Ronda al Castello

Ciclisti d’ogni qualità e costume fendevano incurvi la greve consistenza dell’aria, (che i mortali respirano deliziati): esibendo quadrettati calzoni e calzettoni, strane maglie, talvolta ricamate d’un nome, di cui Bruno, talvolta, s’ingelosiva. Molti ancora senza fanale. Il flusso continuo delle automobili, sul viale maggiore, pareva la vana furia degli uomini, che ad ogni costo volesse arrivare a una fine. Mancavano, secondo non accade nei giorni «lavorativi», le frotte dei muratori di campagna, dal passo indiavolato verso i treni e l’elettrico. Né la sarta spaurita, con un involto nero, sculettava fuggendo lungo la piantata de’ neri ippocastani: deliziosa formìdine dell’inseguimento e dell’abbordaggìo, che non arrivano mai!

Dietro gli alberi, invece, de’ viali solitari, dove più convenissero le tentazioni e la dimenticanza, qualche figura di donna, eretta nell’ombra, immobile, attendeva la notte. Si capiva che ce n’erano più d’una.

Taluna, se avesse potuto, avrebbe fumato una sigaretta: oh! con che desiderio, con che voluttà! Ma chi glie la regalava? E dunque attendeva la notte, coi piedi già stanchi dentro le scarpette sbilenche. Il mantello era una cosa decorosa. La notte! Spaventoso salvadanaio, dove cade una lira per volta. Stanca luminaria dell’Azienda Elettrica, tra gli ippocastani, rotolata dal carrozzone della Questura. Le carte, le carte. E certi esseri, come passeri in fuga: altri, come passeri, dentro la rete; che pur sanno.

Tutt’attorno al Castello e alle commemorate pusterle, c’erano diruti fortilizî, macerati e imbibiti. Le vecchie rovine spagnole ed austriache, dond’era affiorato il teschio e la tibia, attendevano il loro Piranesi e il loro Magnasco, esalando odori incredibili, sopraffatti dal lodevole cloro del Municipio.

Frattanto la libera uscita del quinto alpini e dell’undicesimo bersaglieri, dalle vie Mario Pagano e San Simpliciano, era venuta complicandosi con quella del settimo e ottavo fanteria, cioè di tutta intera la brigata Cuneo – «Cunensis constantissima» – che dalla caserma Garibaldi, detta anche di Sant’Ambrogio alla Pusterla, era sfociata repentinamente nella pomifera piana del largo Luigi Cadorna. Lì, superata la linea 1-5-15-33-12-27-28-37-38, le prime pattuglie della «Cuneo» già si buttavano sulle ultime castagne secche di quella invernata, sottraendosi con impareggiabile destrezza ai carri d’assalto che intersecavano in ogni dove il quartiere, stracarichi di terriccio e mattoni di fabbrica; quand’ecco il ventisettesimo artiglieria da campagna, dall’ex-convento di San Vittore ad Corpus, venne sguinzagliato (a piedi, beninteso) nella parte sudoccidentale della città. In rincalzo, elmi superbi e d’oro si avvistavano già da via Monti, da via Boccaccio: le più celeri torme appiedate dal Savoja Cavalleria: – «Savoy, bonnes nouvelles!» Nappine bianche, rosse, azzurre avevano, secondo il battaglione, alla penna, gli alpini dalle scarpe di ferro.

E come la dècade, quand’è intatta, converte il rassegnato strascicamento di quelle scarpe in una esuberanza da quattro lire: e la leopardiana contemplazione dello stellato infinito, qua e là seduti a una panca, in un intreccio di ricognizioni canine; così la sera, la sera più bella! si veniva allegrando di un andirivieni di grigioverdi già ormai fatto impegnativo e aggressivo, conclusivo, decadàle. Ritte nell’ombra, come figure tragiche, le pettinatrici della notte. Erano le sfingi a cui si rivolgeva ogni interrogazione dell’inconscio, ogni urto od impulso dell’oscurità. Taluna si mosse, accompagnata, in tasca, dal tintinnare del primo nichelio. Cercava ombra nell’ombra.

La pattuglia di vigilanza, detta impropriamente «la ronda», con sottogola abbassati, era composta, per quella notte, di artiglieri del ventisettesimo armati di sciabola: un sergente e due gregarî, di poca pelurie, ma dal portamento autorevole. Se qualche militare più impastato degli altri se la vedeva arrivare addosso, non appena percepiti il luccicore argentato dei galloni, i tre sottogola, eccolo già sull’attenti, con tocco di tacchi: tributato il saluto, forniva, con l’estrarre dal seno un viglietto piegato in quattro, esaurienti delucidazioni sul suo stato di libertà.

Le delucidazioni erano favorite dalla poca luce del momento, per cui, dispiegato dal sergente, e decifrato con cigli da paleòlogo come fosse un papiro, il viglietto rivelava ogniqualvolta timbrature ineccepibili, e una firma, per quanto un po’ ingarbugliata, tuttavia superiore ad ogni sospetto. La ronda cominciò a funzionare alle otto e mezza e durò poi tutta quella sera e infino all’una, perseverando nelle più fruttuose indagini e severi interrogativi: discorrendo i tre un po’ dappertutto nel Parco, immalinconiti, come in cerca d’un introvabile bàndolo del dover loro. Vedevano gli altri fringuelli così liberi in frasca, e taluno financo, al passare, li salutava in allegrezza dopo scrutatili in viso: «Oh!… ciao!».

Si aggiràvano un po’ di qua un po’ di là in ogni àzimut, ma giravano piuttosto alla larga dal tenebroso viale d’ippocàstani che corre lunghesso il recinto delle Ferrovie Nord Milano, come anche dalle più profumate rovine spagnole ed austriache, pusterle, archi, fossati, ponticelli, tutt’attorno il Castello.

Poiché ognuno dei tre rondisti, da precedente e privata esperienza, conosceva palmo per palmo il difficile terreno: e una giovenile sodalità li legasse al batticuore dei compagni, o li guidasse, piuttosto, chiaroveggente senso di opportunità e di schiva l’oliva, certo è che un veto doveva sussistere, a proibire loro, dopo gli anfratti e le rocce, quel così remoto passo degli oscuri cammini.

Quando, dopo appena pochi passi nel Parco, la pattuglia incontrò Elsa, accompagnata da Bruno, (dall’altro lato egli sospingeva, con una mano al manubrio, la sua lucida bicicletta), tre giovani bocche si dischiusero nella meraviglia, nonostante i sottogola che le costringevano in posizione di chiusura. Poca pelurie, come vediamo alla pesca agostana, decorò quello stupore giovenile. Temibili per le loro sciàbole, essi non sapevano se ammirare o invidiare: certo parevano allibiti. I due splendidi esseri suscitarono nei loro cuori l’idea crudele della felicità e della perfezione: strane angosce e vicende si disegnarono ai loro occhî, vanirono poi nella sera lungo le allineate degli ippocàstani, verso i bagliori del lontano occidente.

Lei, dolce ed inconcepibile, si volgevano tutti: si rivolsero perciò loro pure: e il giovane! con la bicicletta e il maglione, e sfavillante del libero arbitrio e volere di borghesìa: come il falco, sotto cui gittavano gli ultimi stridi le rondini, come il falco! Se pure immoto, è padrone delle ali: con impavidi occhî al disopra delle torri e d’ogni favilla, guardando venire la tenebra, nel liberato cielo.

Le torri del Castello Sforzesco un etere liquido e purissimo le circondava, nel tono della viola e della pervinca: la più alta e stellata, dopo l’arzigògolo, diede, dall’orologio invisible, i tocchi dell’ora di pace.

Nota

Questa libera uscita-ronda-idillio, espunta dal romanzo inedito che si intitola Un fulmine sul 220, apparve nell’almanacco letterario Il Tesoretto, edito in Milano dalla casa Primi Piani, per il 1939.

Bruno, il protagonista, è un lavorante- macellaio: Elsa appartiene a meno ruvida categoria della società.

Tu nota qualmente per alcune sue battute abbia inteso l’A. osservantissimo accompagnarsi a locuzioni tecnico-militari o comunque proprie del gergo soldatesco. «Superata la linea», «si buttavano», «in rincalzo», e altre, sono tipiche dei commentarii e bollettini di guerra. «Sottogola abbassati»; «posizione di chiusura» (detto per solito degli otturatori, nella manovra delle armi da fuoco) sono dizioni usate e prescritte ne’ regolamenti. «Stato di libertà» imita lo «Stato di servizio».

«Borghesia», stando al parlare dei soldati, ha significato di vita libera, esente, cioè dagli obblighi militari, per adempiuta ferma o adempiuto periodo di richiamo.

«Commemorate», le pusterle, da iscrizioni appòstevi ne’ restauri.

«Cunensis constantissima» è il motto della Brigata Cuneo, 7º e 8º reggimento a cui l’A. si onora di aver appartenuto, 1915-1916. «Savoy, bonnes nouvelles!» è il motto del reggimento Savoja Cavalleria, e mena buono daddovero. La décade, o paga decadale ha sostituito quella per cinquina: uso ancora vigente agli anni che militò l’A. (Vixi duellis nuper idoneus – et militavi non sine gloria).

Pomifera, la piana del Largo Cadorna, per copiosa cornucopia di bancarelle sotto tenda, con pomi e banane, ed uve alla sua stagione, e fichi, fioroni o brogiotti, non esclusi i fichi secchi, castagne, Cunei affumati, noci, susine, carrube, naranzi.

Il falco alita veramente sopra alle torri del Castello Sforzesco, e sopra a tutto quel sagittare e garrire delle rondini, e l’A. ne riscontrò la immobilità certa quando librasi sostentato dal soffio della calda sera, che verticalmente promana dalle dette torri, a guisa di fiamma. (E anche dalla cupola di San Pietro in Vaticano, affocata ne’ tramonti, ad agosto).

Nel Tesoretto alcuni tagli, per carenza di spazio: qui potrai delibare appieno dal cratere intatto, e riconoscere la intera stesura.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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