Church Detail

Le tre rose di Collemaggio

Lasciatemi sostare nel mio sogno e nella mia devozione, se pure ùrgano il tempo e le cose.

Lasciatemi qui dove la piazza chiara si apre, declive ai gradini, all’arco e alle torri del Duomo: piena di tende, di gabbie di polli: fruttifera e insigne di peperoni, di bretelle, di padelle, di pantofole, di paralumi e di piatti mal cotti, che il lucchese uno dopo l’altro li lancia nel cielo e poi come un giocoliere li riprende: «La mi dànno una lirina soltanto e se lo pòrteno via!» E più celere ancora di quel gitto è la sua parlantina toscana sopra le donne torve, accigliate; che ne diffidano. Poi finiscono per cavare, dal bisunto, (1) venti centesimi al pezzo. Stamane esse circonderanno i lari della nuova terraglia, come d’una fornitura completa da tiro a segno: forse, da basso, arriverà il procaccia con una lettera, del figlio in Ascoli, o brigadiere a Tarvisio.

Uomini di fuori le mura, serve, attendenti con una sporta; e dolci colombi fra i piedi; mettono sovra i tendoni, a un tratto, il loro volo cinèreo: cavoli e pomidori consegnano all’aria le potenti vitamine dello spirito. Calze e giocattoli, pettini, sapone verde, (2) limoni: compatte maglie di lana, contro i gelidi ululati dell’inverno. La pòlis della montagna mi è cara: lasciatemi nel sole a mattino. Sotto l’alta direzione della guardia, al tocco, trenta spazzini in un battibaleno con getti d’acqua faranno pulita la piazza, mondàtala da ogni relitto de’ peperoni e de’ cavoli: sarò in delizie, al tocco, fra le ramazze! E dall’ampio lavacro emergeranno soli i due giovini di bronzo verde, sopra li stillanti bacili delle fontane. Forte grazia ne spira, come da due pùberi divinità. I loro piedi hanno la magrezza àlacre che si riscontra ne’ veri piedi de’ giovini ben conformati, adusati al ginnasio e ai diporti: le caviglie sono snelle, se ne rilèvano i tendini. Non hanno piedi gonfi o malvagi, tumefatti da precoce vizio del miocardio, o comunque, del circolo sanguigno. (3)

Scendendo alla fontana dalle 99 cannelle, mi scontrai nella gioventù garrula del vecchio ginnasio, che veniva di scuola, a frotte: le signorine, cariche di libri, avevano a lato i compagni: poi una gioconda piazza, San Biagio, dove abitava il sole, dov’eran carri e asinelli col basto: e cavalli in riposo, col muso nel sacco-avena, con la coda ai tafàni.

Quella stazione di quadrupedi odorosi ed onesti mi colmò d’allegrezza: e d’un senso come di mansuetudine, di serietà calma e di vita. Era estremamente logico e razionale che lungo i sentieri de’ monti venissero con le sue mosche alla pòlis muli ed asini, scodinzolanti virtù. I tram elettrici, anche i più perfezionati, non avrebbero potuto gareggiare con loro. Questi altri asinelli, coi libri, transitavano pieni di giovinezza senza degnare d’uno sguardo i compagni: mute le femmine, i maschi facevano valutazione clamorosa di certi calci, che erano stati, sembra, i più indovinati calci della settimana. Biondi e neri capegli erano, con le impetuose voci, nel vento. I nomi degli eroi (4) correvano di bocca in bocca, per quanto non registrati dal vocabolario, che aveva l’aria di pesare un quintale.

Sentendomi asino stagionato me ne venivo solingo, e discesi alla fontana dalle cannelle: che l’arte e il buon senso di Tancredi di Pèntima, negli anni di Tagliacozzo, avevano combinata ai neo-cittadini. Il dispositivo è pensato con criterio: chiara, nei dettagli dell’opera adeguatissima al sito, tu leggi la finalità pratica di essa. Vi leggi una sollecitudine architettrice ch’è nobilmente urbana e sensatamente razionale. Ivi era la sorgiva del primo elemento, ai piedi del colle: e le mura la inclusero «in urbe», scendendo, scendendo, quasi col gesto di chi si china per raccogliere un utensile caduto. La fontana era il più necessario degli utensili civici. Da quell’aves, di certo, venne la scelta del luogo: e, forse, prima che da ogni ragione araldica, il nome della città: poiché la polla era nota nei secoli e le acquicce che ne discendevano al fiume eran dette, in latino, Aculae o Aquìliae.

Comunque, i diplomi imperiali e reali di cui talvolta si narra, a costituzione della città dai castelli e dai borghi circonvicini, paiono piuttosto ottenuti da una intrinseca forza e vitale necessità dell’evento, che non anticipati da un solerte piano o magnanimità delli Svevi e dei succedànei. (5)

Nel chiaro mattino s’insinua, per suoi segni nòbili, il tempo: il tempo fluito, ch’è irripetibile agli atti, ed è il taciturno regno delle ànime. Esso, del continuo, mi significa la somma de’ suoi pensieri: e porta alla mia conoscenza impliciti ma evidenti giudizi. È consegnato alle chiese, ai palazzi, alle vecchie torri! è combinato di deliziosi libroni, di tarme. Gli uni e le altre mi piacciono immensamente: quando il bacherozzo si mangia Aristotele, tutti mi prenderanno per un filòsofo.

Francesco Ariscola seppe disegnare un portale al Castello: (6) con un’aquila, oh! imperiale se pur monocìpite, (7) e due deliziose cornucopie: imprese turrite, armi, volute, fiori, chimere. Non c’è francobollo imperiale che valga il quadrato di quell’àquila. Gli architetti militari di Carlo V fecero, nel Castello, assai mostra di loro arte ed ingegno: la cortesia del colonnello Umberto Dedini, comandante il distretto, mi volle concedere di visitare quella gran fabbrica. Il forte soldato mi fece anzi l’onore di accompagnarmi per gli anditi e le casematte, e lungo le buie infilate dei cunicoli, dove la paura e la tenebra hanno preso domicilio. Poi, a un tratto, sugli spalti risfolgorati dal sole. Vidi i monti, le brune arature dell’autunno, i tre colli, Castelvecchio, Sant’Onofrio e Bazzano, da cui la città pareva germinata e discesa.

Scendono le vecchie mura a porta Rivera, alla valle, nel momento che l’opposto contrafforte di Monte Luco più la rinserra, cupo della sua selvetta di pini. Per entro la valle decède languido il fiume, fugge il binario con rimandi argentati nel sole, ch’è al mezzogiorno. Tutte le dolci immagini dell’autunno paiono tremare, nell’umido di che la tepidità della terra viene esalando: e i pòpoli commisti dei salci, degli olmi, dei pioppi hanno lungo le rive lor sede serena, lambiti dalla lucida acqua alle piante, e da sbuffi, alle chiome, di fuggente vapore.

In altro luogo, affisando i Vestini, (8) la cintura federiciana è ridotta a passeggio pubblico, con balaustra romana e cesàrea: dà verso il sole a levante: fùlgida la prima ora, grandi e torpide l’altre, sul divo che discende poi all’Aterno, con mandorli di rada ombra, scarmigliate viti. I monti e le nevi lontane sono scena, e altissimo coro. Bianche galline, con creste di corallo, beccano, sperdute nel ronco, non so quali chicchi, o acini, o vermiciàttoli: come destandosi, a ogni spicco del collo, da una sonnolenza tepida, dalla «scarfagna» (9) della stagione e dell’ora. Si lascian vivere, direi. O magari meditano invece l’ovo di mezzogiorno, molcendo con qualche àcino ebbro la gola, provandola e riprovandola, aggiustandola in un chioccolìo sordo, alla disperazione e alla gloria. Che, divenute esigue le ombre, (10) irromperanno nell’ufficio anàgrafe, a un tratto, dalla scaturigine meridiana dei coccodè.

Così arrivo finalmente, dopo due giorni e due notti, a Santa Maria in Collemaggio; ch’era la meta.

Le tre rose od occhi, dal musaico del fronte, mi guardano con la limpidezza d’un giovenile pensiero. Una mano divota le ha colte, ne ha rifiorito, con l’alba, tutta la purità del disegno che si distende sul piano di facciata.

Paramento gaio e solenne, intessuto de’ due colori della rupe, il rosa, l’avorio: essi mi dicono chiare acque dai monti, che la Madonna sfiora, o tacitamente percorre. Apparita alle più pure anime sotto la stillante rupe e la selva, nella cènere antelucana, nel fulgore de’ gaudiosi mattini.

La coda del serpe è vanita, frusciando, con l’ultimo sibilo, nelle crepe abominevoli della tentazione: e poi la luce le ha chiuse: solo i giacinti sono rimasti, perché Tu li cammini! sulla chiarità della terra.

Perlato e rosa, o cinèreo come il volo dei colombi, ecco mi si annuncia, disceso sopra le selve, il mattino: m’indugio in quel cielo ancor così fièvole dove s’è smarrita la stella, donde la rosea nube fa vela, scioltasi verso l’oro e l’azzurro: si porta i miei sogni e la misericorde preghiera della notte. La mia vana preghiera.

Vacava, il Collegio, (11) a sue cure, dentro Perugia; posava l’Angioino in bellurie e in un sollazzo grandissimo a Lucca, con Carlo Martello suo figlio. Quando si mosse, propagata per mezzo l’Appennino, una voce: e la dicevan tutti che fosse voce del «calavrese», Giovacchino di Fiore, dotato di profetico spirito: (12) «Dopo che la Sedia era da due anni vacante, Papa sarebbe fatto, nel giorno di penitenza e di gloria, chi fosse venuto dalla selva e dal duro monte Appennino, scalzo, cibato d’erbe, avendo contemplato le nevi, levatosi in eterni pensieri».

Al dì quinto di luglio dell’anno di nostra salute 1294 il cardinale Ostiense fu primo a dar voto aperto a quel santo romito della montagna del Morone: ch’è nei Peligni, e nasconde la Majella alle Pràtola.

Quando poi, sul fine d’agosto, si fecero per comune accordo a volergli imporre la tiara, e il gran manto, volle, il vecchio, che ciò accadesse davanti l’Aquila, in questa sua chiesa di Collemaggio consacrata a Maria: ch’egli aveva fatta in un lustro, con limosine grandissime, coi giovenili pensieri dell’eterno.

Mutarono, con gli accadimenti, i pensieri degli uomini. E l’Angioino e il Caetani (13) concordi nello statuire di dover togliere di quelle povere spalle quel manto, che cinque mesi prima vi avevano gloriosamente imposto, fra la esultanza di duecentomila fedeli. Addì 13 dicembre di quell’anno medesimo l’ottantaquattrenne Pietro del Morone, in soglio Celestino V, fece quanto bastò per arrivare a guadagnarsi, davanti il secolo, l’oltraggioso motto di Dante. (14)

Ed è fulgido, sopra i monti, il mattino, sopra le foreste e l’acque, le abominazioni e i peccati: davanti la solitudine della rupe stillante. L’ùlulo dell’inverno, come un lupo, camminerà sui giacinti: e il serpe, da primavera, cambierà sette volte la pelle. La chiesa dal disegno purissimo, nel solitario colle, apre le sue porte ai giacinti: vi rubò argento l’Orange, due secoli e mezzo prima che rubassero l’altro in San Bernardino, rubò argento alla tomba. Lasciò le ossa. Quelle ossa, dopo spogliatele del mantello, le aveva già chiuse il Caetani, murandole, nella rocca di Alatri. (15) La chiesa le accoglie davanti Maria con la salvata memoria del destituito, che la voce del suo popolo vindice chiamò agli altari, superando l’oltraggio.

 

1. «dal bisunto» = dal portamonete bisunto.

2. Si tratta di merci e derrate assai povere, vendute a un mercato che serve anche il contado.

3. Allusione evidente. La modellazione e la scultura dell’oggi (o dell’ieri?) esibiscono piedi e caviglie di smodata grossezza, mentreché l’osservazione diretta della natura sembra aver proposto all’autore esempii non pochi di caviglie sottili e di piedi regolari, e talora magri e vivi nella corsa e nel salto. (Bagni, palestre e simili osservatorii).

4. Cioè dei calciatori.

5. Succedanei è termine delle tecnologie, usato qui arbitrariamente, a dileggio.

6. Cioè «egli seppe disegnare, altri non sanno». Seguita la polemica delle Belle Arti.
Francesco Ariscola; non già Silvestro, detto Silvestro dell’Aquila, che operò intorno al 1500.

7. Bicipite l’aquila imperiale ausburgica, del quale aggettivo gran consumo nell’ex-Lombardo Veneto e in tutta Italia. Questa è monocipite, ma pur sempre imperiale e straniera, e però invisa alla città dominata.

8. Cioè per chi guarda nella direzione dei Vestini.

9. «scarfagna» = indolente sonnolenza: fiacca con desiderio di far nulla: (dialetto umbro).

10. Cioè sul mezzogiorno: è un mezzo verso di Ovidio. L’acino ebbro è da Orazio: «ebriosa acino ebriosior».

11. Il Collegio dei Cardinali, detto anche il Sacro Collegio.

12. La voce, per vero dire, s’era mossa da tempo. A Gioacchino da Fiore spetterebbe di aver profetato l’avvento del francescanesimo o, in genere, una ascesa della spiritualità cristiana in Italia. La diceria riguardante l’elezione di un papa povero e santo rientra perfettamente in quest’ordine di precognizioni del calabrese: anche se il guadagno, all’atto pratico, non fu tale da aver meritato il lusso d’un vaticinio.
Esegeta dell’Apocalisse, Gioacchino vide la storia come un succedersi di ricorrenze, quasi un Vico avanti lettera. L’aggettivo «profetico» è notoriamente il dantesco di Paradiso XII-141, nella presentazione di Bonaventura.

13. Il Caetani, cioè Benedetto Caetani, da Anagni, elevato al Soglio dal Conclave di Castel Nuovo, in Napoli, il 23 dicembre 1294. Per referenze su papa Bonifazio VIII non bisogna rivolgersi all’Alighieri: «Se’ tu già costì ritto, Bonifazio?» La rocca di Monte Fumone, ad Alatri, era possesso venutogli dalla madre, Emilia Patrasso.

14. Cioè la nota affermazione di Inferno III-59.

15. «Murandole» è iperbolico e vale «chiudendole». «Ossa», data la estrema vecchiezza del poveraccio.
Il dimissionato Celestino V, ridivenuto Pietro della montagna del Morone, fugge (a 85 anni!) in Puglia e si mette in mare verso lidi più salubri, cioè meno gaetaneschi. Costretto a ripigliar terra, è catturato a Viesti nel Gargano e consegnato agli emissarî del Gaetani: che lo chiude nella rocca di Monte Fumone, presso Alatri. Ivi l’ex-papa decede spontaneamente il 19 dicembre 1296, in età di anni 87.
Puoi leggere nel Muratori (Annali d’Italia) il racconto del ponteficato di Celestino V (maggio-dicembre 1294; ma la consacrazione il 29 di agosto, all’Aquila) e tutta la paurosa vicenda delle dimissioni forzate.
«.... Il buon pontefice sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da’ suoi uffiziali nel dispensar grazie e conferir le chiese....». E Jacopo da Varagine, arcivescovo di Genova, nota com’egli fece molte cose «de plenitudine potestatis» e le rimanenti «de plenitudine simplicitatis». Aggiunge poi il discriminante Ludovico, con quel suo modo di dire e non dire (ma, in fondo, finisce per dire: oh! gli Annali d’Italia non sono un florilegio di storielle):
«.... Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Caetani, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte, con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di lasciare il ponteficato....»
A un povero vecchio di 84 anni, già prigioniero, e non metaforicamente, di tutta quella politica angioina e gaetana, fargli sonare un trombone dal soffitto della camera da letto, di notte, al buio, con la minaccia del castigo di Dio.... C’era da morire di spavento.
Come spesso, Dante esagera: «per viltade»! a 84 anni! Vorrei vederlo lui.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

© 2004-2020 by Garzanti & EJGS.
Artwork © 2004-2020 by G. & F. Pedriali.
Framed image: L’Aquila, S. Maria di Collemaggio, 13th c. – after one of the rose-windows.

The digitisation and editing of this file were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 2698 words, the equivalent of 8 pages in print.