Please be patient!

Il primo libro delle Favole

a selection

5

I rettangolari architetti farebbono cipria del Borromini, come di colui che rettangolare non è, ma cavatappi.

Questa favoletta ne certifica: la parola d’ordine rinnova le opere: e l’opere nuove trovano parole a essere commendate.

8

Un navicellaio aveva a passar lo Stretto, e con il mare alle brutte: Scilla, dalle molte bocche faceva le boccacce, Caribdi, dai dentolini di squalo, in tra il frangente e l’onda ne andava dimostrando l’aguto.

Si pensò, il buon padrone, di rabbonire i due mostri: col lasciar loro intendere non tutti i navicelli sono boccon da Scilla: o Caribdi. Richieduti i congiunti se in quel commosso verde, che aveva quel dì le male creste con più rabbuffi di spuma, gli volesse alcun di loro venir compagno a seco dividere i perigli, e’ l’andava facendo luogo tra le botti, in coperta, da poterlo accomodare per il meglio.

9

La madre della di lui Signora si offerì.
Approdarono felicemente a Zacinto.

13

Un moralista volle vedere nel caleidoscopio: ma ne torse il capo ischifito: «Oh, oh, oh!», badava esclamare.

22

Il cavallo, mandato nel Carso, traeva una carretta bene leggera al ritorno, tutto affidatosi al giurare della Notte. Ma la perjura Notte gli mancò la parola: e la fascia del mattino che guarda era già sul Veliki. Nati dal cielo del mattino fiori atroci, i latrati delle folgori.

Agonizzava tra infinite budella, chiedendo perché, perché.

24

Il sedano, buttato in pentola, v’incontrò la culatta del bue. Ne venne un brodo: ch’ebbe succhi e pepsine dalla culatta del bue, e il gusto e il profumo dal sedano.

Questa favoletta ne ammonisce, o uomini battiferro, a non dileggiare gli scrittori.

25

Il ciriegio, venuto dopo gran fuga d’anni al nonagesimo suo, fu sradicato e messo in tavole. E dette tavole, dopo stagionatura assai, piallate. E, infine, commesse in una scansia.

Ora egli guarda l’Omero e il Plato, l’Orazio e il Dante. Ma se il destino gli riconducesse una delle trasvolate ore del tempo, ei si rifarebbe al suo colle, a far zuffa con i venti dell’aprile.

Questa buona favola del buonissimo abate Zanella ne adduce: «che al comune degli uomini, e de’ ciriegi, il pensiero di giovinezza è rimpianto».


26

L’autore non può rimpiangere la sua inesistita giovinezza.

28

Il vecchio asino paterfamilias improverava al figliolo scapestrato i disdicevoli diportamenti e proponevagli in esempio la tavola di cucina: «Un quadrupede a modo: e veramente fedele al nostro santo numero, ch’è il quattro: o tristanzuolo!»

Questa favoletta ne accerta: che la morale sessuale si addice alle tavole.

33

L’asino del monisterio, sentendo bussare la Primavera all’uscio di stalla, pregò la monica superiora d’esser lasciato solo nel buio. Non vedeva altra soluzione.

39

Il passero solitario fu invitato dall’Agente delle Imposte a voler pagare la tassa dei celibi, comminàtegli in caso d’inadempienza le sanzioni statuite dalla legge.

Parendogli troppo grave il pagare, deliberò di togliersi, a non pagare, una marfisa. Poiché la passera s’era già coniugata al beccafico, ei s’ammogliò con la foca.

41

Le parole sacre, vedute le labbra dell’autore, ne rifuggono. Le cose sacre, veduto il cuore dell’autore, vi si fermano.

44

La mosca invitò a cena l’autore, il quale, messosi nelle curialità, da quell’ embricata aiola del gran piatto, che immantinenti conobbe essere rosbiffe, vi ebbe a levare in forchetta quanto più palesemente gli aggradiva. Indi, e con creanza tuttavia grandissima, che gli è propria, e a quando a quando forbendosi nel pannolino, e austeramente alcun sorso dal boccale richiamando ai precordii, manicò de’ suoi meglio appetiti.

Passati al salotto, e consumato insino al tocco ne’ piacevoli ed appropriati conversari, egli prendeva licenza dall’ospite vivamente rimeritandola. Commendavene altresì la cuoca, Aspasia, e Firenze gentile.

62

Il gufo dimorava le rovine: e vi attendeva il poeta, che a suspirar vi andasse. Discesa la notte, udì sospirare lungamente. Verso l’alba, che si moriva dal sonno, scorse il poeta allontanarsi. Con la ragazza.


67

Lucia Mondella, venendo dalla filanda, incontrò il lupo mannaro: che, levatosi il cappello, e sdrusciatene le gran piume per terra, andava sussurrandole certe parolette ad orecchio, delle più zuccherose che aveva. Lucia scappò: e raccontò ad Agnese ogni cosa.
Questa favola ne induce a sospirare: «C’est dommage!»

68

Il pomo, cadendo, incontrò la parrucca di Isacco Newton.
Questa favoletta ne dice che la gravitazione, accordatasi con il secolo de’ lumi, de’ pomi, e delle parrucche, usò al suo filosafo un trattamento di favore.

82

Il Tiepolo frescava una villa della sua terra, che bàgnasi di Brenta e di Piave: e vi poneva assai diligenza, facendovi anco lenzuoli, con polpacci, glutei, cosce, mallèoli ed allùci. Azzurrissimi erano i cieli, e con un diàfano trasvolare delle nuvole. «Chi guarderà mai a questi piedi?», si disse il Tiepolo al mutar pennello.

Passati gli anni, vi erano sul pavimento degli insanguinati e bendati, con occhi alla volta. La bianca tunica del chirurgo era tinta del colore abominevole.

102

La chioccia, non anco ebbe scorto l’occhî (nel capo color caffè della vipera) che con un dar del becco la fulminò. Questa favola ne conferma: che lo sdegno è fiamma subitanea.

112

Volendo l’aquila schernire ’l gufo, che dava duo lumi nella tenebra e al dì non istava che per balocchi, rimase colli ali impaniate, e fu dall’omo presa e morta.

Questa favolina del gran ornitico Lionardo di ser Antonio di ser Piero da Vinci ne mostra: che l’ischernire altrui è malo augurio per sé. Adde: quale ha buon senno non insuperbisce ad imbecille.

126

Una gentildonna, figlia primogenita a ser Trippotto vinattiere e disposata a ser Càmolo imprenditore, che facea traffico e rivendita picciola di minugia di porco empie, da cavarne lo sterco e le sgrassare, la volle cenquarantatré milioni di smeraldi per il dì di sua festa. Ser Càmolo,

a chi non bastavano e’ milioni, dal grande amore le aveva e dall’uggia di chel continovo di lei piatire sopraffatto gnene pur diede, smeraldi e rubini.

La gentildonna lombarda li dimenticò al cesso.

Dopo di che, con istrida grandi facessi: «non l’avio ritrovati e’ mia smeraldi, l’avio lasciati sul vetro d’ i’ llavabò, non l’avio chiù ritrovati, gnor commissario gnaffe!», la badava stridere: e dando gran lacrime nel moccia naso vi soffiava pure del predetto, che ’l commissario l’andava mormorando: «malann’aggia».

129

Il ciuco ritrovatosi a Pocolume alle grotte, ove udivasi tuttavia di qua parapapapà, v’incontrò Megera dai detestati cernecchi a erogar feccia a fiotti dal ventre: che, ardendo il suolo, vi cadeva a friggere per pillaccheroni fetidissimi sopr’alle selci di quello, dandone gran fummo per ovunque, e in nelle nari assai acre.

D’occhi vota, e ’n cuffia, la merdosa gli sorrise di duo denti: e gli posò la mano manca in sull’omero, ch’era ischeletrita con formìcole: «Vieni, caro, vieni il mi’ sponso», gli fiatò cupida al volto e con fiato di latrina grande: «vieni, tesoro, vieni, ’l mi’ nano». E il lezzo di chell’alito fu tutto da spirare allo Sposo, e Somaro: e in nelle di colei cave orbite, e nere, due favilline minime s’accesero, in guisa di pupille: come da una turpitudine stanca e da una sua brama turpissima. E avea scarafone al dito maggio, da nozze, nera margarita.

146

Il viale Giulio Cesare mette capo al largo Ermenegildo Fregnetti. E tal è di noi. Amen.

151

Il conigliolo traeva la sciabola da dietro e levava gran pernacchio in sul colba, da parere il re Murat: come s’udì predicare il cannone, gli stivali lustri cantavano cri-cri, le gambe gli facevan giacomo giacometto. «Orsù ragazzi», badava dire, «andiamo ragazzi».

Manchevole il magliabechiano, illeggibile il parisino, grattato il vaticano, salmistrato dalle acque alte il marciano, tarmato il casanatense, bombardato l’ambrosiano, ammuffito il parisiense, sotterrato il berolinense nel bunker, deportato il vindobonense, pugnalato il malatestiano, inriccardito il riccardiano, andato in mona il monacense, austerizzato l’oxoniense, restituito il bodleyano agli eredi del buon vescovo cui era stato rubato, adibito a involtar l’affettato per la mensa della Breda il braidense, e mal medicato con l’alloro del poeta Pìspoli il laurenziano-mediceo, non ci è possibile mettere in chiaro, a distanza di anni, dove diavolo voleva andare a sbattere.

161

L’autore incontrò il Padreterno: e inchinatolo e infinitamente reveritolo, si gratulò ad Esso della perfezione delle cose create.

186

Zorzi pittor veneto fece San Liberale in figura d’uno giovane bellissimo non più rivenuto da le guerre, che pare con San Francesco povero da’ duo lati una basi ov’è nostra Donna e reina, ’l suo gentil parto reggendo, seduta: e légasi lo scalzo, già ignudato e de la povertà del suo saio rivestito, d’uno capestro a la cintola, sì come allora che de le cinque piaghe di crucifissione e passione, sul crudo sasso in fra Tevero e Arno s’aderge, da Cristo prese l’ultimo sigillo: quando che ’l cavalieri è da ritto, e, tutto chiuso dentro l’arme co l’una mano in nella guardia de la poggiata sua spada, la celata dell’antro braccio sustenta, quale dal biondo capo s’è distolta, e dal sereno suo viso: et ene ’l detto bacinello con piumicini buonissimi e’ quali d’uno tenero color verde in uno àzulo disvariano, ch’e’ paian li steli de la primavera al tallire.

Et è per il detto Zorzi fatto a dimostrar quello ne la pace a color tutti che il piangano e a l’offerente genitore, e per reverenzia di nostra Donna la qual siede con el putto ’n piè sul ginocchio di essa, in una basi o plinto frammezzo i predetti intercedenti santi assai alto, e d’onice e di lapislazulo fabricata e d’aspide e giada verde, o ver pietra malva, con ornatissimi e folti drappi da piè di Quella, che di Damasco e Lissandria tuttodì recano a le lor terre quelli vinigiani per nave.

Meravigliosa favola è questa, per Zorzi detta, e ne dice: ch’a rimembrare i non venuti a sua casa, a la misericorde Madre accomandando essi, da sé, Zorzi di Castelfranco, imparando pingere te tu argomenti: «a suo merto steasi! che le ranocchie son qua: l’elmo li distolgo, e ’l capo e ’l volto gli faccio ne la luce».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

Please note that the above excerpt is for on-line consultation only.
Reproduced here by kind permission of Mondadori Editore s.p.a., Milan © 1990 & Garzanti Editore s.p.a., Milan © 1988-93 (SGF II 14-15, 17-22, 26-27, 30, 34, 36, 40-41, 46, 51, 60-61).

© 2000-2014 by Garzanti & EJGS
artwork © 2000-2014 by G. & F. Pedriali
framed images: drawings by Mirko Vucetich for the first edition (1952) of Il primo libro delle Favole

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 1950 words, the equivalent of 6 pages in print.