Le risorse minerarie del territorio etiopico

La notizia della costituzione di un Ente parastatale per le ricerche minerarie in Etiopia e per il registro delle imprese esistenti è venuta ad esaudire una comune e prima domanda circa l’impostazione del problema: e a confermare, se pur ce ne fosse bisogno, con quale alacrità il governo fascista, per l’impulso del Duce abbia agito anche in questo senso.

Sulle risorse minerarie dell’Etiopia non si posseggono, alla data di oggi, che scarse informazioni: riferibili sopratutto ai viaggi o ai modesti sfruttamenti di privati (europei), oltre che a qualche utilizzazione locale di antica pratica, specie per l’oro ed il ferro. Per altri minerali sono segnalati alcuni affioramenti. Poi, le saline eritree e il salgemma della Dancalia: le prime in esercizio da anni; il salgemma estratto e commerciato da secoli.

Necessità di organizzazione

I viaggiatori e gli esploratori ci hanno recato notizie di possibili rinvenimenti più che non positivi dati mineralogici: né, d’altronde, siffatte ricognizioni potevano comportare l’attrezzatura e l’agio necessarii a speciali ricerche, se già la semplice traversata d’alcuni territorii del paese richiedeva fatica, pazienza incredibili, sacrifici eroici, e sfociava talora alla morte.

Si ha l’impressione che tutto rimanga da fare; che gli ostacoli principali frapposti all’indagine fossero la scarsezza o addirittura la nullità della vie di comunicazione, l’ostilità dell’ambiente, l’ostruzionismo più o meno larvato, più o meno feroce, onde il feudalismo etiopico si opponeva sistematicamente ad ogni tentativo di ricerca, ad ogni intrapresa di ragionevole messa in valore.

è ovvio che, ove difetti financo la sicurezza della vita e manchi la possibilità di trasporto degli strumenti ed attrezzi, e di sosta delle carovane, ogni ricerca mineralistica sia devoluta dalla fede dei singoli al coraggio e al sacrificio dei singoli: non promossa e diretta da una organizzazione tecnico-industriale di esperti, non affidata al lavoro de’ suoi dipendenti specializzati.

Mentre una simile organizzazione si appresta oggi, per volere del governo italiano, alla necessaria indagine del suolo e del sottosuolo etiopico, non riuscirà superflua una breve ricapitolazione dei dati attualmente in nostro possesso.

La produzione del sale

Il sale è ottenuto, in Eritrea e in Somalia, dalle saline costiere di Massaua, Assab e di Hafùn, aventi rispettivamente una potenzialità produttiva di centomila, duecentomila, trecentomila tonnellate annue. Da Assab il prodotto veniva imbarcato per l’India e il Giappone, mentre Massaua alimenta l’Eritrea e il Tigrai, e Hafùn, la Somalia e il suo retroterra.

Il salgemma si estrae dai giacimenti del cosiddetto Piano del Sale e dalle finìtime terrazze della depressione dankala: ivi si riforniscono le carovane provenienti dall’altopiano abissino, da Makallè, da Borumieda, da Dessiè, tanto che si può credere il Piano del Sale costituisse la zona di approvvigionamento per la massima parte delle provincie etiopiche del Nord. Asportato in forma di tipici parallelepipedi, il salgemma veniva talora usato in qualità di moneta o merce di riferimento. Il suo valore non era però costante, ma variava da zona a zona, aumentando con l’aumentare della distanza di trasporto.

Le possibilità minerarie della Dankalia non verranno certo neglette dalle ricerche dell’Ente, visto che oltre al salgemma (cloruro di sodio) un altro sale vi si trova depositato in interessanti giacimenti: e cioè il cloruro di potassio. Il potassio, com’è noto, è uno dei tre elementi-base della fertilizzazione e trova quindi impiego nei concimi sintetici: ma anche nella preparazione di tutta una classe di esplosivi, per usi bellici e minerarii. La grande sorgente europea del potassio è apparsa nei ricchissimi giacimenti prussiani di Stassfurt, il cui sale tipico, la carnallite, (cloruro doppio di potassio e magnesio), assicurava alla Germania il quasi monopolio del prezioso elemento.

I giacimenti di cloruro potassico della Dankalia sono stati scoperti da un italiano, l’ing. Pastori, e da lui sfruttati per qualche anno durante la guerra mondiale: da lui e da una società subentratagli.

Si incontrano presso Dallòl, nella parte settentrionale del Piano, a 15 km. sotto l’ex-confine eritreo, a 70 km. dal mare. Il prodotto veniva trasferito a Collùl (km. 18) mediante automezzi; di qui a Mersa Fatma nel Golfo di Zula, mediante decauville: (km. 65).

Il solito ostruzionismo del governo etiopico e la riapparizione, a guerra finita, del potassio germanico, non permisero di continuarne economicamente l’estrazione in Dankalia. Rimosso oggi l’ostacolo politico, sarà possibile accertare l’estensione dei giacimenti, la loro potenzialità: e valutare la convenienza di un eventuale sfruttamento su basi industriali. Depositi di zolfo sono segnalati nella Dankalia stessa, come pure lungo le valli defluenti all’Auàsc.

Le regioni aurifere

Né più precisi dati si hanno, all’ora attuale, per quanto concerne i minerali metallici, di cui è tuttavia accertata la presenza in alcune zone dell’immenso territorio. Da tempi antichissimi l’oro vi è stato cercato e trovato: nel Tigrai, nell’Amhara, nel Goggiam, nello Scioa, nell’Uollega, nelle sabbie dello Abài (l’emissario del Tana, poi Nilo azzurro) e dallo Auàsc. La leggendaria Ophir, da cui veniva l’oro a Salomone, pare situabile nei dintorni di Cassala, al confine eritreo. In Etiopia cinque concessioni minerarie furono strappate a Menelik, e una potè funzionare per qualche anno: la «Sociéte des Mines d’or du Uòllega» (1901): capitali belgi con forte partecipazione italiana: personale prevalentemente italiano: estrazione a Neggio, nello Uòllega. Più recente lo sfruttamento di Collàl, di proprietà dell’ex-governo, ma ceduto per l’esercizio a concessionarii greci: e alcune altre minori concessioni ad iniziative europee, dove era «cointeressato», o personalmente il Tafàri, o invece sua qualche grosso arnese della baracca. Un’altra miniera nello Scioa occidentale: valle del Ghibiè, che è un affluente dell’Omo.

Entro i confini dell’Eritrea dopo il 1931, le ricerche avevano avuto una notevole ripresa ad opera di privati: 16 aziende d’esercizio raggiunsero nel 1934 una produzione globale di 220 chilogrammi di oro. Si tratta di filoni di quarzo aurifero, la cui entità e il cui tenore in metallo richiedono ulteriori indagini e ulteriori accertamenti.

La raccolta dalle sabbie fluviali è praticata da tempo lungo il corso dell’Abài (poi Nilo Azzurro) e lungo quello del Dabue nello Uòllega. Una seconda società era stata costituita in questo distretto con partecipazione governativa del 60 per cento.

Il platino e l’argento

Nello Uòllega si hanno buone speranze anche pel platino, dove il giacimento di Jubdo, presso il torrente Birbir, è stato scoperto, more solito, dall’italiano Alberto Piano: la zona di sfruttamento venne in parte ceduta ad una società inglese. Il platino è ricavato dalle sabbie fluviali depositatesi nella conca di Jubdo, come anche direttamente da quelle che il fiume comporta. Produzione annua circa 200 chili, onde la Abissinia trovasi al quinto posto fra i produttori mondiali.

Argento e piombo, nella veste dei rispettivi solfuri, argentite e galena, sono segnalati in più punti dell’Abissinia centrale; il cinabro (solfuro di mercurio) nei monti occidentali dello Harrar per quanto le notizie, sul cinabro, sieno dubbie.

I giacimenti ferriferi

Giacimenti di ferro si incontrano, già oggi parzialmente e rudimentalmente utilizzati, presso Ancober, Entotto, Debra Tabor, negli Arussi, nel Goggiam: e, in Eritrea, a sud dell’Asmara a Sorobeti; nel Gheddem.

Come è noto, la possibilità di ottenere il ferro per riduzione dai suoi ossidi (ematite, limonite, magnetite) e dal carbonato (siderite) è legata alla disponibilità di combustibile: per esser precisi, di carbone riducente: tanto che gli alti forni e gli impianti di conversione delle ghise sorgono, per lo più, nel territorio dei distretti carboniferi: riuscendo meno oneroso il trasporto del minerale di ferro verso il carbone, che non il trasporto inverso.

Uno sfruttamento economico dei giacimenti ferriferi abissini sembrerebbe dunque legato alla reperibilità del carbone: che alcuni segnalano come presente nella regione di Debra Libanos, e a nord-ovest di Gondar, e a sud-est di Ancober. Anche più diffuse paiono le ligniti: da cui si possono sempre attendere buoni servigi, ove si tratti di miniere di una certa estensione, tali cioè da consentire un esercizio industriale. Le poche analisi fatte sul campionario etiopico ed eritreo, scrive il prof. Almagià, attestano un elevato potere calorifero: 4300 unità per le ligniti eritree.

Vasto è certamente il campo che si dischiude alla esplorazione sistematica: rimossa la difficoltà principale, e cioè lo sbarramento politico del territorio, non tarderanno i frutti al coraggio, alla intraprendenza, al lavoro italiano. La costituzione dell’ente parastatale è garanzia che adeguati mezzi e uomini verranno impegnati nella grande ricerca. È poi ovvio che le possibilità di sfruttamento sono legate al problema delle comunicazioni: sul quale non è il caso di far parola visto il programma già delineato dal Duce.

Carlo Emilio Gadda

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ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-10-8

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

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