Intervista al microfono

La prima domanda che vorremmo farle ha stretta attinenza al suo lavoro. C’è chi afferma che, di fronte al «vecchio» Gadda (quello, per intenderci, del «Castello di Udine» e della «Madonna dei Filosofi») si stia formando un «altro» Gadda, con interessi prevalentemente narrativi («Quer pasticciaccio brutto», ad esempio, e alcuni racconti dell’«Adalgisa»). Come vede lei, se la vede, questa distinzione?

La narrazione è certamente uno de’ miei obiettivi. Esso non è l’unico, non è stato l’unico, durante il corso degli anni e il tirocinio continuo della mia fatica o, se volete latinamente chiamarla, del mio ozio. I primi impulsi verso la scrittura, in me, ebbero un movente lirico e descrittivo, e insieme narrativo: poi venne anche il saggio, la sognata memoria filosofica da leggere all’Istituto di Scienze Lettere e Arti, da inviare ai concorsi accademici, dove si è premiati d’una medaglia di bronzo. Ho, in casa, dei pacchi, anzi nu cuòfeno ’e «meditazioni filosofiche», non totalmente spregevoli, d’altronde. Sono scritte in ottima prosa. La descrizione, il desiderio di conoscere e approfondire, si estese per gradi, specie con la guerra (1915-1918), all’indole e ai tipi e al destino degli umani, ai rapporti fra le creature: la vita militare e il servizio in guerra sono una trama continua di rapporti, sull’ordito combinatorio del destino: il sibilo che stende a terra, vicino a me, il mio compagno non può lasciarmi indifferente alla contemplazione della morte, alla mortale probabilità di essere suo commilitone anche nel regno delle ombre. Così la mia scrittura, dapprima nei diari e nelle lettere (che i destinatari hanno sistematicamente distrutte), veniva a investire la vicenda umana, la storia delle anime. Poi ci fu l’immersione dentro il lavoro: fra le tensioni spirituali che gli interessi del lavoro e dell’industria necessariamente vengono a determinare in chi ne è investito. Il forte senso della mia personalità (forte, cioè intenso: non è un merito: è un fatto della psiche) mi traeva a riuscire un lirico, piuttosto, o un satirico: la volontà di comprendere i miei simili e me stesso mi sospingeva all’indagine e a quella «registrazione di eventi» che forma, in definitiva, il racconto. Capii che dovevo stringere entro più severi limiti la descrizione e l’invettiva, e far posto nelle mie note alla immatricolazione dei «tipi» umani, dei «personaggi», umani o mitici o bestiali, e delle loro impagabili vicende.

La materia difettava tuttavia alla mia scarsa esperienza: i gesti e le opinioni degli altri non mi eccitavano all’inchiostro: o, per più esatto dire, l’esperienza non sempre lieta che avevo fatto degli esseri umani pareva respingere da sé la mia penna. Così un pittore si volge senza speciale vocazione, anzi con certa ripugnanza, a un modello particolarmente ignobile, o squallente, o privo di «segni» della personalità, cioè «insignificante» (è vero che il puro colore lo chiama, e la pittura è arrivata oggi a penetrare indi a ritrarre voluttuosamente i suoi mostri.)

Nella mia vita di « umiliato e offeso » la narrazione mi è apparsa, talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire la «mia» verità, il «mio» modo di vedere, cioè: lo strumento della rivendicazione contro gli oltraggi del destino e de’ suoi umani proietti: lo strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta. Sicché il mio narrare palesa, molte volte, il tono risentito di chi dice rattenendo l’ira, lo sdegno. Di ciò domanderei perdono a Dio, e magari alle creature, se Dio e le creature potessero garentirmi di non ripetere, in avvenire, gli scherzucci del passato. Domanderei e domando comunque perdono, poiché se gravi sono state le offese immeritamente patite, gravi sono stati anche gli errori dipoi commessi. Molti errori ho commesso: dopo e in conseguenza dei turbamenti che le offese avevano generato in me: tanto da rendere accettabile a mio vantaggio quella sublime osservazione del Manzoni, quando giudica di Don Rodrigo, e di Renzo in furie: «chi fa il male è responsabile non soltanto del male che ha fatto, ma dei turbamenti nei quali induce l’animo degli offesi».

La mia scrittura si è dunque volta a narrare, al puro narrare: come la mia anima si avvicina alla serenità e alla obiettività giudiziosa della morte. Il giorno che s’ha le braccia in croce sul petto, siamo tutti molto giudiziosi, siamo tutti angeli.

Anch’io sarò un angelo, quel giorno: tutti i miei peccati saranno evaporati fuori dalla mia santa compostezza, dalla immobilità e dalla impossibilità di peccare.

Così non sarò più lo scrittore bizzoso e vendicativo che ero in vita: non sarò più l’inchiostratore maligno e pettegolo che avevo l’obbligo di essere per essere un narratore che si rispetti: non sarò più il maniaco dei tecnicismi, dei motti popolareschi, dei modi eruditi, degli archi a spiombo e delle piramidi sintattiche, dei periodi a cavaturacciolo, che mi vengono così giustamente rimproverati dal buon gusto e dal buon senso delle mie vittime. Ho pronunciato la parola «pettegolo». Credo realmente che un bravo narratore debba possedere e debba esercitare non soltanto quello spirito di osservazione che, forse, non mi difetta, ma anche quel gusto del conoscere i fatti (i fatti altrui), quella voracità inquisitiva che mi è le più volte mancata e tuttodì mi manca, checché ne dicano i mordaci miei amici. Temperamento piuttosto incline a solitudine, inetto a cicalare con brio, alieno dalla mondanità, io avvicino e frequento i miei simili con una certa fatica e una certa titubanza, con più titubanza e con più fatica i più virtuosi di essi. Davanti a chiunque rivivo gli attimi di uno scolaro all’esame. Mi diletto invece di chiare algebre alle ore di «loisir». Che non ti snervano quanto una conversazione di salotto; ove, a me, m’incorre l’obbligo di fingermi spiritoso e intelligente, non avendo né l’una né l’altra qualità.

Ecco dunque il mio punto debole, per riuscire narratore: manco di appetito, manco della cupidità di conoscere i fatti altrui, quella che tre grandi «pettegoli» possedettero in misura eminente: Dante, Saint-Simon, Balzac.

Spero tuttavia di arrivare a narrare ancora qualche cosa, qualche fatterello un po’ piccante: voi tutti vorrete perdonarmi questa caparbia insistenza: i miei racconti, in definitiva, se non vi garbano, potete tralasciar di leggerli, al contrario di quel che accade per la musica che, quando la suonano, bisogna udirla per forza. E dirò anch’io, nella mia piccolezza, quel che disse nella sua grandezza il mio concittadino: «... che se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta ».

Se io fossi un carducciano (ma lei sa che non lo sono), mi divertirei a domandarle per quale caso (o «fato») lei si sia incontrato (o «scontrato») con Carducci.

Il Carducci, prosatore e poeta, è stata la mia lettura per molti anni dell’adolescenza, dopo il Manzoni e prima del D’Annunzio. I tre nomi stanno fra loro come tre schegge d’una bomba, lo so: e tuttavia le cose andarono così.

Noi non scegliamo mai i nostri padri e raramente i maestri. Dove il destino ci ha deposto, nello spazio e nel tempo e nel costume, ivi principiamo a vagire. Al Carducci devo gratitudine e rispetto anche se oggi lo sento, per più d’un motivo, alquanto lontano da me. Egli fu comunque un maestro: e io non sono e non sarò mai neppure uno scolaro.

Per finire, vorrebbe dirci a che cosa sta ora lavorando?

Come il cane da pastore, che azzanna ora una ora l’altra delle sue pecore non appena le sbandano dal gregge, così io devo mandare avanti le pecore del gregge d’inchiostro, dalla cui poca lana ricevo il mio sostento: articoli, giornali e riviste, la gentile Radio Italiana: e poi le ore di lettura; e poi qualche lavoro di più lunga lena le cui scarabocchiatissime cartelle vi apparirebbero come un cantiere che langue. Permettetemi di non darvi dei titoli. Sono superstizioso. Non voglio vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato.

1950

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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