L’egoista

TEOFILO

Chi immagina e percepisce se medesimo come un essere «isolato» dalla totalità degli esseri porta il concetto di individualità fino al limite della negazione, lo storce fino ad annullarne il contenuto. L’io biologico ha un certo grado di realtà: ma è sotto molti riguardi apparenza, vana petizione di principio. La vita di ognun di noi pensata come fatto per sé stante, estraniato da un decorso e da una correlazione di fatti, è concetto erroneo, è figurazione gratuita. In realtà, la vita di ognun di noi è «simbiosi con l’universo». La nostra individualità è il punto di incontro, è il nodo o groppo di innumerevoli rapporti con innumerevoli situazioni (fatti od esseri) a noi apparentemente esterne. Ognuno di noi è limitato, su infinite direzioni, da una controparte dialettica: ognuno di noi è il no di infiniti sì, è il sì di infiniti no. Tra qualunque essere dello spazio metafisico e l’io individuo (io-parvenza, io-scintilla di una tensione dialettica universale) intercede un rapporto pensabile: e dunque un rapporto di fatto. Se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me.

CRISOSTOMO

Simbolo fisico evidentissimo di codesta universalità di rapporti dialettici sono le radiazioni cosmiche, messaggio dei mondi cioè dei momenti lontani.

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Egoista è colui che ignora o trascura la condizione di simbiosi, cioè di necessaria convivenza, di tutti gli esseri. Egli crede di poter vivere solo, entità eminente nella vera luce su oscure e dimenticabili premesse. In realtà le sue funzioni vitali, come ad esempio lo svuotamento dell’intestino, si adempiono col necessario concorso di altri esseri, in fatto di alcuni miliardi di microorganismi specializzati che hanno eletto il loro domicilio nell’intestino stesso. Le radici delle piante devono appropriarsi l’indispensabile azoto sotto forma di nitrati (sali dell’acido nitrico); e ciò pervengono a fare grazie alla collaborazione di batteri nitrificatori, o batteri di Winogradski, che vivono, e infaticabilmente agiscono, aggrumati in popolose colonie sulla loro scorza. Tali batteri trasformano gli indigeribili nitriti (sali dell’acido nitroso, presenti nel terreno) in ghiotti nitrati. L’acido nitroso deriva dall’ozono, infuso nelle piogge da scariche elettriche cosiddette «oscure», di cui l’atmosfera suole palpitare in silenzio: ma anche da quelle dirompenti e accecanti.

CRISOSTOMO

Dagli spari di Giove, per tal modo, o dalle sue silenti libidini, maturano tartufi ad Alba, sottoterra, e patate a Rovello.

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L’egoista, buon per lui, ignora o trascura questi nessi, queste correlazioni di fatto. Non ha letto, e non ha meditato a sufficienza, la monadologia di Leibniz né i Karamazov di Dostoiewski. Non ha letto o non ha inteso i Vangeli.

CRISOSTOMO

Homo oeconomicus, egli crede, nella sua dura buonafede, poter salvare sé, la sua donna, la sua prole, il suo peculio, dal naufragio dei casi e delle fortune aliene, dallo sprofondare della patria.

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Sì, è questo il tipo dell’egoista economico. Ma vi è ancora quello che potremmo chiamare l’egoista dell’al di là. Il quale ritiene d’aver potuto recare a salvezza la propria anima sulla perdizione delle rimanenti: cioè che una poltrona di prima fila gli sia prenotata in Paradiso, tenuto conto della uggiosa perfezione con cui ha saputo amministrare la sua condotta. Anima bella, egli è arrivato all’Olio Santo in carrozza. «Dunque sarà salvo…».

CRISOSTOMO

è un grave abbaglio, codesto, da parte sua. Mi sa piuttosto che il Giudice, noiato di tanta pertezione, lo piomberà capofitto all’Inferno, nel centro proprio dell’imbuto, e nel calderone maestro di Belzebù. I peccatori e le belle peccatrici di cui si sarà fatto delatore ed accusatore implacabile, quelli avranno invece dono di ali dalla comunità dei Santi, da volare all’insù nell’azzurro, dove risplende la celeste margherita.

Al dogma della messa in comune de’ titoli di merito dei Santi per la comune salvezza, corrisponde, in reciproca, il riconoscimento dostoiewskiano del gravame comune delle colpe: sì che la colpa di uno è colpa di tutti. Il tiranno, l’omicida, il ladro, è colpevole nel consenso di tutti, nell’adulazione, o nella invidia o nella indulgenza di tutti.

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La storia umana, sotto questo aspetto, non è che un salvadanaio di miserie e di colpe: e di tutti i soldi e soldoni che vi cadono, l’egoismo è il più greve.

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Epperò il Veggente, dall’isolina ove Domiziano l’avea ristretto, ha pensato bene di maledire in anticipo codesta storia. Sul groppone della bestiaccia dalle sette teste si sdraia, vestita di porpora, una meretrice ubriaca: e leva ad alto, colma, la pàtera.

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Colma del vino de’ suoi vizi. Codesta meretrice è Domiziano? è Nerone? E la bestia vorace è l’impero? è l’egoismo, è l’avidità rapinatrice dei padroni del mondo? E le dieci corna sono i dieci Cesari?

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Per dirla tra noi, mi sa che quel santo barbone scribacchione, che a novant’anni sonati aveva ancora tanta voglia di menar la penna, si sia un po’ abbandonato a’ suoi dadà: donde, nella sua scrittura, un certo augurio di cataclisma, un certo saporino porta-jella…

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Difatti si dice apocalittico per dire catastrofico. Non potendo sparare a Domiziano, gli ha maledetto la porpora. E la maledizione ha funzionato. Il guaio è che in barca c’eravamo anche noi…

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Forse un po’ più di ottimismo non gli tornava male, al vecchio… Dico per noi, poveracci…

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L’egoista morale cede il passo all’egoista estetico, cioè allo schizzinoso: mentre la casa va a brucio, costui, o costei, è tutto incurvo sulle calie del salotto: aggiusta, sui mobili, i sopramobili, gli indispensabili tarabiscots del salottino assettatuzzo: sotto pioggia di bombacce rispolvera, con inoffensivo piumino, pantére di maiolica in funzione di portastecchi. L’egoista estetico ignora, o scorda, che il sudiciume e il disordine sono la più autentica delle proprietà comunizzate.

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Vana, per quanto eroica, risulta in effetti ogni disciplina osservata dal singolo per aver in ordine la cosa posseduta in comune: la contrada, le scale di casa, le ferrovie, i giardini, gli uffici pubblici. Il telegrafo-letamaio, la posta-latrina, le scale di casa-cesso, la stazione-stalla, la pretura-porcile, l’aula di assise-fogna, sono fenomeni esterni all’egoismo dell’io individuo, intrinseci invece alla comunione dei beni: fenomeni che l’io individuo vanamente si studia di padroneggiare. Le pulci sui tram sono il precipuo dei beni che siano stati realmente ed ineluttabilmente messi in comune nella moderna Eliòpoli, nella Città del Sole della nostra salivosa utopia.

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Non c’è barba di DDT che le soffochi, codeste pungolanti ancelle della maledizione comune.

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E l’egoista estetico arriva, per lente, inavvertite sfumature, a costituir se stesso in egoista igienico.

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Egoista igienico è quegli che cerca di esimersi, con l’isolamento, col metter maschera al grifo, dal contrarre il male epidémico: o anche semplicemente endémico. Ripara in villa ad affabular le belle, mentre il sito de’ cadaveri ammorba tutta la città. Per fare altro esempio: se la collettività cade preda d’una irreducibile endemia di cretinismo, l’egoista igienico si studia ciononpertanto, con l’aereare il proprio cervello, con la lettura di Montaigne, evitare a se stesso la calamità comune. Se io nego le tenere carezze al proteso muso di un cane, la qual bestia notoriamente si pasce delle peggiori porcherie sino a sgrondarne dai labbri, ebbene, io mi comporto come un egoista igienico. Non credo che alcuna religione sensata, né quella di Carlo Cattaneo né quella del Dàlai Lama, possa recarmi a colpa una siffatta astinenza: la bestia copròfaga si deterga prima le labbra.

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Narrano che il generale Bonaparte, giunto non si sa con quale scopo a San Giovanni d’Acri, abbia voluto procurarsi il brivido di abbracciare un lebbroso. Con quella commediola egli sperava dar a bere ai gonzi di non essere un egoista, cioè di non essere il Bonaparte, ossia la repubblica evertitrice de’ castelli dei marchesi impersonata nell’imminente monarca fabbricatore delle patacche dei duchi.

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I tiranni sono degli egoisti che paventano sopra ogni cosa l’egoismo feroce dei loro sudditi. Essi hanno avocato a sé, hanno sommato in sé, le velleità tiranniche dei milioni di prepotentelli. Hanno monopolizzato l’egoismo della ex-città. Sono i delegati della tirannide collettiva. La loro crudeltà, lo stato di irritazione sadica nel quale vivono colmi di sospetto, è proporzionale al continuo pericolo in cui versano. Ma se ciascuno dei tirannelli tiranneggiati potesse farcela, apriti cielo: sarebbe davvero la repubblica. Noi tutti siamo le vittime quotidiane di un egoismo tirannico: l’egoismo di ciascuno dei molti: l’egoismo dei pervenuti, dei maleducati, dei moralisti e dei cretini: in una parola della folla di coloro che difettano di spirito civile.

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Lo «egoista» è quegli che stritola se stesso. Immaginiamo un pianeta dove il valore della gravità fosse duemila volte quello del campo gravidico terrestre. La resistenza delle rocce ne andrebbe sopraffatta. Gli strati rocciosi sottostanti verrebbero ammollati e ridotti a pappa dal peso o pondo dei soprastanti. I graniti sarebbero pégola, o cipria come di talco le serpentine e gli schisti.

L’egoista, tal’e quale come il pianeta ipergravidico, acciacca se stesso. E dacché usa dire che gli estremi si toccano, ebbene: ecco qua: l’egoismo «estremo» raggiunge gli stessi risultati di una «estrema» schizofrenia (scissione mentale, frantumazione psichica). La psiche dello schizofrenico non sussiste come io unitario, come io monadico: è scoppiata, è andata in pezzi: una bomba pestata sull’innesco. Ma la psiche dell’introvertito egoista, il quale neppur ode o vede chi gli parla, è a sua volta un bel vaso della Cina andato in briciole, autostritolatosi nella sua pressione centripeta, nella sua propria ipergravità. La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato. Altrettanto si può dire del narcissico, dell’auto-soddisfatto.

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Strettissime, invero, le analogie tra egoismo e narcisismo: e tuttavia reciso e ben discernibile il taglio, il divario. La parola «narcisismo» apparsa la prima volta, per quel che ricordo, in una rivista inglese di psicologia nel 1902, aveva pallidi e malsicuri precedenti nel linguaggio: eccessivo amor proprio (1890): egoismo, in tutti i secoli: vanità, in tutti i secoli (attribuita alle donne, mentre la carica narcissica ed esibitiva è tipica del maschio): infine, egotismo (1810-1910). Ricordate i Souvenirs d’égotisme di Stendhal, console francese a Civitavecchia? Sono ricordi di gioventù. Stendhal, che di egoismo e di egotismo, come tutti i grandi, se ne intendeva (dei due fatti dico, quando non anche dei nomi), sembra aver intuito la relazione di concomitanza giovinezza-egotismo. Da quel genio che era, sembra aver altresì capito che una qualche differenza ci doveva essere fra egoismo ed egotismo.

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Ebbene: l’egoismo è riferibile a un prepotere dell’io fàgico; sì, fàgico, da faghèin che significa manducare, manicare, mangiare: sgranare, come dicono a Firenze. L’egoismo interessa la nostra peristalsi, il nostro io gastro-enterico: discende dalla smania priméva di appropriarci il vitto, la maggior quantità possibile di cibo. è un impulso istintivo, non riflesso: è la liberazione dalla paura atavica, primordiale, belluina, di rimanere senza cibo: è la reviviscente fame dei millenni, ove il trasporto e la distribuzione del grano e delle cibarie non si operava, indi si operava a fatica, e le lunghe notti invernali e il coltrone diacciato delle nevi bloccavano sentieri e tratturi, e cadeva, il mulo, sulla neve, sotto la sferza del vento rovaio.

L’egoismo è paura di rimanerci senza cibo, e però senza denaro, senza casa, magari senza nome né gloria, in quanto consideriamo la gloria e il buon nome come oggetti di possesso, pennacchi indispensabili a giustificare davanti alla tenebra il dono della vita individuale, che ci è stato largito, secondo alcuni da una accidentalità combinatoria, secondo altri dalla onnisciente elezione d’Iddio.

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L’egotismo o narcisismo interessa invece la cosiddetta «vita di relazione»: il cui supremo scopo e termine, il cui momento di approdo, è, in natura, la funzione del sesso, garante della perpetuazione della specie…

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Perpetuazione?… la specie mammùt non ha valicato il pliocène…

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… anche se dall’attività e dalla fungibilità del sesso dipendono, discendono, per estensione o per sublimazione, tutte le vicende e le forme, e le mossucce e le moine e le commediuzze, della vita associativa: le diatribe, le liti, i ricorsi in appello, gli sportelli delle esattorie, e i coltelli a serramanico dei temperamenti focosi.

Sì: l’egotismo ovvero narcisismo è il congegno base per la vita di relazione, per l’amore, per la vita associativa. Noi «dobbiamo» piacere al prossimo: in primis alle femmine, a nostra madre, alle ragazze: ma anche ai maschi: al papà, agli elettori, agli scolari, ai compagni di partito, ai carabinieri, e financo ai critici, questi apotecari e carabinieri dell’immortalità. Noi dobbiamo piacere al prossimo: in ispecie alle donne. E ci fa piacere di piacere. Ma, per piacere, dobbiamo anzitutto «voler piacere», dacché, per avere una qualunque cosa, bisogna anzitutto desiderare di averla, cioè «volerla». Volendo dunque piacere un po’ a tutti, siamo portati a pettinarci, a esibirci, a pavoneggiarci, a passeggiar su e giù lungo lo struscio del villaggio come tanti galli a collo ritto, a zampa alta e protesa.

Non contenti di esibire la persona, ci viene ancora l’idea di metterci delle cravatte gialle a piselloni color caffè, delle casacche a scacchi, delle catenine d’oro sia al collo che ai polsi: quella al collo con l’immagine della Beata Vergine, quella al polso con un portafortuna paganeggiante, di inspirazione ercolanense o addirittura pompeiana. Ci facciamo la lambretta, corroboriamo la nostra maschia bellezza di un irresistibile ciuffo a tettuccio. E così arriviamo finalmente a piacere.

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Claro che… per andare all’assalto della roccaforte d’amore, dobbiamo essere previamente sicuri di noi stessi.

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Col ciuffo a tettuccio la sicurezza c’è: non c’è roccaforte che tenga.

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E a forza di curarsi, coltivarsi, impomatarsi, agghindarsi, rimirarsi nello specchio, protuberare a mensola il ciuffo con maestri colpi di pettine verso lo specchio medesimo, che glie lo rimpalla a contromensola, il narcisista…

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… il narcisista finisce per vedere unicamente se stesso. Dimentica l’obiettivo reale dell’amore per cadere innamorato dello specchio, che è quel terzo ente o terzo strumento che ha il merito di riprodurre in bellezza l’immagine idolatrata. A questa immagine il narcisista conferisce il più idolatrato dei nomi: e questo nome è un pronome: Io.

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Oltre che dello specchio di vetro e di mercurio, il narcisista o narcissico si compiace di quell’altro specchio, non meno solleticante, che è lo specchio delle reazioni psichiche altrui. Negli altri, nel prossimo, negli occhi delle belle, nel saluto allegro dei commilitoni, nella parlata grave e nell’arcano verdetto dei sofi, egli intende avere uno specchio, e soltanto uno specchio, dal quale esige l’approvazione, la richiesta d’amore, la muta lode, il plauso reiteratamente gracchiato. «Sei irresistibile» deve dire lo specchio degli occhi, delle glottidi, delle reazioni psichiche altrui. Guai all’anima sua ove putacaso dicesse: «Mi hai proprio l’aria di uno scemo.» Narra in meravigliosi esametri Ovidio, nel poema delle Trasfigurazioni, di Narcisso invaghito della propria imagine, che gli è presentata a un tratto dallo specchio del fonte (ove s’era chinato a bere), limpido e immoto.

Narra della ninfa Eco, presa dall’amor di lui, che gli domanda invano l’amore, e disperatamente si butta giù dalla rupe, ed è fatta rupe ella stessa dagli Dei, non si sa se impietositi o adirati. Chiamata per il suo nome dalle genti, rimanda come uno specchio acustico il nome, il nome solo: Eco è chiamata, Eco da remoti spechi risponde.

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Alla loro acuta intuizione, e alla felice e spregiudicata cognitiva dei fatti psichici, i Greci hanno chiesto i temi delle lor favole: vere e splendide come la luce del mattino. Hanno inteso, con duemila anni di anticipo sul Copernico della psicologia, questa verità: per il narcisista o egoista il ponte d’amore è interrotto. Il primo dei due pilastri è un io che non può congiungersi al tu. L’arco dell’amore è caduto, o non è stato gittato. Il secondo pilastro, che si chiama tu, non esiste: o attende invano l’amore. La vita di relazione, per il folle narcissico, nasce e si conchiude nella sua persona. Narcisso non ama che se stesso. L’egoista o narcisista è il pessimo amante, ed è il pessimo dei cristiani. «Ama il tuo prossimo come te medesimo,» gli suggerisce il Padre. Sì, campa cavallo.

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Con la persistente e smodata esibizione di se stesso, il narcisista annoia la donna e uccide l’amore.

Nel romanzo del socialista inglese George Meredith intitolato The egoist (1879) il protagonista baronetto è insieme un egoista e un egotista. Forse Meredith ha ignorato il vocabolo stendhaliano, o non ci ha pensato, o gli puzzava di sofisma. Comunque, il baronetto di Meredith è egoista nel senso fàgico e conservativo delle derrate, della «sostanza», del patrimonio: egoista dell’acquisto e del posseduto e dell’ereditato, egoista sociale. Ma è insieme egotista, bel giovane dall’abito e dal contegno irreprensibile, infatuato di sé, delle proprie scarpe, della propria perfezione. Come egotista o narcisista egli si fa la ragazza, voglio dire la fidanzata. Ma la stufa talmente co’ suoi modi (i modi d’un pavone che si ritiene aquila), con l’interminabile opinare (non sempre le donne ci chiedono delle opinioni), con l’uso e l’abuso del pronome io, che la poveretta per disperata si licenzia: una letterina viola: egli l’annusa beato, nella certezza della vittoria: la lettera dice: «Caro, ti sono tanto grata della tua cortesia, sei un vero gentiluomo, sei un’anima bella, hai delle idee nobili e giuste: ma comprendo, ahimè, di non essere la donna che ci vuole per te. Tanti cari saluti.» La smania di liberarsi dei tu-mi-stufi narcissico arma la povera ragazza di una dialettica non frequente nel bel sesso, nemmeno in epoca fidanzamentale.

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In ogni uomo, in ogni maschio, c’è un più o meno biondo e sfavillante Narcisso. «In ogni maschio si nasconde un pavone: e talora non si nasconde affatto.» Citiamo dalla rivista «Epoca», da un nostro elaborato. Si è conosciuto un distinto signore di settantotto anni che girava la città a testa alta, a capo scoperto, tenendo per un’ala, con la sinistra, il cappello, un Borsalino grigio di novemila lire: carezzandosi con voluttuosa mano, la destra, un fluente barbone, dorato e affumato dal Virginia: barbone che risultava lungo non meno della giacca, la quale scendevagli a guisa di gonnella insino alla metà delle cosce. Quel vecchio, per tutti noi, fu la dimostrazione vivente che la carica narcissica perdura immutata dai quattro ai settantotto anni, anche se i Greci, nel loro acuto senso dell’ottimo, hanno escogitato che Narcisso invaghito della propria immagine e di tutto il dispositivo anatomico-fisiologico a quella pertinente, fosse un giovinetto sedicenne.

Gli psicologi moderni sogliono collocare il maximum della carica narcissica a dodici anni, nell’imminenza della pubertà, cioè in sull’aurora dell’amore. Non si pronunciano circa l’ulteriore andamento del gràfico. è tuttavia palese a noi tutti che nelle sue fasi ritardate, o nelle sublimate, la carica narcissica occupa e la maturità e la vecchiaia. Neppure un monarchico ottuagenario col parlético nelle mascelle avrebbe animo a respingere la croce di commendatore… «al merito della repubblica».

CRISOSTOMO

L’egoismo di discendenza fàgica, il duro senso del possesso, lo spietato esercizio del proprio tornaconto, la liruccia disputata alla serva, la schioppettata nella gobba del prossimo per una falciata di fieno; o viceversa quell’amore dei propri comodacci di che l’egoista non si smuove d’un millimetro nemmeno a veder crepare la su’ nonna, è condizione morale, è stato biopsichico oggigiorno così consueto e diffuso, da neppure doverci spendere parola. E interessa dire, piuttosto, che tra egoismo fàgico ed egotismo intercede quella costante distanza che permette di difinire le parallele. Egoismo e narcisismo sono due manifestazioni parallele della nostra struttura biopsichica, sono i due aspetti dell’io: così come nella gnosi di Spinoza i due attributi della divina essenza (pensiero ed estensione) hanno parallelo decorso. Delle due manifestazioni, delle due cariche, può in una data persona, l’una o l’altra sciaguratamente prevalere. O possono strapotere le due. Nei contadini di Balzac, o nella spietata durezza di père Grandet che nega la dote alla figliola, suol prevalere l’egoismo: un egoismo che è divenuto follia. La smodatezza dell’egoismo fàgico e appropriativo dà luogo, nella feroce storia degli uomini, ai delitti di rapina. La smodatezza dell’egotismo ovvero narcisismo dà luogo a delitti non ancora titolati di un nome comune, e tuttavia riconoscibili e apparentabili nel comune movente. La loro graduatoria, la loro scala ascendente, è a culminare nel climax o vertice dell’«uccidere perché non si ottengono sufficienti incensi». è il delitto degli dei, e de’ loro imitatori i tiranni, notoriamente sitibondi d’assoluto, e però della lode assoluta: anche d’aver appiccato il fuoco alla casa. è il delitto di quella particolare categoria di cretini scelti che sono i moralisti: i quali dispongono, a vedere e a governare ogni cosa, e a discettarne, della cecità de’ tiranni e della vescica degli dei.

TEOFILO

Vi sono dei cantanti i quali piantano grane infinite a un povero diavolo, perché il povero diavolo, poniamo sia un critico, non li ha collocati in vetta alla piramide canora. Ma la piramide canora si estolle, superba di mille nomi, fino a pinzar le chiappe alle nuvole, simigliando l’antica torre di Babylon, allor che il cielo, come dicano e’ pisani, s’era disposto a culaia. I nomi dei tenori sono mille. Se il povero diavolo di critico e’ pone Caio in sul culmine, voglio dire seduto sul parafulmine, non ci può porre Sempronio. Il critico perverrà semmai a cavarsela giocando di destrezza, come il giocoliere di razza che con le due mani si rigoverna sette palle. Delle sette palle, cinque le si ritrovano avvicendatamente per aria. Il povero diavolo potrà buttar all’aria novecentonovantotto bugie, rendendo felici mille tenori.

CRISOSTOMO

Il rapporto padre-figlio, ove l’agiato vivere faciliti l’evento, comporta un «manifesto egoismo» da parte del figlio, e un «tal quale egotismo» da parte del genitore. Il genitore invaghito del figliolo ha nel figliolo il suo prolungamento nel tempo, una rinata giovinezza, una risorgente bellezza…

TEOFILO

«Dieci volte, tu stesso, saresti più felice di quello che sei – Quando dieci di te dieci volte raffigurassero te stesso. – Contro di te che cosa potrebbe operare la morte, – Allora che tu lasciassi chi s’incarica di vivere per te nel futuro?» Opinioni dello Shakespeare, che incuora Southampton a prender moglie.

CRISOSTOMO

Così proprio. Perciò il padre concede al figlio, via via, e l’orsacchiotto de pezza e il cavalluccio a dondolo, il cappello da bersagliere, l’elmo d’oro del lanciere, il pallone, la bicicletta, la lambretta: gli compera l’anello per la fidanzata, gli paga la stanza, col letto da matrimonio ove recuperare la fidanzata in veste, o per meglio dire in camicia rosa, di legittima consorte. Così lascerà dietro di sé, proprio, «chi s’incarica di vivere per lui nel futuro». Come contropartita esige però dal figlio «il dovuto rispetto», cioè un adeguato tributo di osservanza, cioè di adorazione e di incensi.

TEOFILO

Davvero?

CRISOSTOMO

Rifacciamoci al caso-limite di un cretino. Tutto risulterà chiaro e lampante. Esistono dei cretini a questo mondo? Pochi, beninteso: ma, esistono?

TEOFILO

Direi di sì…: due o tre… esistono.

CRISOSTOMO

Oh, non di più.

TEOFILO

Non di più, non di più.

CRISOSTOMO

Be’. Non c’è nessuno a cui venga in mente di «onorare un cretino». E il cretino, per quanto cretino sia, finisce per mangiar la foglia, che «nessuno lo onorerà». Allora cosa fa? Prende moglie. Con la qual trovata si inserisce ipso facto nell’elenco dei normali, dei rispettabili, degli aventi-diritto.

TEOFILO

In realtà, se cretino era, cretino rimane anche dopo aver preso moglie.

CRISOSTOMO

Priscilla, dopo nove mesi, gli regala un maschietto. Il narcisismo del Nostro ha finalmente ottenuto in dono dagli dei un povero piccolo secondo-cretino, ossia cretino-derivato, che lo «onorerà» quanto egli brama e spera. Nessuno voleva saperne di «onorare» il cretino-padre: adesso c’è il cretino-figlio che si farà in quattro per vacare alla biblica bisogna.

Il padre ricatta il figlioletto, che gli è piovuto giù di caverna altrettanto ghiotto e vorace, ossia puppace, quanto in generale i figlioletti, estraendone incensi ed onoranze in cambio d’alcune indigestioni di croccanti e di castagne secche di cui suol dare periodica licenza all’intestino del piccolo: a festeggiare le grandi tappe del di lui sviluppo (intestinale e morale) nonché le ricorrenze principi della rivoluzione del pianeta.

TEOFILO

Intorno al sole…

CRISOSTOMO

Intorno al sole. Nel rapporto padre-figlio noi ammiriamo una volta di più, se ce ne fosse bisogno, la perfezione del creato, osservando parallelamente decorrere e agire le due cariche dell’egoismo (figlio) e dell’egotismo (padre). Il padre riesce a ottenere dal figlio il desiderato rispetto e le onoranze presagitegli (non si sa per qual ragione), con l’approvigionarne l’intestino di arachidi e ficherozzi. Per la festa della sua giovinezza.

1953

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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