate dello stesso Gadda e del sodale Contini all’implicito rimprovero del linguista non mi sembra che riescano del tutto persuasive – è pur vero che gli sfugge la ragione trascendente e in fieri di quella lacuna. D’altro lato, se porgiamo attenzione alle recensioni, urge considerare che l’occorrenza meramente sporadica, per non dire peregrina, di tali micro-gaddismi ortografici o lessicali assume il carattere di evocazione stilistica, traccia pressoché invisibile di un sistema scrittòrio, quello gaddiano appunto, che opera al di fuori del testo in questione. Fenomeno senz’altro rilevante quest’ultimo, ancorché evidentemente preterintenzionale: come se le recensioni, che sono per definizione prose dal risvolto essenzialmente referenziale, e che tali restano nella specifica elaborazione di Gadda, finissero per essere destinate da una serie di tic stilistici spaesanti a una doppia udienza: da una parte il lettore del periodico che ha interesse a consumare la recensione in quanto tale, per ricavarvi, positivamente o non, indicazioni di lettura concernenti questo o quell’altro libro; dall’altra il lettore di Gadda tout entier, che consuma lo stile gaddiano ben di là dal testo specifico in cui esso trova supporto.

Sicché, di là da altri e già studiati effetti, la consistenza metalinguistica, o più specificamente metatestuale, della scrittura gaddiana assume non di rado il tratto di una autoreferenza pseudofilologica, ove l’Ingegnere sembra scrivere naturalmente per una lettura accademica; e ciò, pare di poter dire, ben prima di una qualsiasi intenzionalità: si pensi alle maniacali descrizioni more philologicum dei quaderni su cui si appresta a redigere il suo Giornale di guerra o il Racconto italiano; oppure si pensi alle note a piè di pagina apposte alle prose narrative. Ce n’è quanto basta per scorgere una sorta di auto-filologia che immane originariamente alla scrittura di Gadda. (9)

Nelle prose recensive, in ogni caso, l’aspetto principale e più evidente consiste nella regolare rimozione del fatto formale. Gadda non dice pressoché nulla della lingua e dello stile dei libri che si trova a leggere, siano essi romanzi, poesie, saggi letterari o storici. Le volte in cui ci si sofferma, assai scarse in verità, riduce la descrizione a una serie di formule molto concise: in alcuni casi tali formule cedono a una nebulosa genericità («Noterò per finire che la prosa del Betti acquista singolare vivezza dall’esser egli pervenuto a raggiungere, sia nella narrazione, sia nel dialogato, un felice equilibrio fra le necessità della espressione e della coscienza popolaresca e le più raffinate esigenze della lingua nostra», SGF I 689; su Paul Morand: «Nervoso brillante preciso pur nella novità del tocco e nella inesauribile verve con cui utilizza il particolare ai fini di una cronaca ambientatrice», 701); altre volte esse sono ragguardevoli in termini di connotazione, ma quanto alla denotazione senz’altro reticenti (sugli scapigliati: «come la loro prosa frantumata non è il classico granito del Cattaneo», 972; su Foscolo, stante anche la risaputa ostilità: «Genio, ardimentoso e precoce, alla fluente musicalità del settenario che i tardi arcadi gli suggerivano», 1146; su Berto: «La consecuzione cronica del periodare pressoché ansimante, ci dà l’ansimo delle immagini in corsa, il cinematismo felice dei caratteri e dei personaggi in continuo movimento, fisico e psichico», 1201).

Se è vero, dunque, che il Gadda-recensore tende a rimuovere l’aspetto intrinsecamente testuale dei testi che deve recensire, è pur vero che egli è comunque costretto a qualificare in qualche modo ciò che sta leggendo, se non ad analizzarlo o a descriverlo: ciò comporta l’utilizzo di alcune modalità ampiamente ricorsive di perifrasi o parafrasi. Ecco allora l’occorrenza decisamente formulare della semantica della vitalità, con la quale il recensore disbriga in tutta fretta ogni dovere per l’appunto di qualificazione del testo; ecco il ricorso alle fluenti similitudini – che l’ipertrofica presenza dei come, entro le brevi annotazioni, segnala palesemente – in virtù delle quali la descrizione è sostituita dal ri-ferimento: la similitudine, giusta la norma di base già aristotelica, dice una cosa in luogo di un’altra. Il che rappresenta la quintessenza del lavoro del segno, stando per lo meno all’estensiva definizione peirceana, e prima ancora scolastica, ma nello stesso tempo implica che l’Ingegnere tenda ad eludere la cosa da dire. Ciò si vede in quei testi ove la questione formale è posta più apertamente, ma in questo modo anche più visibilmente elusa: per averne un riscontro è utile la recensione al Boscovivo di Gianna Manzini («Un chiaro ed acuto intelletto domina, illumina, e nello stesso tempo limita il mondo da lei rappresentato: (come un fascio di proiettore le cose investite, nella notte)», SGF I 778) o l’inciso dedicato a Leone Traverso traduttore di poeti classici e moderni nel notevole Conforti della poesia («I “suoi” versi, nuovi per noi, si inseguono gravemente nel nostro intento ascoltare: degli endecasillabi, con qualche spostamento di accento, a volte, dalle sedi canoniche: una veridica e direi necessaria sonorità, una maestà fisica li sospinge verso l’esame, come bei cavalli a una fiera, guidati da palafreniere accorto, con un fiocco di spuma in sulla bocca: un fiocco!, », 967).

Altri procedimenti tanto riassuntivi quanto elusivi adottati dal Gadda recensore sono la digressione/parafrasi da una parte, e dall’altra l’enumerazione caotica. Della prima c’è poco da dire, se non che in qualche modo s’apparenta allo strano incipit della Meccanica, il preludio filosofico che è connesso al racconto solo per via di un netto trapasso. Simile il Gadda recensore: nella già citata recensione alle poesie di Betti (segnatamente SGF I 671), in quella al saggio Pensieri del mio tempo di Devoto che si legge alle pp. 944-48 con il titolo Un testimone, ma anche nella lettura di un saggio storico di Roberto Paribeni (Da Ottaviano a Teodosio, 838-40), della traduzione catulliana di Quasimodo (898-903) e del Male oscuro (1200-208): al punto che Piancastelli, autore di una monografia su Berto, non ha torto a ravvisare, in quella recensione, «certe felici anche se a volte oscure parafrasi»; (10) felici in quanto gaddiane, assai misteriose e in fondo poco pertinenti se applicate all’opera di Berto. C’è poi l’enumerazione caotica, o elenco, attraverso cui Gadda, in alcune circostanze, accomuna i tratti significativi del libro che legge in un’unica parata enunciativa: in pura eteroclisia si sommano aspetti linguistici, contenutistici, narrativo-strutturali e quant’altro. Lo si vede nella recensione a Berto, ancora, ma anche nel Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia, dove i motivi d’eccellenza del capolavoro manzoniano sono rapidamente ma caoticamente riassunti con queste parole: «Ciò che incanta, in quel libro, e incanta massimamente un lombardo, si può dire per elenco. Annotata, cioè riconosciuta, la verità dei rapporti di fatto (non dei rapporti sistematizzati, quali ci potrebbe dare un utopista, un engagé, o un arrabbiato): tra poveri e poveri, che tirano spesso, oltretutto, a… beccarsi fra loro, come gli immortali capponi; tra umili e potenti; tra sposo in “lieta furia” e curato in fifa: ragionevolissima fifa. Amore illuminato al documento e alla storia: ironizzazione signorile del documento balordo, bravi, gride per il pane, e della storia sbagliata cioè del male “inutile” (termine illuministico a sua volta sbagliato): da leggersi perciò alla rovescia, l’uno e l’altra. Incredibile felicità e suprema nettezza descrittiva, la scena “veduta”, il personaggio che “ti viene incontro”, le vie di Milano e il lazzaretto ricostituiti in prosa italiana, ma con l’arte antica e nuova d’un Caravaggio, d’un Canaletto. Forse il vecchio genio italiano non ancora sfibrato dalla verbosità e dalla violenza polemica, dalla fregola del vaticinio. Il suggerimento imaginifico del passato raccolto come una musica, e d’altronde come un dato a noi estrinseco, e alla nostra faciloneria fabulante: da sensi vergini, stupiti come quelli d’un bambino» (1180).

Due parole più circostanziate per quel che riguarda le formule della vitalità, le quali rivestono, mi sembra, una certa rilevanza di sintomo: ho contato, nei cinquantasei testi letti, l’occorrenza di quarantotto lessemi, tra quelli inerenti alla famiglia semantica della vita, adibiti a funzione latamente metaforica. Le varianti non sono poche: si inizia nel ’23 con la prima recensione, quella alle poesie di Betti: «Ciò che onora più il Betti è l’arte del trarre da pochi ed effimeri tocchi di colore la dolorante cognizione delle leggi dentro cui si consuma una cara e rapida fiamma: la vita!» (SGF I 673), ove non sfuggirà il sintagma prefiguratore della dolorante cognizione; e si finisce nel ’66 con Montale: «In lui, avvertirò per digressione, viva, quando è viva, la battuta» (1218), esempio perfetto di quelle notazioni, tutte gaddiane, decisamente oscure, truistiche a un primo sguardo, e in ogni caso brachilogiche. In mezzo ai due estremi, un’ampia casistica: «ben vivo artefice», ancora su Betti, questa volta narratore (687); «vividezza dell’analisi» riguardo a Tonelli (689-90); un «vivo senso lirico», predicato della prosa di Tecchi (700); un «vivo di vita», detto invece del personaggio manzoniano e shakespeariano (724); «veridicità e vividezza» ancora per Tecchi (741); i «germini vitali» che affiorano nel Faust (760); i «malinconici e pur vivi colori» dei Tre imperi… mancati di Palazzeschi (738); «il vivido, il fecondo scrittore» riguardo a Bergman autore dei Markurell (919); e così dicendo, con punta massima nell’apoteosi quasi verdiana della vita in Stuparich, autore di Guerra del ’15, libro che è definito da Gadda «fresco e vivo di vita, vivo di verità, vivo d’un carattere di originalità inconfondibile (745); e, poco dopo, «il libro dello Stuparich è dei più vivi» (746), «è arte perché la rievocazione bella e vera d’uno degli attimi in cui visse e fuggì la nostra vita di popolo, traverso la risonanza d’una così salda anima, mi trascina e m’incatena a rivivere» (748).

Ora, occorre annotare che un vero e proprio formulario della vita insiste in Gadda di là dalle recensioni; anzi, che tale formulario costituisce uno degli ingredienti stilistici per cui si compone il chimismo lirico di certe pagine gaddiane. Qui, soprattutto per ragioni di economia espositiva, basterà scorrere la Cognizione e il Pasticciaccio nei quali, d’altronde, gli indizi di quanto si sta dicendo si presentano molteplici. Se usiamo le concordanze che Ceccotti e Sassi hanno rese disponibili online, ci accorgiamo che il lessema vita compare nella Cognizione trentatré volte, e ventinove nel Pasticciaccio. Ad esso se ne associano altri, afferenti al medesimo àmbito semantico: tra i maggiormente rappresentati, vivere (13 occorrenze), vivo (6 occorrenze) e vitalità (5 occorrenze) per il secondo dei romanzi; per il primo, invece, vivere (12 occorrenze), vivo (6 occorrenze), vitale (4 occorrenze) nonché vitalizzante (2 occorrenze), per tacer d’altri casi. Non tutti questi lessemi, ovviamente, sono adibiti nei due romanzi a produrre quegli effetti tropici di cui stiamo dicendo, ma non sono poche le accezioni rilevanti sotto questo aspetto.

Già in apertura della Cognizione, per esempio il tema vitalistico si palesa in quanto di epifanico gli appartiene, qui sotto la specie del provocatorio e dell’inubbidiente; il fatto che il brano sia venato d’una bonaria ironia, poi, non attenua la polarizzazione tropica: «La proposizione di (de, in maradagalese) esprimente causa od origine, seguita dal sostantivo “guerra” e preceduta da un aggettivo sostantivale come “invalido”, “mutilato”, “cieco”, “sordo”, “minorato”, e simili, aveva anzi dato luogo a certa facezia, di discutibile gusto, è vero: e non proibita tuttavia dalla legge, perché innocente. Accade alla loquace vita, purtroppo, di esorbitare talora dalle sacre leggi della deferenza e della compostezza» (RR I 572, solo l’ultima sottolineatura è mia). Ma più nitidi, nella prospettiva di una laus vitae, sono alcuni passi successivi, inerenti al lungo dialogo tra Gonzalo e il dottore (636, 640), ovvero alla figura della madre (680-81, 711, 769), tra i quali ultimi scelgo il primo, segnatamente per la sua intonazione esclamativa: «Ma Gonzalo? Oh, il bel nome della vita! Una continuità che s’adempie. Di nuovo le sembrò, dal terrazzo, di scorgere la curva del mondo: la spera dei lumi, a rivolversi; tra brume color pervinca disparivano incontro al sopore della notte. Sul mondo portatore di frumenti, e d’un canto, le quiete luminarie di mezza estate. Le sembrò di assistervi ancora, dalla terrazza di sua vita, oh! ancora, per un attimo, di far parte della calma sera»; e, poche righe sotto: «Tardi rintocchi: e il lento lucignolo delle vigilie si era bevuto il silenzio. Lungo gli interrighi s’insinuava l’alba: nobili paragrafi! ed ella nel sonno ne ridiceva la sentenza. Generazioni, stridi delle primavere, gioco della perenne vita sotto il guardare delle torri». Per non dire, ancora, del periodo con cui si chiude l’ultima strofe, prima del congedo e della conseguente redditio, in quella canzone gaddiana che è Autunno (vv. 71-78): «Il pensoso elettrotecnico assale | Audace la scatola di sardine – anteguerra, | La saldatura torno torno | Arrìcciola – e il forziere disserra | Vivo di mattutini | Polsi: e il pane addenta – o dimezza | Con la ragazza, che lo bacia e carezza | Fra la bicicletta e gli spini» (RR I 769): si tratta di una delle varianti introdotte nel 1963 sulla lezione della princeps (1932: cfr. Gadda 1993a: 39-40, 43, 121), nella quale la formula vitale non figurava: «Il giovane elettricista audace assale | La scatola di sardine – anteguerra, | L’attacco sferra | Allegro di mattutine | Vene e il pane | Addenta e dimezza […]».

Bisognerà aggiungere alla lista almeno un luogo del Pasticciaccio, dove l’istanza vitale ispira un afflato descrittivo quasi mistico: «emanava da lei [Ines Cionini], con il notato olezzo, il senso vero e fondo della vita dei visceri, della fame: e del calore animale. L’idea che è propria delle stalle, delle fienaie: e diserta le ossute prammatiche» (RR II 147). E proposizioni simili si leggono anche là dove Ines, obtorto collo, permette che gli inquirenti studino la fotografia del suo amante, Diomede Lanciani (167); nel tratto sul pranzo in casa Balducci (24) e dopo l’omicidio della signora Liliana e il conseguente arresto del cugino di lei: «Giuliano, fiore dei Valdarena! Empito dei puberi giorni! Grumo di vita!» (91), secondo come si dolgono zi’ Marietta e zi’ Elvira per la possibile incriminazione del congiunto. Altri accenni di questo carattere, sia pure meno rilevati, potrebbero essere ascritti al motivo del vitalismo (p. es. in RR II 24, vitalizzante; 105, 167, vivere; 124, vivido; 125, vivida; 276, vitalità; o in RR I 579, 726, vitale; 655, 711, 764, vivere e 763, vivo), e solamente consultando i due romanzi maggiori. Si può senz’altro concludere che la risorsa semantica della vita costituisca un possibile Leitmotiv con il quale l’autore cuce e formalizza, liricamente e ideologicamente, le peripezie minori o maggiori in cui i suoi personaggi sono gettati dalla narrazione. E tuttavia, così come accade per i micro-gaddismi stilistici di cui si è riferito sopra, là dove uno dei tratti caratterizzanti la scrittura gaddiana si sposta alle recensioni, l’effetto prodotto finisce per essere straniante. Qui, infatti, venendo a mancare una sistematicità reale dell’insistenza vitale, la quale non è collegata a quell’andamento lirico che Gadda costruisce in certi luoghi con strumenti stilistici selezionati e ricorrenti, l’iterazione di tali formule pare risolversi in una prassi eufemistica, la quale riferisce a noi qualcosa della scrittura dell’Ingegnere, obliquamente, ma è reticente circa gli oggetti delle recensioni. Come a dire che Gadda, quando deve fare una lode, più o meno caldamente partecipata, ovvero quando deve trarsi d’impaccio dalla necessità del giudizio, finisce per precipitare, e contemporaneamente disperdere, tale lode nel formulario nebuloso della vita. La meccanicità della prassi eufemistica fa sì che talora lo scrivente sfiori, e non solo sfiori, l’umorismo involontario: nel necrologio di Luigi Russo, exempli gratia, il critico è additato come «Il buon fabbro, del quale si suol dire che sa l’arte sua, che conosce il fatto suo», che dunque «è necessariamente un generoso, un vivo» (SGF I 1189): il che, predicato d’un morto, è quantomeno sconveniente.

4. Per tutto ciò che si è annotato sopra, credo si possa rilevare la latenza del problema formale nelle recensioni di Gadda. Manzotti avverte che «Caratteristicamente la prima mossa gaddiana nell’appropriarsi di un autore, sia esso Manzoni, o il Dossi, o il Bergman dei Markurell, consiste proprio in una vigorosa rivendicazione della eticità – alias “non-gratuiticità” – della sua scrittura» (Manzotti 1987a: xxv; cfr. Introduzione a «I Markurell» di H. Bergman, SGF I 919-33); ma è anche vero che, quasi sempre, tale rivendicazione consiste in un’ipoteca contenutistica, senza che gli aspetti formali ne siano significativamente investiti. Riguardo al fatto che un certo contenutismo nel Gadda-lettore sia aspetto tanto significativo quanto specifico, mi si può obbiettare, non senza ragioni, che non è dei critici-scrittori, soprattutto in sede recensiva, condurre scrupolose analisi del piano linguistico, di quello stilistico e di quello formale dei testi che si trovano a giudicare. E si potrebbe aggiungere, altrettanto ragionevolmente, che quella di un Gadda tutto preso dal problema dello stile, dall’unico rovello espressionistico della forma, è immagine ormai caduta in discredito. (11)

Accolti questi argomenti, e riconosciuta la loro ponderatezza, sarà opportuno notare per prima cosa che, se Gadda in veste di recensore non mostra eccessiva attenzione per lo specifico espressivo dei libri che esamina, non sembra che il dato narrativo dei romanzi recensiti lo interessi in misura maggiore; in secondo luogo si dovrà pur considerare che il Novecento italiano ha conosciuto critici-scrittori che, sia pure in brevi ed icastiche notazioni, si sono studiati di accostare il referto sulla forma alla descrizione e al giudizio di valore. Sarà opportuno qualche cursorio raffronto: Pasolini in un articolo di tre paginette intitolato Parronchi e la «via dell’umano», pubblicato per la prima volta su Officina, descrive non in modo generico – pur restando entro i limiti di una «terminologia recensiva», come annota lui stesso – tanto l’impianto ritmico quanto le sistematiche direttrici di selezione lessicale che insieme costituiscono il tratto formale della poesia di Parronchi, e ciò benché quest’ultimo non sia propriamente uno dei contemporanei preferiti da lui, non sia Caproni voglio dire: «Da tutto questo lavorio, che consiste principalmente in una auto-coazione depressiva e in una invisibile ricostruzione linguistica all’interno dei moduli linguistici svuotati, ciò che maggiormente colpisce è una specie di compiacenza per parole e modi un poco antiquati, l’uso sia pur discreto di stilemi tipici di un novecentismo generico, d’origine crepuscolare-impressionistica, e un poco scolastici». (12)

Si consulti, invece, il gaddiano Conforti della poesia (SGF I 959-69), discorso originariamente pronunciato per il conferimento del premio di poesia «Le Grazie» ad Alessandro Parronchi: si leggeranno pagine davvero belle – soprattutto per il tenore ironico, ora più flagrante, ora più sottile, che le articola – al punto che rincresce non figurino in I viaggi la morte. Di là da questo, in effetti, si reperiranno alcuni passaggi di descrizione formale: p. es., «Molti concorrenti si presentano succinti all’agone: lodevolmente succinti. Come s’ebbe a notare lo scorso anno, ci sono poesie di sei versi, di quattro. Ci sono versi di due sillabe, ma anche di una. Il monosillabo “me” (pronome personale prima persona accusativo) è un bel verso, d’una bella poesia concorrente» (961); «Una vaga disseminazione di virgole e di punti e virgole, buttati a caso, qua e là, dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara» (963). (13) Tuttavia, seguendo la curva argomentativa di questo discorso si osserva un fatto, a tutta prima poco apparente, non privo di paradossalità: i brani citati, e alcuni altri, oltre a essere pur esiguamente affetti da quelle costanti retoriche cui si è accennato, sono compresi nella lunga porzione di testo (7 pagine) in cui si discorre dello statu pöesis 1949, e cioè: dei 1495 elaborati che i 299 concorrenti al premio hanno fatto pervenire alla giuria; dei tic e dei tabù della poesia foscoliana, qui lungamente derisa per pura diversione; delle attitudini liriche dei sei finalisti, escluso Parronchi che è il premiato. Diversamente, nella parte dedicata a quest’ultimo (2 pagine), lo sguardo sulle forme si fa più opaco e, si direbbe, meno interessato. Ecco allora passaggi come quello che segue: «Leggete, o rileggete, nei Visi di Parronchi le liriche: Sereno andare, Bicicletta notturna, Agli amici, Notte fuggitiva, Luce di sera sull’orto; e la più commossa e vagamente esametrica: Passaggio primaverile. Vi conoscerete i frutti d’una pacata e chiaroveggente virtù, che non infetta di cattiva lingua le dolci sequenze dell’immaginare, come fanno le ruote di certi carri quando dai loro mozzi, al trascorrere, imbrattano d’una nera morchia i poveri fiori delle siepi» (969). È possibile, nel caso presente e in quelli di cui si dirà, escogitare spiegazioni ad hoc: scarso interesse di Gadda per la poesia a lui contemporanea, Montale a parte, e quindi per Parronchi; impossibilità cerimoniale di manifestare tale disinteresse, ecc. E si tratterà di spiegazioni, caso per caso, tutt’altro che destituite di fondamento. Ma le spiegazioni singolarmente appropriate non dànno ragione di una prassi abbastanza costante, almeno così come si delinea attraverso gli indizi stilistici minimi che abbiamo sommato prima, e quelli più estesamente focali e discorsivi che seguiranno.

Altri controlli incrociati possono essere condotti tra articoli pubblicati da Montale e da Tomasi di Lampedusa, su Gadda Conti il primo e il secondo su Paul Morand, e tra le corrispettive recensioni che Gadda dedica a differenti opere degli stessi autori. Montale e Tomasi sono scrittori assai differenti, e tuttavia le loro recensioni li vedono all’opera nel leggere le opere dei colleghi, italiani e non, con una qualche attenzione per le forme del testo. Non si vuol dire, naturalmente, che si diano da fare in acribiche analisi stilistiche di Gadda Conti e Morand, i libri dei quali probabilmente non avrebbero giustificato l’impresa; ma si dovrà notare che, pur dedicando solo brevissimi accenni agli aspetti formali del libro di cui devono dire, non prendono a pretesto quegli accenni per divagare verso altri luoghi discorsivi.

Eugenio Montale recensisce nel 1925 un romanzo di Piero Gadda Conti, edito con i tipi delle Edizioni del Convegno circa un anno prima: (14) le note che il poeta dedica alla scrittura di Gadda Conti, nell’ovvia concisione, sono opportunamente delineate. In poche righe sono identificate le movenze prosodiche che innervano la prosa di Gadda Conti («è tutta un inno alla natura L’entusiastica estate, e talvolta questa prosa celebrativa si sforza di assurgere al canto vero e proprio, e si dispone negli schemi dell’endecasillabo» – Montale 1996: 23); fa cenno al generale tenor discorsivo del testo («Come scrittore il Gadda tende a un trattamento scorrevole e largo della sua materia espressiva»; «Il Gadda s’è tenuto a una forma più sinfonica e più generica», 25), anche nelle sue modulazioni più o meno riuscite («Se a questi brani felici si alternano talora abbassamenti di tono, accuseremo piuttosto che l’arte letteraria del Gadda, la quale si dimostra già assai fine, certo si abbandona a una sincerità che si direbbe provvisoria», ivi); e addita un precedente del giovane scrittore in Carlo Linati («Per un suo gusto di sensazioni tenui e leggiere il Gadda si differenzia nettamente dal prosatore nostro che più lo ha toccato col suo influsso. L’autore di Duccio da Bontà e di Sulle orme di Renzo – perché non dirlo? – torna alla memoria leggendo questa operetta», ivi). Ben differente la lettura che Gadda dedica al cugino Gadda Conti, di cui nel ’32 recensisce il romanzo Gagliarda ovvero la presa di Capri (Milano: Ceschina, 1931), pur con esiti che in termini assoluti risultano più ragguardevoli di quelli di Montale. Ma circa la forma del romanzo storico del cugino, l’Ingegnere si limita a un’allusione stilistico-narratologica troppo esigua («il citrullismo nuoce alla figurazione della battaglia, spoglia le note d’ogni capacità commotiva», SGF I 751; riferendosi cioè all’escamotage stendhaliano con cui il narratore, nel romanzo di Gadda Conti, descrive una gesta guerresca regredendo per intero al livello di comprensione o di incomprensione del suo sprovveduto protagonista), e a una enunciazione comprensiva ove i nessi qualificativi non giungono a considerevoli risultati d’ordine informativo («Piero Gadda ci ha dato una prosa sorvegliata e fluente, sàpida e pronta all’immagine. Pienamente atta a dire la spontaneità evocatrice dello spirito: migliore forse di certa spontaneità gratuita e saltellante che ci toccò sciropparci al ginnasio. Buono e costruttivo il dialogo, buona e costruttiva la mimica», 752).

Lo stesso, in breve, si potrebbe notare circa un articolo che Tomasi di Lampedusa dedica a due libri di Paul Morand, (15) e alla recensione redatta da Gadda per il 1900 dello stesso autore, uscito alcuni anni dopo. Se da un lato Tomasi, partecipe più che altro del tema dei due opuscoli di Morand – quello dell’inquietudine con cui la borghesia europea affronta il trauma della grande guerra e le ripercussioni nella stagione post-bellica – trova in ogni caso il modo di condurre alcune osservazioni sulla chiave stilistica della prosa libellistica e memoriale di Morand («Questa mistura di “reportage”, di stile da “réclame” alberghiera e di commozione, fusa in un’unità stilistica che mai si smentisce, dà il tono a tutta l’opera», Tomasi 1995: 464) e di segnalare i troppo angusti limiti in cui essa si rinchiude quando esperisca la forma romanzo («Incoraggiato dal successo grandissimo dei due primi volumi, il Morand volle affrontare, con Lewis et Irène, il romanzo. Ma il suo stile impressionistico, la sua sensibilità acuta ma saltuaria mal lo predisponevano a un’opera a lungo fiato. Quel che sarebbe stata una novella maliziosa divenne un romanzo un po’ scucito e non troppo interessante», ivi); (16) dall’altro lato l’Ingegnere infarcisce la recensione di doviziose citazioni, tanto numerose da apparire tentativi di fuga dalle esigenze di anamnesi e diagnosi, rifugiandosi poi nelle consuete strettoie enunciative: tra le quali l’antonomasia civettuola e trita («Nervoso brillante preciso pur nella novità del tocco e nella inesauribile verve con cui utilizza il particolare ai fini di una cronaca ambientatrice», già citato; «Il costume, la moda, la curiosità pubblica […] sono rievocati ed ironizzati con una rapidità, una sobrietà ed una leggerezza di tocco veramente francesi», SGF I 705) e le osservazioni in sé notevoli che spiace, però, cadano nell’indefinito, prive di esemplificazione («aggettivazione diabolica dove il termine espressivo viene criticato dal suo stesso attributo», 702).

5. Esiste anche, nel repertorio delle recensioni gaddiane, il tipo della stroncatura, se vogliamo dir così, e vale la pena di darvi uno sguardo. Bisognerà considerare subito che le censure di Gadda sono poche e poco disinvolte: un lettore in cerca di cruente querelles intellettuali non vi troverebbe nulla di ciò che, invece, fa di certe pagine di un Papini o di un Boine, o ancora del Soffici di Scoperte e massacri e di Statue e fantocci, una pietanza venefica. Anzi, se si eccettua la lettura alquanto negativa, ma qui e là enigmatica nel tono ironico, che egli dà del Monte Ignoso di Paola Masino, le stroncature dell’Ingegnere si limitano a due casi principali, (17) singolari entrambi: quella redatta per la prima edizione della versione quasimodiana dei Carmina di Catullo, e quella sul saggio di Moravia messo a premettere l’edizione dei Promessi sposi nei «Millenni» Einaudi.

Nel primo caso il sarcasmo di Gadda, che chiude la recensione con un beffardo: «Siamo grati al poeta del poetico esperimento» (SGF I 903), risulta solo parzialmente comprensibile: non tanto perché si debba eccepire il giudizio sulla traduzione di Quasimodo; su questo le opinioni dei latinisti e degli italianisti sono molte e molto difformi, (18) e non sembra opportuno, qui, proporne un compendio. L’ambiguità della stroncatura gaddiana risiede bensì nell’evidenza, ancora una volta, della rimozione da parte dell’autore del testo promosso a oggetto di discorso. Gadda, cioè, scrive più che altro di Catullo, e non di Quasimodo che traduce il primo. Può darsi che ciò risponda a un costume diffuso in quegli anni, (19) ma si vorrà notare che qui il traduttore è illustre e che, finalmente, la natura stessa della stroncatura richiede che il giudizio non sia espresso per accenni, a maggior ragione se poi risulta irridente. Anche ciò, tuttavia, non sarà per errore: la chiusa dell’articolo testimonia la scarsissima valutazione gaddiana dei conati traduttòri di Quasimodo, e va bene; ma resta pur il fatto che i concreti rilievi mossi dal recensore al traduttore sono solamente due, e uno solo di reale rilevanza. Gadda, in concreto, contesta a Quasimodo (cfr. SGF I 902-03): a) di aver reso il sintagma ilia rumpens, del carme XI, attraverso un rompe con viva forza che addomestica in forma assai trita la chiusa della penultima strofe del carme. Si noti che Quasimodo nella seconda versione dei Carmina, pubblicata dieci anni dopo, muterà il luogo con un «rompe | la forza maschia», e che la facile aggettivazione viva forza ha qualcosa in comune, nella sua effettiva vaghezza, con il formulario gaddiano della vita; b) di aver tradotto il verso 5 del carme LVIII leggendo «magnanimos Remi» in luogo del vero «magnanimi Remi»; con il che, stando alla prima versione quasimodiana dei Carmina, Gadda segnala un’effettiva gaffe traduttoria («glubit magnanimi Remi nepotes», infatti, è reso con l’errato «spoglia […] | i nipoti magnanimi di Remo»); nella seconda stesura delle sue traduzioni catulliane, Quasimodo emenderà forse l’errore fornendo una versione non letterale, a prima vista altrettanto errata («tira | via la pelle a quei gran figli di Remo»), (20) ma che intende restituire l’accento osceno del testo originale attraverso il sintagma gergale quei gran figli.

Per il resto, la lunga tirata su Catullo dà inequivocabile conferma che Gadda idealizza il poeta di Sirmione sulla scorta di un’ipostasi romantico-liceale, in parte coincidente con quella dello stesso Quasimodo. Se infatti si raffrontano il discorso gaddiano e il capoverso che Quasimodo dedica a Catullo nello scritto Traduzione dai classici (1945), si subisce l’effetto di uno di quei clic di particolare suggestione. Gadda scrive che «Catullo è l’enfant terrible di una società indemoniata e convulsa» (SGF I 900); Quasimodo annota che «Esiste, e non solo scolasticamente, una “retorica” su Catullo enfant terrible del suo secolo, una sorta di Cocteau dell’epoca. Si dà molta importanza, per la conoscenza dell’uomo Catullo, a quella sorta di licenza (di natura letteraria, del resto) verbale, ma anche morale diciamo», (21) ove il discorso potrebbe davvero avere nell’intervento gaddiano il suo naturale interlocutore, stanti l’allusione a una retorica non solo scolastica, la tangenza terminologico-metaforica di un Catullo enfant terrible, e la perplessità circa la tendenza a scorgere nelle esagitazioni turpiloquiali e nella psicopatia dell’uomo Catullo la sua più vera indole di poeta, e stanti le possibili tangenze biografiche tra i due scrittori.

Di là da questo, tuttavia, è sulla rimozione dell’alessandrinismo di Catullo, sulla raffinata e letteratissima confezione della sua fictio poetica che Gadda e Quasimodo s’incontrano: il primo là dove sostiene che «La squisita elaborazione dei componimenti “alessandrini” non ci dà un’immagine intera del poeta. La sua nevrosi è manifesta nei carmi che dirò “italiani”», affermazione cauta, che non rende pienamente giustizia all’evidente disinteresse gaddiano per i carmina docta, quelli che più apertamente denunciano la discendenza e l’atteggiamento poetico che l’Ingegnere non riconosce a Catullo; Quasimodo nel fatto stesso che di quei carmina docta si disinteressa quasi completamente in sede di traduzione, e nell’affermazione per cui «Quello che interessava a noi era il Catullo delle elegie (nemmeno quello degli inni e degli epitalami, anche di derivazione alessandrina), là dove la sua pena d’uomo raggiunge l’accento più eterno, là dove non più Callimaco lo tocca ma la sua natura di latino, la sua umana disperazione di giovane già destinato alla morte» (Quasimodo 1960: 76). Pare quasi che i due scrittori si affidino alle due opposte facce di un medesimo, e alquanto idealizzato, ritratto. (22)

Il secondo dei due casi, quello del Moravia su Manzoni, è ancora più sorprendente, più di tutto per l’assenza di una sostanziosa vis polemica da parte dell’Ingegnere. Ci si sarebbe aspettati da un fervente manzonista una replica ben aspra; il tono di Gadda, invece, è lene, quasi rassegnato, più incline a sottolineare l’anticonformismo della lettura di Moravia del capo d’opera manzoniano, piuttosto che a metterne in luce i manifesti tratti di misinterpretazione, al punto che qualsiasi vincolo di conoscenza e cortesia tra i due scrittori coevi non basta a giustificare la remissività di Gadda. Il saggio che Moravia scrive per l’edizione nei «Millenni» einaudiani dei Promessi, Alessandro Manzoni o l’ipotesi di un realismo cattolico, (23) colpisce sin dall’inizio per il tono crociano che vi aleggia. E ciò non tanto per le discutibili, ma non da lui discusse, categorie di poesia e non-poesia, di poesia-autentica e oratoria, e nemmeno per la mistificata nozione di ideologia; bensì per i modi stilistici che vi sono profusi: soprattutto in un certo parlar figurato («Esso campeggia nel mezzo del romanzo come una statua barocca sotto un baldacchino dorato e marmoreo nel mezzo di una chiesa della Controriforma» – Manzoni 1960: xxiv); per la frequente frammentazione sintattica che vorrebbe riuscire dialettica («Non ci riuscì; dovette ricorrere alle risorse del suo mirabile mestiere letterario; non importa: egli è poeta qui come altrove», ivi); o per i bruschi trapassi da un sermo di nobile impostazione ragionante a formule di parlar quotidiano, quando non corrivo («la religione […], non rappresenta più di un cinque per cento del contenuto complessivo dei romanzi succitati [Flaubert, Stendhal, Tolstoj, Dickens e altri]; mentre sale invece a un buon novantacinque per cento nei Promessi sposi», xii; e «Il Manzoni butta deliberatamente a mare la sua preziosa esperienza di convertito», xxiii). Tuttavia, di là da questo, è sufficiente seguire il percorso, decisamente discrasico, degli avverbiali quasi sempre rigidamente posti in apertura di frase, che avrebbero la funzione di cadenza argomentativa («Infatti», «Ossia», «Ora», «Insomma», «E anzi», «Oltretutto») e dei sin troppo ricorrenti sintagmi analettici («come abbiamo già accennato», «S’è detto», «lo chiameremo con formula riassuntiva», «confermando quanto abbiamo già detto», «Date queste premesse», «vogliamo affermarlo una volta di più», «Abbiamo sinora descritto», «facciamo un passo avanti», e così via), per accorgersi con una sola occhiata che Moravia non fa altro che enunciare un suo parere, sostanzialmente gratuito e non permeato dalla lettura del romanzo manzoniano, per il quale basterebbero due pagine, laddove le trentasei impiegate risultano dalla necessità di ripetere numerose volte siffatta opinione, con poche o nulle variazioni, nell’intento di renderla persuasiva. L’opinione, poi, è di quelle che fanno sensazione, senza essere nient’altro che sensazionali. L’idea di un realismo cattolico, in Manzoni, omologo al realismo socialista sovietico è di una grossolanità à la page, per dirla tutta, e Moravia per sostenerla deve glissare su quell’ideologia religiosa del Manzoni, diciamola giansenistica per comodo, affatto malvista negli ambienti curiali e pontifici – quella stessa posizione ideologica che lo spingerà più tardi a votare per l’annessione di Roma alla giovane nazione italiana: difficile immaginare un Manzoni propagandista, su questa base; e infatti Moravia deve glissare anche sulla questione tutta manzoniana, ma anche tutta italiana, della lingua, per la quale il confronto con i coevi Balzac, Stendhal, Tolstoj è di incongruità patente. Si tratta, in entrambi i casi, di questioni radicalmente politiche, oltretutto, e dunque tali da investire centralmente l’argomentazione engagée di Moravia: il fatto di tacerle fa della sua riflessione ben poca cosa. (24)

Per queste e per altre ragioni ci si sarebbe attesi, da parte di Gadda, una risposta netta e chiara: ma ciò non è. L’Ingegnere, nel suo Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia, segnala in effetti le incongruità storiche (sarebbe arbitrario «incriminare, sia pure tra sostanziali riconoscimenti, un signore milanese nato nel 1785 e operante fra il congresso di Vienna e il quaranta, di non aver condotto il suo romanzo avendo riguardo alle istanze mentali o alle situazioni di diritto del 1959», SGF I 1177-178), come anche i tratti corrivi dell’argomento moraviano («Il dosaggio cattolico, preti-frati-monache, vi raggiungerebbe [nel romanzo manzoniano giusta la disamina di Moravia] il 95%, contro dosi di “religione” del 5% al massimo in Flaubert o Tolstoi, o Dickens», 1178); e tuttavia, al dunque, non confuta radicalmente i nodi argomentativi del collega scrittore. Anzi, mostra di non comprendere i rilievi di Moravia quando scrive: «Non tutto, un romanzo, e non il meglio, d’un romanzo, discende (a mio avviso) da una premeditazione concettuale, da una pianificazione dialettica» (1179): frase di buon senso, forse anche di poetica propria, che però non lambisce la critica di Moravia, il quale dà una lettura sintomale del capolavoro manzoniano, senza presupporre, come sembra capire Gadda, che la propaganda derivi da una pianificazione dialettica. È questa, credo, un’ulteriore dimostrazione della tendenza gaddiana a sfuggire, in sede di scrittura, dal modello dell’argomentazione, del non riuscire a risolversi in essa pienamente. (25)

Trattando di stroncature o di confutazioni gaddiane, si potrebbe aggiungere qualcosa circa le già citate Postille a una analisi stilistica, nelle quali l’Ingegnere risponde all’articolo di Devoto: anche lì, infatti, egli sfugge alla questione implicitamente posta dal linguista, limitandosi a ribattere, caso stilistico specifico per caso stilistico specifico, con tono alquanto piccato, e non sempre convincente. L’analisi di Devoto, in realtà, riletta a distanza di tempo, non è così ingenua come anche Contini mostrò ritenere: (26) non fallisce, exempli gratia, nell’additare alcune stucchevolezze della scrittura gaddiana, almeno all’altezza del Castello di Udine, che era ragionevole fare oggetto di critica. Ma sono probabilmente altri esempi di stroncature irrealizzate a meritare maggiore studio.

6. Tra il 1923 e il 1940, Gadda dedica due recensioni ad altrettante opere di Ugo Betti, (27) e tre ad altrettanti volumi pubblicati da Bonaventura Tecchi. (28) Anche in queste l’autore incappa nelle consuete panie espressive: in qualche goffo trapasso tra i registri descrittivo, lirico, ironico-umoristico, nelle divaganti e non sempre perspicue perifrasi e nelle parafrasi affannate; anche qui, come che sia, il giudizio resta ottuso da un velo d’indecisione, come dovesse oscillare con troppo rapido transito tra la lode pretestuosa e la quasi irridente rampogna. Tuttavia, a differenza delle recensioni di cui mi sono occupato sopra, qui una spiegazione positiva, e positivamente enunciata, esiste: benché l’Ingegnere apprezzi assai poco l’opera letteraria di Tecchi, e quella in prosa di Betti, con ogni evidenza a ragione, non può enunciare apertamente i suoi giudizi negativi. Nella sua biografia del giovane Gadda, Roscioni ha riferito dettagliatamente il dibattito riservato che precede questi interventi recensòri e le ragioni, non solo ma anche pro domo sua, per cui l’Ingegnere accetta e anzi richiede di sobbarcarsi dell’impegno (Roscioni 1997: 288-92).

L’intreccio di tornaconti, favori e disagi fa sì che Gadda imposti le sue recensioni a Betti e a Tecchi sulla scorta di un registro eufemistico, da una parte; e dall’altra che finisca per inviare gli articoli redatti prima ai due amici e corrispondenti, perché li vaglino, ne attenuino ulteriormente i giudizi poco graditi e ne caldeggino infine la pubblicazione su giornali prestigiosi – cosa che non sempre si verifica, del resto. Sicché Guarnieri ricorda che «quando gli giungeva l’ultimo suo libro [di Tecchi], Gadda entrava in uno stato di agitazione, di inquietudine, dibattuto fra sentimenti diversi […] da un lato riconoscendosi vittima di una tacita imposizione, anche di una sorta di ricatto, e deprecando quell’impegno cui non sapeva sottrarsi; dall’altro incapace di sottrarvisi per fedeltà ad una amicizia dalla quale aveva avuto più di quanto gli spettasse» (Guarnieri 1989: 82; Vigorelli 1989: 241-95). A chi legge le recensioni pro Tecchi e pro Betti, in effetti, salterà agli occhi la raffinata strategia apofantica grazie alla quale Gadda scivola tra rilievi positivi e negativi, benché poi quelli negativi siano spesso ben rilevati; e sarà facile comprendere come, dopo una trafila di stesure e correzioni a più mani, il tono discorsivo degli articoli riesca assai esanguato.

Ciò che mette conto avvertire, tuttavia, è che le due prime recensioni tecchiane di Gadda escono subito prima e poco dopo quella singolare e alquanto misteriosa professione di poetica, nonché futura prefazione al Castello di Udine, che è Tendo al mio fine (RR I 119-23). Essa compare sulle pagine di Solaria nel dicembre del 1931 (Gadda 1931q), per essere poi ristampata in capo al secondo volume gaddiano nel 1934; la prima recensione a Tecchi, quella al Vento tra le case, esce sull’Arena di Verona il primo luglio del 1930, unica pubblicazione di Gadda per quell’anno (Gadda 1930); mentre la seconda recensione per Tecchi, a Tre storie d’amore, vedrà la luce sul Tevere il 5 febbraio 1932 (Gadda 1932b). Un tale incrocio di commento, scrittura-in-proprio e nuovo commento suggerisce di comparare i tre testi, cercandovi echi e riferimenti interni. Non si dovrà dimenticare, del resto, che Tecchi può ben rappresentare uno dei principali interlocutori del Gadda scrittore alle prime armi, e il giudizio senz’altro severo del secondo riguardo il primo non è detto debba sminuire ai nostri occhi l’entità di questo rapporto d’interlocuzione.

Per esempio, nella prima recensione a Tecchi, Gadda rimprovera all’amico una disposizione narrativa troppo concentrata sui conflitti interiori dei personaggi, troppo avara nella rappresentazione partecipata del mondo e di quegli aspetti di carnasciale e di satura che Bachtin, pur ignoto all’Ingegnere, rintracciava in alcuni rilevanti capitoli del romanzo europeo: «E quest’angoscia riporta necessariamente il Tecchi verso l’intimità morale: il mondo esterno, i colori, le cose, gli eventi non sono che pretesti. La sua prosa stessa è vigorosa verso l’interno, distratta e talora financo imprecisa nei confronti della contingenza episodica»; «ci sarebbe da chiedere al Tecchi […] di pensare che anche l’immediatezza beota di certo lasciarsi vivere, di certo ardere così come comporta la qualità della stipa, può costituire buona materia a significazioni d’arte. “Tu spem reducis mentibus anxiis” dice il poeta immortale a un bicchiere di vino. Mangiamo, beviamo, e crepi la malinconia» (SGF I 699, 701). Ed ecco che al rilievo gaddiano, non privo d’un accento irridente, poggiato com’è sul celebre verso oraziano (Carm., III 21, 17), fa riscontro quel luogo di Tendo al mio fine in cui l’autore riferisce una delle sue predizioni rappresentative: «tendo a far che vàdino contenti li eroi; darò loro cignale e vitellozzo a mangiare e molto mescerò perché molto bevino; i maschi li farò sanguigni, con orecchi rossi, carnosi; li farò incalorire con i vini meglio nostri della Italia, dentro tutte le vene del Chianti e del Barolo ai signori, del Trani di Capitanata a’ povari ed a’ meccanici» (RR I 120).

Altrimenti, nella seconda recensione a Tecchi, l’Ingegnere osserva, trattando della prima novella del volume: «Non ultima causa di disagio, la notazione: e financo il vocabolo. Talora essa è viva, potente […]. Tal’altra, invece, è trascurata e arbitraria. Talora il vocabolo è improprio e impropriamente usato». E l’annotazione era implicitamente prefigurata, anche nei suoi addentellati di nuova denuncia d’angustia rappresentativa, in uno di quei brani in cui l’autore di Tendo al mio fine, preannunciando il suo programma di universale affresco mondano, detta un vero, e per certi versi dannunziano, inno al vocabolo propriamente usato: «ma farò sentirvi grugnire il porco nel braco: messi il grifo e le zampe dentro e sotto dal cùmulo della gianda, dirà la sua cupida e sensual fame con vèntole balbe degli occhi»; «Coglierò ghirlande di rose e sentirò musiche di dolcissimi commodori e armirati, e corbe di bròccoli: e tutto saravvi: pomposi funebri, orazioni bellissime, atti inimitabili, suspir, lacrime, intenerimenti e indurimenti alterni» (RR I 119 e 121).

Vi è poi un altro aspetto che vale la pena di accennare, un altro segno cioè di vicinanza tra testi così differenti, e concerne i cosiddetti salti di registro stilistico. Passati ormai in proverbio quale tratto distintivo della prosa gaddiana, essi sono qui tanto più rilevanti perché di minima entità. E ciò per diverse ragioni: in Tendo al mio fine, perché il programma di poetica è tale da voler essere una celebrazione dell’infinita fenomenologia delle cose che la pagina scritta deve poter accogliere in sé; nelle recensioni a Tecchi, perché l’eufemia, indispensabile a non scontentare troppo l’amico, costringe il recensore a tener a freno i suoi umori ironici. Comunque sia, si veda nelle recensioni dove il tono posatamente elegiaco del dettato («Quando il vento (dell’angustia dei perché) soffia tra le case gli uomini non chiederebbero altro se non di vivere tranquilli e certi sul suo»), slitta improvvisamente nella chiosa ironica, con effetti quasi di scherno («succedono dei casetti interessanti, che il Tecchi narra con perizia e con garbo e talora con vivo senso lirico») (SGF I 700). E lo stesso succede qui: «[Tecchi] Viene da una tormentata adolescenza, da una guerra eroica: né il secolo un po’ leziosetto se ne dà pena. Ma c’è in lui un amore doloroso della vita e la volontà di pur viverla. Il suo recente volume, “Tre storie d’amore” (Treves, 1931) si legge con desiderio ininterrotto e son certo che il pubblico andrà cercandolo avidamente a’ librai» (740): lo smaccato asserto di certezza e l’immagine d’una avida caccia da parte dei futuri lettori del libro, evidentemente, confluiscono in un effetto sarcastico abbastanza rilevato, e tutt’altro che preterintenzionale. Per contro, in un celebre passo di Tendo al mio fine figura un affine scarto, benché più articolato, tra doloroso ed elevato travaglio della vita spirituale e la comica bassezza della vita mediocre: «Umiliato del destino, sacrificato alla inutilità, nella bestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che il mandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno» (RR I 119). Gadda, con Tendo al mio fine, risponde a un’inchiesta promossa dalla rivista Solaria intorno alla letteratura italiana di quegli anni. Non è illegittimo scorgere, allora, nell’enfasi ironica di quelle pagine, anche un riferimento alla scrittura di Tecchi, che era uno dei fondatori della rivista e costituiva senz’altro un esempio negativo agli occhi dell’Ingegnere.

7. Più ancora che Montale e Pasolini, il Tecchi recensore sa affrontare con precisione e sintesi la questione stilistica che il libro in analisi gli pone; ed anzi, si può dire che, in lui, l’attività critica sia più significativa di quella narrativa. In una recensione della Madonna dei Filosofi, per esempio, è ben sicuro nell’identificare gli aspetti più pregnanti della scrittura del giovane Gadda, e anche là dove opina non lo fa senza ragioni: «Dire che queste accortezze linguistiche sono soltanto in funzione di umorismo, è dir poco. C’è in Gadda una passione della precisione, della giustezza delle parole, alle volte sillabate con una specie di puntigliosità rabbiosa, che si spiega solo fino a un certo punto con la mentalità sua di tecnico e d’ingegnere. […] Direi che quell’ostinazione dell’esattezza, di prender possesso della realtà con le parole più giuste e appropriate, scopre una disposizione fondamentale della mente alla serietà, alla quadratura: le quali, solo in un secondo momento e improvvisamente, sono investite e scompigliate da un estro di bizzarria […]. Qui è la nascita dell’umorismo di Gadda». Anche Tecchi, nonostante l’amicizia, muove all’amico qualche rimprovero, senza eufemismi, circa il libro che oltretutto lui ha concorso a sovvenzionare, e lo fa appunto con chiarezza di vedute, accoglibili o meno che siano le sue critiche: «oltre l’esattezza del grammatico […], c’è in questo scrittore l’esattezza del chimico […], c’è l’esattezza del cultore di storia, quella dello studioso di filosofia, e non so quante altre…», e l’Ingegnere profonde nelle sue scritture «un impegno tale, come se non più si trattasse di esercitare umorismo su una materia qualunque, ma di dover provare una competenza che gli è stata richiesta. […] C’è in Gadda, oltre a quel contrasto che abbiamo descritto tra precisione e bizzarria, una curiosa fierezza, una scontrosità, un disprezzo quasi eccessivo del convenzionale; e insieme una ancor più curiosa paura delle forme esterne, di non essere abbastanza nella regola, un bisogno di avvertire chi gli sta vicino del perché della trasgressione, che gli dà un’aria di timidità e d’impaccio» (Tecchi 1935: 201, 204) il che sembra prefigurare, almeno in parte, le corrosive critiche che saranno mosse a Gadda, anni dopo, in Cases 1958 e Baldacci 1983.

Se ne potrebbe ricavare che Tecchi è critico migliore di Gadda, ma cosa significherebbe questo? Gadda è lettore di non eccessiva sottigliezza? è recensore incapace in quello che lo stesso Ingegnere, in una lettera a Tecchi, riconosceva all’amico: «Tu hai delle grandi qualità di critico, cogli le cose essenziali e le fisionomie artistiche con grande acutezza» (Gadda 1984b: 104; lettera 4 gennaio 1931)? Benché le due congetture possano trovare riscontro in una opinione di Roscioni – secondo la quale «Pochi lettori […], giovani o vecchi, sono stati più impazienti di lui. Tutti sanno che non ha finito di scrivere quasi nessuno dei suoi libri: meno noto è che solo raramente ha letto fino in fondo i libri degli altri» (Roscioni 1997: 93) –, è difficile appagarsi di esse, almeno considerando che non sono adeguate agli estri sottili e penetranti che il Gadda saggista maggiore esibisce in più luoghi: la questione, evidentemente, va posta in modo sottile.

Umberto Eco, in un libro non propriamente teoretico – si tratta di Come si fa una tesi di laurea – ha scritto che «il linguaggio della tesi è un metalinguaggio e cioè un linguaggio che parla di altri linguaggi […]. Da Dante a Eliot e da Eliot a Sanguineti, i poeti di avanguardia […] scrivevano in prosa e con chiarezza. E quando Marx voleva parlare degli operai non scriveva come un operaio dei suoi tempi, ma come un filosofo». (29) Ecco il punto: la paradossale, e sia pure parziale, conclusione che si può tirare, dopo una prima lettura delle recensioni gaddiane, è che l’Ingegnere sia poco a suo agio con quel metalinguaggio che è il fondamento di una comunicazione critica. Ciò è paradossale proprio perché Gadda è il narratore del Novecento italiano che, con maggiore radicalità, fa sua la grande innovazione del romanzo europeo primo-novecentesco: quella del romanzo saggio, voglio dire, del romanzo metalinguistico in altre parole, o del romanzo che implicitamente pone la questione stessa del romanzo in quanto tale; innovazione che ha quali numi tutelari la scontata triade europea di Proust, di Joyce e di Musil, ma che trova i suoi capitoli nostrani in Svevo e Pirandello, per tacere dei precedenti: la Scapigliatura, Dossi, Imbriani, Nievo e, prima ancora, il Manzoni dell’Historia si può veramente deffinire… Tuttavia, con Gadda, e credo proprio di non essere partigiano, si va ben di là da queste notevoli precursioni; con lui il saggismo della scrittura romanzesca investe radicalmente la frase, il micro-costrutto linguistico, non fa da cornice alla possibilità di raccontare, in altri termini, ma la interroga nel suo fondamento, disarticolandone l’altrimenti ovvia successione testuale. (30) Il fatto che lo scrittore che ha compiutamente rappresentato quest’istanza nel quadro della narrativa non solo italiana del Novecento, mostri un qualche disagio nei confronti della forma-saggio, nei confronti del metalinguaggio incarnato cioè, è circostanza che merita ulteriori riflessioni.

Rivediamo una recensione già citata, e specialmente la parafrasi con cui l’Ingegnere riassume una novella di Tecchi. La novella s’intitola Amalia, ed è la seconda della raccolta Tre storie d’amore: vi si racconta di una giovane donna che vive senza requie e con intatta vergogna il trauma di un amore finito anzitempo, dopo essere stato consumato sensualmente, per volontà dell’amante infingardo; la giovane donna è in séguito corteggiata da un ragazzo ancor più giovane di lei, e cede nuovamente al desiderio sensuale: abbandonata una seconda volta, la donna vedrà distrutta ogni sua speranza d’amore e di vita felice. La fabula non è complessa, né l’intreccio s’incarica di complicarla; ma Gadda, per riassumerla, s’invischia in un giro di frasi spezzate, di sottodeterminate e di incidentali abbastanza sorprendente: «Il tema concerne un fatto largamente vissuto dalla sessualità contemporanea e forse anche della pretèrita: fare all’amore, o almeno vivere amorosamente, prima che ci possano il sindaco e il prete. Marito e moglie non sempre arriviamo a essere, anche se i bravi son dispariti dalle ville e dalla terra nostra: impedimenti dirimenti non tanto quelli che il diritto canonico così saggiamente contempla, “error, conditio, votum, cognatio, crimen” ecc. ecc. quanto un’intima diserzione dell’uomo dalla sua missione maritale, un’avida e inesorabile dissocialità, che lo induce a saziarsi e a buttar via il frutto spremuto dell’amore. Ecco, per note esterne, il dramma che Tecchi delinea nell’Amalia, la quale meno che ogni altra aveva meritato e sarebbe per tollerare l’abbandono. La frode amorosa, sagacemente preparata e perpetrata dall’uomo, con crudeltà giovanile: presagita e temuta, e pur quasi accettata, dalla donna, già dolorosamente esperta d’una prima rapina, ch’era stata perentoria e brutale, quanto sarà sottile questa ed ambigua nelle sue dolci parvenze» (SGF I 741-42). Ora, non è chi non veda che un lettore difficilmente potrà ricavare da questo passo un’immagine distinta della novella di Tecchi, a meno che già non la conosca: il riassunto stenta a riassumere, e ciò getta qualche luce anche sulla difficoltà gaddiana di portare a compimento un racconto coeso. D’altra parte, sarà difficile ipotizzare un più aderente compendio, per esempio come quello che ho tentato sopra, che possa stare a confronto con la pagina gaddiana, giacché qui fanno capolino i bravi manzoniani, il dialogo tra Don Abbondio e Renzo nel secondo capitolo del romanzo, le allusioni divertite alle borghesi angustie familiari, al diritto canonico e, nella stessa spezzettatura frastica del passo più direttamente riassuntivo, un giudizio forse malizioso sulla novella stessa: in effetti, il franto riassunto messo in coda a una diagnosi dei costumi umani sembra ridurre il lutto, la speranza e ancora il lutto della dolente protagonista di Tecchi a uno di quei «casetti interessanti che il Tecchi narra con perizia e con garbo». È come se l’istanza rematica, entro l’ordine discorsivo che le recensioni gaddiane tratteggiano, tendesse a eludere il dettato tematico sino al punto da metterlo radicalmente in questione. (31)

In conclusione, è giusto enunciare nuovamente gli elementi di contraddittorio cui si è già accennato, e in altre parole che: a) il Gadda di cui ho detto è il saggista minor, di contro al saggista maior di altre e più note pagine (e.g. quelle del giustamente celebrato I viaggi la morte, oppure di Arte del Belli o di Emilio e Narcisso); b) queste recensioni vanno intese quali indizi marginali di una certa prassi di lettura/scrittura, giacché l’autore non le ha riviste e ripensate; c) i modelli di cui Gadda può disporre, in materia recensiva, sono meno intenti alla questione formale dei testi di quanto oggi non debba sembrarci necessario, possibilità che sembra almeno da discutere, recensioni alla mano, e che d’altro canto non è dirimente. Tali elementi, mi pare, non bastano a infirmare una tesi, da proporre comunque in limine a questioni meno periferiche, e cioè che il disagio metalinguistico in questione faccia corpo con la scrittura gaddiana e quindi con l’elaborazione della forma romanzo cui l’Ingegnere, di là da qualsiasi progetto d’avanguardia, si applica concretamente, in re, e per tutto il corso della sua carriera letteraria. Nelle difficoltà di separare, in regime recensivo, il piano espositivo del testo preso in esame dalla liste delle mende o delle lodi che lo stesso testo può ispirare o, più ancora, dalla serie di spunti sui quali mettere alla prova le proprie, personalissime, risorse scrittòrie, probabilmente si riflette la difficoltà del Gadda romanziere di separare, per esempio, il corso principale della narrazione dagli episodi marginali; narrazione da descrizione; descrizione pura da intervento opinante della Narratore; registro stilistico descrittivo da registro stilistico descrittivo; ecc.; insomma, si riflette il rovello, mai sopito, che già angustiava il giovane Gadda al tempo del Racconto italiano, enunciato nella celebre nota critica del 24 marzo 1924: «A quale [maniera stilistica] afferrarmi per l’attacco alla gloria? Mi rincresce, mi è sempre rincresciuto rinunciare a qualcosa che mi fosse possibile. È questo il mio male. Bisognerà o fondere, (difficilissimo) o eleggere» (SVP 396). (32)

Il giovanile autoreferto del male scrittòrio gaddiano credo che valga anche per l’opera successiva, anche per le recensioni dunque, e credo che annunci quella «tendenza fallimentare» su cui Stellardi ha scritto in modo convincente, là dove osserva che giungere a un compimento formale «non significa affatto rimuovere l’io dall’opera, ovviamente; può voler dire, invece, subordinarlo ad essa, e staccarsene, contemplarlo come creatura nuova e diversa. Se questo, ad un primo ed elementare livello […] è l’effetto primario e automatico di ogni scrittura, compresa quella gaddiana, quello che invece manca in essa è il passo ulteriore, col quale, per creare lo spazio proprio ed autonomo, lo scrivente deve per l’appunto rinunciare a usarla come estensione di sé, come voce propria» (Stellardi 2003a: 171; sottolineatura mia): il che significa, dall’angolo visuale della prassi recensiva, riuscire a leggere nel libro altrui questo spazio autonomo, senza proiettarvi i propri desiderata etici e, soprattutto, senza mimarlo per via di introiezione stilistica.

Tutto ciò, come specifica Stellardi, non costituisce un elemento di particolare rilevanza se rimane pretta constatazione o se, peggio ancora, ci si limita a soppesare negativamente il fenomeno. Semmai si deve considerare che anche in questo disagio metalinguistico consiste il processo interrogante e dialettico che è all’origine della scrittura di Gadda: con il che si comprende una delle ragioni per cui l’Ingegnere si avvii ad assumere il ruolo di maggiore prosatore del Novecento italiano, da un lato; dall’altro, questioni di canone a parte, si può situare nella prospettiva che gli spetta, a ritroso, il celebre incipit continiano del ’34: «Il caso Carlo Emilio Gadda è di quelli che posseggono, più che tutto, una grande importanza teorica» (Contini 1989: 3).

Università di Bologna

Note

1. Vd. Cortellessa & Patrizi 2001a, cui andranno aggiunti Cortellessa 2003a: 235-44 e l’imprescindibile Roscioni 1997.

2. Per ciò è da leggere, in SGF I 1329-369, l’essenziale Nota al testo a firma di D. Isella.

3. Benché anch’esse siano di notevole interesse; per fare un caso, nell’articolo L’angelo assicuratore, recensione del ’52 alla commedia L’attesa dell’angelo, del qualunquista Guglielmo Giannini, si evince che l’Ingegnere conosce l’opera pittorico-narrativo-paesistica di Massimo D’Azeglio – cosa non frequentissima, anche nei letterati del tempo. Si legga alla p. 1039, dove l’autore descrive la scenografia: «tre quadri, alla parete di fondo, non Carrà né Morandi, oh no!: indefinito paesista pseudo-romantico, una specie di pressoché-D’Azeglio. Tanto per dire che lo scenografo non ha peccato di “stravaganza”».

4. Uscito per i settant’anni del poeta, il volume era a cura di S. Ramat (Milano: Mondadori, 1966); lo scritto di Gadda si legge alle pp. 136-41.

5. P.V. Mengaldo, Profili di critici del Novecento (Torino: Bollati Boringhieri, 1998), 34-35.

6. In effetti, in seno alla non troppo folta bibliografia su Tonelli spicca tutt’al più il necrologio di tono abbastanza frigido, o almeno convenzionale, scritto da G. Bertone, GSLI, cxiii (1939): 224.

7. L. Tonelli, Manzoni (Milano: Dall’Oglio, 19847), 7-8.

8. SGF I 1026. Per quanto concerne la stima e l’effettiva frequentazione che Gadda ebbe con il grande filologo classico si veda, oltre al recente Narducci 2003, anche Bajoni 1999b.

9. Del resto, non passi inosservata l’attenzione particolare con cui l’Ingegnere, in una recensione dedicata alla Scienza nuova di Vico nell’edizione curata da Nicolini per Laterza nel ’28 (Gadda 1929b; SGF I 691-97), si sofferma soprattutto sul alcune questioni filologiche.

10. C. Piancastelli, Berto (Firenze: La Nuova Italia, 1970): 108.

11. E ciò nonostante il noto e autorevole parere di Contini («l’interpretazione più piana di Gadda già si può ottenere movendo dall’ambiente nel quale spontaneamente gli avvenne di presentarsi al pubblico, ossia l’avanguardia lirica di “Solaria”»; «insomma la sua narrativa tiene meno del romanzo tradizionale, inclusa l’appendice neorealistica, che del poème en prose» – Contini 1989: 19), che da alcuni anni e da più parti patisce severe revoche. Si rammenti, per contro, un’ulteriore e forse meno nota definizione continiana, la quale giova a meglio situare la questione: «[In regime espressionista] Quest’opera, perseguita con così gigantesca solerzia, di traduzione, mai sgarrante, in una lingua fittiziamente divaricata dalla norma, si tratti di Céline come di Folengo o di Rabelais, paga la sua riuscita non con la sua illeggibilità, che sarebbe ipotesi risibile, ma con l’illeggibilità della sua continuità. Non il logos ma la natura di Gadda lo intese perfettamente, che felicemente non riuscì mai a varcare lo stato di frammento narrativo» (Contini 1988b: 75). Tenuto conto di ciò, la discussione non dovrebbe più trovar limite entro i due sterili estremi di un Gadda-frammentista da una parte, e dall’altra di un Gadda-narratore, ma andrebbe semmai indirizzata verso la disamina della funzione squisitamente narrativa che l’indiscutibile frammentismo pluristilistico svolge all’interno del testo gaddiano.

12. In P.P. Pasolini, Passione e ideologia, ora in Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude (Milano: Mondadori, 1999), I, 1200-201.

13. Questo brano, e.g., ha fortuna in B. Mortara Garavelli, che lo utilizza in due occasioni differenti, secondo differenti princìpi esemplificativi: I) in Manuale di retorica (Milano, Bompiani, 19937), 252, come esempio di similitudine; II) in Prontuario di punteggiatura (Roma-Bari: Laterza, 2003), x, come riprensione d’autore verso chi trasgredisce, per ignoranza, le convenzioni interpuntive della propria lingua.

14. E. Montale, [«L’entusiastica estate» di Piero Gadda], in Convegno 4, n. 1 (1925); si cita da Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di G. Zampa (Milano: Mondadori, 1996), I, 23-26.

15. Ora in G. Tomasi di Lampedusa, Opere, a cura di G. Lanza e N. Polo (Milano: Mondadori, 1995), 549-68. Si tratta in effetti del primissimo scritto edito di Tomasi, apparso nel 1926 su un periodico genovese. I due libri di Morand sono Ouvert la nuit, Paris: nfr, 1922 e Fermé la nuit, ivi, 1923.

16. Qui Tomasi allude a Lewis et Irène, romanzo pubblicato da Morand, presso Grasset, nel 1924.

17. Naturalmente s’intende, per stroncatura, una recensione radicalmente demolitrice. In questo senso, non mette conto considerare gli spunti polemici, e talora anche fortemente polemici, di cui Gadda dissemina alcune sue recensioni: i rilievi mossi a Tonelli di cui s’è detto; le accuse di ipocrisia rivolte ad Alvaro poiché questi riprova Antongini per aver divulgato notizie intime sulla vita del più privato d’Annunzio; le eccezioni, in verità gratuite, al paradigma critico precocemente antiumanistico, e quindi avverso a ogni ombra d’autore, che sottende un volume di Pierre Abraham, Créatures chez Balzac (Paris: nrf, 1931), cfr. SGF I 825-26 e 725.

18. A. La Penna, rec. a Il fiore delle Georgiche nella traduzione di S. Quasimodo (Milano: Gentile Editore), 1944 – Catulli Veronensis Carmina tradotti da S. Quasimodo (Milano: Edizioni di Uomo, 1945), Belfagor 1, n. 1 (1946): 136-37; A. Bocelli, Quasimodo e Catullo, Il Mondo (7 dic. 1956); A. Giordano, Quasimodo traduttore di Catullo, in Catullo, Canti, trad. di S. Quasimodo, a cura di A. Giordano (Milano: Mondadori, 19882), xxvii-xxxi; Narducci 2003. Più generalmente, su Quasimodo traduttore, si veda almeno il notevole N. Lorenzini, La poesia di Quasimodo tra mito e storia (Modena: Mucchi, 1993); M. Gigante, L’ultimo Quasimodo e la poesia greca (Napoli: Guida, 1970) e i recenti: I. Rizzini (a cura di), Salvatore Quasimodo e gli autori classici. Catalogo delle traduzioni di scrittori greci e latini conservate nel fondo manoscritti (Pavia: Centro di Ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei, 2002); F. Condello, Quasimodo, Pasolini, Sanguineti: appunti per tre «Coefore», in Dioniso, n.s., IV (2005): 84-113.

19. Sul che si potrebbe discutere, se è vero, poi, che lo stesso Gadda di tredici anni prima aveva dedicato un lungo paragrafo di un suo articolo all’esame di una traduzione, proprio in quanto traduzione, di un classico della letteratura moderna: Il Faust tradotto da Manacorda, SGF I 763-64.

20. I) Catulli veronensis Carmina, tradotti da S. Quasimodo (Milano: Edizioni di Uomo, 1945), 71; II) S. Quasimodo, Canti di Catullo (Milano: Mondadori, 19653), 124.

21. S. Quasimodo, Traduzione dei classici (1945), poi in Il poeta e il politico e altri saggi, (Milano: Schwarz, 1960), 76. Va da sé che, su questo punto, è difficile non dar ragione a Quasimodo e, conseguentemente, torto a Gadda; il quale con ingenuo biografismo («Le masse centriche della poesia di Catullo denunciano atteggiamenti parzialmente ebefrenici (arresto, o retrogressione, a puerizia) o ipotimici (depressivi): una psicopatia che oscilla tra lo spirito amoroso […] – e un senso disperato di abbandono: la morte del fratello incide potentemente su quest’ultima predisposizione», SGF I 899), confonde l’autore implicito con l’autore esplicito, il personaggio poetico con il poeta, anche per proiezione autobiografica, elevando arbitrariamente a eziologia psicologica ciò che è circostanziata chiave stilistica. Che tutto ciò, poi, rilevi da una tradizione critica assai diffusa anche presso latinisti più attrezzati di Gadda, non è cosa che basti a spiegare il debito interpretativo dell’Ingegnere.

22. Su questo punto, e su quanto osservato alla nota precedente, cfr. Narducci 2003, particolarmente al par. IV del cap. 2, Disperazione e comicità di Catullo, pp. 86-97.

23. Si citerà dalla prima edizione, apparsa in A. Manzoni, I promessi sposi (Torino: Einaudi, 1960), x-xlv.

24. Circa l’impronta progressiva e critica del cattolicesimo manzoniano, si può leggere quel che annota Dotti 2003: 13. Invece, per un’ulteriore riflessione moraviana su Manzoni – non ulteriormente sviluppata sul versante critico ma almeno più interessante quale testimonianza – vd. F. Crescentini, Testori e Moravia. Un dialogo manzoniano inedito, in Filologia e critica 24, f. 3 (1999), segnatamente alle pp. 447-51 (con il rammarico, semmai, che la studiosa abbia dedicato molte pagine a parafrasare il dibattito pubblico tra i due scrittori senza produrne una trascrizione).

25. Sempre in cerca di quelli che ho chiamato controlli incrociati, si potrà vedere tanto la risposta assai più puntuale e severa che Moravia riceve da Sanguineti – benché vada tenuto in conto che quest’ultimo è, sì, critico-scrittore ma, in quanto critico, di estrazione accademica (E. Sanguineti, Il Manzoni di Moravia (1961), in Tra liberty e crepuscolarismo, Milano: Mursia, 19652, 201-15); quanto il saggio manzoniano di Italo Calvino che, se non chiama in causa direttamente Moravia, sembra modellarsi propriamente sulla confutazione di ciò che quest’ultimo aveva sostenuto, e con limpidezza argomentativa e avveduta posizione dei problemi: la questione della lingua, prima di tutto, che era mancata in Moravia come in Gadda (I. Calvino, I Promessi Sposi: il romanzo dei rapporti di forza (1973), in Calvino 1995: I, 328-41). È probabile, in ogni caso, che proprio il saggio di Moravia abbia rappresentato per Calvino il principale impulso a riflettere sul romanzo manzoniano, ispirandogli sùbite obiezioni e, d’altro canto, un certo assenso sul quale in séguito sembrerà mutar parere; lo testimonia una lettera inviata a Moravia nell’ottobre del ’59: vedi I. Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di G. Tesio (Torino: Einaudi, 1991), 327-29. Riguardo alla discussione Moravia-Gadda segnalo, di parere diverso dal mio, gli interventi di L. Tassoni, La critica degli scrittori, in Storia della letteratura italiana, dir. da E. Malato, vol. xi, La critica letteraria dal Due al Novecento, coord. da P. Orvieto (Roma: Salerno, 2003), 1237; e Cavallini 2002.

26. L’analisi linguistica di Giacomo Devoto, ora in Varianti e altra linguistica (Torino: Einaudi, 1970), 661-71; anche nel successivo La stilistica di Giacomo Devoto (Ivi, 673-86) Contini non risparmia qualche ingeneroso rilievo al collega.

27. I) Un libro di poesia: «Il re Pensieroso» di Ugo Betti [Milano: Treves, 1922] (1923 e poi, con varianti, 1926), ora in SGF I 671-8; II) Ugo Betti, «Caino e altre novelle» [Milano: Corbaccio, 1928] (1928), ora in SGF I 687-89.

28. I) Un narratore – B. Tecchi [rec. a Id., Il vento tra le case, Torino: Buratti, 19302] (1930), ora in SGF I 698-701; II) Tre storie d’amore [rec. a B. Tecchi, Id., Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1931] (1932), ora in SGF I 739-44; III) Bonaventura Tecchi, «Idilli Moravi» [Milano, Treves, 1939] (1940), ora in SGF I 847-55.

29. U. Eco, Come si fa una tesi di laurea (Milano: Bompiani, 19837), 163-64.

30. Ed è questo che, in ultima analisi, sfugge a Cases e a Baldacci, inclini come sono a vedere solo il lato licenzioso e, sia pure, doloroso del pluristilismo gaddiano, ignorando invece il rovello enunciativo che giunge ad attingere internamente questioni teoretiche; non tanto nell’epesegetica esterna dei personaggi o del narratore essodiegetico, ma nel lavoro stesso della scrittura.

31. C’è di che sospettare, in attesa di più sistematiche definizioni del problema, che questo fatto costituisca una delle nervature più rilevate nella scrittura di Gadda: lo si ravvisa nel processo tensionale che presiede all’uso di figure similitudinarie e metaforiche (rimando al mio Stracuzzi 2001/2, soprattutto ai parr. 3-5), e forse nell’esame empirico di quella scrittura per accumulazione che gli autografi testimoniano (vd. P. Italia 1999: 53: «La genesi del testo gaddiano non procede per “sostituzione” […], ma si evolve per “instaurazione”, per aggiunta di singoli elementi testuali, che concrescono su un nucleo originario; spesso un grezzo troncone in cui, però, è già racchiusa l’idea-guida del brano, quella che ne contiene, in sintesi, la colata di digressioni e i rivoli testuali»).

32. Rovello comune a molti scrittori, ovviamente; vd., per fare un caso, e anche per gusto di contrappasso, questo brano dell’odiato Foscolo: «Senza disunione di parti non hai armonia né chiaroscuro; senza unione l’armonia riesce confusa: il primo difetto genera noia, l’altro confonde il lettore» – cit. in F. Gavazzeni, Introduzione a U. Foscolo, Le Grazie, a cura di F.G. (Milano: Mondadori, 1995), x.

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ISBN 1-904371-06-X

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