La colonizzazione del latifondo siciliano

è il titolo della Legge 2 gennaio 194o-XVIII, ed è il termine usato nel suo disposto. Con essa lo Stato fascista, per volontà del Duce, affronta un problema di remota e dolorosa eredità: e lo avvia ad esser districato dalle incertezze dell’opinione e risolto come comandano desiderio di bene e sagacia di provvedimenti. La volontà operante si manifesta nello studio e nella considerazione dei fatti, nell’analisi delle cause d’un profondo malessere, nella ricerca dei rimedi positivi, nell’accumulo dei mezzi e degli sforzi più propri a rendere efficienti questi rimedi. Il Duce ha dedicato al problema del latifondo siculo un’attenzione chiaroveggente, la «sua» attenzione: ha impartito gli ordini, i «suoi» ordini, diana delle opere. L’inizio del 1940-XVIII vide già gli uomini in linea. Predisposto il necessario strumento della Legge, deliberata la misura del proprio contributo economico, lo Stato fascista dedica a queste opere (non ostanti le difficoltà dell’ora di lotta), cure fattive e conclusive, assumendosi il compito arduo e i delicati doveri della loro esecuzione.

Bisogna dir subito che l’animo con cui i grandi proprietarî terrieri della Sicilia, i «latifondisti», hanno accolto le provvidenze statali e il fermo dettato della Legge è l’animo leale e consapevole di chi vuol collaborare, e già di fatto collabora, all’azione rinnovatrice. Lo spirito, poi, del colono siciliano, che figura tra i più intelligenti e pazienti nella gran classe eroica dei contadini italiani, s’è fatto incontro alla volontà dello Stato bonificatore con la simpatia istintiva di chi intuisce d’esser oggetto d’una sollecitudine concreta, immediata, non campata nel bel regno dell’utopia, ma sul solido terreno dei fatti.

Quanto alla parola «colonizzazione» (si voglia indulgere alla breve digressione filologica), essa non deve ingenerare un trauma nei timpani di nessuno. Colono è il nome latino e italiano del contadino e del coltivatore, onde «colonizzazione» suona come «consegna ai coltivatori» della terra poco o mal coltivata; o di quella che già essi coltivano, pur vivendone lontani d’una distanza e d’una fatica appena credibili.

Il latifondo siciliano è realmente una proprietà fondiaria di estensione larghissima, quasi tenimento o dominio ridotto al mancipio di un solo. In passato il signore vi aveva giurisdizione principesca, se pur nei limiti impostigli, volta a volta, da una superiore autorità. L’equilibrio fra lo Stato ed il principe latifondista non perdura immutato nel tempo e nel susseguirsi delle vicende umane: conosce ed osserva tuttavia la costante pratica del ricavar dalla terra, alla meno peggio, quello che se ne può ricavare naturaliter. Qui è doveroso notare come in Sicilia il fenomeno latifondo, cioè la vastissima proprietà gestita a coltura estensiva, beneficia d’una singolare attenuante geografica, cioè della naturale giustificazione derivante dal terreno e dal clima. Costituirono latifondo le terre sìcule di più arduo accesso, di minime risorse idriche, povere di bosco, anzi addirittura brulle e desolate come landa. L’abbandono di queste zone da parte d’una collettività agraria sprovvista di capitale in riserva (forti investimenti sono richiesti per la bonifica) contribuì a render queste terre anche più scarne ed inòspiti, e però malsicure; economicamente e agrologicamente sterili nelle alture assetate, remote. Il clima estivo dei vasti pianori disalberati è torrido, senza un filo d’ombra; il bagliore è accecante, quasi scaturito dall’asprezza dei gioghi e dei calvi picchi, già dal levarsi e infino al tardo precipitare del sole. In alcuni terreni siculi, per poca acqua che vi venga immessa, può allignare e prosperare il cotone.

Cause ed effetti si rincorsero, dunque, in una disperata consecuzione circolare. Dove la Sicilia non sia contrassegnata da così dure note, ivi noi l’ammiriamo fiorente in una prosperità agraria comparabile a quella del Veneto, dell’Emilia, della Terra di Lavoro, se anche più vividamente verde, con le piccole spere d’oro de’ suoi aranci, pomi sacri alle divinità della sera.

Le fitte alberature degli agrumeti inselvano la vallèa con il loro verde lustro, incupito, come di smalto; fronde e foglie dal contorno ricurvo, preciso, con l’offerta repentina delle loro arance color vèspero, come le vediamo dietro la Madonna in trono e i Santi del Ghirlandaio. Piccole abitazioni rurali si sono collocate umilmente, saggiamente, nella meravigliosa campagna, o verso i poggi a cui non è aliena dolcezza, e una grazia chiara del risalire nel cielo; dove il mandorlo di rada foglia non adombra il granire precoce de’ frumenti, e il tardo popolo degli ulivi, figlio dei secoli, mette i suoi cespi rotondi, scuri, su acclivi arature, e poi su, su, fino a varcare, quasi trasmigrando, le grige spalle del monte.

Questa è l’immagine della campagna coltivata. E se il brullo altipiano non reca egual frutto, né pari al travaglio, certo le ragioni del male non sono esclusivamente colpa degli uomini, o del disvolere dei singoli. È, in ogni modo, da escludere quella di una inettitudine del contadino a servir la sua terra, a cavarne quanto essa può ragionevolmente dargli, dopo stento e fatica.

La qual fatica si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla sèmina.

Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi; vestono abiti scuri e per lo più neri. E attorno è il sole implacabile sulla campagna, sui pianalti deserti, di cui emergono i crinali di pietrose aspre giogaie. Ragioni di sicurezza hanno motivato questo stato di fatto, oltre al desiderio di società, e soprattutto la necessità di radunarsi in vicinanza d’una acqua.

Lo scarso filtrare delle fonti nei terreni alti, argillosi, è stato indicato come primo impedimento alla bonifica. Vedremo che si è potuto superare l’ostacolo derivante da questa carenza d’umori.

In tali condizioni, e in difetto di riserve bonificatrici, il latifondo siciliano si arricchì delle sue note più tipiche: dalla natura dei terreni e dal clima ai fatti primi dell’uman vivere, tutto sembrò confluire in una rassegnazione opaca; e quasi al tetro padùle della fatalità.

Il principe o il grande proprietario non può personalmente accudire alla gestione dell’agro, cioè presiedere al governo delle colture, all’affittanza dei campi; i quali si estendono in alternazioni di coltivi radi e di poveri pàscoli per miglia e miglia di paese senza case, e talora senza strade. Egli ha insediato la sua amministrazione in città, affidandola, in pratica, ad alcuni funzionarî: e si limita necessariamente alla supervisione di remoti fatti agronòmici, alla riscossione dei canoni di affittanza: non lauti, dato che terreni difficili e colture estensive poco reddito possono riserbare al proprietario. Soltanto la grande vastità dei possessi, il «quantum», conferisce a tali redditi la loro cospicuità di valsente. In genere, poi, il principe e il proprietario siciliano sono «attaccati» alla terra: non facilmente l’alienano: preferiscono, talvolta, oberarsi di ipoteche piuttosto che vendere una parte dei loro tenimenti. Ciò fa presagire che lo stimolo di un comando più geloso dell’opere, nonché di adeguate sovvenzioni, li porti a un più diretto interesse nei confronti della terra pervenuta loro dai padri.

La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua in sede tecnica sotto le ferme direttive dell’Eccellenza Tassinari, Ministro per l’Agricoltura e le Foreste, secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa: l’Ente Autonomo per la Colonizzazione si occupa intensamente dei lavori di captazione, adduzione e distribuzione delle acque, nonché degli accessi ai poderi. Il problema della sicurezza è risolto; e le angustie ad essa inerenti eliminate.

A rendere possibile la vita delle famiglie coloniche nella lontana campagna (dopo le descritte provvidenze i contadini risiederanno stabilmente nella casa poderale), a rendere meno ingrata la vasta e deserta solitudine del latifondo, bisognò e bisognerà costituire dei centri o borghi, dove gli sparsi coloni di un dato territorio possano rivolgersi per tutte le occorrenze civili.

Otto borghi sono stati costruiti in un anno, uno per ogni provincia dell’isola. Altri ne sorgeranno secondo le prescrizioni della legge. Ognuno di essi è o sarà consacrato alla memoria di un eroe, di cui porta o porterà il nome: così Antonino Cascino, Martino Fazio, Angelo Rizza. La direzione dell’Ente ha, dunque, realizzato, nel termine di un anno, otto borghi, su cui si potrà esemplare, come su modello, anche il lavoro a venire. Ha situato ciascun villaggio rurale in una località tipicamente latifondistica; al margine, tuttavia, d’una strada esistente e in prossimità d’una sorgiva, o d’un pozzo, di cui fu captato e distribuito l’apporto.

La progettazione di ciascun borgo si volle affidare ad architetti siciliani, perché i nuovi aspetti dell’edilizia rustica aderissero «ab auctore» al clima, al colore, al genio dell’isola, pur nei modi e nelle forme onde suole estrinsecarsi il disegno «funzionalistico» del nostro tempo. Così Mendolia, Caràcciolo, Marino, Marletta, Baratta, Manetti-Cusa, Gramignani, Epifanio hanno dato la loro opera appassionata all’edificazione dei sereni municipî, torre e portico e fòro di ogni nuovo presidio rurale.

E in ognuno l’animo dell’artista ha raggiunto il momento armonioso della chiarezza; ha raccolto il suggerimento ambientale, traducendolo in forme che segnano un «optimum» delle possibilità scenografica e pittorica; come presso la cubale Trapani, a Borgo Fazio, di Epifanio, o nel montano Borgo Giuliano, di Baratta in provincia di Messina.

Compito esclusivo del borgo è quello di garantire tutti i servigi indispensabili al vivere della gente sparsa nei luoghi del lavoro, cioè nelle case rurali che sorgono o sorgeranno entro il raggio di influenza del borgo stesso. Questo raggio di influenza è stato valutato con prudente criterio a 5 o 6 chilometri, per modo che la zona di influenza si estenda a una superficie di circa 10.000 ettari, ossia 100 chilometri quadrati, e non più.

Ogni villaggio dovrebbe, dunque, distare dall’altro 10 o 12 chilometri. Per corrispondere alla sua funzione, il centro del borgo comprende la chiesa parrocchiale, con l’abitazione del parroco; la scuola, con l’alloggio dell’insegnante; la delegazione podestarile; la sede del fascio e delle organizzazioni dipendenti; la posta e la collettoria postale con telegrafo e telefono; la stazione dei reali carabinieri coi relativi alloggi; la casa sanitaria, che comprende un posto di medicazione, alcune camere di degenza, i quartieri del medico-chirurgo, dell’assistente, della levatrice; una rivendita principale di generi varî; una locanda con stanze di pernottamento e autorimessa; botteghe diverse per artigiani, nonché le loro abitazioni. Inoltre, gli uffici dell’Ente di Colonizzazione con la casa del personale.

Sono previsti ampliamenti, relativi sempre al destino del borgo, che non è quello di dar ricetto ai lavoratori, i quali, anzi, si vogliono spargere nella campagna: ma quello di accentrare i servizî civili per questa gente sparsa, la quale al borgo ha da volgersi, e da radunarvisi nell’ora della preghiera, o dell’ascolto, o in occasione di festa; e nel borgo potrà effettuare gli acquisti e adempiere alle cure indispensabili della sua vita. L’ampliamento potrà risultare d’uno o di più edifici per gli ammassi dei prodotti; e poi, eventualmente, di un mulino, e magazzini di deposito per macchine agricole, concimi, sementi.

Presso ogni borgo è instituito un podere dimostrativo, mediante il quale si vogliono offrire ai coloni bonificatori le indispensabili direttive tecniche e visibili esempi agronomici, per la sistemazione dei campi, la intensificazione delle colture, l’uso dei fertilizzanti, l’allevamento del bestiame da lavoro e da cortile, e il rifacimento graduale e tempestivo delle piantagioni arboree, che si dovranno effettuare nei terreni in miglioria, giusta le disposizioni impartite dal Ministro. In tali «poderi dimostrativi», condotti da una famiglia, secondo il nuovo patto colonico per il latifondo, potremo anche notare un pollaio e una conigliera modello, affidati rispettivamente alle massaie rurali e al dopolavoro rurale. I molti chilometri irradiati dal borgo saranno interrotti da un sottoborgo.

Chiesa, scuola, alcune botteghe di minime dimensioni, soltanto le necessarie: dovunque l’altitudine e la difficoltà di accesso, o la scarsità delle acque, o la povertà dei terreni suggeriscano di sovvenire alle necessità civili della bonifica nelle contingenze più aspre; ovunque si abbia a interrompere una troppo lunga distanza tra borgo e borgo.

In un anno di lavoro 2507 case coloniche sono state costruite e si aprono oggi a ricevere i lavoratori della terra. Trecento sono in costruzione. L’opera non subirà sosta. Il numero delle domande pervenute alla direzione dell’Ente supera quello delle abitazioni assegnabili. Molti proprietari si sono addossati l’onere della miglioria, usufruendo delle facilitazioni concesse dallo Stato; altri hanno più largamente ricorso alle sovvenzioni creditizie che la legge prevede. Non si deve citare a tutt’oggi nessun caso di esproprio forzoso; che è l’estrema sanzione comminata dalla legge ai neghittosi o ai nolenti.

Lo Stato corporativo, creando il «patto colonico» del 30 agosto 194o-XVIII, ha inteso disciplinare il rapporto fra proprietà terriera e lavoro, in vista de’ superiori suoi fini sociali ed economici; ha voluto fissare le modalità della collaborazione per salvaguardare l’esito della bonifica. È un contratto miglioratario di tipo mezzadrile, che affida al colono il podere per 18 anni; prevede la retribuzione, da parte del proprietario, dei lavori speciali di miglioria eseguiti dal colono per sistemazione de’ terreni, piantagioni arboree, fossi colatizî, strade rurali, e simili; determina i compiti della colonia, la ripartizione degli obblighi e dei prodotti, l’avvicendamento delle colture, i modi dell’affittanza e della riconsegna, i necessarî anticipi da parte del proprietario sulle spese della manutenzione e della condotta.

La famiglia del contadino siciliano deve trovare e troverà nella nuova casa e nel borgo rurale quella comodità e quella sicurezza che sono le prime condizioni di una vita più serena, più degna delle fatiche di chi tanto operosamente contribuisce al compito comune dell’esistenza.

L’umile colono avrà dalla bonifica un più ragionevole compenso al suo lavoro. È il lavoro a cui ogni contadino offre le braccia e il dorso a ogni giro di stagioni, perché domani ancora la terra possa dar da mangiare alla società degli uomini.

Carlo Emilio Gadda

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-10-8

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

The ten articles were not included in the Garzanti edition of the Opere directed by Dante Isella and are here published for the first time as a collection.

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