Un’opinione sul neorealismo

Le mie naturali tendenze, la mia infanzia, i miei sogni, le mie speranze, il mio disinganno sono stati, o sono, quelli di un romantico: di un romantico preso a calci dal destino, e dunque dalla realtà. È ovvio ch’io abbia chiesto e chieda al romanzo, al dramma, e perfino alla cronaca, alla «memoria», quel tanto di fascinoso mistero o di appassionata pittura dei costumi e delle anime che soli potevano aiutarmi a perseverare nella lettura; una probabilità e una improbabilità bilanciate nella mia ansia di lettore, e finalmente precipiti verso una soluzione, una liberazione impreveduta… E poi, cose, oggetti, eventi, non mi valgono per sé, chiusi nell’involucro di una loro pelle individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini (Spinoza direbbe modi): mi valgono in una aspettazione, in una attesa di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li ha preceduti e determinati. Mi sembra che aspettazione o mistero non emani dalla catena crudamente obiettivante della cronaca neorealista. Nella «poetica del neorealismo», quale mi si è rivelata da alcuni esempi, direi che ogni fatto, ogni quadro è (cioè riesce ad essere) nudo nocciolo, è (cioè riesce ad essere) grano di un rosario dove tutti i grani sono giustapposti ed eguali di fronte all’urgenza espressiva. Enumerati in serie, infilati in una filza, questi fatti avvicinati così per «asindeton» non vengono coordinati in una consecuzione che valga a più profondamente motivarli, a disporli in una architettura, quella che essi realmente ebbero… Direi che la poetica neorealistica riesce a un racconto astrutturale, granulare.

C’è poi da credere che i temi e le figure più vivamente presenti ai neorealisti sono soltanto una parte dei temi, dei motivi, dei «personaggi» che la realtà ci propone. Le figure, talora, diventano simboli: e io aborro dal personaggio-simbolo, come aborro dal personaggio-araldo. Perfino nella storia storiografata amo che l’araldo si nasconda sotto la ricca e multiforme natura di un uomo. La virtù pura mi irrita… sento tremendamente le ragioni del suo contrario.

E il modo con cui i neorealisti trattano i loro termini è, di preferenza, quello di un umore tetro e talora dispettoso come di chi rivendichi qualcosa da qualcheduno e attenda giustizia, di chi si senta offeso, irritato. Tutti ci sentiamo offesi, irritati da alcunché… Allora la polemica aperta, la diatriba, il grido, l’ingiuria sono preferibili ai termini pseudo-narrativi di una supposta obbiettività… Sbaglierò…

Altra impressione che io ho ricevuto dai pochi esempi delibati è quella di una tremenda serietà del referto: ne risulta al racconto quel tono asseverativo che non ammette replica, e che sbandisce a priori le meravigliose ambiguità di ogni umana cognizione… l’ambiguità, l’incertezza, il «può darsi ch’io sbagli», il «può darsi che da un altro punto di vista le cose stiano altrimenti», a cui pure devono tanta parte del loro incanto le pagine di certi grandi moralisti, di certi grandi romanzieri… Nell’inferno dantesco si incontrano uomini che credevamo in paradiso: e nel purgatorio, avviati al paradiso, uomini che credevamo sicuramente all’inferno.

Un lettore di Kant non può credere in una realtà obbiettivata, isolata, sospesa nel vuoto; ma della realtà, o piuttosto del fenomeno, ha il senso come di una parvenza caleidoscopica dietro cui si nasconda un «quid» più vero, più sottilmente operante, come dietro il quadrante dell’orologio si nasconde il suo segreto macchinismo. Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto… Il fatto in sé, l’oggetto in sé, non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia… Scusa tanto.

Vorrei, dunque, che la poetica dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi da me considerati sembra alquanto difettarle.

1950

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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