Gadda antifascista

Giuseppe Stellardi

Non condivido il ritegno di chi, per rispetto, pudore, dolore, o segreto dispetto, preferirebbe non toccare il delicato argomento del rapporto fra Gadda e il fascismo. In questo ha completamente ragione Peter Hainsworth (Hainsworth 1997: 221-41, nella scia di Dombroski 1984a, poi 1999, e altri): restringersi a un’analisi del letterario (del testo separato dal suo contesto, in questo caso politico) è privarsi di dimensioni critiche di vitale importanza. Aggiungerei che prendere l’opera dell’Ingegnere per letteratura pura (trascurandone perciò le valenze non letterarie) significherebbe far torto precisamente alla sua più intima e fondamentale caratteristica: l’impurità. Si rilevi, quindi, ogni visibile o impalpabile scoria, ogni spiacevole riflesso di privati o pubblici orrori, ogni volontaria menzogna o inconscia lacuna, ogni sintomo o lapsus. Si sollevi il velo su fatti accertati e presunti. Si inchiodi lo scrittore alle sue inevitabili croci: il testo non ne soffrirà, ne risulterà anzi illuminato di luci variopinte. Le miserie personali dell’autore arricchiscono la lettura.

Solo due cose troverei inaccettabili: in primo luogo, un’acritica e anacronistica applicazione, ad epoche passate (ma, del resto, anche alla presente), dei dogmi della political correctness odierna; (1) e, in secondo, il trasferimento diretto sul piano estetico di un’eventuale negativa valutazione etico-politica. Obbietterei, nel concreto, soprattutto se si dovesse arrivare a dire o implicitamente suggerire che l’opera debba essere retrocessa nella nostra stima, se non addirittura più o meno apertamente censurata, come conseguenza di una sentenza sfavorevole circa l’integrità morale o la conformità politica dell’autore. (2) Vero è che l’estetica, la psicologia e l’ideologia non sono mai disgiunte (e Gadda lo sapeva meglio di chiunque); ma troppo avremmo da perdere, se dovessimo privarci dell’opera di chi non si è dimostrato all’altezza dei nostri immacolati principi morali e sentimenti politici. Anzi, a dirla tutta, chi si salverebbe, se avessimo i mezzi per condurre su ognuno approfondite inquisizioni?

Del fascismo di Gadda (e di altri), comunque, è bene poter parlare. È bene per noi e, se non per lui (si immagina facilmente lo sconforto in cui questi dibattiti lo getterebbero), certo almeno per la corretta interpretazione dell’uomo e dell’opera. Se ne ricaverà forse un utile monito per l’avvenire (nostro, dei nostri figli e nipoti) e una maggiore chiarezza nell’esegesi del testo, e nella comprensione dell’epoca. Cominciamo dunque col dire che Gadda è certamente stato, se non fascista nel senso più stretto, almeno, per un certo periodo, simpatizzante e ammiratore del movimento. Per le prove, si veda, oltre al saggio di Hainsworth, anche il conciso contributo, con opportuni riferimenti bibliografici, di Raffaele Donnarumma in questo stesso sito (Donnarumma 2002). In breve: non c’è dubbio che il Gadda reduce di guerra, nei primi anni venti, vede in Mussolini e nel fascismo l’unica alternativa al caos, all’anarchia, alla dissoluzione definitiva del paese come entità etica e nazionale, oltre che al suo sfacelo economico. La sua posizione è facilmente definibile: borghese squattrinato e ex-ufficiale amareggiato, conservatore (ma non reazionario), tradizionalista (ma non beghino), monarchico, nazionalista, emigrato infelice e nostalgico (solo per qualche mese: ma sono mesi cruciali nella storia sua e del primo fascismo), Gadda esprime nelle sue inclinazioni politiche la posizione quasi naturale della propria sotto-classe sociale (una borghesia marginalizzata e impaurita), del proprio ceto culturale (una élite istruita ma frustrata); esprime anche le proprie angosce personali, bisogno d’ordine e mania di controllo, preoccupazioni economiche, terrore dell’altro, insicurezza sessuale. Su tutti questi fronti, il fascismo può rappresentare in quel momento, per lui come per molti altri, una risposta logica.

Altrettanto logico, e a mio avviso indubitabilmente, completamente sincero, è il palese antifascismo gaddiano di vent’anni dopo, dal periodo della (seconda) guerra mondiale in poi. È logico perché il fascismo nel frattempo non solo non ha dato le risposte sperate ai bisogni della società e del soggetto, ma addirittura si è progressivamente rivelato portatore virulento delle peggiori fra le magagne già deprecate dal giovane Gadda (e del resto, col senno di poi, visibili o intuibili in gran parte fin dall’inizio): tronfio narcisismo, mitologia d’accatto, assenza di sostanza morale, protervia, cecità politica, disprezzo del bene comune e del comune buon senso, colpevole abdicazione al dovere primo di ogni legittima autorità: quello di pensare (cioè ricordare, riflettere e prevedere) prima di agire, come anche al secondo: quello di educare il popolo a civiltà e progresso, invece di ridurlo al ruolo di massa osannante, o peggio. La seconda guerra mondiale fa esplodere il bubbone che – a prestar fede alle tardive esternazioni di Gadda – egli già vedeva prender forma a fine anni venti. L’antifascismo gaddiano è sostanziato non di teorie e posizioni politiche, ma di situazioni concrete e reazioni psicologiche soggettive (sue, di Gadda) del tutto perspicue. Altrettanto chiaro è che la violenza verbale antifascista di Gadda si indirizza anche, implicitamente, verso il soggetto stesso della scrittura: colui che, rinunciando alla ragione e alla prudenza, si è lasciato a suo tempo abbagliare dal mito di cartapesta, dal fallo posticcio; e che del resto, nel deprecare (in altri, o altre) tale misfatto, sempre lo riproduce, ancora esorbitando, oltre i limiti della logica e delle buone maniere, nell’invettiva, nell’emozione, nell’ingiuria, nella bestemmia, nell’oscena esibizione di sé.

L’antifascismo gaddiano è quindi fenomeno complesso, perché non primariamente di carattere concettuale; ma, nelle sue sorgenti e movenze di fondo, abbastanza trasparente. L’odio per Mussolini è giustificato dai fatti tremendi, e raddoppiato dalla coscienza (più o meno oscura) di una iniziale corresponsabilità propria, nonché (a un più profondo e quasi certamente inconscio livello) da quella di una radicale e inaggirabile predisposizione al tumore primordiale e latente di cui il fascismo è stato spaventosa metastasi: il mostro dell’irrazionalità, dell’urlante follia omicida, davanti al quale ogni grazia, ragione e giustizia devono soccombere. Propensione questa non solo sociale e universale, ma anche personale, profondamente sottesa al tenue velo dell’educazione, del carattere, della morale: «[…] questa forza nera, ineluttabile…. […] Ed era sorta in me, da me!», geme Gonzalo (ma non a proposito del fascismo, naturalmente; si veda Cognizione, RR I 633). Il problema è che squarciare quel velo è, simultaneamente, atto liberatorio, ma anche tradimento della ragione e del bene, foriero di catastrofi. È questo, per Gadda, un dilemma insolubile.

Nel caso dell’antifascismo gaddiano non si tratta, dunque, di opportunismo da voltagabbana (né è questa l’interpretazione suggerita da Hainsworth o Dombroski); la feroce satira che fa capolino nel Pasticciaccio e dirompe in Eros e Priapo non è cinico calcolo politico. Se lo fosse, Gadda ne sfrutterebbe ben diversamente, a posteriori, gli effetti potenzialmente vantaggiosi, ma in primo luogo ne gestirebbe ben più accortamente la carica esplosiva. Al contrario, quella scrittura – così eccessiva, così estranea ai vigenti (allora e dopo) schemi politico-letterari – non risulta capitalizzabile presso nessuna banca, nessun partito, nessun movimento, nessuna chiesa o conventicola. È energia in pura perdita, che si giustifica soltanto come sfogo di umori, irritazioni, condanne (e vergogne, sensi di colpa, pentimenti) a lungo incubati e repressi. Tanto ingenuo è il suo antifascismo postbellico che Gadda, intervistato a proposito della Cognizione, lungi dal gloriarsi della possibile interpretazione antifascista che lui stesso ne suggerisce, dichiara di temere soprattutto – e come sempre – di «avere dei fastidi», non è ben chiaro da parte di chi (Gadda 1993b: 171). (3)

Se il punto d’inizio e quello di arrivo del rapporto fra Gadda e il fascismo sono abbastanza chiari, restano da stabilire tempi e modi della transizione dall’uno all’altro; quando cessa, esattamente, Gadda di essere fascista? (4) Qui i punti di vista variano sensibilmente. Da un lato, lo stesso Gadda non solo asserisce di aver capito cosa veramente fosse il fascismo negli anni trenta (dopo averlo intuito già qualche anno prima), ma addirittura retrodata la composizione di Eros e Priapo a fine anni venti; dall’altro, e comprensibilmente, alcuni critici stentano a credergli e – soprattutto basandosi su un’interpretazione a mio avviso un po’ bacchettona dei cosiddetti scritti tecnici, da lui pubblicati negli anni trenta e fino ai primi anni quaranta – più o meno esplicitamente gli addebitano di non aver capito proprio nulla, almeno fino al momento preciso in cui le bombe hanno cominciato a piovergli fisicamente sul testone, a Firenze: e quindi un po’ tardi. O comunque, capisse o non capisse, di aver continuato a prestare il proprio appoggio ideologico al regime fino a quel momento; di essere stato al gioco, insomma, ben oltre i limiti temporali giudicati moralmente tollerabili.

Se non emergono ulteriori elementi probatori, mi pare difficile che si possa dimostrare definitivamente che già negli ultimi anni venti Gadda (magari segretamente) non avesse cominciato ad avere in odio certi aspetti della retorica mussoliniana, e del rapporto fra il Duce e le masse (la cosa, anzi, mi sembrerebbe abbastanza plausibile); né l’improbabilità di una composizione così anticipata di Eros e Priapo basta a confutare la possibilità di un’intenzione di scrittura, solo molto più tardi concretizzata. Anche l’esame della Cognizione del dolore non risolve il problema: che il Manganones-Mahagones e il Nistitúo rappresentino (in una luce negativa) il fascismo è suggerito da Gadda e accettato da alcuni, ma ritenuto poco credibile da altri; ad ogni buon conto, non si potrà dire che la Cognizione possa essere interpretata come filo-fascista. E non c’è alcun dubbio per quanto riguarda il Pasticciaccio, le cui allusioni anti-mussoliniane sono aperte e incontrovertibili; ma qui siamo già in tempi e luoghi in cui un antifascismo di superficie può benissimo essere poco significativo, se non addirittura sospetto di opportunismo.

Si torna quindi, inevitabilmente, a quei disgraziati articoli tecnici: perché Gadda non si astenne dal pubblicarli? Mi pare ragionevole suggerire le seguenti possibili concause:

1. necessità economica: per Gadda, una volta stabilita la propria reputazione di pubblicista, questi, nel contesto di quegli anni, erano probabilmente pezzi più facili da piazzare (dietro compenso) di altri;

2. percepita neutralità ideologica: dato l’argomento (tecnico per lo più, talvolta culturale), Gadda poteva vederli (o inconsciamente sentirli) come essenzialmente a-politici; quel tanto di retorica fascisteggiante che contengono poteva benissimo apparirgli come simultaneamente inevitabile e insignificante, nel mare delle abitudini retoriche consolidate nel tardo ventennio;

3. sincera ammirazione per certi aspetti di progresso tecnico più o meno legittimamente collegati alla gestione fascista: il Gadda ingegnere, e più ancora il Gadda maniaco dell’ordine, dell’efficienza e del lavoro ben fatto, approva quei risultati, e forse li approverebbe da qualunque parte (politica) venissero; (5) questo atteggiamento può esorbitare dall’ambito strettamente tecnico-ingegneresco, per includere anche politiche (come l’autarchia o gli interventi nelle aree rurali) che ben si accordano con certe componenti dispotico-illuministiche (per non dire freudianamente anali) della mens gaddiana;

4. necessità etico-psicologica di accettare il reale, invece di sognare l’impossibile, e di puntellare quel poco di valido che l’esistente offre, invece di distruggere anche quello: aspetto forse poco lusinghiero, e però assai lombardamente vero, dello spirito gaddiano. Ma va subito notato che questa componente cruciale è anche la fonte dell’irresolubile dilemma che la sindrome di Gonzalo tanto bene raffigura: impossibilità di abbracciare le forme del reale, impossibilità di rifiutarlo fino in fondo. Cambiare il reale non è un’opzione viabile: Gonzalo/Gadda può sognare di distruggerlo a colpi di mitra e straforzino, ma in fin dei conti finisce sempre per raccattare la sua valigetta di cartone e prendere il treno della routine quotidiana. Non ci si può aspettare che le sue energie represse prendano la forma dell’azione politica, tanto meno rivoluzionaria.

Come ho suggerito, questi moventi (per quanto in apparenza contraddittori) vanno presi insieme: uno solo non basterebbe a spiegare il fatto, ma tutti quanti forse sì. Non che in questo modo si risolva il problema interpretativo, se l’obbiettivo è giungere a una risposta univoca e certa: la commistione di logica, bisogno, compulsione e idealità è tale da lasciare ampio spazio all’ambiguità (ma forse non in molto maggior misura per Gadda che per tanti di noi). Nondimeno, in ossequio allo spirito cordialmente polemico di questa serie di articoletti, vorrei avanzare un’asserzione consapevolmente drastica: (6) Gadda non solo non è stato mai veramente fascista, ma non poteva che essere, a modo suo, antifascista. I sulfurei scritti post-bellici rivelano l’unica verità che a Gadda è congeniale – quella degli umori, dei visceri – e sono dunque profondamente veri.

Allora era finto l’iniziale entusiasmo filo-fascista? No, non era finto: era semplicemente sbagliato. Non mi riferisco qui a un errore di tipo politico o morale, ma a uno sbaglio più fondamentale. A un abbaglio concernente il rapporto fra Gadda e il corpo sociale nella sua configurazione politico-nazionale, il secondo suo grave errore di quel tipo (e l’ultimo, che io sappia). Il primo abbaglio è quello dell’interventismo, della guerra (la prima mondiale); il secondo è, per l’appunto, quello relativo al fascismo. Che cosa li collega? Tanti fili, naturalmente, alcuni già menzionati, quelli che contribuiscono a spiegare almeno in parte il successo del fascismo; ma non di questo voglio parlare. Per Gadda, si tratta dei due momenti in cui il sogno di una felice congruenza fra il soggetto (suo) e il corpo sociale (del suo paese intero, non solo della sua classe) gli è parso realizzabile; il sogno di una raggiunta armonia di idee, di intenti, di atti. Un sogno tanto dolce, tanto importante da giustificare ogni sacrificio: fino al sacrificio della propria vita, in guerra; o fino alla provvisoria accettazione di un male minore (come non può non essergli apparso qualche aspetto fra i meno gradevoli del primo fascismo), se in prospettiva sorge la possibilità di una vita privata e collettiva meno futile. Illusione presto distrutta, in entrambi i casi. E quasi tutto il corpus della prima narrativa gaddiana non fa che elaborare l’impossibilità, la vanità, l’amara irrealtà e il lutto di quei sogni infranti.

L’errore interpretativo dei critici, in questo caso, è di mettere in primo piano il movente e il giudizio politici: mentre questi per Gadda sono sempre, in fin dei conti, secondari. Si dirà che ciò vale per molti, per tutti quelli che non fanno della politica il proprio campo d’azione primario; e che ciò comunque non annulla il peso politico degli atti (e delle omissioni) di cui ciascuno si rende responsabile. Certamente. Ma non si può attribuire all’adesione gaddiana al fascismo (o al rigetto di esso) un valore di decisione politica che non hanno; ciò sarebbe altrettanto sbagliato quanto leggere Eros e Priapo come un trattato serio di psicologia di massa. Non lo è, né pretende di esserlo – anche se certamente rivendica un forte valore conoscitivo. (7) La conseguenza di quell’interpretazione troppo stretta è che gli scritti tecnici vengono interpretati come atti di fiancheggiatore, se non di fascista; mentre invece sono atti di scrittore e povero diavolo.

Ma dove sta il confine? Oppure bisognerà concludere che lo scrittore può scrivere e pubblicare quello che gli pare, in esenzione da ogni responsabilità morale, da ogni dovere di coerenza intellettuale, di lucidità politica? No. Un limite esiste, ma non può essere dettato dalla nostra facile certezza, mezzo secolo dopo (e senza l’ombra di un pericolo a sovrastarci), di cosa fosse giusto o sbagliato allora. Il discrimine sarà faticosamente (e spesso erroneamente) ipotizzato sulla base del contesto di allora, per i mezzi che ci sono dati di accertarlo; e i principi guida saranno, da un lato, ciò che il povero diavolo poteva ragionevolmente sapere e fare; e, dall’altro, le conseguenze concrete di ciò che ha concretamente fatto. Alla luce di queste premesse, assolverei il Gadda degli scritti tecnici, per aver commesso atti di nessunissima conseguenza politica, e che quasi certamente agli occhi suoi e dei suoi lettori nessun peso politico significativo potevano ragionevolmente avere.

Gadda non ha avuto la coscienza e la lucidità politica di altri; di coraggio non ha mancato in guerra, ma nei rapporti ordinari coi suoi simili (inclusa l’interazione di carattere politico) non ha forse mai fatto molto meglio del commendator Angeloni nel Pasticciaccio (peraltro, la sua difesa di don Abbondio è un atto di rara lucidità intellettuale e onestà morale). (8) Fascista però, come anche – per assurdo – comunista, avrebbe potuto esserlo solo per sbaglio (prima) o per forza (poi): mentre a un livello più profondo e vero, non poteva mancare di reagire negativamente non solo agli errori e eventuali tradimenti del fascismo (rispetto agli ideali iniziali), ma anche a quanto di fasullo, ipocrita, pacchiano e offensivo ogni tentativo di forzosa integrazione sociale e manipolazione del consenso necessariamente finisce per manifestare. In altri termini, Gadda non poteva essere fascista; poteva essere (e fu) un conservatore sui generis, fondamentalmente compromesso nella sua possibilità di coerenza politica da una totale incapacità di abbracciare o rifiutare una realtà allo stesso tempo inaccettabile e inaggirabile.

Non diversamente va interpretata la feroce critica del behaviour piccolo borghese da parte di chi, come Gadda, era notoriamente incapace – nella propria vita privata e pubblica – di qualunque scorrettezza, di qualsivoglia eccentricità o ribellione di comportamento o abbigliamento.

In questo senso, e nonostante un decennio abbondante di superficiale conformismo fascisteggiante, sono i tardi scritti antifascisti a rivelare la verità della posizione di Gadda in materia. Mettere in dubbio questa verità significa revocare a Gadda il suo unico ambito di libertà (impura, ma autentica, proprio perché finalmente esorbitante), di vittoriosa ribellione contro la schiavitù delle apparenze. Vittoria di parole, vittoria di Pirro, forse, a sentire Gonzalo; ma, per noi lettori, incomparabile trionfo di scrittura, e di irreprimibile verità.

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Note

1. Questo è l’aspetto dell’ottimo saggio di Hainsworth che – molto amichevolmente – più disapprovo. Molto sinteticamente: mi preoccupa soprattutto il tentativo di comporre a carico di Gadda un cahier de doléances (fra i cui capitoli si annoverano non solo il fascismo, ma anche il razzismo, la xenofobia e, ovviamente, il misoginismo) la cui forza probante riposa quasi interamente sulla nostra accentuata sensibilità ad aspetti del testo che – esibiti senza sufficiente contestualizzazione storico-culturale e stilistica – al lettore contemporaneo possono apparire stonati o moralmente inaccettabili. La macchietta di Mussolini negro con le mani simili a «grappoloni di banane» (cfr. SGF II 228; RR II 55-56; Hainsworth 1997: 230) oggi certo stride e magari infastidisce, ma possiamo supporre che, quando fu composta, la sensibilità alle implicazioni razziste di immagini e stereotipi comici non fosse ancora così sviluppata; inoltre, oserei dire che ha valore efficacemente dissacrante rispetto al mito del Duce, come anche a quello della stirpe italica; e poi, soprattutto, come concepire che un’opera umorale come Eros e Priapo (ma ciò vale anche per tutta la scrittura gaddiana) possa o debba essere casta e pura di ogni spiacevolezza, di qualunque liquame un po’ maleodorante? Sarebbe negarne una componente essenziale: vorremmo davvero un Gadda allineato, politically correct e disinfettato? Quanto alla misoginia, l’indubbia consonanza con certi aspetti dell’ideologia fascista mi sembra solo superficiale: il rapporto fra Gadda e la donna è ben più complesso (e inquietante) dei facili schemi propagandati dal regime.

2. Possibilità, questa, del tutto ipotetica. Ma non si sa mai…

3. è del resto lo stesso Hainsworth a citare in nota questo divertente passaggio dell’intervista a Dacia Maraini (Hainsworth 1997: 238).

4. Si potrebbe sostenere che la posizione di Gadda sia ultra-fascista, cioè che la sua scontentezza nei confronti del regime non venga da un ripensamento circa gli ideali (fascisti) della sua gioventù, ma anzi dalla percezione di un tradimento di quegli stessi ideali da parte dell’apparato istituzionale di potere fascista. L’ipotesi mi pare poco credibile, soprattutto se utilizzata per screditare la sincerità dell’antifascismo gaddiano. Che Gadda non critichi il fascismo da sinistra, e neppure da una prospettiva democratica, è ovvio (ed è anzi esatto dire che la sua è una critica conservatrice, da destra); ma suggerire che continui a covare tendenze segretamente filofasciste nel momento in cui apertamente attacca il fascismo mi parrebbe illazione ingiustificata.

5. Mi sembrano sempre valide le osservazioni di R. De Felice, Intervista sul fascismo (Roma-Bari: Laterza, 1975), 67: «il fascismo ha avuto dei buoni tecnici, che in moltissimi casi non erano fascisti». Se qui ci fosse lo spazio, bisognerebbe anche riprendere un altro spunto proposto da De Felice, cioè la distinzione fra cultura tecnica (nei cui ranghi il fascismo sarebbe riuscito a generare ampio fiancheggiamento implicito) e cultura umanistica (dove invece avrebbe sostanzialmente fallito). Il discorso è particolarmente complesso nel caso di Gadda, ovviamente, nel quale i confini fra le due culture sono straordinariamente intricati (ma, fascismo a parte, qualcosa di sostanzialmente simili accade anche per Primo Levi, che – in circostanze e tempi del tutto diversi – manifesta lo stesso apprezzamento del lavoro tecnico e manuale ben fatto; il paragone stride, ma forse può illuminare la portata dell’ideologia tardo-positivista del lavoro, di cui tanto Gadda quanto Levi sono ancora profondamente imbevuti).

6. E senza supporto di ulteriori ricerche documentarie, che magari potranno in futuro cambiare l’aspetto della questione.

7. Qui mi pare che Hainsworth prenda troppo sul serio la portata scientifica dell’opera, anche solo a livello di intenzioni dell’autore: «Indeed, Eros e Priapo asks to be considered as a treatise in the first instance. It claims to be an investigation into the reality of Fascism, “un atto di conoscenza” […]» (Hainsworth 1997: 226). L’atto di conoscenza c’è, ed è fondamentale, ma la tragedia di Gadda è proprio questa: che la conoscenza del reale, a cui costitutivamente non può rinunciare, esclude la forma razionale del trattato filosofico o scientifico (la Meditazione milanese ne è la prova negativa) e si concretizza – al suo apogeo – in modi altamente soggettivi, irrazionali e (auto-)distruttivi (le vociferazioni paranoidi di Gonzalo nel dialogo con il dottore sono un altro esempio dello stesso fenomeno).

8. Cfr. Gadda 1993c: 155.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-08-6

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artwork © 2003-2019 by G. & F. Pedriali.
framed image: after a detail from A. Menegazzo, La vittoria economica, 1926, Collezione Salce.

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