I Littoriali del lavoro

L’ECONOMIA dei secoli pre-macchinistici ebbe assai netta e viva la nozione di abilità, di capacità del lavoratore. Derivò il pregio dell’opera da un accumulo di perizia. Seppe quanto costano, nella fatica e nel tempo, l’arte e l’artefice.

La società latina ed italica (se ci riprendiamo da memorie di casa nostra) pervenne ad un’alta estimazione del lavoro. Il «faber», l’uomo venuto dalla pratica e dalla disciplina esecutiva, ebbe una collocazione civile e militare alquanto disgiunta dalla fortuna plebea: pur appartenendo alla plebe. Lo schiavo capace di un’arte, cioè di un mestiere (i due vocaboli si equivalgono: i meglio secoli usavano del primo) era considerato elemento patrimoniale di ricchezza, quasi anzi unità e misura di valore. Preda bellica, il tessitore o il tintore dell’Oriente o dell’Asia, più sottilmente industri, allora, che Gallia e Britannia, venne deportato in Italia a professarvi la sua speciosa bravura, tenuto quasi nella stima d’un maestro o almeno di un suggeritore di accorgimenti, di utili disegni, di sottili modi a raggiungere la bontà e la finezza del manufatto. Il sorteggio annuale delle provincie, proconsolari o propretorie, costituì non di rado motivo di ansie e di dubbi, e le provincie sortite furono cagione d’intrighi e oggetto, talvolta, di laboriosi intercambi fra i mandatari: dacché le preferenze dei più avidi e sfaticati si rivolgevano all’Asia e al Mediterraneo, occupati dalle arti e dai conforti civili (cultus atque humanitas Provinciae), ricchi di uomini: e d’uomini esperti a professare un’arte, vale a dire un mestiere. «Ars» in latino ha significato precipuo di accorgimento, abilità, mestiere: e di sagacia o destrezza, e anche di spediente o mezzuccio o truccatura del viso (femminile o di teatro, usato allora al plurale) e persino di frode, inganno. «Artes» sono le tecniche di mestiere: la viticoltura ad esempio, la tecnica vinicola, la tecnica olearia; e però anche le arti nel senso nostro contemporaneo: già: ma in quanto considerate come tecniche, da una estetica ingenua, lo so, che farebbe sogghignare il più degli esteti. Il rimbombo della parola «Arte», è posteriore, comunque, alla prima metà dell’Ottocento: è vento venuto dalla montagna di una tarda ènfasi, e di una più tarda, e vana, fiducia nel valore del vento. L’«Ars et Labor» dei medaglioni di similoro scoccati dalle gare vinicole casearie e dolciarie è latino da bocca buona per gli onesti membri della commissione giudicatrice e per il lattaio o per l’aperitivo premiato: ma nel latino di Livio «ars et labor» significa «trucco e fatica».

Ma riprendiamo il filo del discorso. Il padrone-esercente poteva aggiudicarsi l’operaio, lo «specializzato», il perito, pagandolo a caro prezzo; magari alle aste degli schiavi. Lo teneva presso di sé, lo faceva oggetto di quelle stesse provvidenze onde il contadino e l’allevatore sogliono careggiare un animale di pregio, un «riproduttore». Finiva per trarlo dalla condizione servile, per farne un liberto: cliente tra i clienti, tra gli indispensabili.

Allo stato servile o alla condizione di emancipati, ossia di liberti, appartennero non soltanto artigiani (stipettai, tessitori, tintori, armieri, costruttori di carri, di botti, fabbri ferrai, maestri dell’arte muraria), sì anche, e bene spesso, quelli che noi chiameremmo con dizione sindacale di oggigiorno «professionisti ed artisti»: medici, architetti, ragionieri. Non però l’avvocato. Cesare si servì di liberti-ingegneri per le opere ossidionali durante la guerra gallica; l’amministratore centrale di «casa Cicerone» era uno schiavo-ragioniere di altissima competenza, il quale seppe trar fuori dal guazzo e dall’arruffìo dei debiti e dei crediti, delle doti e delle controdoti, dei prestiti e delle ipoteche, dei matrimoni e dei divorzi, delle ville e dei poderi di Tùscolo e di Putèolo e di Campania e di mezza Italia, seppe tirarne all’asciutto, dicevo, un tale sintetico pasticcio di conti sbagliati, che non solo arrivò a salvaguardare il pareggio e la dignità patrimoniale, ma nessuno, né di casa né di fuori, e tanto meno Cicerone stesso, era in grado di capirne più nulla.

Il desiderio dei manufatti di pregio, o addirittura di lusso, la mania del vasellame d’argento, delle stoffe, dei ninnoli, del mobilio scolpito, si ingigantì coi tardi anni della Repubblica, dopo le conquiste d’Oriente. Il trionfo asiatico di Lucullo processionò lungo l’Appia un fastoso codazzo di schiavi-specialisti e carra interminabili di arredi, di drappi, di armi a cesello, di stipi a tarsìa, di avori, di argenti, di cofanetti di tartaruga, tra le boccaperte di tutti, prima, e poi le ovazioni della folla ammirata.

Questi accenni per significare (ma non ce n’è bisogno) che la società romana coscriveva i suoi artigiani con sollecitudine pari a quella onde il console Claudio potè coscrivere le ultime reclute dei Marrucini e dei Frentani lungo la sua silente marcia verso il Metauro. Tutta la marcia verso il tempo della società repubblicana e cesarea è contrassegnata da una graduale e tenace acquisizione di competenze e di capacità fabbrili, di esperienze tecnologiche: da una continua austione od assorbimento di attitudini peritali, da successive e sempre più conscie determinazioni dell’intelletto, che trasformano il pastore d’Appennino nell’architetto e nel modellatore delle terme. Le due prime puniche, da un punto di vista modale, presentano all’Italia il «periculum» cioè il «confronto» con l’uso navale e militare dell’avversario. Da una laboriosamente, tormentosamente raggiunta parità tecnica (oltreché, beninteso, dalla vitalità ingenita delle stirpi italiane) sembra nascere il contrastato sole di vittoria. Quando il cervello del console ragionò meglio di quello di Annibale: e l’«ars» e la «ratio» furono esatte e certe, spiccatesi con la notte dall’Aùfido per approdare al mattino del Metauro. Il nucleo vitale d’una volontà vera genera lo sforzo attento, l’accorgimento ben meditato, la «trovata» ultima dell’arte.

Bisanzio risfòlgora dietro Ravenna e Venezia. E Pietro Cavallini sembra vivificare del suo genio una tradizione di lavoro. Santa Maria in Trastevere sorge nel segno d’una rinnovata maestria.

Sarebbe un portar panni a Prato e bòzzoli a Besana Brianza il volerci ricondurre con troppo facili variazioni al costume dei secoli rinascimentali: (assumiamo questa formula nella dimensione cronologicamente più lata). L’arte, il mestiere, paiono riempire quei giorni così poveri di macchine della gioia d’un continuo superamento. L’uggia è sbandita di bottega. Se l’antica trovata degli «harpagones», lo spediente dei rostri e la tecnica dell’abbordaggio in forze permisero di levar nel Foro le colonne celebrative delle vittorie marittime (rifuse dal bronzo dei legamenti), quelle che Virgilio commemora nella sua georgica «navali surgentes aere columnas», ecco ora la segreta vernice dello Stradivario per la magìa mozartiana.

Basti il rilievo che nelle grandi arsi rinascimentali e nel travaglio di esperienza che le precorre, a grandi emanazioni dello spirito creativo (che tien quasi d’una luce superna), si accompagna la generosità e la fatica dei cominciamenti, poi la collaborazione instancabile d’una tecnica padrona dei suoi mezzi, impegnata fino ai suoi limiti.

La sagacia dello scarpello, nella dolce ghirlanda, opera al di là della grossezza, al di qua dell’accademia: l’evidenza e il nitore del segno non contrastano ma anzi sovvengono alla necessitante poesia, che l’ha suggerito, alla pietà, che lo consacra. Marmi e mobili, e seggi di cantorie grandi, monete e vaselli, torri e tele, e l’«ottolati» del Brunellesco contro ai cipressi di Belvedere. Vivo è in quel clima il senso della ricerca, il rispetto della maestria raggiunta dopo anni e decenni interamente accuditi; una tradizione d’insegnamento (se anche non organata in forme d’ufficio, a strutture obbligative) si mantiene desta e valida e vigile per le botteghe e nelle contrade di Siena, di Firenze, di Perugia, di Roma: e in via degli Spadari a Milano: e lasciamo di nominar Vicenza e Venezia per guardare fino ai borghi alti dell’Umbria o della Marsica.

Nella botteguzza aperta alla mansuetudine del colombo o alla vellutata apparizione del gatto, tra gli arnesi e i pignattini delle colle, l’uomo dell’arte, cioè del mestiere, affina con gli anni la sua scaltrezza volenterosa, si impegna sul «pezzo», se ne innamora, ci consuma l’ore attorno senza badare alla fame, incurante, quasi, di quel che sarà la mercede. Il «pezzo» dei secoli di luce ha in sé un qualcosa di ricco, di rifinito, di adatto, di giusto. Non il marco di fabbrica lo tutela dalle imitazioni, ma ne traspare la somma di generosità e di pazienza costato all’artefice: e questo magico arricchimento della struttura o del disegno, questa patina conferita ad esso da una saggezza sperimentata e da un orgoglio munifico (dacché l’artefice dona, più che non venda) astringono, se mai, l’imitatore a eguagliare il sacrificio dell’autore, quando proprio voglia rubargli i clienti.

Che dire dei liutai, di Gasparo e di Guarnerio? Che di trapunti e di stoffe, di stampe, di legature? La viola d’amore è opera di mente e di mano artigiana. Dalla bottega del Botticelli il Ghirlandaio, dal Perugino il Sanzio, e Giotto aiutato dal Cimabue; e di Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo: e non affatto Rosselli. E dal paterno insegnamento di Alessandro Scarlatti il suo figlioletto Domenico.

Poiché un altro incarico, dopo quello del fare, è demandato al maestro. Quello del propagare l’acquisito, o almeno del trasfonderlo in una ulteriore se pur distinta acquisizione. Il maestro sceglie e raccoglie gli allievi, quasi spiccando teneri frutti dal ricco donativo delle generazioni, li osserva nell’atto, li addestra, li accompagna: la stupenda coscrizione rinascimentale si opera nei ricchi strati dell’istinto: colui che liberto dell’arte, ossia liberato spirito emerge dal padule febbroso della necessità, chiude in sé il dèmone stagionato della sua perizia, come una bottiglia rara il vin vecchio: colui anche, d’altronde, ama trovare alunni e continuatori al mestiere, menti che faranno come lui dopo di lui consunto. Nella bottega dell’attimo vorrebbe allogare i discepoli dell’eternità.

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Il mondo nostro, che vive in cospetto delle macchine come un guardiano di zoo presso l’anfanare del rinoceronte incatenato, si è rivolto alla preparazione dei giovani col misericorde illuminismo delle scuole d’arti e mestieri; gli instituti industriali sono da annoverare tra i migliori seminari di tecnici da cui la Nazione attinga oggi i suoi capi-officina. Ai corrigendi è stato messo tra mano un martello, nella speranza della rieducazione, o almeno del «minor male possibile».

L’insegnamento e la pratica di bottega e d’officina restano tuttavia la scuola principale del lavoro. Molte industrie italiane si sono preoccupate di allestire dei reparti di addestramento per le reclute rispettive. Potrei citare i casi paradigmatici.

Dirò invece che la selezione di cantiere e d’officina è un fatto «spontaneo», anzi una caratteristica d’ogni attività industriale. Certe ideologie, in certi momenti, parvero contrastarlo: come lesivo (nelle sue manifestazioni ultime) degli interessi legati al principio d’eguaglianza. Il cànone egualitario s’impuntò a difendere la causa d’una bassa capacità generale contro l’emergere dei più atti. Ciò non toglie che la coscienza collettiva, quando è veramente impegnata sull’opera, tenda ad affidarla ai migliori, non ai peggiori.

Conobbi sul lavoro, a Roma, una squadra di carpentieri di Romagna. Operavano di concerto, in una esatta rispondenza di moti e di atti: eseguivano le cèntine e le casse di colata dei calcestruzzi con una disinvoltura che valutai da due a tre volte maggiore dell’ordinaria. Come avrebbe potuto, l’imprenditore e padrone, non valersi di loro in misura nettamente preferenziale? non anteporli al salame che si accoda agli sportelli dell’ufficio, munito della sua sola entità fisica ed anagrafica?

Si erano sveltiti nella volontà d’ogni mattino a superare ogni impaccio, in una continua creazione della propria attitudine. Sul vertice delle antenne come scimmiotti. Per magia facile di carrùcole, paranchi, da un allacciamento a un rilascio di cime, in un riscontro di voci sobrie, attentissime, governavano quasi giocando l’ora fuggitiva del vantaggio. Tavole o pesanti puntoni preda certa della destrezza: e della manovra superna: accidenti pompati verso il cielo. «Vai» e «buono» i più lunghi discorsi adibiti al mestiere. «Molla la cima». «Butta».

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Tra le novazioni strutturali che la società costruita dal Fascismo presenta più tipiche rispetto alla società di ieri, figura in prima evidenza il vasto e organico sistema agonale onde sono assistiti e premiati i giovani operai che si addestrano all’arte, che si formano alle discipline del lavoro.

Il contributo volontaristico di ogni ragazzo che frequenta la scuola di mestiere o esercita la prima fatica e la pratica dell’officina, viene avvalorandosi in una gara nazionale indetta annualmente, aperta alle vivide energie di spunto di tutta la gioventù lavoratrice d’Italia. La preparazione del futuro operaio è in un certo senso vigilata e sorretta dall’attenzione che le gerarchie corporative e politiche rivolgono a questa gara, dall’impegno estremo e dalle minute cure onde la competizione littoriale è ogni anno allestita ad opera degli organi del Partito e dei Gruppi universitari fascisti con l’apporto delle competenze corporative. A similitudine degli antichi «ludi», ma con più alta e stringente finalità pragmatica, nascono per tal modo i Littoriali Maschili del Lavoro. «Comprendono gare agricole, industriali, commerciali, artigiane, per il credito, l’assicurazione, e i servizi tributari». Così la nota informativa emanata dal Direttorio Nazionale del Partito e per esso dai Gruppi universitari fascisti: ai quali è delegata l’istruttoria delle gare, l’approntamento e la vigilanza dei convegni.

«I Littoriali si svolgono sotto la direzione di una commissione che ha sede in Roma, nel Palazzo del Direttorio Nazionale del P. N. F., presso la segreteria dei G. U. F. La commissione è presieduta dal Segretario del Partito, (cioè dal più alto gerarca politico di esso), dal Vice-comandante della Gioventù Italiana del Littorio, dal Presidente dell’Opera Nazionale Dopolavoro, dai Presidenti delle Corporazioni interessate», da altre altissime competenze. Ogni G. U. F., in ogni provincia, «organizza» le prime gare, le «eliminatorie». Queste sono aperte a tutti i giovani lavoratori inscritti al P. N. F. o alla G. I. L., che abbiano compiuto il diciottesimo e non oltrepassato il ventottesimo anno di età. Fra le gare agricole devonsi rilevare due speciali concorsi: all’uno adiscono i piccoli proprietari e gli affittuari coltivatori diretti, all’altro i dipendenti di aziende agricole o forestali.

Il vincitore della gara nazionale è proclamato Littore, per quella gara e per l’anno. Alla gara nazionale e suprema, dopo il vaglio degli antecedenti certami, pervengono tanti giovani quante sono le provincie partecipanti. Ognuno di essi ha vinto la gara provinciale ed è Pre-littore. «Il Segretario Federale di ciascuna provincia nomina tante commissioni per i Prelittoriali quante sono le gare». Quest’anno i Prelittoriali Maschili del Lavoro si sono svolti in ogni capoluogo di provincia dal 20 al 28 febbraio, mentre i Littoriali si sono celebrati in Torino dal 20 al 31 marzo.

Alle gare provinciali (Prelittoriali) partecipano i giovani che hanno vinto le gare dette di «selezione comunale». Queste ebbero luogo dal 18 al 26 gennaio «in ogni comune in cui esiste una rappresentanza periferica della organizzazione sindacale competente», cioè un delegato delle federazioni di mestiere (padronali od operaie), per la categoria singola a cui la gara si riferisce. Ogni incontro di «selezione comunale» venne diretto da una commissione politico-corporativa a ciò designata. Ne furono (e ne sono) membri «de jure» il Segretario del Fascio, il Vice-comandante della G. I. L. per il comune indicente, un fascista universitario delegato dal G. U. F. della provincia, i rappresentanti sindacali di categoria: datori di lavoro e operai.

Come risulta già da questa elencazione sommaria, i Littoriali Maschili dei Lavoro, nelle successive fasi discriminatorie che conchiudono a un giudizio «nazionale», danno luogo ad ampi e frequentati convegni della maturità giudicante, da un lato, con la gioventù discente o praticante il mestiere, dall’altro lato. La società mussoliniana ha dunque sostituito alla scelta empirica ed istintiva dell’allievo di bottega da parte del vecchio maestro, una scelta o almeno una lode «nazionale», a perfezionare o ad esprimer le quali adibisce la totalità sistemata delle sue energie di lavoro, dei suoi ordinamenti politici.

Ho ascoltato, alle gare littorie di Torino, l’uomo di stagionata perizia, – nel caso era il gerente di una tenuta agricola (e diplomato in scienze agrarie), – l’ho ascoltato interrogare il giovinetto figliolo d’un conduttore di fondi. Le risposte furono dignitose e sensate: il diciottenne aveva raccolta sulle labbra la sua breve esperienza, la silloge di un lavoro vero.

Il direttore dello stabilimento di materiale ferroviario della Fiat, con il brianzuolo presidente della Federazione nazionale lavoratori del legno, assisteva la gara dei falegnami in un capannone dello stabilimento stesso. I tornitori e i meccanici erano affidati a una commissione di ingegneri, di capi-tecnici, di rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori dell’industria meccanica.

Il certame littorio è dunque l’adunata delle novelle energie operatrici della Nazione.

Come su schema o su modello si moltiplica il pezzo, così l’esperto dell’arte moltiplica la sua facoltà nella schiera degli alunni. I giovani si adeguano all’insegnamento, affrontano in concorso la valutazione di chi prima di loro operava e accoglieva, nella vigilia solerte dell’animo e delle braccia, i moltiplicati suggerimenti del proprio mestiere.

I Littoriali chiamano le reclute del lavoro, le prescelte, nella città d’anno in anno designata, dal Segretario del Partito e dal G. U. F., a teatro della gara nazionale. I prelittori si misurano nello specifico certame dell’arte loro. Ogni certame è presieduto ed è giudicato da una commissione di uomini dell’arte, oltre che da un delegato del G. U. F. e da uno della G. I. L. L’allestimento dei Littoriali è demandato al G. U. F. della città in cui essi si svolgono. Le diverse giurie delle diverse gare fanno capo alla commissione generale centrale istituita presso la Segreteria dei G. U. F. (come detto), e sedente nel Palazzo del Direttorio Nazionale del P. N. F., in Roma.

Non può lasciarsi enunciare senza rilievo la citata disposizione onde ai singoli concorsi presenziano un rappresentante della G. I. L., cioè del dispositivo nazionale di educazione fisica, e del G. U. F., cioè della «corporazione» nazionale degli studenti universitari. Come appare da quanto si è venuto registrando, è anzi il G. U. F. che «organizza» i Littoriali, che funge da «aedilis»: curandone debitamente la forma, invigilandone i modi, determinandone i tempi: rispondendo, in certo senso, dell’espressione procedurale e scènica dei Littoriali medesimi.

I due fatti accennati significano, in sede intrinseca e meritativa, che la Nazione operante e combattente, sollecita del proprio divenire, gelosa dei figli e delle opere future, vuole siano efficienti alla determinazione del giudizio agonale – il voto del suo istinto di Salubrità e quello del suo istinto di Conoscenza. La concezione del modello-uomo che le dottrine mussoliniane ci presentano, eguagliando e superando la romana e latina, postula una cospirazione armoniosa delle facoltà naturali: esclude che Littore dell’arte propria debba venir salutato un giovane difettivo nei muscoli, ginnicamente incapace. Esclude del pari che il vigore e l’abilità del braccio, della mano, siano retti da un animo assolutamente inconscio dei compiti civili demandati ad ogni uomo: dei vincoli, poi, che avvincono ogni opera, ogni pragma, ai modi ed ai principî del sapere.

L’Università è presente alle gare del lavoro. Ciò comporta, da un lato, che la mente di chi vive nel tirocinio del pensiero non si apparti dalle opere, si rivolga anzi ai fatti necessari, ai problemi vitali della collettività: per una esperienza immediata, in una tangenza ammonitrice. Comporta ch’ella rinunci alla vana astrazione del monologo, e alla vana dialettica dell’utopia; che si riconosca e si caratterizzi nel circolo degli accadimenti veri, indottavi da una sollecitudine fraterna, da un richiamo umano. Che è l’urgente, di tutti i richiami venuti dalla notte.

D’altro lato, nel cameratesco affiancarsi degli universitari e degli operai, in questa specie di «edilità» dello Studio che mette l’edile studente, come l’antico «cujus aedilitatem scimus fuisse magnificentissimam», a tu per tu col fabbro, col giardiniere e col cuoco, in questo incontro di fortune e di animi a prima vista disgiunti, il ragazzo operaio ha modo di percepire l’esistenza d’un travaglio, d’un’ansia, d’una mente, che trascendono il troppo semplice cànone della destrezza fabbrile. Impara, in poche parole, che il mondo vive e si recupera nell’atto non soltanto per il discendere del martello-atto sul ferro-materia: ma che quest’atto domanda una premeditazione lontana. Esso è richiesto da lontane angosce, voluto da delibere esterne alla immediata conoscenza: e talora alla immediata necessità.

Una tradizione tecnica e un’economia, sì, ma anche un pensiero, o una speranza, o una religione (nei casi più felici e più alti), stanno dietro matita e scarpello, dietro cucchiara e filo a piombo. Così è data la vela all’Alvise, e ad Antoniotto di Noli, per la ricognizione dei mari stupefatti. La corrente di vita sospinge avanti le tecniche ed i mestieri in una fluenza perenne.

Le «etadi grosse», che veggono l’affievolirsi delle capacità e dei disegni, hanno veduto spengersi ben altro lume, prima che si fosse arrivati alle stagioni del nulla. Il mestiere, come la caccia o la guerra, è specie pragmatica d’una urgenza più vasta, anzi della totale urgenza umana.

Il Partito Nazionale Fascista, indicendo annualmente i Littoriali del Lavoro, s’è proposto di confortare le private energie nell’arruolamento e nella formazione delle maestranze. S’è proposto di incitare i migliori allievi alla gara, di assistere i giovani operai durante gli anni di iniziazione: di promulgare la validità del loro tirocinio ai fini dell’opera e della personale fortuna: di vigilare ch’essi non demeritino della fede collettiva, quando non hanno demeritato del mestiere. Tutta la Nazione Madre assiste al certame dei figli, indicando i più degni all’emulazione dei compagni, compiacendosi d’un èmpito giovane, che si libera e si richiude nel disegno della gara. I Littoriali sembrano riportare alla collettività militante il compito anticamente assolto da ogni maestro d’arte nell’oscura bottega: predisporre il lavoro del domani, le braccia e gli animi del domani.

Carlo Emilio Gadda

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ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-10-8

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

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