Dell’equità.
L’inviato speciale invia *

Federica G. Pedriali

Chi in una società commerciale, in cui i vantaggi debbono essere uguali, ha fatto più degli altri, ma in essa, per casi disgraziati, ha perduto più degli altri soci, può secondo l’equità esigere dalla società di più della semplice divisione con tutti a parti uguali. Ma secondo il diritto propriamente detto (stretto) egli si vedrebbe respinta la sua esigenza, perché, se si immagina nel suo caso un giudice, questi non ha nessun dato preciso (data) per decidere quanto secondo il contratto gli si debba aggiungere.

Kant

Svolto pericoloso

In hoc signo vinces, ovvero ad ogni età la sua segnaletica. Col nuovo secolo indicano la via al Zeitgeist pure i cartelli del Touring, agenti psicodinamici potenti, in figura di freccia: comando alla ricognizione, all’invenzione territoriale del paese. È l’epoca dei trasporti meccanici, e delle sindromi antropologiche aggravate. Agonismo, vitalismo, guerrismo, ma anche associazionismo, partecipazionismo: anche fratellanza, anche filantropia. La lista delle passioni in viaggio, sui nuovi mezzi, è lunga. (1)

Affetto terribilmente dai tempi e dunque figlio non degenere (per quanto della sua normalità fosse tutto da convincere), Gadda, lo ammette con Ambrogio Gobbi, anela nella direzione della freccia: con sogni di fuga in linea retta, da Milano, da Roma, da ovunque scriva: che sia stazionario o in moto. Ha però, come tutte le frecce, problemi di percorso, quegli accidentati tornanti dell’esperienza su cui gli si annulla, rigirandosi, non tanto l’intensità del temperamento quanto l’orientamento originario. (2)

Nato col Touring, Gadda non impara cioè a viaggiare. Eppure ama le carte, le guide, le guide Michelin, i Baedeker, i volumi TCI. Ed ama, più ancora, gli aspetti del paese, del suo paese: al punto da considerarsi in obbligo contrattuale nei confronti del dato corografico della patria. Al punto, anzi, da giudicarsi in vero e proprio difetto, a quei riguardi, perché l’anima che non sa percorrere l’Italia è un contratto scaduto, e peggio, un contratto mai entrato in vigore. Non a caso, un biglietto «per il viaggio tra i vivi» non risulta proprio essere stato stilato a suo nome.

Eppure ha tenuto tutti i biglietti: di iscrizione, assunzione, promozione, trasferimento, congedo, comunicazione privata e/o pubblica – contando o sperando ne saltasse fuori il biglietto: e però da ultimo rinunciando al vaglio, con la cessione in massa, o quasi, delle carte (ha poi provveduto l’alluvione fiorentina alla definitiva soluzione, nel dominio pubblico, della biglietteria privata, propria e altrui). E soprattutto ha tenuto, sul lavoro, una contabilità in partita doppia, per descensus nevrotico delle funzioni espletate: addetto ai servizi tecnici, inviato, divulgatore scientifico, divulgatore autarchico, crocerista dell’inane, cronista dell’accatto morale dell’età, reietto, negatore, osservato speciale di Dio. Sempre, dunque, conscio del compito, in tutte le sue declinazioni e degradazioni: tanto da riuscire a far tornare, al centesimo, un personalissimo registro degli atti, delle ricevute, dei bilanci (il tornaconto motivico e strutturale della scrittura maggiore) e i registri di cassa della specie (l’intramontabile dato antropologico). Una complicata gestione polifunzionale della contabilità, e con cifre sempre due volte in dare, mai in ricevere. (3)

Per questo, e paradossalmente, per uno privo di biglietto e ragioniere della propria inutilità, ritiene di avere i documenti a posto per annunciare che l’umanità in regola non è, né regolata; che il presente transita – attenzione: pericolo! – sull’infelice stradone dei tempi, puntando sul futuro solo gli immortali difetti della specie. E il paradosso non finisce qui, ovviamente. Perché, così ritenendo, Gadda si risente poi massimamente di risultare illegale, o di non risultare affatto tra i convocati a prestare servizio. Che peraltro continua ad offrire, riciclando la stessa documentazione, nell’altro sistema di conti, ossia spacciandosi (che è uno spacciare innanzitutto a se stesso) per incitatore, per istigatore delle energie – perché il presente transita, invero, anche con speranza, nella nuova disciplina collettiva: (4)

Ho veduto i raduni bianchi dei cubi nella immensità della terra, quasi gregge portatovi da Geometria: e una limpida disciplina di masse, riquadri, diedri, gradi; e li avviva una grazia semplice, un’opportunità dell’atto, una speranza. E mi parvero già custoditi dal senno: non nati dall’arbitrio tetro, come può accadere a chi ha matita tra mano da fare i rettangoli, e soltanto matita. E vi erano brevi, puri portici: tinti alla calce i volti, i pilastri: e a sfondo il sereno. Archi a sesto, campiti di turchese. E la torre. Sul lastrico del cortile erano portate le ombre, come ore. E gli sgrondi cadevano alla serpentina lunga dei tegoli veduti in taglio, quasi ghirigoro o belluria: ma non ghirigoro, disegno sano anzi e venuto da necessità. E la porta era accesso già sacro, e la cucina in luce, con l’acquaio, pareva sbandire tutti i mali del luogo come dèmoni il fulgore dell’Arcangelo.

Da I nuovi borghi della Sicilia rurale, Nuova Antologia, 1941 – nello spirito di un’offerta di servizio che si rinnova, in più modalità, dalla lettera del ’23, da Buenos Aires, al direttore dell’Ambrosiano:

 […] il motivo dominante della mia corrispondenza vorrebbe essere un’analisi dei rapporti etnici, morali e culturali che già intercedono o possano ulteriormente intercedere tra l’Italia e l’Argentina, con speciale riguardo alle future immancabili affermazioni della nostra razza come elemento costitutore della Società Platense. […] Questa società che va formandosi davanti a noi, giorno per giorno, mediante l’apporto delle eccedenze etniche d’ogni nazione della terra, offre nei suoi aspetti demografici, commerciali, industriali, linguistici, un campo di studio che deve profondamente interessare il nostro popolo. […] Con questo disegno voglio lavorare e credo che l’Ambrosiano potrebbe accogliere qualche mia nota in relazione alla sua opera di osservatore e incitatore delle energie milanesi, a cui fanno capo tanti inizi, tante attenuazioni […]. (5)

L’Atlante deve ignorare il tritolo

Non risulta che, tra le varie sfortune, Gadda abbia avuto anche l’occhio di Mattia Pascal. Eppure riesce, sotto il regime nazionalissimo, dopo i disastri italianissimi della guerra, la prima, a far tirare un occhio all’utopia, utopia nostrana, costruita in loco, contravvenendo regola e tradizione: con fiducia che avrebbe dell’incredibile, visti i trascorsi e il presente della patria, viste le delusioni già sofferte, se non fosse – miracolo della fiducia umana – fenomeno diffuso. La strategia è, a suo modo, ineccepibile. Per sovraordinarsi, per inventare realtà, per essere davvero cittadini, bisogna lavorare in sede:

La Milano fascista anno XIV, e seguenti, è lieta e fiera di recare i nuovi marmi alla sua «chiesa maggiore» nell’unità e nella perfetta egualità delle anime. (SGF I 807)

Da Anno XIV, Restauri del duomo, testo del 1936. Perfetta egualità delle anime è la nuova industria autarchica, dunque perfetta utopia: sforzo tecnico, «sforzo euristico», tanto più grande e meritorio quanto più povero di risorse il paese. È utopia la bonifica ferrarese: villaggi e case ne sorgono, «come per incantagione», miracolo della volontà. Lo è persino la conquista turistica nazionale: a Campo Imperatore, in vetta al paese, «tutto è stato arditamente voluto, diligentemente eseguito». E va da sé che lo sia l’impero, le terre d’Africa, dove la fatica italiana ogni giorno si superordina: primo «abbozzo di redenzione». (6)

Guardato bipolarmente, il territorio viene cioè a coincidere con un «immaginato paradiso d’opere», generabile dalle nuove idee bonificatrici, dalla livellazione totalitaria, da quella poesia del lavoro che lega coerentemente «Omero a Krupp»: come avrebbe dovuto sempre essere, e mai prima era stato, perlomeno in Italia, paese non attivissimo nel pensare direttive armonizzate, interessi collettivi. La meraviglia nostrana, italiana, potrebbe schiudersi, invero già si schiude in ogni stazione territoriale. È il lavoro alla forma – la creazione dell’individuo, «tra una folla d’eguali», in una «serie di operazioni ripetute identicamente» – realizzato in fonderia, sul materiale fuso. Ed è, al contempo, il «duro certame» del vigore, in un «vasto e organico sistema agonale» che assiste e premia l’operaio sveltitosi nella volontà, ossia nella «continua creazione della propria attitudine». (7)

Ne emerge un paese di maniera, nelle maniere retoriche tanto del regime che del comando antropologico, co-occorrenza certo pericolosa, ma non atipica, né meramente epocale. Le linee dell’alta tensione «si disarmano» oggi alle porte della città come un tempo i consoli, si trasformano in provvisione. Perché la città, Milano emblematicamente, si nutre di elettricità oltre che di vittime sacrificali (le sue mattinate ai macelli), di misteriose formule (le «inimitabili vitamine» che non produce), di contrasti (quegli opposti termini su cui si sostiene agitatamente nel «campo del destino»), di passato (la poesia del patriziato lombardo verso l’Adda), d’uggia urbanistica (l’ordine del «Rettangoluzzo Razionale» attualmente mal sovrimposto alla deregolazione cittadina), di pratiche sommarie di nettezza notturna (dopo le altrettanto sommarie estrusioni materiali e simboliche del giorno).

Su questi dati si rende necessario il viaggio – in nave, in treno, sui «torpedoni del turismo-fratellanza»: in cerca di un più vero e meno casuale principio operativo di civiltà. L’impresa metterà distanza, com’è sua prerogativa; toccherà e farà temere, cioè, le terre limite (nella cartografia antica vanivano in figure di mostri, in quella moderna indicano la strada al capitale, all’industria: per Gadda, soggetto industre e in viaggio di autoregolazione, sono i luoghi dove rischia di cedere per inidentità sociale, il caso tanto del suo Sud America che della sua Lorena). Nella distanza, e dal limite – ecco il valore, forse l’unico, dell’avventura spaziale –, il richiamo della madrepatria, l’imperativo della sua costruzione come cognizione e come mito. Tappe tre e quattro del viaggio. Ovvero sezioni tre e quattro delle Meraviglie d’Italia. Perché è anche di questo libro e della sua struttura – frutto, sì, di scritti d’occasione, ma occasione poi organata, per calcolo e con precisione –, che qui si sta parlando:

L’Aquila novantanove volte sacra nelle novantanove sue chiese, alta nel nome e nel sito, pura d’acque, serena fra i monti d’Italia con i muri, la torre, lo speronato castello, l’Aquila invita alla sua montagna la giovinezza nuova d’Italia: e neppure disdegna chi fosse più cauto nel passo e giovine tuttavia nell’animo tanto, da desiderare le purità deserte ed alte, corse dal vento.
L’invito non è redatto in parole, ma in opere. (8)

Gadda percorre i brevi spazi dell’archetipo della patria come polis alta, con amoroso, con analitico e cieco peregrinare. Milaneseggia, s’incanala: è il «magro observer» inviato in provincia a valorizzare conquiste tecniche, bellezze naturali. Celebra l’epoca, il suolo, le genti, come impone il soldo che riceve: ma non risparmia sulla prestazione. Individuato sui tornanti abruzzesi dal quel suo dio che gli giudica il pensiero e la parola, colto cioè come abusivo in «area sacra», vi conosce – questo il mito ottenutone con scusa giornalistica –, una legge, la «dura legge di vita»: la «fatica splendida» della persistenza. E, all’origine – legge delle leggi –, la germinazione della specie, della propria razza italiana, dal suolo italiano. E dunque «duri monti, dure cervici, duro il diavolo»: in tutti i sensi, anche quello geologico. Nel senso dell’equivalenza, o meglio, della sovrapposizione di ambiente e popolo, ambiente e storia – la storia, una branca della mineralogia, e perciò, come quella, «dibàttito d’eterni contrasti». (9)

Per fare il divulgatore, del resto, bisogna vedere, imparare, profittare. Gadda, già «profittatore di guerra», profitta ora terribilmente del fascismo: grazie al quale rimedita le premesse materiali della vita collettiva, e per il cui tramite conosce – cognizione stranamente sopportabile, il contrario di quanto ci si aspetterebbe, viste le sue persuasioni in fatto di coinvoluzione universale – pure la legge dell’autonomia. Che gli risulta, sì, una mezza guerra, ossia un’effettiva impossibilità di sganciarsi dal sistema di sistemi delle nazioni. Ma che ben volentieri esalta in quanto significativo test di superordinazione dell’ingegno in una conquista territoriale riorientata verticalmente, verso le due dimensioni rimaste accessibili all’espansione, il profondo e l’altezza, soluzione che comunque non esclude, siammai, qualche benvenuta appropriazione orizzontale delle terre altrui. Riso, carbone, marmo riempono allora, non a caso, la quarta tappa e sezione quattro delle Meraviglie, trio di prodotti-emblema del paese verticalizzato, dall’autarchia, sulla modestia delle proprie risorse, sull’eroismo della nuova disciplina:

Il direttore della miniera mi parla degli impianti, del lavoro e degli uomini, delle nuove provvidenze che li riguardano: e della sua e della comune fatica, che è senza soste, al servizio della necessità comune.
Mi guida, parlando, nelle vie chiare, tra gli edifici nuovi: conferma, con i dati della realtà, la mia intuizione. (10)

Un paese di chiari cromatismi, chiare forme – in risaia, nelle miniere dell’Arsia, sull’alpe di marmo – emerge dunque, anche strutturalmente, come meta del libro e repertorio-guida del moderno pellegrino. Mostra, come in un atlante, ma non è un atlante, non è un volume della ribattezzata Consociazione Turistica, i colori, i segni, i numeri, «i validi numeri della vita di tutta una nazione». Chiare linee avanzanti, chiare ascese, e ancora più chiare discese. Perché le civiltà sono «elaborazioni dello spirito, tuttavia fondate sopra un mezzo, o materia»; perché la vita, «irriguo bene», può ora infine discendere a tutti; perché il lavoro italiano adesso chiude, la sera, nella perfetta consonanza, nella serenità della perdita di aspetto e di colore che va sotto il termine tecnico di imbrunire. Gadda, non ne fa mistero, sosterebbe, avrebbe sostato volentieri in tale paese, maniera e diagramma dello spirito in certi suoi momenti migliori: suo miglior sogno e devozione, «se pure ùrgano le cose e il tempo». Ovvero valore antropologico davvero primario, come il numero tre, come i «colori della rupe», il rosa e l’avorio, distesi in disegno di chiarità sulla facciata a tre rose e rosoni di Santa Maria in Collemaggio:

mi dicono chiare acque dai monti, che la Madonna sfiora, o tacitamente percorre. Apparita alle più pure anime sotto la stillante rupe e la selva, nella cènere antelucana, nel fulgore de’ gaudiosi mattini.
La coda del serpe è vanita, frusciando, con l’ultimo sibilo, nelle crepe abominevoli della tentazione: e poi la luce le ha chiuse: solo i giacinti sono rimasti, perché Tu li cammini! sulla chiarità della terra. (11)

è una contaminazione, quella di ordine ideologico e corografico, nei pieni anni Trenta, primi anni Quaranta – anni in cui Gadda ancora presta servizio come «pio nodo» delle proprie contraddizioni –, che i lettori, preoccupati della tenuta del suo fascismo, non ammirano. Come potrebbero? Ammirano piuttosto il tritolo avanzatogli dal Carso, utilizzato con genio vandalico a memoria imperitura dei bei tempi, operazione infinitamente meno dannosa e imbarazzante, sebbene, certo, non meno confusa e compromessa.

A ragionare tuttavia tra il tecnico stretto e il mitico puro, gli si deve concedere una minima giustificazione. Suo solo bene è difatti il presente, per passione estrema di presente, la verità coniata e dichiarata da Contini: condizione per lui primariamente spaziale, e che gli preclude la progettazione di realtà non concresciute sul dato logistico noto. Per questo, così nel mito e nell’aneddoto, ma partendo da un’oggettiva inabilità tecnica, Gadda lascia cadere il proposito di scrivere la sua Utopia, con tanto di sede siderale, previa trasferta presso i marziani, suoi committenti. Il tempo dell’impresa si è dissolto, questa la scusa, senza neppure poterla avviare. Ossia lo spazio è rimasto, come da convinzione epistemica fortissima, consustanziale all’esistere, il qui ed ora italiano. Dimensione che non si rigenera: che,  anzi, contamina. Che merita di vedersi apporre, esplosivamente, in clausola, il motto sovversivo, perché rifiuta chi più merita, chi più ha fatto. Unica, però, si presta ad un’immaginativa di progresso, di riconfigurazione ipotetica degli animi, e questo basta a rendere prezioso l’errore più volgare. «Italia o Vitùlia o Vitàlia, splendido nome della vita». Anche i vandali sono, a loro modo, dei pellegrini: gente che vorrebbe aver fede, che ha fede, comandata al viaggio. Gente di fuori agro, in cerca di patria. (12)

La dea muta

In teoria dovevano essere contratti vantaggiosi: primogenito, primo della classe, volontario. Ma in pratica? In famiglia, nelle teorie di famiglia, una vera passione, l’ideale egalitario: come dire, disuguaglianza realmente garantita, nei penetrali di casa, tra i consanguinei, e senza accenno di risarcimento per la parte lesa, la propria. A scuola, maestri di poca scuola, specie pedagogica, duri come i monti del paese, e quindi punitori assai fini dello scolaro ipersensibile. Nell’esercito patrio, pochissima patria, o semplice chiaroveggenza, o anche comune buon senso – per quanto quello fosse pure l’ambito degli eroi, ad essere eroi: ma a non esserlo? Tutto ciò, ovviamente, ancora e sempre nel mito; non si possiede del resto che mito, in più sistemi di contabilità.

C’era, cioè, di che uscire provati dai contratti. Gadda, con tipico eccesso di zelo, ne esce annientato: ma non al punto da accettare l’umiliazione dell’umiltà impostagli comunque e nonostante tutto, nonostante l’evidenza, in quanto mal riuscito primo figlio maschio di Francesco Ippolito, monacabile all’ordine dei santi poveri: poveri di identità. Ha fede, come no, e anche speranza nell’«egualità morale dei bipedi»: ma prima di poter essere davvero caritatevole nei loro riguardi deve risolvere il problema che ha dato scacco a suoi esimi predecessori, forse pure loro francescani forzati, poco convinti dell’originale gestione degli affetti, chissà. (13)

Gadda, si vuol dire, riflette, con un’anima che va in pezzi, sulla nuova didattica industriale, sull’uomo nuovo, sulle iniquità subite, sulla sopravvivente «brama di conquista biologica, di ascensione, di profittevole scelta, di accumulo», quella imperfetta cabala di aporie d’epoca e di illusioni antropologiche in cui si esprimono anche i numeri e le ragioni della sua vita:

prediligo i pari, specie il 2 e le successive potenze, simbolo dicotòmico dell’acrèdine dialettica e dianoètica, araldo della disgiunzione o dilemma, santo recipiente dell’antitesi, e della reazione critica alle peggiori baggianate, segno vivo e fluente della numerazione e della polarità sessuale, epperò di un facile e felice moltiplicarsi (della vita, dei baiocchi), imagine della emulazione e della gara e della concorrenza che ci adduce al perfetto, della botta e risposta che ci costringe a duellare, dei piloni del ponte che ci permetterà di trascorrere verso l’infinito.

Da qualunque riflessione la guardi, l’umanità gli si conferma cioè in transito, con indicazione, alle svolte, di percorso prestabilito: la semplicità della fondazione numerica, in primis, e, da quella, dalla base polare del due, le successive potenze del desiderio, il multiplicamini della specie, e la necessità della lotta, del duello genetico per l’elezione alla forma, così da trascorrere, con la specie, in un’infinità riproduttiva. Ed è qui, a questa curva, che dovrebbe intervenire il suo sogno. Il punto di fuga per la sua freccia. L’istinto conquistato, bonificato alla civiltà. L’io pilone di ponte: non più pirla e palo, o pavone, nella sua separatezza. L’io pioppo piantato, schiena piegata, in una linea di pioppi e di schiene al lavoro: parte dell’avanzare coordinato, di regime, della specie.

Ovvero, e virando la metafora più decisamente in direzione utopistico-industriale: l’uomo standard oil e ideal standard, qualità e uniformità di rendimento, assoggettate al più severo controllo, per la conquista del futuro: nell’organizzazione totalitaria della realtà collettiva, in nome di quella conquista. Un mondo di eguali, di meccanismi specializzati, di differenziazione risolta, riassorbita, messa infine a buon uso. In cui la lotta abbia senso in quanto elezione del migliore. Ad essere nel novero dei migliori. Avendo presunto, come da contratto originale, di esserlo(14)

In un’immaginazione toccata sul vivo s’insinua, non è un caso, il ridicolo. L’uomo lavabo e bidet. Lubrificazione perfetta. Regime vitaminico perfetto, dalla A alla H. Signore della propria infinita monotonia, per eguaglianza d’anima, in un mondo  raccolto in covata utopica, come le galline di Thomas More; intento ad evitare, come in Campanella, la procreazione di una schiatta di poco valore, ma concedendosi di tanto in tanto, quando la costellazione non preme, la donna di poco valore. Medesima costellazione, medesima virtù: sotto gli auspici dell’astrologo e del medico. Bel principio. Proprio come coi due scorpioni di casa Gadda, Carlo ed Enrico. Ma allora il ridicolo, che ha effettivamente di che insinuarsi in tali trovate del pensiero, ha preso a pungere anche per delusione narcisistica. Le frecce, quelle vere, non dovrebbero però soffrirne.

Il rimedio, non esattamente vitaminico o riequilibrante, sarà pertanto quello caratteristico della delusione: un rialzo di merito, e dunque di credito sui due versanti della celebrazione: della vita, e della vita come dovere. Del resto, la trovata – quell’incubo di contraddizione e incoerenza che è la trovata utopica – ancora fa sognare, per via dei bei tempi: e mette in bocca parole, fa produrre discorso, ecolalìa di discorso. Persino il soggetto andato in pezzi, perché troppo presente al compito e ormai allergico a tutti i discorsi, produce utopia, pur rifiutandosi di prendere la via dell’equatore e delle città del sole, e pur innescando altrove non poco tritolo sotto la reale realtà del paese. Terapismo evidentemente sempre cinetico, quello delle trovate: si offrono all’uso, a qualunque uso, tanto produrranno comunque senso, il senso richiesto dai tempi. Anche il Cellulare, a sentire i discorsi, «è uguale per tutti». (15)

Ma non è vero. Il Cellulare non è uguale per tutti. E questo non per fallimento dei sistemi di giustizia. Non deve esserlo perché non è uguale chi vi finisce; perché il soggetto in questione – quello di cui è sempre questione – dovrebbe finirvi: il meno uguale, il più fuori standard tra i lavabi del regno, per quanto anche lavabo non degenere. Ha molti crimini al suo attivo. Tra questi, i suoi meriti. Incluso quell’appoggio, meditato, misurato, ma anche deciso del fascismo, che pure, a certe altre ore del suo spirito, gli si mostra come la sua più notevole vergogna. Il giudice, non un giudice qualunque, un giudice davvero equanime, non una creatura dello Standard, è atteso, da tale soggetto, perché guardi all’opera, «per debito d’equità e di coerenza».

Per prepararlo, e vista la mutezza della dea che è preposta alla procedura, Gadda imposta la difesa, e già che c’è, anche l’accusa, tra le righe e nell’evidenza del testo – di tutti i suoi testi –, a riprova del mancato dividendo, frutto, interesse, ripartizione utile, e facendo maturare, nelle narrative maggiori, con puntualità indefettibile, sul modello e della puntualità cosmica e delle pratiche contrattuali cittadine, le scadenze dei suoi contratti, materia, guarda caso, preferibilmente equinoziale. Non era invero necessario trasferire individuo e civiltà all’equatore, in condizioni di perfetta e perpetua equazione di giorno e notte, per far osservare, a chi poi non dirà, quanto si è fallito nel mancare all’appuntamento a metà strada.

Chissà chi aveva in mente Kant quando si occupava di queste cose:

un servo, al quale è stata pagata la sua mercede decorrente sino alla fine dell’anno con una specie di moneta che nel frattempo è diminuita di valore, colla quale non può più ottenere ciò che con essa avrebbe potuto procacciarsi all’epoca della stipulazione del contratto, non può, avendo uguale valore di mercede, cioè il numero di monete pattuito, ma disuguale valore di denaro, appellarsi al suo diritto per essere considerato danneggiato; gli resta soltanto di raccomandarsi alla equità (una divinità muta, che non può essere udita), poiché nel contratto non era stato stipulato nulla a questo riguardo, e un giudice non potrebbe decidere nulla partendo da condizioni non determinate. (16)

University of Edinburgh

Note

* Testo della relazione presentata all’Aquila il 21 ottobre 2004 in occasione del convegno Gadda in Abruzzo, 70 anni dopo, organizzato da Errico Centofanti per la Regione Abruzzo.

1. Svolto pericoloso, dalla dizione sui primi cartelli stradali del Touring, ultima decade dell’Ottocento. Cartelli del Touring di svolta pericolosa già attivi in Racconto (SVP 530). In hoc signo vinces, con spunto anche da Meccanica, RR II 535, ed Eros e Priapo, SGF II 261 (segni vincenti: il motociclista, il duce, rispettivamente e non a caso). Ad ogni età la sua segnaletica: lontana eco dell’Adalgisa (RR I 557: «ad ogni epoca la sua saggezza»).

2. Rigira la veduta al Pestalozzi sui tornanti tra Marino e i Due Santi nel Pasticciaccio (RR II 190); è tutta volte e risvolte metafisiche, temibilissime, la strada litoranea dell’Amalfitano nel Castello (RR I 187). Il motivo, complementare, del mezzo di trasporto, specie moderno, ossia motorizzato, su strada, in curva, è particolarmente ricco in Gadda: ricco di variazioni, tra narratore maggiore e minore, e di trasposizioni – sono curve di un percorso a precipizio persino le anse intestinali, inevitabile anche lì l’incidente (per quanto in quel caso non si registri proprio nulla di novecentesco, tutt’altro), la perforazione del duodeno ad una «svolta pericolosissima» (Cognizione, RR I 604). L’individuo-freccia, puntato e rivoltato, orientato retributivamente (su Roma, nel Pasticciaccio), orienta pure Pedriali 2001b. Qui, con funzione di richiamo a quegli sviluppi, l’ammissione a Gobbi, accorpata: «anelo nella direzione della freccia» (Gadda 1983c: 44).

3. Motivo, quello del viaggio e del biglietto di viaggio, ben sfruttato da Gadda e dai gaddisti. Tra prestiti, da Cinema, RR I 66 (ticket per il viaggio tra i vivi), e Castello, RR I 140 (anima regolamento scaduto), allontano, spero, l’argomento dall’ovvietà, declinandolo verso la cessione delle carte (oggi topica, con i restauri e la reiventariazione in corso al Vieusseux) e la dissoluzione di una diligente inidentità negli acidi dell’Arno (suggestione anche montaliana). La declinazione conclude, però, in un tema che mi dev’essere caro, visto che ci ritorno: l’esattezza della partita doppia della contabilità gaddiana (Pedriali 1999a & 2004c). Conscio del compito Gadda lo è sempre, anche quando il sintagma presenta variabili (per una variabile fascista, v. Metalli leggeri, SVP 44).

4. Ulteriore coinvoluzione di motivi (segnaletica e contabilità), su spunti gaddiani. Svolta pericolosa! è avviso d’autore qui particolarmente in tema, dal Pasticciaccio, RR II 158, ma v. anche Eros, SGF II 249, dove viene emesso perché l’esperienza va condotta a profitto. L’avvertimento si presta ad essere girato al Gadda cosciente operatore della nuova realtà fascista (sintagma ripreso, con modifica, da Meditazione, SVP 723: nella formulazione originale, cfr. Pedriali 2001b) – per misurarne il grado di operatività v. anche il secondo numero speciale di EJGS (raccoglie per la prima volta in volume dieci articoli autarchico-divulgativi non inclusi nell’edizione Garzanti delle opere).

5. Italia 2003: 104 (minuta di lettera a Umberto Notari, direttore dell’Ambrosiano, Buenos Aires, 26 marzo 1923).

6. Cfr. I metalli leggeri, SVP 37 (sforzo euristico); La grande bonificazione ferrarese, SVP 170 (sorti come per incantagione); Apologo del Gran Sasso d’Italia, SGF I 137 (tutto è stato arditamente); Tripolitania in torpedone, RR I 192 (fatica si superordina; abbozzo di redenzione) – ma con adozione di standard frasali gaddiani e d’epoca ben oltre le virgolette.

7. Terreno, piogge, fiumi e impianti idroelettrici, SVP 176 (paradiso d’opere); L’esposizione e il congresso di fonderia, SVP 29 (Omero-Krupp) e 27-28 (lavoro di fonderia, lavoro alla forma: prodotto-individuo, folla d’uguali); Apologo, SGF I 133-34 (duro certame); I littoriali del lavoro, Gadda 1941f: 392 (creazione della propria attitudine, sistema agonale). Tecnica e poesia invero si amalgamano in questo repertorio, ma il segreto di fonderia risale alla Meditazione – lì, infatti, per ottenere il prodotto, venivano fusi tecnica, poesia ed epistemologia: procedura rischiosa, tanto che tra gli esperti di cose gaddiane si evita di guardar troppo nella prossimità di trattato milanese e Gadda fascista (Pedriali 2003).

8. Funivia della neve, SGF I 127. E sopra, veloce rassegna della prima sezione delle Meraviglie, con spunti tendenti alla citazione da: Mattinata, SGF I 19 (disarmo delle linee elettriche alle porte); Mercato di frutta e verdura, SGF I 38 (inimitabili vitamine); Alla borsa di Milano, SGF I 37 (opposti termini, campo di destino); Pianta di Milano, SGF I 58 (ordine del Rettangoluzzo Razionale); Cognizione, RR I 720 (torpedoni turismo-fratellanza). È paese di maniera, per definizione gaddiana, Notte di luna (Adalgisa, RR I 296), nell’accezione anche e soprattutto di maniera mentale che ho dato allo spazio a partire da Pedriali 2001b, e più specificamente, a proposito del disegno incipitario dell’Adalgisa, in Pedriali 2004b & Pedriali 2004c. Nel dire le Meraviglie frutto di calcolo e precisione, ho ben presente il complicato iter prima compositivo, poi editoriale della raccolta, attestandomi, credo con buone ragioni, sull’edizione del ’39 come su quella organata per miglior calcolo, e con maggior precisione.

9. Con citazioni sciolte e riassemblate da: Terreno, piogge, fiumi, SVP 172 (amoroso peregrinare – con innesto di aggettivi per moltiplica degli echi, e probabile origine della riflessione sonora in: «Giro con analitica anima per ogni dove», e «un’anima, una presenza imploravo io dalla tristezza del tempo […] due cieche, smarrite pupille», SGF I 82 e 156); Gadda 1974c: 18 (lettera a Gadda Conti, 23 agosto 1931: «Adesso l’Ambrosiano mi ha appioppato l’incarico di seguire un congresso di fonderia, come magro observer (lire cento per ogni articolo di tre colonne) sicché devo milaneseggiare ancora. Ma sono lieto se potrò incanalarmi»); Romanzo giallo, SGF I 146 (area sacra: e connessa abusività del soggetto, qui però tollerato, in via eccezionale: non cioè invero esecrabile, perché inviato speciale, dietro soldo di padrone, per conoscervi una legge – il motivo del polittico abruzzese, del ’34, per la Gazzetta del Popolo); Castello, RR I 259 (citazione parziale e dislocata: «La vita di mia gente […] è il perdurare d’una fatica splendida, nel dibàttito d’eterni contrasti»); Pasticciaccio, RR II 22 (duri monti, dure cervici). Tutti spunti, sullo spunto principe – la germinazione delle opere, dal pensiero, e degli uomini, dal suolo o dalla stagione (germinazione, quest’ultima, cui già accennavo in Pedriali 2004b) –, che mi permettono di continuare a stupirmi del giudizio negativo di Donnarumma (Donnarumma 2001: 176, 180, 182): cincischiatura snobistica, vuota d’uomini? le Meraviglie?

10. Carbone dell’Arsa, SGF I 184. Sopra, cfr. A zonzo per la fiera, SVP 87 (ma il gaddiano «Devi vedere, devi imparare, devi profittare» è stato contratto, per accentuare la consonanza col motto fascista); Castello, RR I 151 (profittatore di guerra); Romanzo giallo, SGF I 146 (dove la cognizione è, come per solito, «insopportabile»); Carbone dell’Arsa, SGF I 182 (legge d’autonomia); Metalli leggeri, SVP 56 («questa nostra pace mi pare che sia anche lei una mezza guerra»).

11. Tre rose di Collemaggio, SGF I 164. E dichiarando gli spunti gaddiani che precedono: Terreno, piogge, fiumi, SVP 171 (colori, segni, numeri della nazione); Sull’Alpe di marmo, SGF I 194 (civiltà umane: elaborazioni dello spirito); Dalle mondine, in risaia, SGF I 173 (irriguo bene, vita che discende a tutti: dove tutti è indefinito marcato, marcato cioè dall’uso che Gadda ne fa, v. a riguardo Pedriali 2002d); Tre rose di Collemaggio, SGF I 160 (sostare nel sogno, se pure urgano), 164 (colori della rupe, disegno di purità disteso sulla facciata). Il lavoro italiano, già eguagliato dal giorno fascista, si eguaglia ulteriormente la sera, tra canti di purità, in una consonanza perfetta che supera il test di inanità della tenebra, l’intermissione del lavoro: che solo attende il mattino, perché solo desidera riprendere – v. Arsia. Viaggio nel profondo, SGF I 186, ma anche ovviamente, se con diverso esito, Notte di luna, RR I 291-92. E v. di conseguenza i due disegni conclusivi dell’Adalgisa, perché l’imbrunire è tecnicismo gaddiano ossedente, tanto da generare, nello stato d’assedio, la figura del rivale cromaticamente bruno (va, come gamma, dal rosso-bruno del cotto romanico al verde guasto, degradato, il bruno marcio), ossia il Bruno, impedimento e ridecomposizione del preordinato, consonante volere, ogni sera! – cui rinvio, rinviando a Pedriali 2002d e 2004b.

12. Cfr. Come lavoro, SGF I 439 (pio nodo, benché indipanabile, compromesso «groppo, o nodo, o groviglio», SGF I 428: «pio non ostante tutto», perché «del popolo alto dei pini era la mia genitura e la mia gente, l’antica»); Terreno, piogge, fiumi, SVP 174-75, 1221 (tritolo del Carso, come col paese atlante dei paragrafi precedenti: spunto dalla citazione che dà titolo alla sezione); Contini 1989: 20 («Il solo bene di Gadda è il presente» – e tenendo presente anche altre affermazioni: «l’elegia trova la sua garanzia nella caricatura; il presente si complica dell’anamnesi storica», 12); Gadda 1993b: 90 («Ho pensato e sperato di poter scrivere e pubblicare la mia Utopia, ma il tempo si è dissolto senza neppure poter tentare il lavoro. L’Utopia aveva già un titolo: Viaggio siderale di XY, quasi un presagio delle attuali favole interplanetarie. Venivo officiato dai marziani a metter in piedi lo stato utopico»); Eros, SGF II 259 (Italia o Vitùlia). Il pio nodo mette in ridicolo la fola utopica a suo modo ben credendovi, avendo cioè messe le debite restrizioni di luogo e di tempo per credervi – come lascia sospettare, a dispetto delle non casuali irrisioni (cfr. Gadda 1941e: 335, 1941f: 395, e SGF II 233, tanto per saggiare gli opposti partiti), anche una battuta dalla Meditazione: «Ogni utopia converge verso una realtà e sarà n + 1 se potrà conglomerarsi con altre e convergere verso il reale» (SVP 769). Come dire, il nome splendido della vita potrebbe, poteva, forse ancora potrà diventare patria e paese in un superiore istinto della combinazione – ossia in una più ferrea disciplina del pensiero. Che invero non si smagli, «nella rete dell’idea, lo strappo piscivùlvulo del condono»: Gonzalo senior e governatore docet (Cognizione, RR I 605).

13. Di certo, il nostro Francesco forzato protesta da Pietro perché la sua chiesa, l’«ecclesia visibilis» (Eros, SGF II 371), la «società vivente la Legge, attuante il Logos» in obbedienza a Dio non è stata la «petrosa Instituzione» stipulata in contratto. Nella protesta esibisce, però, una vera predilezione per l’«egualità morale dei bipedi» (Cognizione, RR I 617), cosa paradossale nel soggetto disuguale, fuori d’ogni standard, anche se a scopo denuncia della finzione di uguaglianza a beneficio dei non aventi uguale diritto. Esibisco a mia volta, come già altrove (Pedriali 2002b), il nesso tra primogenitura e cittadinanza, tra coscienza domestica e pubblica, nell’indifferenza per distinzioni tra compartimenti della stessa santità (qualcuno dirà tra biografia ed epistemologia: e sia) – l’io non deve forse essere «positivamente sussistente» (SGF II 369) in tutti i suoi ambiti, e con diritti inalienabili? Non è solo così che può sperare di fare tutto il suo dovere di soggetto empirico, esploratore, eroe (allitterativamente, in Meditazione breve, SGF I 452, e con tesi lunga, per tutta la durata della Meditazione milanese, oltre che con risvolti direttamente pedagogici, nei Viaggi la morte)?

14. L’io pilone di ponte e pioppo piantato, un rigenerato regime in p (Pedriali 2004b); l’io schiena piegata, su linee di lavoro italiano, come mondina in risaia – con citazioni e spunti dall’Adalgisa, RR I 560 (brama di conquista); Numeri e lettere che preferiscono, SGF I 1009 (prediligo i pari); Dalle mondine, in risaia (SGF I 172-73). Nel seguito, vari standard frasali d’epoca dal repertorio pubblicitario, e facendo virare il discorso verso quella costanza dei requisiti del prodotto industriale in cui basta poco per insinuare il ridicolo. Ovvero due prodotti standard, di nome e di fatto: l’uomo standard oil, già comunque del Pasticciaccio, RR II 82-85, eguale «come tutte le creature dello Standard» (Cognizione, RR I 608). E l’uomo lavabo e bidet, come sto per dire senza supporti d’autore, con licenza suggeritami, nello spoglio del linguaggio pubblicitario a Gadda contemporaneo, da immaginative di nuove bizze del Nostro nel bagno moderno, civile, razionalizzato, garantito, anzi perennemente sicuro «IN TUTTI» i suoi Ideal Standard. Un mondo di perfettamente formati ma senza Forma: su cui il soggetto unico, deforme, declassato a primogenito, declassato, già s’è visto, alla finzione gemellare, defraudato dell’occasione eroica, giustificato cioè nel suo mancato eroismo epistemico, avrà ben di che rifarsi (miseramente rifarsi) della missione fallita per inidentità, propria e altrui, a dispetto del senso fortissimo della propria persona e personalità.

15. Cognizione, RR I 600 («Una mezza mela, una fetta di pane integrato, ch’è così saporito sulla lingua e contiene tutte le vitamine, dalla A alla H, nessuna esclusa…. ecco il pasto ideale dell’uomo giusto!…. che dico…. dell’uomo normale….»); Miti del somaro, SVP 914 («terapismo salubremente cinetico»); San Giorgio, RR II 695 («il Cellulare è uguale per tutti!»). Sono invece di nuovo licenza, con spunti non gaddiani, la galline in covata utopica e la procreazione a comando. Non mancano certo la galline, in Gadda, né le costellazioni: e in più mi premeva toccare il ridicolo per il tramite di ragionamenti fondati, preoccupazioni attestate della specie, così da battere i gaddisti in curva – i.e., con messa in ridicolo in anticipo su quella dei colleghi. Il fallito potere dello zodiaco. Ovvero la storia di un condizionamento totale, divenuto esperienza reale, più reale del re: con buona pace di chi non crede nel potere della storia, dell’avere avuto una storia in destino, quella dei due scorpioni Gadda – medesimo segno zodiacale diversa virtù: come dalle date di nascita di Carlo ed Enrico. La pochezza delle cose umane è invero tale, per potenza di condizionamento e con tracce così evidenti, nella vita, nei testi, da non potersene uscire se non con rincaro della dose: a esser freccia chissà? a essere invulnerabili alle curve! a puntar dritti sul molteplice! a credere nello stato totale! a non cogliere il ridicolo! Ma ancora le pulci sui tram sono «il precipuo dei beni che siano stati realmente ed ineluttabilmente messi in comune nella moderna Eliòpoli, nella Città del Sole della nostra salivosa utopia» (L’Egoista, SGF I 657). Ancora si ricade nel ridicolo.

16. I. Kant, La metafisica dei costumi (Torino: Paravia, 19252), 41, come già per il testo in epigrafe. Dell’epigrafe, con corsivi come da originale, servivano i comparativi e la metafora commerciale: l’aver fatto più degli altri, l’aver perso più degli altri; la divisione in parti disuguali, in una società di uguali, in ragione e del merito e della sventura di uno dei soci. Impossibile dire se Gadda conoscesse questo Kant; Gonzalo legge l’altra Metafisica dei costumi, fondamento o fondazione (Cognizione, RR I 605; Gadda 1987a: 99), e di questa non è traccia nei resti della biblioteca gaddiana, oggi reiventariata. Meglio allora non rischiare, e ipotizzare piuttosto che Kant avesse in mente un Gadda. Un servo diligente. Uno «schiavo capace di un’arte»: uomo prezioso presso i latini (Gadda 1941f: 389). Uno che esclama «beninteso!» quando il contratto richiede che non vi sia «nessun compenso e nessuna retribuzione» (Gadda 1938c: 1250), com’è giusto che si esclami, nello stato totale. Uno danneggiato non solo e non tanto dal mutato valore del denaro pattuito (la legge mutata, la mutata scrittura della legge, già di Racconto, SVP 538-39), ma anche dall’essersi appellato a un principio indifendibile, dea muta tra mutati. Uno piegato dal danno, dall’ingiustizia del danno, alla protesta, perché è vero, lo stato totale deve essere stato inventato proprio contro di lui – così però Kant trapassa nell’Adorno dei Minima moralia, morale 123: e trapasserebbe anche in Derrida, in un’ulteriore deriva. Un mittente: uno che invia testi che s’annullano, che dovrebbero annullarsi a vicenda: testi pieni di segni destinati ai muti, nella speranza che i muti esistano, resistano, siano tanti – siano, soprattutto, giudici equanimi («perspicaci ed equanimi»: Editore chiede venia, RR I 764). Insomma davvero un inviato speciale. Ma è bene fermarsi. E dire che il saggio così derivato ha la sua lontana origine nella curiosità per il sintagma, dalla Meditazione, «per debito d’equità e di coerenza» (SVP 894), e da quella, nell’osservazione del calendario contrattuale delle tre narrative maggiori, partendo dal frammento di avantesto della Cognizione, da Gadda poi non più direttamente sviluppato, sulle congiunzioni astronomiche degli affitti cittadini (Gadda 1987a: 515).

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framed image: after a detail from a photograph in Storie d'Italia (Milan: Touring Club Italiano, 2003), 45.

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