L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore

E.     Il testo de La Cognizione del dolore deve considerarsi come ciò che rimane, «quod superest», di un’opera che circostanze di fatto esterne alla volontà consapevole, al meditato disegno di lavoro, e però alla responsabilità morale dell’autore, gli hanno indi proibito nonché di condurre a compimento (perficere) ma nemmeno di chiudere. L’attentissima presentazione critica di Gianfranco Contini ci rimemora che il lavoro per la Cognizione si ascrive agli anni 1938-1941 (védansi i numeri 7, 8, 9, 10, 13, 14, 17 di Letteratura): il qual fatto può già di per sé motivare la storia esterna del racconto incompiuto e le cagioni della incompiutezza, esterne o interne che fossero all’animo dell’autore. Le calamità catastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945 e che gli intelletti meno insani dovettero già presagire a se stessi fin dal 1934-38 avevano a un tal segno sconturbato l’animo dello scrivente da ostacolargli (fino al 1940) indi rendergli a poco a poco inattuabile ogni sorta di prosa. Nei citati fascicoli di Letteratura il racconto fu pubblicato a puntate, a tratti: (voce accolta in questa accezione dall’autore stesso). Il testo pervenuto alla stampa riverbera per altro le tragiche, livide luci o le insorgenze tenebrose d’anni precedenti e lontani; di fatti, di mutazioni che sono e saranno forse di sempre, interni ed esterni ai cuori, alle menti mortali.

La sceverazione degli accadimenti del mondo e della società in parvenze o simboli spettacolari, muffe della storia biologica e della relativa componente estetica, e in moventi e sentimenti profondi, veridici, della realtà spirituale, questa cérnita è metodo caratterizzante la rappresentazione che l’autore ama dare della società: i simboli spettacolari muovono per lo più il referto a una programmata derisione, che in certe pagine raggiunge tonalità parossistica e aspetto deforme: lo muovono alla polemica, alla beffa, al grottesco, al «barocco»: alla insofferenza, all’apparente crudeltà, a un indugio «misantropico» del pensiero. Ma il barocco e il grottesco albergano già nelle cose, nelle singole trovate di una fenomenologia a noi esterna: nelle stesse espressioni del costume, nella nozione accettata «comunemente» dai pochi o dai molti: e nelle lettere, umane o disumane che siano: grottesco e barocco non ascrivibili a una premeditata volontà o tendenza espressiva dell’autore, ma legati alla natura e alla storia: (1) la grinta dello smargiasso, ancorché trombato, o il verso «che più superba altezza» non ponno addebitarsi a volontà prava e «baroccheggiante» dell’autore, sì a reale e storica bambolaggine di secondi o di terzi, del loro contegno, o dei loro settenarî: talché il grido-parola d’ordine «barocco è il G.!» potrebbe commutarsi nel più ragionevole e più pacato asserto «barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine». Riferito all’omiciàttolo Nabulione [sic nell’atto di battesimo] il settenario del grande Manzoni riesce al grottesco, in quanto l’Ei fu, cioè il Più superba altezza, fu notoriamente una superbiciàttola piccolezza: a misurarne il fisico, (fisicuzzo), un riformabile se non riformato alla leva. Che fosse italiano e sveglio, non era buona ragione per chiamarlo una altezza. Il verso, in realtà grottesco, non deve ascriversi a fissazione vale a dire manìa baroccòfila di chi eventualmente lo citi o lo riscriva, da riderne un attimo, sì bene e realtà barocca nella storia del lirismo italiano dell’Ottocento.

E chi, di certa scienza, ha ritenuto poter interpretare il barocco (a volte non meglio definito) come istanza irrevocabile di taluni momenti o indirizzi o tentazioni o mode o ricerche dell’arte o della creazione umana, una categoria del pensiero umano, potrebbe o dovrebbe forse riconoscere nel barocco, in altri casi, uno di quei tentativi di costruzione, di espressione che meglio si possono attribuire alla natura e alla storia, chiamando natura e storia tutto ciò che si manifesta come esterno a noi e alla nostra facoltà operativa, alla nostra responsabilità mentale e pragmatica. La natura e la storia, percepite come un succedersi di tentativi di ricerca, di conati, di ritrovati, d’un’Arte o d’un Pensiero che trascendono le attuali nostre possibilità operative, o conoscitive, avviene fàccino a lor volta un passo falso, o più passi falsi: che nei loro conati, vale dire nella ricerca e nell’èuresi, abbino a incontrare la sosta o la deviazione «provvisoria» del barocco, magari del grottesco. Il grottesco, in tale vasta occorrenza esterna, un tal grottesco non si annida nella pravità macchinante del fegato dell’autore della Cognizione, semmai nel fegato macchinatore della universa realtà. Esso fegato ricercatore, impigliandosi in reiterati tentativi, intrappolàtosi in reiterate impasses, e divincolàtosi poi a mala esperienza esperita, ne recede più o meno goffamente, se ne sbroglia del tutto e di nuovo tende a via libera; tende verso la infinita, nel tempo e nel nùmero, suddivisione-specializzazione-obiettivazione del molteplice.

A.     Non si tratta perciò di leggere negli strati o nei nòccioli grotteschi dell’impasto Cognizione una deliberata elettività ghiandolare-umorale di chi scrive (des Verfassers) ma di leggervi una lettura consapevole (da parte sua) della scemenza del mondo o della bamboccesca inanità della cosiddetta storia, che meglio potrebbe chiamarsi una farsa da commedianti nati cretini e diplomati somari. La storiografia, poi, che sarebbe lo specchio, o il ritratto, o il ricupero mentale di codesta «storia», adibisce plerumque all’opera i due diletti strumenti: il balbettio della reticenza e la franca sintassi della menzogna. Ciò che le fa comodo non riferire, tace o sottace.... e quel che meno ancora le garba.... eccola che annota e registra e manda a stampa il contrario. La carica idolatrante di molti autori (in senso latissimo e nel confronto de’ pochi o molti lor idoli) la carica idolatrante de’ varî ambienti del mondo, delle varie culture, de’ varî ammassamenti di persone o di genti, delle varie opinioni o delle varie condizioni di vita o di fatto che sogliono condizionare il giudizio umano, viene a conferire un supervoltaggio ausiliare alla bugia e alla reticenza storiografica. La virtù stessa ci si mette, con le sue grinfie e i suoi esorcismi di strega. Questo è proibito dirlo! perché è proibito farlo! perché la virtù s’incazza! e ti strozza: la santa e sàdica megera ch’ell’è. Donde la benemerita e non mai a bastanza elodiata categoria degli storiografi «moraloni» che raddrizzano le gambe a’ cani, che riformano il passato a cose fatte (après coup) raccontando giusto giusto il contrario di quel che accadde, perché a riferire l’accaduto vero si perde il posto di storiografo: o si lascia la capa nel cestello: dans le panier.

E.     Nella Cognizione la stessa diceria delle genti, e la parlata e il gesto de’ commedianti, de’ furbi o furbastri, degli ebefrenici e dementi furiosi, si colora a volte dei colori del grottesco; mentre la debilità de’ malati, degli sprovveduti o idioti de’ poveri, degli umili non dà luogo a tanto, se non forse a un attenuato e quasi pietoso grottesco di carattere per lo più idiomatico, e di tipo sub-andino maccheronizzante: comunque scarnamente figurativo e flebilmente onomatopèico della povertà di spirito, e del riguardo che le è dovuto da esseri di maggiore facoltà. Altrove riesce a un «grottesco» psicopatològico....

A.     .... la ossessione stessa di Gonzalo, che giudica «gli altri», anche gli umili e gli sprovveduti, dalla sua esasperata consapevolezza della bestiaggine comune. In questa sorta di scoppi d’odio verso i deficienti, gli ebeti, gli opinanti cretini, i calcolatori beccuzzanti sullo strame un lor miserrimo e già risecchito vantaggio, tutte persone fisiche e giuridiche aventi voto pari al suo, potrebbesi discernere, oltreché la sicurezza mentale del reazionario e dello hijo-de-algo in buona fede, un calcolo economico e sociologico non privo di certa lucidità-razionalità, e un’ira esplosa e per dir così rampollata dalla fonte stessa del raziocinio: in definitiva un giudizio che potrebbe dar luogo a motivata e probante consecuzione di ulteriori giudizî economico-sociali. Voici: il deficiente, o il delinquente nato, o l’ospite di alcuni mirabili istituti caritativi (come la Piccola Casa della Divina Provvidenza creata dal sublime Cottolengo) e d’altra parte il cretino, e magari financo il furbo-cretino e carrierista d’ogni maniera di fraudi, ottengono per sé cure e provvidenze alberganti e tutelanti che il ragazzo vivo e normale non ha conosciuto, quando si vedeva negare dal silenzio stesso di una tutela avara e inconsulta alimento bastevole, adeguata veste contro gelo e rovaio, soccorso pronto chirurgico o medico in un caso di gravissimo trauma: o in altro, di attossicamento CO.

Filtrava, filtrava silente, il CO, lungo le crepe di non mai a bastanza elaudate «pareti domestiche», da canne fumarie precavallottiane. Le canne largivano dolce tepore a’ tappeti de’ coalbergati: e a lui, nel sonno, esiziale CO.

Im leuchtenden Teppichgemache
Da ist es so duftig und warm!

E neppure avea conosciuto libro o quaderno porto affettuosamente a viatico o a premio dello studio da sodalità ortofrutticola, per contro ben sollecita in tegumentare di costosissimo fomento (strame equino) le radici de’ peri, al primo diacciare di Capricorno.

Si celebra nella follemente burocratizzata e bisantizzata storia della società umana un paradosso o meglio un rito ossedente, per che il buono e magari il migliore non perverrà mai, non che a carpire, ma nemmeno ad annusare quella scartoffiescamente matura pera, quella sovvenzione, quella borsa di studio, quel prestipendio, quel premio della Caja de Ahorros o della avallante Maradagàl Caja (sanatrice e tamponatrice di vistose ladrerie, di lussureggianti ammanchi, alle sue medesime Cajas) che vengono largiti sotto forma di munifica assistenza in giudizio, di ricorsi e riricorsi in appello e in corte di cassazione, a’ più snaturati delinquenti; là dove lo scrupolo procedurale e le costosissime perizie e controperizie di psichiatri e contropsichiatri di parte non concedono tregua al dispendio, perché si possa arrivare a certificare alla Umanità universa che il tale ha inferto alla bambina diciassette coltellate nel basso inguine in quanto totalmente infermo di spirito, in quell’attimo, e onninamente incapace di intendere o di volere checchessia: salvoché l’idea inguine, l’idea vergine, il numero diciassette e l’atroce e per lui satisfacente e diremmo tranquillante mutilazione della tredicenne. Così va il mondo: il mondo delle mutilazioni, delle perizie, delle controperizie di parte, e delle non-borse di studio al buono e affamato.

E.     La ossessione di Gonzalo non sembra avere per limite, per punto di deflagrazione, un «delirio interpretativo della realtà» o un sogno gratuito alla don Quijote: nasce e discende invece «dagli altri», procede dagli altrui errori di giudizio e dalle altrui, singole o collettive, carenze di contegno sociale. Ha per origine, ed elegge quindi a sua cible polemica, la follia e la cretineria «degli altri». Ciò non toglie che egli stesso abbia potuto errare: e a’ proprî errori non chiede lagrimando clemenza.

A.     In Gonzalo vige ed opera una continua critica della dissocialità altrui: la quale raggiunge ben più grave fattispecie che non raggiunga la sua. La sua propria dissocialità si limita a chiedere e insieme a prescrivere a se medesimo i due farmachi restauratori della affranta sua lena, dello spento desiderio di vivere: questi farmachi hanno un nome nella farmacologia della realtà, della verità: si chiamano silenzio e solitudine. Il suo male richiede un silenzio tecnico e una solitudine tecnica: Gonzalo è insofferente della imbecillagine generale del mondo, delle baggianate della ritualistica borghese; e aborre dai crimini del mondo. Non potrebbe in nessun modo, da giudici senzienti, perspicaci ed equanimi venir definito un dissociale, un misantropo. Vive angustiato del comune destino, della comune sofferenza. L’idea patria è chiara, ben circoscritta, ben ferma, in lui: risponde a un fatto: a un sistema di fatti accertati. Le campane e i loro batocchi in tempesta aumentano il sovraccarico di tensione nervosa mentr’egli si raccoglie perché vuole, perché deve «tecnicamente» raccogliersi ne’ suoi studî filosofici o algebrici. (2)

 

1. Un violoncello è uno strumento barocco; un contrabbasso, meglio che andar di notte; un femore, coi relativi còndili, è un osso barocco; idem un bacino; il ghiandolone fegato è una polta barocca; il sedere del manichino femmina della grande sarta Arpàlice è un manichino barocco; la gobba del dromedario è barocca; le trippe del pretore Mamurra, panzone barocco, erano trippe barocche; gli enunciati del trombone in fa (chiave di basso) sono enunciati barocchi; i fagioli, le zucche, i cocómeri oblunghi sono altrettante scorribande, verso il barocco, della entelechia delle zucche e dei cocómeri quali natura tuttavia li elàbora.

2. La Chiesa stessa e il Vescovo hanno limitato le ore di battaglia dei battagli con le camere timpaniche dei fedeli. Il libro d’ore descriveva compiéta alle nove. E la campana del trecento, del dugento aveva struttura piriforme (come certe pere lunghe lunghe, dolcissime, d’un color grigio-verde rosso-rùggine, dagli ortofrutticultori denominate pere Kaiser, la colpa non è del G., mature a novembre, a dicembre) e bocca ossia volata alquanto stretta: e dava «squilla di lontano» anche a non essere, quasi per un effetto acustico rovesciato che ne disacerbava il mite, pressoché flebile rintocco, sottraendolo alla boria litigiosa del comune e raccogliendone la scaturigine a pietà extra-murale. La campana post-tridentina, a castello ruotante, il cui asse di rotazione baricentrico consente il comando per lunga fune, governata dal piano della chiesa, è provveduta di du’ orecchie, similmente al cannone: il loro asse è la stessa linea baricentrica suddetta. Ruota, la tridentina, come il cannone, senza chiedere altro lavoro che quello d’attrito sui due perni. Lavoro = Forza x raggio r x angolo aº di arrovesciamento espresso in gradi. Lo spessore ingente, la bocca preposturale, la lega ricca (ad alto tenore di rame con oblazione d’argenti liberati nella fusione da fazzoletto giallo de’ villici discesi alla fonderia con grosse scarpe, consacrati nel ruscello di fuoco mentre s’ingolfa nella forma) ne sollecita e le conferisce una vibrazione a onda lenta, quasi paurosa, che arriva ai contadini e a’ lor verdi frumenti con le raffiche dell’aprile ancor gelide: come in quella mite e pia lirica di Giacomo Zanella che ne diffonde il rombo indi lo riconduce per i colli veneti e vicentini alle case.

si perde in lontananza
e poi ritorna col tornar del vento.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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