Gadda fascista

Peter Hainsworth

Pur con qualche eccezione, (1) Gadda è stato interpretato soprattutto in termini letterari, cioè in termini che, se hanno una dimensione storica, la pongono eminentemente nel campo della storia letteraria, assegnando alle questioni politiche uno spazio marginale o generico. Ci sono certo buone ragioni per leggere Gadda anzitutto come letteratura, e lui stesso ha molto premuto in questa direzione. Eppure, qualcosa d’importante sembra andare perduto quando si conceda troppa enfasi alla letteratura. Gadda era, dopo tutto, un fascista convinto, e poi, subito dopo la caduta del regime, scrisse pagine al vetriolo contro il fascismo. A differenza della maggior parte di quanti denunciarono il fascismo, la sua posizione era fortemente orientata a destra, anziché a sinistra. Tutto questo merita una riflessione, soprattutto ora che il tempo di un certo pudore sembra passato, poiché la possibilità di una rinascita del fascismo è decisamente più lontana.

La mia netta affermazione che Gadda fosse un fascista convinto va argomentata. Gadda stesso ha dato l’impressione, in alcune sue dichiarazioni, di aver iniziato a prendere le distanze dal fascismo abbastanza presto. Nei primi anni Cinquanta dichiarò di aver capito cosa ci fosse dietro Mussolini dal tempo dell’omicidio Matteotti (Cattaneo 1973a: 63). Più tardi, nell’intervista generalmente menzognera e bizzarramente nevrotica del 1968 a Dacia Maraini, rivendicò di aver avuto la prima idea della sua principale opera antifascista, Eros e Priapo, nel 1928 e di averla scritta negli anni Trenta, (2) sebbene sia oggi certo che il libro è stato iniziato alla fine del 1944. (3) In realtà, Gadda era membro del partito fascista dai primi anni Venti. (4) A partire dal 1939 – anno in cui iniziò davvero la sua carriera giornalistica –, scrisse articoli in appoggio alla politica e alle istituzioni del regime, soprattutto nei campi della scienza e dell’economia. Sono articoli seri, alcuni piuttosto tecnici, altri più divulgativi. Alcuni possono certo essere stati scritti con una certa rabbia e soprattutto per motivi economici, (5) ma nessuno può essere liquidato facilmente come un esempio di giornalismo opportunistico. (6) Gli ultimi due furono scritti davvero tardi. L’Istituto di Studi Romani, un pezzo celebrativo ma meditato sulla perpetuazione della tradizione romana grazie alle attività dell’istituto citato nel titolo, apparve su Primato il 15 agosto 1942. All’insegna dell’alta cultura, che comparve il 1 febbraio 1943, sempre su Primato, plaude alla rinascita dell’Istituto dell’alta cultura di Milano sotto gli auspici di Bottai, e agli eventi centrali da esso promossi: in particolare e (date le circostanze) significativamente, concerti di musica tedesca, ungherese e italiana (SGF I 863-67 e 874-81). (7)

Neppure possiamo tracciare una netta distinzione fra giornalismo fascista da una parte, e dall’altro opera letteraria non-fascista, se non antifascista. Sebbene manchino dichiarati intenti di propaganda, i primi romanzi – Racconto italiano di ignoto del novecento del 1924-25, La meccanica e Dejanira Classis o Novella seconda del 1928-29 – mostrano tutti apprezzamento per l’audacia e la decisione del fascismo in opposizione all’opportunismo dei socialisti e al bathos liberale. Il racconto che dà il titolo alla Madonna dei Filosofi (1931), si svolge nel 1922 ed è quasi un’allegoria dell’Italia del primo dopoguerra. Le sofferenze di Maria non possono essere risolte né dalle falsità di un cosmopolitismo alla moda (rappresentato dall’amica francese, mademoiselle Delanay) né dalla stupidità borghese (Pertusella, che la sua famiglia spera lei sposi). La sua improbabile unione con il tormentato Baronfo rappresenta per quest’ultimo una sorta di guarigione e un ritorno alle sane tradizioni del passato, dopo i sacrifici della prima guerra mondiale e la disperazione che ad essa era seguita.

Implicazioni analogiche, se non allegoriche, sono anche nella Meditazione milanese. Il suo principale interesse sono i problemi generali della conoscenza, brillantemente messi in luce da Roscioni (1969a); ma c’è una dimensione sociale e politica che si rivela soprattutto nell’elaborato e sorprendente paragone che Gadda traccia per illuminare le tesi strettamente filosofiche e che talvolta diventano argomenti di trattazione a pieno titolo. In questi passaggi emerge una visione ottimistica di cosa potrebbe essere una buona società, e in particolare una buona società italiana: dinamica, avanzata, educata scientificamente e rispettosa della conoscenza, in grado di armonizzare le proprie contraddizioni e la ricca diversità di cultura e tradizioni, non ostacolata da regole restrittive, libera di far valere la propria volontà; una società che dà la priorità all’azione su riflessioni e autolegittimazioni paralizzanti. Sebbene non si parli dell’ideologia fascista in quanto tale, la consonanza è chiara.

La Meditazione sarebbe rimasta inedita sino al 1974. Le meraviglie d’Italia, nella versione del 1939 (quella del 1964 è un po’ diversa), (8) cercano un’esplicita e specifica realizzazione di queste idee nell’Italia fascista, con un aperto entusiasmo, ad esempio, per la politica autarchica (Il carbone dell’Arsa), per i progressi tecnologici del paese (Apologo del Gran Sasso d’Italia), per la «giovinezza nuova d’Italia» (La funivia della neve, SGF I 127), per la robusta vitalità delle tradizioni locali (Delle mondine in risaia). Il tono può essere ironico e scherzoso, possono comparire momenti di pessimismo metafisico, ma a prevalere è un misurato ottimismo. L’ultimo pezzo (Sull’Alpe di marmo), sulle cave di Carrara, termina con un omaggio al «coraggio» e alla «fatica dell’uomo» (SGF I 198): la vera ricchezza della «gente apuana», cioè l’abilità ereditata dagli avi, è considerata, insieme alla nuova tecnologia e disciplina, come una risorsa per il dinamismo della nuova Italia:

La qualità delle maestranze carraresi, come un’eredità morale dei padri: la nuova tecnica; la nuova volontà e la nuova disciplina del lavoro: ecco i mezzi per il perfezionamento dell’impresa latòmica, che dalla Bianca Luni ha impegnato, traverso i millenni e fino all’Italia recuperata questa gente apuana. (SGF I 199)

C’è però un’opera degli anni fascisti cui è stata spesso riconosciuta una carica antifascista: La cognizione del dolore, che apparve per la prima volta su Letteratura fra il 1938 e il 1941. Nella già citata intervista del 1968 a Dacia Maraini, Gadda stesso suggerì che i guardiani notturni che hanno una larga parte nel romanzo simboleggiassero i fascisti, almeno in una certa misura, e l’equazione è stata posta anche da alcuni critici. (9) Ma è una lettura difficile da giustificare. Nel romanzo è chiaro che il Nistitúo de vigilancia para la Noche è emblematico della corruzione amministrativa. (10) Con Mahagones/Palumbo il bersaglio di Gadda è il reduce che pretende di essere un eroe e una vittima di guerra e che, non essendo riuscito a ottenere una pensione, si cerca una nicchia nella polizia di stato, sfruttandola per i suoi scopi di estorsione. È una polemica convenzionale, in completo accordo con la politica di riforma della burocrazia che il fascismo proclamava pubblicamente e che si conquistò un grande appoggio popolare. Lo stesso vale per la satira antiborghese che compare nella Cognizione e nell’Adalgisa: si trattava di un altro tema convenzionale negli scrittori fascisti ortodossi, e continuò a essere ripetuto lungo il Ventennio, per quanto lontano potesse essere diventato – o possa essere sempre stato – dalla realtà.

Il fascismo di Gadda era certo anticonformista, ma non era un elemento incidentale o accidentale della sua esperienza e della sua opera durante il Ventennio. Sebbene possa sembrare oggi ingenuo o illuso, egli era convinto di dare al regime un appoggio misurato e meditato. Il fascismo rispondeva al suo bisogno di ordine e di dignità in un mondo che, secondo la sua traumatica esperienza durante e dopo la prima guerra mondiale, era stato privato di entrambi. Esso offriva la possibilità di armonizzare le differenze politiche e sociali, anche se le disarmonie fondamentali della vita e dell’io non avrebbero potuto essere cancellate, e di restituire ordine e dignità all’Italia dopo il caos del liberalismo, il cui culmine era stato, per lontano che fosse il collegamento, la disfatta di Caporetto. (11) Gli eventi storici sembravano non aver dato nessun motivo per disilludersi sino al 1943. (12) Se c’erano difficoltà e pericoli, Gadda, da buon soldato, teneva la sua posizione, almeno spiritualmente, anche se era troppo vecchio per combattere. (13) Questo non implica un accordo totale con la politica del regime. Come altri italiani, soprattutto quelli che avevano combattuto contro gli austriaci e i tedeschi, egli era disturbato dall’alleanza con Hitler, l’«eredo-alcoolico Fuhrer», e i suoi sgherri, come scrive in una lettera del 29 ottobre 1939 a Bonaventura Tecchi (Gadda 1984b: 139). Ancor più restavano, accanto alle espressioni senza dubbio sincere di ottimismo, un pessimismo e uno scetticismo viscerali: e così la vera fragilità e incertezza delle sue imprese letterarie erano obliquamente ma irrefutabilmente confermate nell’atto stesso della loro realizzazione. (14) Anche Le meraviglie d’Italia si sofferma sulla vanità di tutte le cose umane, come la meditazione lirica del Frammento – sostando nella necropoli comunale, che fa da conclusione smorzata alla prima sezione del libro.

Gadda interruppe la propria attività di ingegnere nel 1940 stabilendosi a Firenze, deciso a vivere finalmente della propria attività letteraria. I primi anni della guerra non furono particolarmente difficili. In realtà, le cose andavano abbastanza bene, se paragonate alle ristrettezze economiche e alle incertezze degli anni prebellici. Era il tempo di piacevoli vacanze estive a Forte dei Marmi con altri letterati (come Montale, Vittorini, Guarnieri), fra giri in bicicletta sul lungomare e pigre giornate in spiaggia (Guarnieri 1989: 96-100; Gadda 1983d: 122-23; Gadda 1988b: 41). E all’inizio del 1942, soprattutto grazie agli sforzi di Riccardo Bacchelli, Gadda ottenne dall’Accademia d’Italia, con grande soddisfazione, un premio per la propria opera. (15) Ma l’anno seguente fu di altro tenore. A metà del 1943 Gadda trovò riparo in campagna, ospite per un po’ di Luigi Russo, sinché, a quanto pare, l’incontro fortuito con un partigiano lo indusse a tornare affrettatamente a Firenze, fosse il terrore di essere in qualche modo compromesso, o la disapprovazione per la lotta partigiana, o una mescolanza di entrambe le cose (Guarnieri 1989: 104 ss.; Gadda Conti 1974: 62-63; Cattaneo 1973a: 109). Pare che Gadda cercasse di vivere a Firenze come meglio poteva durante i difficili mesi successivi, ma fu sfollato a sud con una moltitudine di altri rifugiati che gli Inglesi allontanarono dalla zona dei combattimenti poco dopo aver raggiunto la città nell’estate del 1944. Scrivere o pubblicare era chiaramente fuori discussione, come testimonia il vuoto nella bibliografia dei suoi scritti fra l’inizio del 1943 e l’inizio del 1945. Infatti le sue dichiarazioni in interviste e lettere, (16) sebbene scarse e brevi, rivelano chiaramente che per lui, come per tanti altri, questo intero periodo fu pieno di estrema paura e di orrore. In un certo senso, gli dovette sembrare una nuova Caporetto, a giudicare dalla strana confusione fra la prima e la seconda guerra mondiale che si manifesta in certi momenti di Eros e Priapo (SGF II 292-93): come se il fascismo avesse seguito l’Italia liberale nel creare un’immagine del potere e dell’organizzazione militare nazionale, mentre in realtà era inefficiente e inetto in una misura pari, se non superiore. Gadda era atterrito dai bombardamenti, in miseria, affamato, incerto di dove avrebbe potuto dormire al sicuro. Ma trovò rifugio a Roma in agosto. Aiutato finanziariamente dagli amici, ebbe una stanza in una pensione tenuta dalla sorella di Alfredo Gargiulo. Restò a Roma sino ai primi mesi del 1945, quando tornò a Firenze. (17)

Fu appunto durante il suo soggiorno a Roma che iniziò a scrivere contro il fascismo, spinto da quello che apparentemente divenne un incontrollabile bisogno di dare espressione ai suoi sentimenti. (18) Come al solito, sebbene le circostanze fossero un’aggravante in più, i vari scritti di questo periodo si sovrapposero, e nessuno giunse al termine e alla pubblicazione. Primi vennero i tre brevi Miti del somaro, come li ha intitolati Alba Andreini pubblicandoli per la prima volta nel 1988. Furono scritti (e, insolitamente per Gadda, apparentemente completati) fra il settembre e il dicembre 1944. Eros e Priapo fu iniziato nello stesso periodo, ma la sua stesura si protrasse sin dopo il ritorno di Gadda a Firenze nel 1945, probabilmente esaurendosi per l’attenzione sempre maggiore richiesta dalla terza opera iniziato in questo periodo, il Pasticciaccio. Il romanzo iniziò a comparire su Letteratura nel 1946, ma non fu pubblicato in volume sino al 1957. Nonostante il contratto con Mondadori, Eros e Priapo apparve per la prima volta come Il libro delle furie su Officina nel 1955-56 e in volume nel 1967.

La genesi comune dei tre libri è chiara, a dispetto della revisione successiva di due di essi. I passi del Pasticciaccio che fanno riferimento esplicito al fascismo sono strettamente in tono e talvolta letteralmente consonanti con I miti del somaro ed Eros e Priapo, di cui condividono la violenza, l’indignazione, il sarcasmo, lo spirito grottesco e iperbolico, la mescolanza arcaizzante di volgarità ed elaborazione retorica. Naturalmente, per altri aspetti il romanzo sta a sé: Eros e Priapo e I miti del somaro sono invece esplicitamente e interamente dedicati al fascismo e, nella loro discorsività, rivendicano il rigore intellettuale con argomenti da sviluppare e tesi quasi scientifiche da difendere.

Eros e Priapo, del resto, va considerato anzitutto come un trattato. Esso vuole essere un’indagine sulla realtà del fascismo, un «atto di conoscenza» su un male storico e un contributo alla rinascita nazionale (SGF II 223, 231). Sebbene il progetto sia minato sin dall’inizio dalla stessa retorica del libro, uno dei suoi aspetti più interessanti e ambigui è che alla fine gli argomenti centrali hanno una certa forza persuasiva, anche propriamente intellettuale. In generale, l’analisi è psicosessuale e deriva chiaramente le sue categorie da Freud. La tesi centrale è che il fascismo corrisponda allo stadio del narcisismo infantile. In uno sviluppo normale (o «autocostruzione») (SGF II 340), è una fase da superare, sebbene inevitabilmente continui a manifestarsi in forme più o meno sommerse e possa ripresentarsi alla superficie in un individuo maturo. Sotto il fascismo, l’intera nazione italiana è stata affetta dalla regressione verso il narcisismo infantile, o dal rifiuto di oltrepassarlo e di raggiungere una piena maturità psicologica. Fino a un certo punto, la regressione è dipesa da un inganno reciproco. Agli italiani, il fascismo offriva l’appagamento fantastico di bisogni infantili grazie a parate, uniformi, retorica irrealistica e messe in scena di ogni genere. Allo stesso tempo, Mussolini e i suoi tirapiedi indulgevano a un esibizionismo autoingannatorio e puerile, del quale la folla plaudente si nutriva e con il quale si identificava. Come altri scrittori che riconsiderarono il periodo fascista subito dopo la sua caduta, Gadda attenua l’accusa che si sarebbe potuta rivolgere all’intera nazione. Il bersaglio costante dei suoi attacchi verbali è Mussolini, primo responsabile e promotore di regressione: «a cinquant’anni egli sventola ancora il sesso alla facciazza del pubblico – coram populo – come un regazzino che fa la pipì a fiumi sotto a i’ naso a la balia» (SGF II 367). Il risultato politico e sociale era una criminalità mascherata da autorità e potere legali; quello psicologico, una condizione simile alla schizofrenia (SGF II 324-26). Di qui fenomeni quali il culto ridicolo della giovinezza (SGF II 246), il falso patriottismo (SGF II 327), con i suoi slogan insensati, come «L’Inghilterra deve scontare i suoi delitti» (SGF II 294), e la fede – poi delusa – nella potenza militare italiana. Tutte queste grossolane illusioni spacciate per verità di fatto hanno condotto alla distruzione i migliori giovani italiani.

Limitata a questi elementi, la tesi di Gadda è forse recuperabile entro i limiti di un’interpretazione del fascismo con categorie note, freudiane o meno che siano. Ma Gadda infrange le regole. In alcune occasioni egli scrive cose discutibili o inaccettabili per un discorso che pretenderebbe alla veridicità del trattato. Più in generale, anziché aspirare a un linguaggio univoco, egli mette costantemente in scena la polisemia caratteristica di tutte sue opere letterarie e pone davanti al lettore un campo talvolta sconcertante di possibilità interpretative. La modalità retorica che adotta in molte pagine di Eros e Priapo e che è evidente anche nei Miti del somaro e nel Pasticciaccio – cioè quella del vituperium – predilige eccessi, oscenità e offese che si basano o meno sui fatti, ma possono essere considerati come frutto di pregiudizi o irrealistici e perciò inficiare la validità dell’analisi intellettuale. La retorica può imporre la propria fascinazione; il grottesco può prevaricare l’analisi. E ne possono seguire altre conseguenze più problematiche. Piuttosto che mostrare il vero volto del fascismo, lo scrittore può finire con il mostrare se stesso. Sebbene egli faccia questo sulla pagina e quindi in un modo piuttosto diverso da quello del suo principale oggetto di ludibrio, possono emergere alcune sgradevoli analogie fra le due forme di esibizionismo.

In altre parole, Gadda oscilla fra un’analisi del fascismo come fenomeno oggettivo, e una scrittura che è essa stessa contaminata, al fondo, da alcuni dei tratti che egli affibbia a Mussolini. Può significare, questo, una qualche ammissione di colpa o il riconoscimento dei propri errori? Non credo. Prendiamo un’immagine di Mussolini che appare nel primo capitolo di Eros e Priapo e che è rielaborata nel Pasticciaccio:

Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano a’ fianchi, rattenute da du’ braccini corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussono morte e di pezza, e sanza aver che fare davanti ’l fotografo: i ditoni dieci d’un sudanese inguantato. (SGF II 228; cfr. RR II 55-56)

Qui si pone, evidentemente, un problema. Il grottesco e l’attacco contro Mussolini presuppongono un punto di vista razzista. Mussolini non viene accusato delle sue avventure imperialistiche, ma di sembrare un africano non civilizzato e mascherato da europeo. Lo scrittore non mostra solo il proprio spirito infantile, ma un atteggiamento politico che era parte integrante del fascismo e della destra europea in genere nelle sue forme tradizionali. (19)

Consideriamo poi un tema presente in Eros e Priapo con molta maggiore insistenza rispetto al razzismo. Gadda introduce un potente elemento misogino, talvolta espresso in termini che sono tanto pesanti quanto le ingiurie a Mussolini. Sono soprattutto le donne italiane – le Sofonisbe, come sono insistentemente chiamate – ad essere sedotte dalla falsa virilità di Mussolini, trovando eccitazione sessuale e gratificazione nelle sue messe in scena e nelle sue promesse, ed incitandolo. Da un certo punto di vista l’argomento è apertamente metaforico e potrebbe, ritengo, trovare qualche giustificazione a quel livello. Gadda prende di mira l’elemento femminile della società (e in particolare della massa, la disprezzata «moltitudine») (SGF II 224), che ha avuto la meglio in individui maschi. Quanto è passivo, subordinato, materiale, animale, emotivo, isterico ha infatti prevalso sul maschio, sulla consapevolezza razionale, sulla coscienza, sulla volontà regolatrice e direttiva da cui la femmina vuol essere guidata e che fa da agente di sublimazione.

Talvolta le immagini hanno un’incongruità rabelaisiana; ma né il comico né le metafore annullano quelli che possiamo chiamare i valori tradizionali. Le donne possono avere un’anima, essere a loro modo intelligenti (sebbene il modello intellettuale femminile rappresentato da Margherita Scarfatti sia una perversione di natura) (SGF II 253), essere ammirate e desiderate, ma il loro posto è in camera da letto e in cucina, la loro sessualità e la loro isteria hanno bisogno di stare strettamente sotto il controllo maschile. «Non nego che la Patria chieda alle femine di adempiere il loro dover verso la Patria che è, soprattutto, quello di lasciarsi fottere» (SGF II 245). Sotto il fascismo, la sessualità femminile era incoraggiata a non trovare soddisfazioni materiali e ordine, ma appagamenti fantastici e narcisistici, che potevano prendere la forma del deliquio in altisonanti astrazioni (SGF II 253) o in immaginari amplessi con lo stesso Mussolini. Al peggio – sebbene possa di nuovo essere un’iperbole che si smonta da sé –, il narcisismo femminile, pervertito e assecondato, dopo essere stato indirizzato al di là del bisogno di contenere la violenza maschile, trova gratificazione nell’idea che la gioventù italiana sta per essere distrutta dalla guerra.

Il tono può essere qui deliberatamente paradossale, ma ci sono ovvie sovrapposizioni con altre rappresentazioni gaddiane della donna prima e dopo il fascismo. Un’immagine positiva può essere trovata in un pezzo degli anni Trenta delle Meraviglie d’Italia, Casi ed uomini in un mondo che dura quindici giorni, che comprende una descrizione della famiglia ideale, e conclude:

Tu vedi la vecchia mamma dell’industriale assistere amorosamente le fortune del figlio, o la sposa accompagnare, al suo posto d’onore e di fatica, il marito. La donna è da noi presente alla vita de’ suoi uomini, vicina ai loro adempimenti ed alle speranze. (SGF I 72)

Ma è lo stereotipo negativo a dominare in Gadda. La donna è inevitabilmente associata a desideri proibiti e pericolosi che scatenano, forse inavvertitamente, impulsi aggressivi da dirigere contro altri o contro se stessi. Naturalmente le occorrenze più potenti, sebbene non siano le sole, si presentano nei due romanzi, con la Signora della Cognizione e con la Liliana, la Virginia e l’Assuntina del Pasticciaccio. Ma là l’associazione fra il femminile e il male della vita è generalmente lasciato implicito. Solo in Eros e Priapo il legame è esplicito e viene sviluppato per esteso. Si può sospettare che, sotto la pressione del bisogno espressivo che ha dettato l’inizio di Eros e Priapo, venga detto qualcosa che Gadda stesso non si è sentito di dire altrove in termini simili. Di sicuro nella prima versione pubblicata del Libro delle furie c’era un punto in cui l’elemento omosessuale che può essere supposto nella sua misoginia diventava quasi esplicito: «no, no, non c’intendiamo, ottimi educatori e buoni padri di famiglia! buoni scrittori eterosessuali, non c’intendiamo!» (SGF II 37), dove la versione successiva ha «moraloni» anziché «eterosessuali».

Ma Gadda decide di proseguire per un’altra strada. L’urgenza dell’autoespressione è insieme oggetto di controllo e di indulgenza. Nel procedere di Eros e Priapo, Gadda trova riparo sempre più dietro un alter ego, Alì Oco De Madrigal (questo l’anagramma del suo stesso nome), che talvolta prende la parola in terza persona ed è presentato come l’autore del libro. Soprattutto nelle ultime pagine, emerge come un vecchio, triste uomo italiano di destra, un vero nazionalista che apprezza le qualità morali e fisiche dei propri connazionali e il coraggio e il sacrificio di quanti sono morti combattendo per l’Italia nelle due guerre mondiali (SGF II 283-85), ma che ha visto travisati i propri valori e distrutto quello che c’era di meglio nel suo paese. Ora, deve fronteggiare l’inautenticità della cultura moderna, con le sue nuove forme di narcisismo – moda, pubblicità, giornali, e via di seguito (SGF II 351-56). Per un lato, De Madrigal è una figura buffonesca, col suo nome da pagliaccio – una comica mescolanza di pseudo-esotismo e di aristocrazia, che allude non alla Patria, ma alla madre e alla terra madre. Gadda può attribuire a lui alcune o tutte le opinione riferite, ma mantiene sempre l’ambiguità. In quanto non distingue completamente se stesso da De Madrigal, lascia mezza chiusa la porta che a metà ha aperto.

Che fare davanti alle possibilità interpretative incrociate che Gadda ci offre? Ovviamente, c’è abbondanza di soluzioni particolari. Se ne viene scelta una, sarà perché il testo viene collocato dall’interprete in un genere determinato. Sembra così possibile considerare Eros e Priapo un vero trattato polemico, e far la tara dei modi letterari, comici e che si smontano da sé. Gian Paolo Biasin, che ha scritto poco dopo la prima apparizione del volume, giudicò che esso realizzava l’«atto di conoscenza» che si era proposto inizialmente e che poteva avere un effetto sociale benefico (Biasin 1969: 476). Con una certa maggiore sottigliezza e con maggiore attenzione alla distanza storica tra la fine del fascismo e la prima divulgazione delle denunce di Gadda, Carla Benedetti legge sia il Pasticciaccio sia Eros e Priapo come indagini sulla natura del male, che considerano il fascismo una presenza continua e metastorica più che in termini storici (Benedetti 1980: 81-99; e cfr. Dombroski 1984a: 112-23) – sebbene si potrebbe pensare che Mussolini, per come lo dipinge Gadda, è solo molto vagamente identificabile in una metafora del male nell’Italia del primo dopoguerra. Mirko Bevilacqua tiene maggior conto della complessità dei problemi. Tuttavia, insiste sulla conclusione morale, o forse moralistica, che il risultato finale è una forma di invenzione narrativa con una forte componente etica (Bevilacqua 1985: 181-88). All’estremo opposto ci sono le interpretazioni che privilegiano gli aspetti letterari, e che non vengono solo da critici letterari. Renzo De Felice, manifestamente non convinto dall’analisi gaddiana del fascismo, ha potuto però apprezzare il libro come un divertissement; (20) e non è certo stato l’unico.

Le difficoltà di interpretazione possono sembrare davvero grandi. Nell’opera di Gadda c’è in generale sempre qualcosa che mette in questione alcuni di quei valori o di quelle certezze che sembrerebbe proporre. Realtà storiche, problemi di argomentazione e definizione, aporie filosofiche, dubbi, impulsi repressi e conflitti interiori, altre forze apparentemente negative: da soli o insieme, questi elementi sembrano lacerare i suoi scritti e il suo pensiero, impedendo la conclusione (nel senso comune del termine) di tutti i suoi progetti principali e lasciando aperta ogni pagina. La stessa teoria, nella Meditazione milanese, dell’irriducibile molteplicità di ogni fenomeno, letterario o meno, e l’idea che l’atto della conoscenza è, come ogni altro, una deformazione, rende automaticamente problematico anche il più semplice atto di interpretazione. Anzi, in Eros e Priapo, forse anche più che nel Pasticciaccio e in altri scritti narrativi in cui si può ancora determinare un qualche grado di aspettativa o restrizione a riguardo del genere, la libertà è drasticamente imposta al lettore. Come suggerisce Gian Carlo Ferretti (Ferretti 1987: 124-41), non si può trovare nessuna convincente classificazione dell’opera in termini di genere: è il lettore che deve scegliere quale parte del testo prendere come eticamente valida o come letterariamente valida, per usare le espressioni di Bevilacqua – almeno fino a un certo punto.

In effetti, ci sono delle restrizioni. Il ventaglio delle possibilità di lettura e di interpretazione non è largo. L’iperbole e la deformazione comica creano punti interrogativi, o virgolette, intorno a quanto viene discusso o affermato. Ma, se ci sono valori o credenze che possono essere sostenute, è chiaro quali sono: una visione tradizionalista o reazionaria delle donne (con le sue ipocrisie e le sue contraddizioni) e dei non-Europei; un patriottismo che dà grande credito alla tradizione e alla forza nazionali; la fiducia nell’utilità sociale della scienza se orientata correttamente e nel valore della conoscenza razionale in genere, sebbene si riconoscano il potere dell’irrazionalità del comportamento umano e l’impossibilità di portare nella società un ordine totale. È anche chiaro quello in cui Gadda non crede: l’irrazionalità senza freni, l’illusione su di sé e sugli altri, la violenza spavalda e gratuita, per tacere delle donne che si montano la testa, della vita moderna e del culto della giovinezza. Ed è interessante notare le omissioni, dato il contesto degli anni 1944-46. Non c’è alcun interesse per l’idea di democrazia o per le istituzioni democratiche. Ci sono solo alcune allusioni, naturalmente negative, al socialismo, e non c’è menzione del Partito d’Azione (cui si sarebbero avvicinati Montale e altri letterati liberali che intravidero, brevemente, la possibilità di una vera rinascita nazionale), (21) né della Democrazia Cristiana. L’«atto di conoscenza», se mai si compie, si compie nel vuoto. De Madrigal appartiene al passato, come lo scrittore Gadda dà apertamente a intendere. (22)

E che dire di omissioni davvero lampanti? In nessuna pagina dei Miti del somaro, di Eros e Priapo e del Pasticciaccio c’è alcun riferimento al coinvolgimento di Gadda stesso nel fascismo, sebbene in uno o due punti egli forse arrivi vicino a una sorta di ammissione. Poco dopo l’inizio di Mito e conoscenza, il primo dei Miti del somaro, viene formulata la premessa fondamentale secondo cui «un mito è pur necessario a travolgere gli umani verso il futuro» (SVP 901). Senza nominare il fascismo, Gadda sembra ammettere un limitato consenso ad esso in questi termini: «Una tesi del genere (1922-1944) venne accolta con qualche riserva dalla nostra circospetta tendenza al meglio». La consapevole scienza ha un paragrafo che lamenta quanto sia facile abbandonare il positivismo, e in cui Gadda sembra suggerire, a sprazzi e per antifrasi, di essere stato uno di quelli che non capirono cosa ci fosse dietro la farsa: «noi che abbiamo assaporato il conferenziere unico e funerario con tibie in croce sul fez: noi che abbiamo riconosciuto la spia, e lo sgherro travestito, in ogni biblioteca e in ogni fabbrica» (SVP 911). Analogamente, proprio alla fine di Eros e Priapo Gadda sembra alludere al fatto che il suo alter ego, De Madrigal, potrebbe, da un cero punto di vista, avere qualcosa in comune con i sostenitori del fascismo, quando riconosce tristemente (e ferocemente) che anche in lui agisce una «carica narcisistica» (SGF II 374). Ma queste sono misere soddisfazioni per un occhio puritano, ben consapevole che per la maggior parte le accuse e le analisi sono generali. I bersagli sono visibilmente altri: in primo luogo, gli altri italiani, che si sono lasciati ingannare o che erano gli ingannatori. I riferimenti a se stesso sono ridotti, consapevolmente o inconsapevolmente, a ciò che non è detto, o ai sottintesi che nascondono quello che potrebbe essere colto da chi abbia familiarità con il concetto di negazione freudiana e possa avvertire le analogie già citate fra il gioco narcisistico del testo e le buffonerie di Mussolini. (23)

Quale che sia la motivazione inconscia in atto, val la pena di considerare questa rimozione in un contesto più ampio. Non potendo ammettere apertamente di aver appoggiato Mussolini, Gadda si comportò allo stesso modo della grande maggioranza degli italiani. Era a dir poco politicamente inopportuno, per non dire pericoloso, fare ammissioni del genere fra il 1944 e il 1945 e rimanere in un paese in cui il partito fascista era diventato illegale e un antifascismo formale una conditio sine qua non per l’accesso a molti campi della vita pubblica. La maggior parte degli intellettuali e degli scrittori che uscivano dagli anni del fascismo mantennero nell’immediato dopoguerra il silenzio sul passato, sebbene, naturalmente, molti erano ansiosi di mostrare le loro credenziali di antifascisti. Gadda ebbe qualche commento spietato da fare su pittori e scrittori di questo tipo. (24) Per lui non era affatto comune, soprattutto in ambienti di destra, sentirsi spinto a scrivere sul fascismo, e naturalmente lo fece per esteso e con considerevole forza non appena esso cadde. Poiché si decise a pubblicare Eros e Priapo e il Pasticciaccio quando il fascismo di Mussolini era una cosa ben passata (I miti del somaro non sarebbero apparsi prima della sua morte), ovviamente non agì per opportunismo. Nell’immediato dopoguerra, l’occasione in cui giunge più da vicino a un pronunciamento pubblico è data da alcune lettere agli amici milanesi che hanno tono ed espressioni simili a Eros e Priapo (Gadda 1983: 50-57). Tutto sommato, la tentazione è di dare un’importanza primaria ai motivi di pena e di angoscia per quello che è detto sul fascismo e ai motivi di comprensibile prudenza per quello che non è detto.

Ma naturalmente c’è dell’altro. Se guardiamo indietro al Gadda fascista anteriore al 1943, il contrasto con il Gadda del 1944-46 può essere ridotto a un fatto centrale: la denuncia di Mussolini e il capovolgimento in negativo dei giudizi su di lui e sul fascismo, che prima erano positivi. I valori di Eros e Priapo, dei Miti del somaro e del Pasticciaccio sono quelli che Gadda ha costantemente sottoscritto e sui quali ha scritto dagli anni Venti, con e senza ironia. Anche su problemi secondari i cambiamenti sono pochi. Eros e Priapo sbeffeggia la retorica richiesta fascista che l’Inghilterra dovesse scontare i suoi delitti; ma Gadda era sempre stato sospettoso della perfidia inglese, e lo rimase. (25) Aveva accettato la retorica fascista sulla giovinezza; ora imprecava contro di essa; eppure, anticipando certi presidenti americani, dichiarava di ammirare la giovinezza di spirito, non solo d’età. L’unico cambiamento degno di nota è forse il diminuire della sua satira antiborghese, che è assente da Eros e Priapo e molto ridotta nel Pasticciaccio rispetto alla Cognizione e all’Adalgisa. Aveva considerato il fascismo un mezzo per promuovere quello in cui credeva: ora lo giudica completamente distruttivo.

Scrivere contro il fascismo è una forma di autocostruzione e di autogiustificazione. È un modo per costruire un passato negativo, circoscrivendo il fascismo e recintandolo come l’altro assoluto, di volta in volta barbarico, femminile e stupidamente buffonesco. In questo processo Gadda può riaffermare, sino a un certo punto, valori che aveva sempre affermato e quindi la propria identità morale. L’ironia e il ridicolo sono riconoscimenti dell’insostanzialità di questa identità e della sua incongruità entro l’ordine storico. Ma sono anche i mezzi grazie a cui un ulteriore valore può essere inequivocabilmente riaffermato a ogni pagina. Questo valore, che era stato cruciale in tutta la carriera di Gadda, è il valore della letteratura, vista come un fine in sé, nonostante le ambiguità del suo ruolo e dei suoi significati.

La manovra o l’operazione di Gadda (a seconda di come la si voglia definire) assomiglia a quella compiuta con maggiore frequenza e pubblicità dai giovani scrittori di sinistra, che contribuirono anch’essi a creare l’immagine di un fascismo disumano o subumano. Guardando indietro, essi interpretarono il loro populismo d’anteguerra come una forma di antifascismo che li aveva condotti naturalmente alla resistenza e all’adesione al Partito Comunista. Da un certo punto di vista, le differenze politiche diventano irrilevanti. A quanto pare, Gadda tendeva a pronunciare giudizi taglienti su Vittorini, che definiva un «santone», e a disapprovare Il Politecnico (Cattaneo 1973a: 32). Ma Vittorini scrisse favorevolmente su Gadda (Vittorini 1957: 22-24, 70, 418) ed ebbe un ruolo nella pubblicazione della Cognizione in volume (RR I 851 n.). Il colto letterato che era in tutti i maggiori scrittori del dopoguerra contribuì a stabilire tra loro forti legami. Sia Vittorini sia Gadda venivano da Solaria, che aveva sperato di accogliere nell’alta civiltà della sua repubblica delle lettere una vasta gamma di esperienze. Essenziale, fra queste, era la letteratura. Nulla era cambiato da questo punto di vista, come fondamentalmente nulla era cambiato – o almeno così essi credevano – nell’ideologia politica di quegli intellettuali. Incarnazione della continuità culturale e letteraria, essi riuscivano a oggettivare e ad allontanare un passato ancora minaccioso. Operazioni simili, delicate e potenzialmente pericolose, avvennero in molte altre aree della cultura e della società italiana e, grazie alla collaborazione dei più, ebbero quasi sempre successo.

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Note

Questa antinomia è la traduzione parziale, a cura di R. Donnarumma, di Hainsworth 1997.

1. L’unico saggio integralmente dedicato al fascismo di Gadda è Dombroski 1984a. Altri saggi che includono considerazioni su questo tema saranno citati oltre. La prima discussione dei limiti dell’antifascismo di Gadda appare in Cases 1958.

2. «Solo nel ’34 ho capito cos’era il fascismo e come mi ripugnasse. Prima non me n’ero mai occupato. Le camicie nere mi davano fastidio e basta. D’altronde il libro Eros e Priapo l’ho scritto nel ’28 e mostra tutta la mia insofferenza per il regime. Ma solo nel ’34, con la guerra etiopica, ho capito veramente cos’era il fascismo. E ne ho avvertito tutto il pericolo» (Gadda 1993b: 168).

3. Sulla stesura e la storia editoriale di Eros e Priapo, cfr. la nota al testo di Giorgio Pinotti in SGF II, 992-1023.

4. In una lettera alla sorella del 3 settembre 1923, Gadda parla dei proprio sforzi «come membro del direttorio» per rafforzare il fascio di Buenos Aires, e dell’intenzione di non scrivere più per il locale giornale italiano, La Patria, finché esso non avesse smesso di criticare il fascismo. Citando la crisi albanese di quell’estate, egli esprime un giudizio nettamente positivo su Mussolini: «speriamo che il senso di responsabilità e di misura di Mussolini, la sua rapidità d’azione e la sua energia, facciano trionfare, come merita, la ragione d’Italia» (Gadda 1987b: 84-86).

5. «Per tirare avanti e per guadagnare qualcosa, ho accettato di sobbarcarmi qualche fatica pamphletaire tecnico-propagandistica, cavandone gloria nessuna, denaro poco e noia molta» (Gadda 1983d: 129; 26 febbraio 1941).

6. Sull’integrazione di Gadda come intellettuale organico del fascismo, e in particolare sul suo entusiasmo per l’autarchia, cfr. Greco 1983: 51-98.

7. Dombroski (Dombroski 1984a: 101-02) individua una nota sarcastica nel secondo articolo, ma l’elemento espressivo della prosa di Gadda mi sembra qui bonario e disteso.

8. Si vedano le note in SGF I 1248 e 1289-295.

9. «Deve tener presente, ma questo non so se è bene che lo scriva, che in questo libro io ho creato una confusione narrativa, fra l’idea dei fascisti e l’idea dei vigili notturni. Non vorrei però avere dei fastidi. Crede che potrò avere delle noie?» (Gadda 1993b: 171). Cfr. Seroni 1969a: 33 e Flores 1973: 64.

10. L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore, che, per tutte le sue ironie, è più vicino al romanzo dell’intervista della Maraini, chiarisce che la satira è genericamente antiburocratica, con in più il riferimento alla difficile situazione dei reduci della prima guerra mondiale (RR I 763).

11. Per una meditata valutazione personale sull’atteggiamento di Gadda di fronte al fascismo negli anni Trenta da parte di un amico di quel periodo, cfr. Guarnieri 1989: 68-119 (72-74).

12. Non ci sono prove di una disillusione alla fine degli anni Trenta, come invece afferma, per esempio, Papponetti 1993: 34.

13. Uno dei timori di Gadda alla fine degli anni Trenta era di essere richiamato al servizio militare come riservista.

14. Un’analisi penetrante su Gadda, Montale e il ruolo della letteratura negli anni Trenta è quella di Luperini 1987/1988: 41-50.

15. Gadda scrisse il 28 aprile al cugino per ringraziarlo delle sue congratulazioni, aggiungendo: «all’adunanza capitolina le cose si sono svolte in modo molto semplice e secco, come è ovvio, dato che gli altri offrono alla nazione ben altra attività che le lettere in questo momento!» (Gadda Conti 1974: 55).

16. Cattaneo (Cattaneo 1973a: 108-09) riporta conversazioni sulle pene della fame, che erano particolarmente intense per un uomo con l’appetito e i desideri di Gadda, e sulla svalutazione dei suoi risparmi. Una lettera del 12 luglio 1945, che riprende i contatti con Lucia Rodocanachi, parla di «un tempo e uno spazio disegnati di orrore» (Gadda 1983d: 152); e cfr. le parole di Gadda in Gadda Conti 1974: 63: «Quest’ultimo orrore [: la guerra] mi ha demolito».

17. Per un resoconto più dettagliato sugli spostamenti di Gadda in questo periodo vedi la nota di Pinotti al testo dei Miti del somaro (SVP 1370-371).

18. Cfr. Pinotti, nota al testo del Pasticciaccio (RR II 1139).

19. Per pregiudizi contro i neri, cfr. Eros e Priapo, SGF II 290 e 373; contro gli ebrei, 252; contro gli stranieri in genere, 343-44.

20. M.A. Ledeen 1985, Intervista sul fascismo (Bari: Laterza, 1985), 109-10.

21. Per qualche allusione ironica al Partito d’Azione si veda la lettera del 20 dicembre 1946 a Contini (che ne era membro) (Gadda 1988b: 50).

22. Non c’è da stupirsi che al referendum istituzionale del 1946 Gadda votasse per la monarchia (Gadda Conti 1974: 66).

23. Così Dombroski (Dombroski 1984a: 111) sostiene che Eros e Priapo e il Pasticciaccio rifiutino entrambi «il male di cui l’Autore stesso si sente colpevole, cioè l’egoismo che ha condizionato il suo consenso al fascismo».

24. «Per quattro sgorbi che compicciano sulle loro tele, per quattro raccontini che hanno cacato su una rivistucola studentesca del lontano 1937 si gonfiano più del tacchino di Predappio» (Gadda Conti 1974: 67).

25. Nei giorni che precedettero la guerra, Gadda era capace di pungente sarcasmo contro l’Inghilterra: per esempio nello scritto autarchico Il carbone dell’Arsa, incluso nel 1939 nelle Meraviglie d’Italia, che celebra gli sforzi di liberare l’Italia dalla dipendenza da «zia Inghilterra e l’elogio della manna d’Inghilterra» (SGF I 182).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-08-6

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