Una tigre nel parco

Gli psichiatri contemporanei, come taluno deplora nelle stampe, riconducono a una sorgente infantile i maggiori fatti del nostro spirito: (1) i più ricchi di contenuto dinamico: e cioè i desiderî, le speranze, i dolori, e la possibilità stessa del loro meccanismo: e le tendenze ad un’arte, e gli automatismi incoercibili denominati «istinti»; gli affanni, le gelosie, le manie, le simpatie ed antipatie e tutti i tic variopinti di cui Nostra Magnificenza si addobba: tutti gli impulsi insomma, accettabili o riprovevoli, cioè sociali o dissociali, che compongono la nostra figura di adulti.

Per lo meno, questi impulsi (e la consecuzione degli atti che ne derivano) attingono dalla sorgente infantile il loro vigore nucleale: il nostro presente è potenziato dalla nostra infanzia. La vita è un processo unitario, una stretta consecuzione di avvenimenti, senza possibilità di oblio d’alcuno di essi.

La mia biografia è ricchissima di deliziose (2) pre-conferme alle «analisi» degli specializzati e alle loro complesse sistemazioni dottrinali. Tanto che m’era venuta ad idea una possibile «collana» delle manìe del signor x.y.z. (che sarei poi io) descritte per modo da farle regredire ognuna alla rispettiva crisi infantile. La «collana» costituirebbe non tanto un inutile documento biografico, quanto un ameno contributo alla polemica.

Molti, che ne soffrono, vedono nella propagazione di quelle dottrine il disgregarsi di un imperio morale del Bene (sic) sulla collettività umana: mentre è più verisimile che un’attenuazione dei loro rigori nei riguardi di siffatte analisi li conduca a ricevere «de hoc mundo» una imagine suscettiva di ulteriori aggiustamenti, teoretici e pratici, cioè di ulteriori «perfezionamenti». (3)

 

Senonché la mia tecnica di scrittore (di seconda classe) è troppo lontana dai programmi per concedermi di presentare in tal modo la sullodata «collana»: inseguendo la sofferenza o la gioia, perverrò alle immagini e quasi agli stadi infantili, ai fatti radicali e profondi della età prima: ma vi perverrò necessariamente e d’istinto, non per volere o programma.

Il mio cammino mi addurrà per sé stesso alla espressione necessaria, se la pregnanza del caso dimanderà: se no, farete a meno della mia prosa. Non cercherò l’espressione per volere o programma, a rincalzo d’una dottrina psicologistica, per quanto acuta: dirò di me stesso: «non volli, mai non volli, fermamente non volli». E mi rifiuterò costantemente, (anche accettando la benemerente dottrina e facendo mia propria l’indagine da lei promossa), di essere il trotterellante servo della dottrina: cioè un qualcosa di voluto, di forzato, di stiracchiato, di concimato con lo sterco di pollo. Se avrò in mano qualche tarocco, al momento buono lo giocherò.

 

Ed eccomi ora ad una essenziale mania, ripetibile da lontana crisi dell’infanzia. È quella del Parco e del Castello di Milano. Innocente e pure veemente, come il richiamo delle sue torri ai colombi, e alle migranti rondini.

Trascorsi i giorni sereni giuocando nel Parco coi primi amici, ammirando i riccioli delle bambine, i loro grandi occhi senza lacrime, estasiati: coi primi rivali nelle cariche pubbliche ci adunghiavamo e graffiavamo la faccia con una certa larghezza di vedute: e con bella e non più ritrovata spontaneità. Il super-io, cioè l’imperio etico della ragione, non ci disturbava ancora eccessivamente. Tutto avvenne sotto gli occhî della «cara nutrice» e delle succedanee: a cui il vigile dal naso violaceo e bitorzoluto si accostava deferente, né mai, per mie proterve incursioni in sul prato, ebbe a multarci neppure d’una lira. (4)

Le succedanee di più in più m’incuriosivano, a giorni, a momenti: di lì nacque un altro famosissimo tic, il quale perseguita (a quel che vedo) tanti altri maschi, per non dir tutti: quello del voler ad ogni costo approfondire, infrangendo i più solenni divieti, i misteri bio-psichici della organizzazione femminile.

Per merito del naso del vigile conobbi assai presto la parola «peperone», (5) che però non mi turbò molto. Di un altro espediente invece, che non fosse la multa, si servì l’Io cosmico per significarmi il divieto a calpestare i praticelli.

Volevo ad ogni costo andare a quattro zampe, nel folto più dei cespi e dell’erbe, onde procurarmi la gioiosa certezza (ogni qualvolta lo ritenessi necessario ed urgente) della mia immedesimazione in una «tigre reale».

Il no dell’Io cosmico si manifestò tutt’a un tratto, l’ultima volta che feci la tigre a quattro zampe, sotto la specie d’una strana marmellata (oh! non era di susine!) che prese a fertilizzare tra le mie dita quella jungla improvvisamente fetida: e nel suo luogo più folto e nel momento mio più tigrino. Ne piansi a dirotto benché tigre: fino alla completa abluzione delle zampe anteriori, cui dalla fedel nutrice venni amorosamente sottoposto, alla più vicina fontanella: e il mio ideale di riuscire una tigre reale vanì, ahi!, per sempre.

Delusione narcissica? Lasciamo agli psichiatri di interpretare il fatto, le modalità del fatto, le conseguenze del fatto. Volevo dire che dai gaudiosi mattini della primavera mia e del mondo, dalle lunghe sere vissute con così felice interezza davanti il Castello (dov’è ora il mortaio austriaco) a correre, a chiamare, quasi a volare, come facevano i rondinini con mille stridi di vita, o tuffando il mio animo impaurito nell’ombra de’ cupi fossati, alitata allora dallo svolo romito del pipistrello; da quegli odori dei fieni e dei cespi, da quella porpora (volevo ricordare) che i tramonti distesero sulle merlature e sui coppi, quasi un drappo ducale e sforzesco, da quei dorati e sanguinei rimandi che l’ultimo sole suscitava nelle vetrature dei finestroni, e dalle infantili fantasie che li accompagnarono, è nato, a poco a poco, tutto il repertorio del futuro romanzo, così degno d’analisi psichica, della più terrificante analisi.

Se il tribunale analitico dirà che si tratta d’una sublimazione degli istinti, non ci patirò affatto: seguiterò a mangiare con appetito anche ove sia questione del tale istinto, e di quella tal fase del tale istinto, che incute un così morboso terrore alla zia Cunegonda. Un siffatto repertorio è referibile al «complesso edipico»: per cui tributavo alla nutrice (era, veramente, quel che si dice una balia asciutta, con tutti i coralli e le filigrane del caso) i commisti sentimenti di amore, venerazione, soggezione: tramutatisi poi poco a poco, nei confronti delle succedanee, in uno stimolo sempre più acre, d’una sempre più proibita curiosità.

E l’amore delle torri, dei fossati, delle chiuse ed alte mura, il sogno dei castelli, e tutte in genere le imaginative, per me così veementi, di casa, di protezione, di chiusura, di porta sbarrata, di mura della città, di corpo di guardia, di esclusione degli sconosciuti dalla città e dalla casa, son riferibili, dicono, ad un lontano richiamo, ai battiti superstiti della prima vita, memoria di quella fase del divenire che ancora s’implicava in una vita potente e provvida: e la bellezza materna si consumava nell’adempimento. (6) L’ipotesi di questa ricapitolazione e valorizzazione operata dall’inconscio non mi sgomenta per nulla: il meccanismo della nostra formazione individuale è d’altronde una epìtome, un riassunto del cammino percorso dalla discendenza. Questa proposizione, fondamentale in Darwin, è oggi banale.

Ma torniamo al Parco, al Castello. Talora dei soldati si avvicinavano allo sciame linguacciuto delle bambinaie, e dicevano loro parole un po’ melliflue (io non le comprendevo) con accenti per me inusitati: le bambinaie si guardavano attorno, poi ridevano, starnazzavano come una frotta di pappagalli femmine, dicevano: «vadino via, adesso deve venire la padrona....».

«E a noi che ci fa la padrona? »

«A lori niente, ma a noi povarette!»

«Il nostro padrone di noi è la naja....».

Non capivo, ma deploravo: la bambinaia era mia, e i soldati erano già grandi, e potevano farne a meno: dovevano fare gli esercizi, vergogna!, e marciare in fila, e sparare il fucile, e non «chiacchierare» con la mia donna di servizio. Oh! i meravigliosi plotoni, a passo cadenzato, ogni uomo col fucile a bilanciarm, con lo zaino di pelo di capra, con la gamella affibbiata sullo zaino, col rotoletto del telo a tenda!

Ecco, forse, donde scaturì la mia mania militare: e il primo nascere del senso di simmetria, di parata e di ordine: quel bisogno di ordine che ha reso così poco felice la mia vita! E gli psichiatri, adesso, cosa diranno? Fin che si trattava di bambinaie, pazienza.

Ma ora si manifesta un istinto coercitivo sul mondo esteriore. A qual fase dello sviluppo è riferibile? Si manifesta una sodalità con esseri del mio medesimo sesso, che mi appaiono quali desiderati modelli: un giorno io avrò le loro medesime armi, il fucile, la baionetta, e mi pavoneggerò, se non proprio davanti alle donne di servizio, ma certo davanti ai loro corrispettivi del mio «grado sociale»: saranno donne stupende, che suonano il piano, cantano in inglese, e dipingono dei cagnolini appena nati.

E le rovine d’attorno il Castello mi avvincevano per quel non so che di pauroso, di misterioso, di avventuroso, di male odorante, che ne significasse l’antica e la nuova protervia. Le fucilazioni austriache e le impiccagioni spagnole avevano ridato in quegli anni ossa e teschi, alle mani degli sterratori e dei giardinieri. Un nome era già nella mia mente di bimbo: Radetski. Una paura del mio animo di bimbo: i teppisti, il coltello.

Odori corrotti scaturivano dai rotti muri: i fili alti e tesi dell’erba, a giugno, portavano in sommo una spica granita suscitando, come valorosi, la mia ammirazione: erano esseri pieni e turgidi, all’apice della loro vitalità, eretti nel sole. E quegli avanzi di mura disvelarono primi, al fanciullo, l’esistenza di altre possibili persone e costumi: poiché si doveva pensare necessariamente a qualcheduno il quale accudisse, certo di nottetempo, ad arricchire le paurose rovine di simili tonalità. (La sintesi dell’olfatto era vivida ed immediata).

Erano dei poveri, o dei cattivi? Bisognava fargli la elemosina o farli arrestare? Compatirli o temerli? Chi li metteva in gastigo? Chi erano i poveri? Essi dovevano consumare poco gas. E perché erano poveri? E perché non dormivano in casa? E come mai non avevano paura dei ladri? Avevano anche loro la donna di servizio? E allora perché si grattavano?

La mia mente di «signorino» incontrava per le prime volte il male morale, (7) e le mie zampe di tigre la malignità effettuale del male fisico. I miei sensi, già avidi di cognizione, pativano, tra i fili alti dell’erba, l’arrembaggio delle crude zaffate, il mio animo sgomento l’arrembaggio notturno della paura.

Le donne di servizio mi assicuravano e giuravano unanimi che «se l’uomo del sacco andasse ancora una o due volte sul forte, a fare i suoi bisogni, si sarebbero chiamate le guardie, per farlo arrestare». Eccolo là, sulla panca, frugava e rovistava nel sacco, ne traeva pettini sdentati, una pipa, delle bretelle di ricambio, del gorgonzola: lo investivo di tutto il mio disdegno di tigre reale ferita nel suo amor proprio, cioè caduta in delusione narcissica. (I due testi si equivalgono). (8) Stava ora, che pareva spennasse una quaglia, levando al gorgonzola, uno a uno, i bruscoli di tabacco e i francobolli vecchi che ci si erano appiccicati su, non ostante l’incarto.

Poi volgevo l’animo altrove: le donne starnazzavano, con risa di oche. C’erano, e ci sono, tre rovine da settentrione. La centrale mi pareva «il più cattivo dei forti» perché in colmo dell’archivolto c’erano, e ci sono, due bei buchi rotondi: e di lì, se l’uomo ci si arrampicava sopra.... Non volevo assolutamente passare sotto quell’arcata: e strillai, recalcitrando furioso alla trazione della bambinaia. Che non si curò di «analizzarmi».

 

1. Spirito in un’accezione alquanto sensistica.

2. Ironico, beninteso. L’autore ha avuto anticipate e dolorose conferme di quanto poi gli sarà dichiarato nelle sistemazioni dottrinali.

3. è opinione dell’autore che una nuova Etica non possa prescindere dalle nuove dottrine psicologistiche.

4. Il vigile (1896) ebbe naso paonazzo e bitorzoluto e corteggiò assiduamente la bambinaia del Nostro.

5. La casistica dei sogni e degli incontri di immagini, nella psicanalisi, assegna a taluni frutti valore di simboli sessuali o di allusioni al sesso. Cosa ovvia del resto; e ne abbiamo conferme filologiche ad ogni momento.

6. La fase intra-uterina della vita sarebbe già contrassegnata dall’insorgere di causali bio-psichiche degli stadî a venire.

7. «Le mal moral, le mal physique, ecc.»: sono espressioni dell’etica settecentesca.

8. L’uomo del sacco era il probabile autore della «marmellata».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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