Caçoncellos

Antonio Zollino

Nella lunga teoria dei riferimenti dannunziani reperibili all’interno di tutta l’opera di Gadda, la figura più memorabile e compiuta è significativamente una parodia, quella del Vate maradagalese Carlos Caçoncellos nella Cognizione (Gadda 1987a: 58). Bisogna subito avvertire, però, che il personaggio di Caçoncellos, pur adombrando prevalentemente quello di D’Annunzio, va considerata sotto la specie gaddiana del «groviglio di relazioni» (Meditazione, SVP 650), del coagulo di eterogenee allusioni che non manca di coinvolgere, nella scelta del nome proprio (Carlos), lo stesso Gadda; ma di tutto questo si renderà conto più avanti. Ammessa per ora la dominante dannunziana nella figura pur «polivoca» (1) del Caçoncellos, gli spessi intrichi della bibliografia relativa agli scritti a stampa di Gadda (2) lasciano tuttavia intravedere una fondamentale contiguità cronologica: quella fra la prima apparizione di Caçoncellos, nel primo tratto della Cognizione (Gadda 1938a) (3) e la recensione Grandezza e biografia: A proposito della «Vita segreta». In questo secondo scritto, apparso su L’Ambrosiano del 3 ottobre 1938 (ora in SGF I 825-31), Gadda pigliò le difese di una biografia dannunziana rispettosa ma non agiografica: la Vita segreta di Gabriele D’Annunzio di Tom Antongini. (4) Il libro, nonostante la «prosa pacchianotta» (SGF I 827) piacque a Gadda che ne utilizzò parecchi spunti, come avremo modo di considerare, proprio nella costruzione della componente dannunziana di Caçoncellos: sarà semplice verificarlo sul testo della Cognizione.

Caçoncellos vive nella «Villa Maria Giuseppina» presa a fitto da un «vecchio Bertoloni» (Gadda 1987a: 51, 63, 65), le cui spoglie non mentiscono troppo quelle del primo locatore del Vittoriale secondo Antongini (Antongini 1938: 784): «un vecchio notaro di Brescia, il dottor Ubertoni»; in realtà l’affitto della futura villa dannunziana, allora sotto sequestro, fu trattato con il custode giudiziario Giovanni Ubertazzi: (5) l’imperfetta trascrizione di Antongini, perciò, potrebbe configurarsi, nel camouflage della Cognizione, come un errore congiuntivo. Se il modello del Vittoriale viene così ad innestarsi sul motivo autobiografico delle ville brianzole, non si può tuttavia escludere che la «Maria Giuseppina» (6) abbia a che fare con un’altra dimora dannunziana, e precisamente la Villa Peratoner di Marina di Pisa, una delle ultime prima dell’esilio francese: questa fu ribattezzata da D’Annunzio «Villa delle Tempeste», (7) epiteto che non pare improprio riferire alla «Maria Giuseppina» percossa, nella Cognizione, da tre violentissimi fulmini (8) e da una «grandinata senza precedenti». (9) Inoltre, la «Maria Giuseppina» si fa immediatamente riconoscere per la presenza di ben «due parafulmini» (10) che in francese suonerebbero «paratonneres»: non molto diversamente, quindi, da «Peratoner». (11)

Veniamo ora al cognome Caçoncellos: Manzotti lo riferisce a Folengo, ma anche qui credo occorra un’interpretazione polisemica. (12) Ad un livello linguistico più umile, pare impossibile non avvertire l’intenzione detrattiva del cognome, che parodizza evidentemente le intemperanze erotiche di D’Annunzio, (13) tra gli pseudonimi del quale, nel giovanile periodo dell’attività giornalistica, vi è pure quello di «Katsu Kava», (14) calco nipponizzante del catulliano «Mohecatur mentula» (C.V. Catullus, Carmina, XCIV, v. 1); più colto appare invece il riferimento al termine classico cacozelus (greco κακοζηλος) (15) la cui valenza, attinente alla terminologia retorica, di «cattivo, affettato imitatore», ci mette subito al corrente sulle reali capacità poetiche di Caçoncellos. (16)

Le possibili interpretazioni del cognome Caçoncellos insomma, sembrano riflettere la gamma dei mordaci giudizi che seguirono all’infatuazione del giovane Gadda per D’Annunzio (17) dall’ironia allo scherzo, fino all’aperta polemica sui modi e le finalità dello scrivere. Vediamo ora le altre implicazioni, più o meno dannunziane, del personaggio Caçoncellos. In villa, il Vate è «assistito dalla fedele Giuseppina» (18) e inganna il tempo «educando rose e amaranti, e pomidoro» (Gadda 1987a: 55). Qui il riferimento è sicuramente foscoliano (Dei sepolcri, v. 125: «amaranti educavano e viole»), ma la fonte in sé dice poco o nulla se non ci si rammenta dell’abitudine dannunziana di ribattezzare con nomignoli le proprie conquiste amorose: ad una di queste, Giuseppina Mancini, toccò proprio il soprannome di Amaranta, (19) e si noti come il nome di battesimo dell’amante dannunziana possa costituire di per sé un autorevole lasciapassare tra i personaggi femminili della Cognizione. Le rose e gli amaranti educati dal focoso Poeta (non a caso Gadda è ricorso a Foscolo) (20) non saranno perciò gli elementi di una gratuita citazione letteraria, bensì quelli di una facile allegoria degli amori dannunziani; a conferma di ciò, si veda quanto si dice, sempre a proposito di Caçoncellos, Gadda 1987a: 181: «dacquava i fiori con un annaffiatoio buco, che glie ne pisciava metà sulle scarpe», dove «dacquava i fiori» richiama con sufficiente precisione l’«educando rose» di p. 55 e l’«educavano» foscoliano e dove ancora si insiste sull’allegoria dell’insaziato, patetico erotismo del vecchio Poeta. (21)

Giardiniere a modo suo, Caçoncellos è però meglio noto come «cantore di gesta del ciclo maradagalese del libertador» (Gadda 1987a: 57) Juan Muceno Pastrufacio, condottiero nel quale si riconosce facilmente la figura, anch’essa poco congeniale a Gadda, di Giuseppe Garibaldi. (22) è da notare come il pesante giudizio che presiede alla traduzione di Garibaldi in Pastrufacio (pastrocchio + lat. facio = faccio pasticci) venga ribadito, in margine alla Cognizione, nei Chiarimenti indispensabili alla poesia Autunno (Gadda 1987a: 505) dove si può leggere che «il sostantivo maschile garibaldi ha significato di «diavolìo, bailamme, rebellotto (dal latino rebellio) nella parlata dialettale del Sur es decir Norte maradagalese». Caçoncellos appare pertanto, agli occhi di Gadda, degno cantore di simile eroe, la cui celebrazione non ricade tuttavia sulle spalle del solo D’Annunzio. Gadda ci assicura infatti che Pastrufacio-Garibaldi «in altre occasioni poetiche» è stato «paragonato a Giorgio Washington, Tamerlano, Garibaldi e Mazeppa» (Gadda 1987a: 57) e queste «occasioni poetiche» richiamano in realtà una ben precisa situazione oratoria: il discorso di Giosue Carducci Per la morte di Giuseppe Garibaldi:

per la ferma devozione agl’ideali verrebbe voglia di paragonarlo ai cavalieri normanni e ai crociati, ai Guiscardi, ai Tancredi, ai Gottifredi, se in lui non mancasse del tutto la cupidigia del conquistatore […] Giorgio Washington, come cittadino, e meglio eguale. (23)

In questo stesso discorso carducciano vi sono pure alcuni accenni che sembrano sviluppati (ferma restando l’influenza dei versi dannunziani da Elettra compresi fra le Battute da interpolare nella Cognizione dallo stesso Gadda), (24) nel contenuto dell’epica quartina di Caçoncellos:

Sobre ese mismo – caballo hasta el Domingo
¡ Vuelva Usted! dando nos el grito de guerra:
Como allá cuando – despavorido esta tierra
Dejó, en la sangre, – y volvió espalda el gringo
(Gadda 1963a: 66)

Si confronti con Per la morte di Giuseppe Garibaldi, p. 25:

Allora la generazione garibaldina discese alle rive del mare; e tese le braccia su le grandi acque e gridava: – Vieni, ritorna o duce, o liberatore – Alle lunghe grida porse l’orecchio l’eroe, e s’avviò al racquisto della terra nativa. (25)

I riscontri, benché non eclatanti, credo possano comunque avallare la tesi di una partecipazione carducciana al personaggio di Caçoncellos: quest’ultimo, anzi, come «aedo della Reconquista» (nella quale viene adombrato il Risorgimento italiano), (26) potrebbe anche ammettere la collaborazione di Pascoli, Poemi del Risorgimento, Garibaldi in America, vv. 1-2:

Torna al Rio Grande col suo pro’ compagno
torna il Filibustiere, era a cavallo. (27)

Quanto alla forma metrica, Manzotti ha notato l’affinità della quartina caçoncelliana coi versi della Notte di Caprera di D’Annunzio (Gadda 1987a: 58, rr. 821-24); ma bisognerebbe pure sottolineare, a mio avviso, che non si tratta della stessa cosa. Le rime incrociate dei versi ispano-gaddiani non sono infatti presenti nell’epopea dannunziana, dove i versi sono imperfettamente assonanzati e dove «tutti i versi, ond’è formata una lassa, hanno nell’ultima sillaba tonica la medesima vocale». (28) In ogni caso, quale che sia l’origine del metro di questa quartina, sarà bene, trattandosi di Gadda, non mettere da parte l’esperienza dei doppi senari manzoniani del primo coro dell’Adelchi, dove ai vv. 43-44 troviamo la rima terra : guerra (29) che potrebbe tradursi nell’analoga guerra : tierra dei versi gaddiani. (30)

Nelle pagine successive la filigrana dannunziana di Caçoncellos torna a farsi più nitida: di lui «si diceva avesse scritto da dugento mila dodecasillabi, a ventitre mila tetrametri giambici» (Gadda 1987a: 59); dai «suoi manoscritti […] s’erano pubblicati una cinquantina di volumi», (31) con scoperta allusione alla smodata produzione dannunziana; venuto a mancare il Poeta, si preme da più parti «perché la Giuseppina avesse a divenire il sacrario» dell’Estinto «e vi fossero adunati tutti i suoi cimeli, fra cui la lenza», (32) allusiva della non comune capacità di far abboccare i propri lettori; ecco però che dal sacrario vengono «involati da un qualche ammiratore» «le ciabatte», che saranno così il degno coturno di un poeta vate e soldato uso a combattere ben altre battaglie fra le mura domestiche, (33) «una pera di gomma (34) e lo spazzolino da denti», realistici accessori dell’esagerata istanza di pulizia, e quindi del narcisismo, del Poeta. (35)

La dipartita di Caçoncellos ce lo riconsegna, più oltre nel romanzo gaddiano, sotto la nuova specie del fantasma; ma uno spettro, secondo quanto riferisce Antongini, già dimorava al Vittoriale: quello di Ferenc Liszt. Alle pagine 793-94 della Vita segreta è infatti riportata una lettera di D’Annunzio che descrive l’apparizione del fantasma al pianoforte, e, come abbiamo già considerato nella Cognizione, il pianoforte si presenta come un veicolo di sciagure. (36) Per il resto, lo spettro si manifesta ancora con caratteri non esclusivamente dannunziani: se le «corone dei denti, […] disseccati i labbri, talora si palesavano, chiuse, a negare ogni assenso» possono richiamare anche le «labbra che un divieto | chiuda» di Alcyone, La sera fiesolana, vv. 41-42; poco pertinenti ai tratti somatici del poeta pescarese appaiono invece «l’effuso nitore della barba», «il capello» (Gadda 1987a: 62), nonché la complessiva figura di «Vegliardo»: (37) qui l’identikit potrebbe piuttosto condurre a Carducci, mentre la «clamide» di cui veste il fantasma è indumento privilegiato di tanto teatro dannunziano. Gli irrequieti movimenti del lemure non risparmiano nessun luogo della villa; avviene però che le uniche due soste dello spettro siano fortemente sottolineate da Gadda: «nel pollaio, sostava a lungo entro quel recinto» e «davanti al lavabo si soffermava per ore […] fissando ininterrottamente le saponiere, le saponiere!». (38) Pollaio e lavabo rappresentano infatti due luoghi distintivi, peculiari del personaggio Caçoncellos; il pollaio come degno teatro della verbosità e della retorica di certa letteratura, che trova il suo pubblico ideale appunto nei polli, (39) il lavabo come il luogo dove le manie «narcissiche» possono esplicitarsi nell’oltranza di pulizia: pollaio e lavabo vengono così a costituirsi come i due momenti, rispettivamente pubblico e privato, della frode illusionistica e dell’igienismo narcisista.

Le ulteriori menzioni di Caçoncellos nella Cognizione si manifestano sotto l’insegna dell’invettiva: a parlarne, infatti, non è più il narratore, bensì l’accidioso protagonista Gonzalo. Questi si lagna d’aver dovuto sborsare dei soldi «per le onoranze pubbliche al Caçoncellos…. per la liquidazione giubilare alla serva del Caçoncellos» (Gadda 1987a: 200), quindi insinua che lo spettro sia cleptomane «con un tono di severa violenza e di indignazione», come se parlasse di «un suo avversario politico» (220). (40) L’ultima allusione al Vate lo rievoca nell’attitudine di terrorizzare i polli: «Jettatore porco!» è il commento-insulto di Gonzalo. (41) Ma prima di ciò Caçoncellos è coinvolto nella polemica contro l’io alla fine del terzo tratto:

Caçoncellos, il Camöens di Terepáttola, diceva che Virgilio è un coglione: perché Palinuro è una bugìa, e i ludi navali una retorica da leccapiatti…. Sì,…. sta’ fresco!
…. otto anni d’una guerra navale che affamò Roma secondo lui gli parevano un tamarindo al seltz…. e Sesto Pompeo una barca da sardelle…. Mentre i suoi dimetri terepattolesi erano il mistero, il domani!…. Io ho dato espressione immortale ai più moderni ideali del mio popolo! Io sono disceso in fondo alle anime…. sì…. a Villa Giuseppina!…. io, io, anche lui!…. dacquava i fiori con un annaffiatoio buco, che glie ne pisciava metà sulle scarpe…. E poi, se un’idea è più moderna di un’altra, è segno che non sono immortali né l’una né l’altra…. (Gadda 1987a: 180-81) (42)

Buona parte di questa invettiva, come ha recentemente dimostrato Aldo Pecoraro, prende effettivamente spunto da Os Lusiades di Luìs De Camões (Pecoraro 1989b: 361 sgg.): tra questi e D’Annunzio esiste tuttavia un nesso biografico che può forse giustificare la convergenza del poeta lusitano in Caçoncellos, tanto più che a segnalarlo è il solito Antongini (Antongini 1938: 686): «Camõens […] perse un occhio (anche lui come D’Annunzio) guerreggiando in Africa». Le somiglianze tra i due, tuttavia, si fermano qui, se è vero che la polemica antivirgiliana di Caçoncellos suonerebbe assai stonata in bocca a D’Annunzio che, come sappiamo, ebbe invece un culto persino eccessivo della tradizione e della latinità, così come non avrebbe molto senso attribuirgli qualsiasi presa di posizione contro la bugìa e la retorica in letteratura. Questi argomenti sembrano piuttosto concordare con la polemistica antidannunziana del primo novecento, mentre l’azzeramento dei significati e dei valori del passato e l’univoca proiezione verso la modernità potrebbero ricalcare i temi prediletti della propaganda futurista. (43) Più pertinenti a D’Annunzio sono invece l’esaltazione delle proprie capacità espressive, (44) il generico culto del mistero (45) e, come abbiamo già visto, la speciale maniera di scendere in fondo alle anime, ovvero di educare fiori, a Villa Giuseppina.

Università di Pisa

Note

1. Le ascendenze dannunziane di Caçoncellos sono state riconosciute da Papponetti 1984a: 23-42; ma si vedano pure, per ciò, Manzotti 1987a: xiv, e S. Costa (a cura di), Gabriele D’Annunzio. Volti e maschere di un personaggio (Firenze: Sansoni, 1988), 267. Il carattere polisemico di molte costruzioni gaddiane, Caçoncellos compreso, è stato invece l’oggetto di un ottimo saggio di Pecoraro 1989b: 349-403 (ora in Pecoraro 1996).

2. L’intrico si è alquanto diradato dopo la pubblicazione del preziosissimo volumetto Bibliografia e Indici a cura di D. Isella, G. Lucchini e L. Orlando (Milano: Garzanti, 1993), posto a conclusione delle Opere di Carlo Emilio Gadda nell’edizione diretta dallo stesso Isella.

3. Dopo pochi giorni, l’episodio di Caçoncellos si ritrova in Fulmini e parafulmini, in Il Meridiano di Roma, 24 luglio 1938.

4. T. Antongini, Vita segreta di Gabriele D’Annunzio (Milano: Mondadori, aprile 1938; poco prima, il 1º marzo 1938, era morto D’Annunzio).

5. Cfr. M. Bernardi, Storia del Vittoriale. Come D’Annunzio comprò la Villa di Cargnacco. In Quaderni del Vittoriale 20 (1980): 5.

6. Per il nome Maria Giuseppina si veda pure Pecoraro 1988: 473.

7. La «Villa delle Tempeste» ricorre nella Vita segreta di Antongini (Antongini 1938: 194, 195, 433), che tuttavia non fa menzione della precedente denominazione di «Villa Peratoner».

8. Gadda 1987a: 50, 54, 61. La caduta del primo fulmine offre a Gadda il destro per una spassosissima digressione che parodizzerebbe, secondo Rinaldi, un episodio de L’esilio di Paolo Buzzi (Rinaldi 1982: 361-85). Più convincente Pecoraro 1988 che sottolinea invece le analogie col fulmine napoleonico del Cinque maggio di Manzoni.

9. Gadda 1987a: 50. Il fulmine prima (53) e quindi la superstizione popolare (54) se la prendono con un pianoforte a coda presente nella villa al momento della tempesta. Un «buon pianoforte a coda» (Antongini 1938: 778) è uno dei «requisiti indispensabili» prescritti da D’Annunzio per una sua futura residenza e la condizione sarà poi soddisfatta dal Vittoriale, dove il poeta musicofilo troverà nientemeno che il pianoforte di Liszt (781).

10. Gadda 1987a: 49. Alcune «villule» della Cognizione utilizzano i parafulmini come aste per la bandiera (44); Antongini descrive le «due antenne» del Vittoriale con bandiere a mezz’asta per la morte del Poeta (Antongini 1938: 813).

11. La quasi omonimia ha anzi ingannato uno studioso francese, Philippe Jullian, che, nella sua biografia D’Annunzio (Favard 1971), trasforma la villa Peratorer, poi delle Tempeste in «Paratonnerre»; la svista è stata segnalata da Eurialo de Michelis nel suo volume Roma senza lupa. Nuovi studi su D’Annunzio (Roma: Bonacci, 1976), 83.

12. Così Manzotti: «Il nome trascrive, malgrado i traduttori francesi («Quant à Caçoncellos, pas de doute: la clef, ce sont le caleçons, calzoncillos»), il macaronico casoncellis di Baldus I, v. 45, “ravioli, tortelloni ripieni di formaggio” (dial. casonsèl)» (Gadda 1987a: 55, r. 789).

13. Si veda, ad esempio, la feroce presa di posizione contro Stelio Effrena, protagonista del Fuoco dannunziano, nella lettera a Contini del 14 gennaio 1949: «Psicologicamente, un narcisso di terza classe che porta a spasso pel mondo il pistolino ritto della sua personcina…» (Gadda 1988b: 65; mio corsivo).

14. Cfr. Antongini 1938: 320. Dal confronto con le Pagine disperse di Gabriele D’Annunzio raccolte da Alighiero Castelli (Roma: Lux 1913, p. 42) si evince tuttavia che lo pseudonimo «giapponese» è in realtà «Shiun-Sui-Katzu-Kavan», da cui Antongini (o il suo tipografo) ha ricavato due distinti nomignoli: Shiun Sut e Katzu Kava, esaltando così nel secondo termine, anche attraverso una scorrettezza grafica, la valenza oscena.

15. Cfr. M.F. Quintilianus, Institutio oratoria, VIII, 3, 56; C.T. Suetonius, De vita Caesarum, Augustus, 86. Tra gli scrittori di lingua greca, si veda l’autore anonimo (il cosiddetto Pseudolongino) del celebre trattato περὶ ὕψους, III, 4, 39. Il termine retorico è attestato anche nell’italiano; così, nel Dizionario della lingua italiana di Tommaseo e Bellini, cacozelia vale «Imitazione o Emulazione di quel ch’è vizioso, o men bello per affettazione di bellezza», e cacozelo «rea imitazione».

16. Privando (sperimentalmente) Caçoncellos della sola cedilla, otteniamo Caconcellos; e caco, in castigliano, vale lestofante, ladrone. Il significato proviene dal mitologico ladrone Caco, che Gadda, tra l’altro, incontrò nella sua traduzione del 1941, proprio dallo spagnolo, de La peregrinación sabia di Salas Barbadillo (Gadda 1941g, poi VS 126-29, ora SVP 224, 258); si potrebbe così pensare ad un parallelismo, su questa parola, dell’italiano bricconcello e ladroncello, tanto più che, nella stessa Cognizione (Gadda 1987a: 219), al fantasma dannunziano non verrà risparmiata neppure l’accusa di cleptomania. Tutt’altro campo semantico si aprirebbe a voler considerare Caconcellos sempre senza cedilla, come traduzione del diminutivo dell’italiano cacone: «Che fa spesso quello che il verbo dice» (Così, perifrasticamente, nel Tommaso-Bellini, dizionario posseduto da Gadda, dove il lemma precede immediatamente quelli di cacozelia e cacozelo); questa eventuale accezione potrebbe allora spiegare la presenza, nel correlativo oggettivo caconcelliano, della «pera di gomma» (Gadda 1987: 59) così come, in questo nuovo contesto, la smodata produzione letteraria del Poeta di Terepattola (60) potrebbe assumere una marcata connotazione denigratoria. Il secondo significato di cacone fornito dal Tommaso-Bellini, è uomo pauroso: singolarmente, sia Arbasino (Arbasino 1971: 210) che Cattaneo (Cattaneo 1973: 46) testimoniano come Gadda non considerasse D’Annunzio un cuor di leone. Accettabile, infine, l’ipotesi di una collaborazione a latere dell’italiano cafoncello, proposto invece come spiegazione fondamentale da Sereni 1972: 379, n. 28.

17. Si legga, in proposito, il seguente passo de La meccanica (RR II 520-21): «Gli studenti a Milano ed altrove, avevano gridato “Morte a Giolitti!”, “Viva la guerra!”, “Viva D’Annunzio”, e noi stessi non lesinammo la voce…», che trova conferma pure nel Castello di Udine: «Ho partecipato con sincero animo alle dimostrazioni del ’15, ho urlato Viva D’Annunzio…» (RR I 142). Si veda pure l’affermazione del critico nella Meditazione, secondo cui Gadda conosceva il dannunziano libro di Elettra «quasi per intero a memoria» (SVP 697).

18. Questa figura può forse ricordare quella della «silenziosa, fedele, incorruttibile […] Aélis» (Antongini 1938: 340) servitrice di D’Annunzio negli anni del Vittoriale.

19. Giuseppina Mamini, alias Amaranta Giusini, troverà poi una definitiva consacrazione letteraria con la pubblicazione, nell’aprile del 1939, del Solus ad solam. Amaranta, tra l’altro, doveva essere pure il titolo di un’opera più volte annunciata e mai compiuta da D’Annunzio (Antongini 1938: 718, 720-21).

20. Foscolo è uno dei bersagli polemici prediletti da Gadda, rappresenta per lo scrittore lombardo il poeta «satiro» per eccellenza (Guerriero, SGF II 391), facile a conferire diplomi di «sen colmo […] in un accesso trobadorico-mandrillo» (Pasticciaccio, RR II 217).

21. Quanto ai «pomidoro», parimenti «educati» da Caçoncellos, a parte l’ovvio senso di sottolineatura dei retroscena alimentari dell’attività poetica del Vale, potrebbe trattarsi di un’allusione alla parodia, dell’Isaotta Guttadauro dannunziana, di Edoardo Scarfoglio: Risaotto al pomidauro – cfr. De Michelis, D’Annunzio a contraggenio (Roma: Ateneo 1963), 293. E si può forse ricordare, per questi stessi pomidoro, anche il Foscolo delle Grazie (ultimo frammento dell’inno primo, vv. 9-10: «… a offerta | di quanti pomi educa l’anno»).

22. Cfr. la già citata lettera a Contini del 14 gennaio 1949 (Gadda 1988b: 65), dove Garibaldi e D’Annunzio sono comune bersaglio delle bizze di Gadda: «Il mio poco entusiasmo per il labbrone dai capelli rossi [= Garibaldi (Contini)] e per il buffone di Buccari e terrone di Castell’a mare raggiunge l’acme: nei momenti di disperazione, da mancanza di circolante, si tramuta in accesso».

23. G. Carducci, Per la morte di Giuseppe Garibaldi (Bologna: Zanichelli, 1883), 9-10. Il discorso carducciano viene ricordato da Gadda come esempio di «timbro patetico e solenne» nelle Norme per la redazione di un testo radiofonico (SGF I 1081).

24. Gadda 1987a: 565. I versi di Elettra sono quelli di Alla memoria di Narciso e Pilade Bronzetti, 154-8: «Verrà, verrà sul suo cavallo | Con giovine chioma… | Torrà il nero e il giallo | Vessillo dal tuo sacro monte | Che serba il vestigio di Roma».

25. Qualche somiglianza si può riscontrare pure nelle ultime frasi di questo stesso discorso: «… noi potremmo sperare che […] l’ombra del generale torni cavalcando alla fronte dei nostri eserciti e ci guidi ancora alla vittoria e alla gloria» (Carducci 1883: 28).

26. Gadda 1987a: 57, e cfr. 9, r. 35. Si noti anche la coincidenza di «Reconquista» con il «racquisto» di cui parla Carducci. Secondo Arbasino, poi, il Garibaldi carducciano di Piemonte fu oggetto particolare dell’ironia gaddiana: «… non pare serio che un re sia pure in esilio, muoia sognando un marinaio, per di più a cavallo […] E tanto più nel caso di Garibaldi, che spronava dal Gianicolo; cioè a molti chilometri dal mare» (Arbasino 1971: 207).

27. Anche gli ultimi versi delle Rapsodie garibaldine di Giovanni Marradi sembrano respirare di un’atmosfera non troppo dissimile da quella che anima i versi di Caçoncellos: «anche una volta uno squillo guerriero | da Caprera sonò, saltò in arcione | anche una volta il vecchio cavaliero || […] || e l’italico sangue l’altrui terra || insanguinando ancor per l’altrui gloria | pugnò per Francia l’ultima sua guerra…». Si noti infine come, sempre nella quartina di Caçoncellos, la ridondante specificazione spazio-temporale resa dalla coppia avverbiale allá cuando possa forse accendere la spia di una velata allusione al grido di guerre fascista alalá, notoriamente escogitato da D’Annunzio; in questo caso dovremmo leggere sotto una nuova luce la parte centrale («dando – nos el grito de guerra: | come allá …») della quartina caçoncelliana.

28. Questo recipe prosodico dannunziano, evidentemente non seguito da Gadda, si trova nelle Note alla prima edizione, con il titolo La canzone di Garibaldi, de La notte di Caprera (Milano: Treves, 1901).

29. La rima terra : guerra di per sé, è assai comune; qui, tuttavia, una certa somiglianza delle situazioni metriche può forse avvalorare il riscontro.

30. I versi di Manzoni sono citati da Gadda ne Il terrore del dattilo (SGF I 517): «A torme, di terra passarono in terra | cantando giulive canzoni di guerra», con l’aggiunta della seguente precisazione: «Possiamo riferire ai Longobardi queste note che il poeta dedica ai Franchi».

31. Gadda 1987a: 60. Gadda specifica tuttavia che «la gran parte» dei manoscritti «giacevano inediti presso le varie case editoriali del Maradagàl», con il probabile avallo di Antongini (Antongini 1938: 809) che parla di «innumerevoli manoscritti inediti» dannunziani.

32. Anche la «lenza» si può ritrovare in Antongini (Antongini 1938: 524) nella trascrizione di un curioso sonetto dedicato a D’Annunzio da un ignoto ammiratore: «sa prendere gli Austriaci alla lenza | sui grandi fiumi della sua Rettorica».

33. Cfr. Antongini 1938: 364: «D’Annunzio ha sempre scritto […] in veste da camera o in pigiama, e se è notte in pantofole».

34. Un passo de L’egoista può forse spiegare l’attinenza di questo oggetto a Caçoncellos: «L’egoismo interessa la nostra peristalsi, il nostro io gastro-enterico» (SGF I 660).

35. Cfr. Antongini 1938: 29: «Se ne avesse il tempo, passerebbe la giornata a lavarsi…» e p. 302: «Una […] delle sue più tenaci manie è quella della pulizia». Si veda L’egoista, SGF I 657: «l’egoista estetico arriva per lente, inavvertite sfumature, a costituir se stesso in egoista igienico».

36. Per questo stesso pianoforte si veda Pecoraro 1988: 471-78.

37. Gadda 1987a: 61. Per questo Vegliardo Manzotti ricorda Anatole France nelle memorie di J.J. Brousson, le cui opere Anatole France en pantoufles e Itinéraire de Paris à Buenos Aires (Paris: Crés, 1927) sono menzionate da Gadda in Grandezza e biografia (SGF I 830).

38. Gadda 1987a: 62 (miei corsivi). Per il lavabo, Manzotti richiama ancora il France di Brousson: «Assis à son lavabo, transformé en pupitre…» (Gadda 1987a: 62, r. 923). Anche Antongini, però, parla di un «piccolo lavabo» di colore inequivocabilmente narcissico: «bleu-pavone» (Antongini 1938: 796, n. 3).

39. Si veda la polemica contro i vati di Come lavoro, SGF I 428: «Parole e parole. Dovergliele buttare di piena mano come a’ polli, grandine di picchiettanti scemenze, di che sopra ogni mangime le appetiscono».

40. Gonzalo interpreta così il motto dannunziano «Per non dormire»: «Ogni pretesto è buono, in villa! in villa!, ai papaverati succubi della noia» (Gadda 1987a: 227-28). Molto più indulgente era stata, un decennio prima, la posizione gaddiana su D’Annunzio e su questo stesso motto in una pagina della Meditazione (SVP 697) segnalata da Manzotti (Gadda 1987a: 227, rr. 819-20).

41. Gadda 1987a: 323-24. Per questo «Jettatore porco!» Manzotti propone verosimilmente l’allusione a D’Annunzio testimoniata da Cattaneo 1973a: 46 («i soldati lo consideravano iettatore…»); e veramente iettatore appare D’Annunzio a p. 313 della Vita segreta di Antongini, nel vaticinio del triste destino del presidente statunitense Wilson.

42. Qualche pagina prima (Gadda 1987a: 174) è da segnalare pure un accenno poco lusinghiero al «professor Lodomez, quello che ha curato il Caçoncellos»: dal castigliano «lodo mez[cla]» possiamo infatti tradurre qualcosa come mestafango.

43. Si vedano, ad esempio, le «parole in libero» di Ardengo Soffici in Passeggiata: «coltellate dei progressi alla gola degli idilli, delle georgiche» – A. Soffici, Marsia e Apollo (Firenze: Vallecchi, 1938), 80.

44. Cfr. G. D’Annunzio, Cento […] pagine del libro segreto…: «supero nel mio stile di scrittore tutti gli uomini che scrissero in tutti i secoli» – Prose di ricerca… (Milano: Mondadori 1947), II, 878.

45. Si veda, come esempio, «Respiro il mistero. Mastico il mistero. Rumino il mistero» – G. D’Annunzio, Per l’Italia degli italiani (Milano: Bottega di Poesia, 1923), 87.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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