L’ortolano di Rapallo

L’indescrivibile erbivendolo fece una pausa dal gridare e mi guardò con occhi assonnati: si era levato presto, come al solito.

Potei considerarlo.

Una sigaretta spenta gli pendeva ora dalle labbra, aveva la paglietta sul cocuzzolo, in quella posizione che diciamo «bovisa », che mi piace tanto: sulla fronte stretta un ciuffo di forti e folti capelli. Al collo un fazzoletto annodato, braccia di bronzo nudo, maglia rosa stinto: sotto si lineava il torace scultoreo.

Seduto al suo banco, dinoccolato, mi guardava dal sotto in su come si guarda un essere inutile e privo di interesse: io non era capace di comperare zucchette.

Naso marcato, adusta la faccia, salute inaffiata. Il cipiglio si rifece duro.

Riprese inopinatamente ad urlare: che le sue zucchette non erano roba da tutti, che soltanto gli intenditori potevano giudicarle: che dei dilettanti non si curava. Aggiunse frasi di sprezzante commiserazione per gli increduli eventuali.

Questi suoi giudizi, urlati in dialetto ligure a dittonghi piĆ¹ contratti di un futuro dorico, erano contenuti da un’orditura sintattica potente e geniale. Capii che molti oratori e celebranti ufficiali sono, al paragone, dei poveri stentatelli.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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