Beignets per il povero avvenire calcaterra?

Riccardo Stracuzzi

Gianfranco Contini – Carlo Emilio Gadda, Carteggio 1934-1963, a cura di D. Isella, G. Contini & G. Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009, 279pp., ISBN 978-88-11-74085-8

A fine aprile del 1941, il fascicolo n. 17 di Letteratura è fresco di stampa: reca al mondo, tra altre cose, il settimo tratto della Cognizione del dolore, quello che – nell’ultima sede einaudiana, e poi nella garzantiana dei Libri della spiga – ha inizio con il motto lancinante: «Nessuno conobbe il lento pallore della negazione» (cui segue: «Balie torquate di filigrana o d’ambra, scarlatte chiocce tra i bimbi ecc.»; Gadda 1987a: 352 e RR I 703). Poco più avanti il romanziere appunta il sommario delle angustie che suscita – e in cui si rispecchia, ontologicamente parlando – la villa dei Pirobutirro d’Eltino: quelle prodotte dal muro di cinta, dal terrazzo, «dalle scale umide, dalle scolopendre, dagli scorpioni, dalle porte e finestre malsicure, dai cancelli» (Gadda 1987a: 377-78 e RR I 712); poi riprende la questione del muro:

simbolo più che munizione del privato possesso, da un ragazzo agile si poteva ingroppare e scavalcar facilmente, con poca spellatura di ginocchi, tant’era nano e ciuco, e sprovveduto anco, in arcione, delle rituali schegge di bottiglia. Ringhiosi georgòfili sogliono ingemmarne la propria clausura: «tutta dedita al lavoro e alla famiglia», come si imparerà poi, un bel giorno, dall’inatteso annuncio dei loro funerali. Ma il marchese padre, con un guirlache parecido, gli sarebbe sembrato di recar oltraggio al diritto di introspetto e alla buona fede del popolo, che guarda, gode, e non tocca. (Gadda 1987a: 379-80 e RR I 712-13; mio il corsivo, come tutti i seguenti, se non diversamente indicato)

La logica essenzialmente metonimica e associativa che lavora nella scrittura di Gadda a questo punto dà luogo a una articolata descrizione della strada, o «stradaccia», che corre di là dal muro di cinta, poco prima indagato. Quanto alla strada – sempre permanendo all’opera il paradigma metonimico (che talora è preso per tessitura causale o filosofica del discorso) – il narratore ce ne informa registrando alcuni degli attributi che le pertengono: ciò che vi è contenuto, e ciò che la attraversa («Percorsa da pedoni radi, la strada: e talora, in discesa, da qualche ciclista di campagna con bicicletta-mulo», Gadda 1987a: 381 e RR I 713). E, tra altri mobili, percorsa da:

qualche puttanona d’automobile sfiancata dagli strapazzi, dagli anni, imbarcando magari tutta una famiglia gitante, con due litri di pipì a testa in serbo per la prima fermata, pupi e pupe, e il chioccione di dietro, spaparanzato a poppa, che soffocava con la patria potestà del deretano i due fili d’erba delle due figliolette maggiori. (Gadda 1987a: 382 e RR I 713) (1)

Ma torniamo al 1941: il discorso del muro e quello della stradaccia giungono sotto gli occhi di Contini, che se ne esalta: e il 28 aprile spedisce da Domodossola, all’indirizzo dell’«Illustre | ing. Carlo Emilio Gadda | via Repetti 11 | Firenze», una cartolina postale dove ha annotato:

Carissimo, | macchinizzo, non ci vuol meno per un ingegnere (e già un errore, c…!, uno spazio omesso). Apprezzatissimo il guirlache, le chiocce sparapanzate a poppa ecc. T’immagini però il Calcaterra del futuro, quando ti dovrà inoculare nelle antologie scolastiche («bizzarro autore […] sotto l’influenza di James Joyce e di A.G. Cagna»), quello che dovrà mettere di note, e lo sgobbo, povero avvenire calcaterra.

Ora, non si sa cosa Gadda abbia riscritto all’indirizzo del critico e amico personale che gli testimoniava il plauso per la bella pagina; né si può sapere, tantomeno, se l’Ingegnere – esercitato assai alla chiosa di sé stesso, quale regolato procedimento di straniamento narrativo – si sia seduto un qualche attimo nella casa fiorentina di via Repetti, per meditare o fantasticare sulle sorti della sua opera, e su quelle del «povero avvenire calcaterra» che avrebbe dovuto prima o poi glossare la Cognizione. Il quale exégète à venir (variando su Blanchot) – che al secolo risponde poi al nome di Emilio Manzotti – non ha in effetti dovuto inoculare pagine dello scrittore in una qualche antologia scolastica: gli è toccato un compito assai più impervio, quello di commentare il romanzo gaddiano in tutta la sua estensione. Così facendo, egli ci ha spiegato, anche valendosi di annotazioni d’autore contenute nei manoscritti, che «guirlache parecido» (simile croccante) ha poco a che fare con l’altrettale guirlache (ma «de almendras») che occupa la «stradaccia» – insieme con «lùnule di piatti infranti», «ciòttoli» ecc. – poche righe sotto. (2) Il guirlache parecido di cui il Marchese padre rifiuta di ingemmare il muro di cinta della villa dei Pirobutirro, invece, è negli appunti di Gadda semplice sinonimo di «“un tale ornamento”, il che accerta la fusione semantica dei foneticamente prossimi guirlache e guirlanda “ghirlanda”» (ad loc., Manzotti 1987a: 379). (3)

Tace, al contrario, l’avvenire-calcaterra-Manzotti, sul secondo dei passi che ispirano l’apprezzamento di Contini, in quell’aprile 1941: e non c’è da stupirsene, perché il «chioccione di dietro, sparapanzato a poppa» non è addendo lessicale, sintattico o stilistico che richieda lumi particolari. Ma tace soprattutto, come si annotava, il Gadda stesso: o almeno tace per le orecchie dei posteri, che oggi possono leggere solo gli scampoli di un carteggio che dovette essere assai più esteso. Perché il punto più rilevante di questa edizione garzantiana delle lettere tra il critico e lo scrittore risiede, ovviamente, nel ritrovamento di pagine che si ritenevano perse. Si sa: nel 1988 Contini in proprio – e sempre presso Garzanti – fa stampare le lettere a lui inviate da Gadda, nel giro di anni dal 1934 al 1967, e le correda con paragrafi esplicativi assai parchi e nitidamente informativi, perché «la pubblicazione sia esente dal filologismo che connota sempre più certe edizioni di testi contemporanei» (Gadda 1988b: 9; ora Contini-Gadda 2009: 97). Da quella serie, tuttavia, manca un drappello di altri fogli gaddiani inviati a Contini, datati tra il 1943 e il 1963, venuti poi fuori alla spicciolata, e alla fine raccolti, annotati e pubblicati da Giulio Ungarelli con Archinto nel 1998. Nell’introdurli, il curatore segnala: «Nel dialogo epistolare Gadda-Contini manca […] una voce: in questo caso, ovviamente, quella di Contini, le cui lettere sono andate disperse, probabilmente perdute per sempre» (Gadda 1998: 5; ora Contini-Gadda 2009: 203).

Trascorrono intanto altri anni, e la dubitante predizione di Ungarelli trova una parziale smentita: non tutte le lettere di Contini sono andate disperse, il che fa sperare che non per sempre permangano nel limbo del nulla anche alcune delle altre che ancora ci mancano. Comunque sia, è per l’appunto successo che una parte del Contini epistolografo all’indirizzo di Gadda sia stato reperito tra le carte del Fondo Bonsanti al Vieusseux, un tempo conservate nei sotterranei di Palazzo Strozzi, a Firenze, e perciò alluvionate nel 1966. Recuperate, insieme ad altro materiale riguardante Gadda che Bonsanti aveva in giacenza – sul quale si veda il catalogo della mostra documentaria curata da Paola Italia (2003d) – le carte sono state ripulite, restaurate e quindi studiate da Dante Isella. Il quale, già nel 2003, ne illustra alcuni aspetti nell’intervento a un convegno fiorentino organizzato al Vieussieux (poi leggibile come Isella 2004b, e ora definitivamente collocato a mo’ di introduzione in questo Contini-Gadda 2009: 9-21).

La vicenda – ancorché tortuosetta – non è nuova: utile riprenderla per definire un aspetto che sulle prime può sorprendere chi apra il volume: ossia il fatto che questo carteggio è tale per via di una addizione lineare, e talora inconfortevole per il lettore, di tre sgranati epistolari, ossia serie di missive (lettere o cartoline) a scrivente unico e senza responsive del destinatario, altrettanto unico. Si inizia, per l’appunto, con le lettere di Contini a Gadda (1934-1942), si prosegue con quelle del secondo al primo (1934-1967), e in ultimo si finisce con quelle – idealmente da interpolarsi, tra il ’43 e il ’63 – sempre di penna gaddiana, ma comparse dopo la morte di Contini. Insomma, tre blocchi autonomi, ognuno dei quali, come annota Silvia Isella nell’Avvertenza al volume, «inalterato nella sua fisionomia, dall’introduzione alle note» (Contini-Gadda 2009: i). Il che significa che il primo epistolario è introdotto e annotato da Dante Isella, il secondo da Gianfranco Contini e il terzo da Giulio Ungarelli. E il che significa, ultimissima cosa, che questo volume è insieme una novità e una ristampa, fedelissima, dei due volumi Garzanti e Archinto cui sinora sono ricorsi gli studiosi di Gadda. La riunione in unica sede editoriale faciliterà senza dubbio il rinvio bibliografico, d’ora in avanti, ma rende d’altronde abbastanza impervia la lettura attuale: succede, per dire, che chi voglia sapere cosa Gadda risponda a un’osservazione di Contini contenuta in una qualche missiva, e viceversa, debba seguire i rimandi che il curatore (in questo caso, trattandosi del primo di tre epistolari, è Isella), dissemina per rendere più agile il cammino delle mani e degli occhi tra le pagine: come avviene già alla lettera 2, che risponde alla 1 di quelle gaddiane pubblicate nel 1988 da Contini. (4)

A questo aspetto, alquanto faticoso, se ne aggiunge uno invece delusorio, determinato dal fatto che queste missive di Contini a Gadda, ciò che insomma costituisce la novità del volume, non sono di enorme interesse. Sembrerà strano, perché lo scambio di parole e impressioni, di chiacchiere e di facezie, di pettegolezzi e meditazioni intellettuali tra due dei grandi prosatori del nostro Novecento (in sedi generiche separate, per giunta: critica e filologica l’uno, l’altro soprattutto narrativa; comune, semmai, solo l’esperienza traduttiva) dovrebbe assicurare piacere e appagamento. Non è questo il caso, invece; qui il sentimento del lettore, chiuso il volume, è semmai simile a quello degli operai di Bergamo, che nel capitolo trentottesimo dei Promessi sposi finalmente vedono comparire Lucia.

Non si può dire, va da sé, che le curiosità manchino, né le ragioni di divertimento: se per esempio leggiamo la missiva 59 di Contini a Gadda, siamo messi nella condizione di gettare uno sguardo archeologico sull’itinerario di formazione di una nota d’autore (la n. 13 ai Ritagli del tempo) tra le più peculiari dell’Adalgisa; nella quale è scritto:

«Beignet», francese; in Rabelais beuignet (Tiers Livre, cap. 49: «…. entre les Grecs d’icelle l’on feist certaines especes de fricassées, tartes et beuignets,….» ecc.) è diminutivo di voce affine al lombardo bügna (termine architett.) = bugna o bozza, cioè pietra squadrata con ruvido soprappiù a paramento, come a palazzo Riccardi: nonché al lombardo bügnón, che il Cherubini traduce bubone, bubbone, ciccione, fignolo, ascesso, forùncolo; ma nell’uso è anche bernòccolo, enfiagione. Secondo il Dictionnaire Général di Hatzfeld, Darmesteter e Thomas: secondo il Gamillscheg: e da ultimo secondo il Bolelli (L’Italia dialettale, XVII-172) la base è germanica: antico ted. bungo, medio ted. bunge = bitòrzolo. Secondo il Meyer-Lübke è celtica, non altra dalla base gallica che valeva «alveare» (bugno) e «ceppo d’albero». [Gianfranco Contini]. (RR I 420) (5)

Qui la peculiarità sta tutta nella congruenza estrema del gioco straniante dell’autoannotazione in rapporto all’ufficio tradizionale della glossa; e in questo caso sia sulla linea del contenuto squisitamente linguistico ed erudito dell’explanatio verborum, al limite digressivo nei confronti della stringa narrativa su cui casca; sia sulla linea – altrimenti esperita da Gadda, per esempio con il Feo Avverois del Castello di Udine (cf. RR I 115) – dell’alterità mascherata del glossatore, che qui giunge per oltranza estrema a coincidere con un vero altro, ossia il filologo cui la parentesi quadra attribuisce la digressione etimologica e storico-linguistica. Il carteggio di cui si parla, dunque, fornisce l’antecedente dell’episodio: in una cartolina postale del 30 marzo 1942, dopo aver letto I ritagli del tempo su Primato (dove occorreva la lezione «Egli, ingegnere, sapeva prendere i suoi baignés»), Contini scrive a Gadda:

Carissimo, | per caso di ristampa (nei Disegni?): non già baignés bagnati, sibbene beignets; parola etimologicamente apparentata (e così è molto più amena, anche) col lombardo büňòn, ma sì ma sì, il gavocciolo, o fignolo o ciccione, come altresì mi suggerisce l’immortale Cherubini. Gautier de Coincy, autore del duecento francese, il beignet lo chiama infatti buignon. (Contini-Gadda 2009: 88; i corsivi nel testo)

è possibile che altre indicazioni, anche bibliografiche, transitassero da Contini verso Gadda, perché la glossa appena abbozzata nella cartolina postale divenisse, poco dopo (fine ’43, quando L’Adalgisa esce da Le Monnier), quella che ancora leggiamo. Oltre a questa storia dei beignets, vari sono gli spunti, ma sempre abbastanza generali, di interesse; cosiccome non si dubita che, futuri studiosi alla ricerca di documenti su precise e circostanziate faccende, sapranno far fruttare qualcuna delle righe che Contini verga in saluto a Gadda. E d’altra parte, si torna allo stesso punto: queste lettere non contengono nulla che non potessimo largamente aspettarci, e in ogni caso nulla di particolarmente interessante per il lettore che voglia scorrerle una per una, per piacere di leggere, senza un scopo antecedente all’apertura del libro. (6)

La fatica del leggerle, e la delusione dopo averle chiuse, sia chiaro, non sono in alcun modo da imputare al curatore che ha lavorato a queste pagine, né all’editore che le ha stampate; ma solamente al Fato, il quale, posando sui ginocchi di Giove, anche regola la tradizione dei testi. E in questa circostanza, così regolando, ha fatto in modo che di Contini a Gadda ci giungessero, già in gran ritardo, missive appartenenti a un periodo in cui la conoscenza tra i due intellettuali si va formando, e poi lentamente irrobustendo. A grandi linee, tutte le lettere o le cartoline postali che appartengono al periodo tra il 1934 e il luglio del ’36, quando finalmente Gadda propone a Contini di passare dal lei al tu («Poi bisognerà darci del tu, se crede», ora Contini-Gadda 2009: 108). Il corrispondente accetta di buon grado, e al suo assenso («Caro Gadda, | grazie della proposta (che aspettavo da un pezzo): dunque attacco io, se no si va avanti all’infinito, e dico: tu», Contini-Gadda 2009: 52), corrisponde a sua volta Gadda («Carissimo Contini, | grazie della tua cartolina e della amichevole innovazione pronominale, che mi fa molto piacere.–»). Da qui in poi, è sin troppo evidente, le parole tra i due si sciolgono, perdono in staticità ed etichetta, e passano anche a trattare di argomenti meno ripetitivi ed estrinseci (spostamenti, viaggi, soggiorni, indirizzi, accordi per incontro de visu spesso destinati a fallire ecc.).

Sfortuna vuole, però, che le missive residue siano in tutto trentasei (quella del primo tu di Contini è la 26a su sessantadue), e soprattutto che di esse la maggior parte sia costituita da cartoline postali. Sicché non troppe chicche, credo si possa dirlo, attendono il povero avvenire calcaterra che studierà questo epistolario alla ricerca di notizie e spunti critici. Non c’è di che dispiacersene: di là dalle lettere, ben altri beignets hanno fruttato i quarant’anni d’amicizia di Contini per Gadda.

Università di Ferrara

Note

1. Su questo luogo della Cognizione, vd. Manzotti 1995, specialmente § 1.

2. «Di là dal muretto, una stradaccia. Ghiaiosa, a forte pendenza, con lùnule di piatti infranti, o d’una scodella, tra i ciòttoli, od oblio d’un rugginoso baràttolo, vuotato, beninteso, dell’antica salsa o mostarda: tratto tratto anche, sotto il livido metallo d’un paio di mosconi ebbri, l’onta estrusa dall’Adamo, l’arrotolata turpitudine: stavolta per davvero sì d’un qualche guirlache de almendras, ma di quelli!.... da pesarli in bilancia, diavolo maiale, per veder cosa pesano; parvenze, d’altronde, che la magnanimità del nostro apparato sensorio, aiutata da onorevole addobbo di circostanze, non può far altro, in verità, se non fingere di non aver percepito». (Gadda 1987a: 380-381 e RR I 713; mio il corsivo).

3. La fusione tra guirlache e guirlanda potrebbe anche essere una sorta di propagazione all’indietro del significato assente, quanto dire uno dei più contratti e virtuosistici esempi di quella deformazione metaforica della similitudine (qui ovviamente implicita, e altrettanto ovviamente favorita dall’attrazione del significante) con cui Gadda lavora a slogare i termini consueti del parlare per figure: propriamente per s-cosare anche l’infinitesimo residuo di cosa (das Ding) che comunque è contenuto nella convenzione argomentante – ossia retorica – della scrittura narrativa.

4. Va aggiunto che il curatore ha fornito, in calce al volume, un indice cronologico delle lettere, che altrettanto assolve alla funzione di orientamento tra l’andare e venire della corrispondenza, disseminata tra i tre epistolari.

5. L’esponente di nota è in appicco a un passo in cui si parla di Valerio Caviggioni: «L’aura, il clima, talora un po’…. come dire?…. un po’ bizàr del mondo contemporaneo non aveva lasciato alcuna traccia (deposto alcun residuo) sulla sua faccia volitiva e atteggiata al pensiero, (subito però seguito dall’azione, come il lampo dal tuono): non una macchia di crema, e nemmeno di zabaglione, sul suo paltò. Egli, ingegnere, sapeva prendere i suoi beignets dal verso giusto, cioè con la fessura in alto: e non ne galuppava mai più di uno» (RR I 415).

6. Mi pare che a non diversissime conclusioni, implicitamente e malgrado le apparenze, giunga Marco Gaetani (Gaetani 2011: 69-84) muovendo proprio da questo Contini-Gadda 2009 al fine di tracciare Un bilancio (provvisorio) della epistolografia continiana. Vi si parla di «solidarietà anteriori alla scrittura» (70), di «motivazioni profonde di mutua elezione» (72), di cause «psico-esistenziali di tale [scil. tra Contini e Gadda, e tra Contini e Montale] spiccata attitudine ammirativa» (76 n. 3), di rispecchiamenti intellettuali fondati su una comune «crisi individuale e storica che trova il suo senso nella parola senza dissolversi e sublimarsi nell’atto stesso di farsi verbo e segno» (78), ecc. Insomma, di tante belle cose; non però di ragioni definibili, e testualmente testimoniabili, che rendano particolarmente interessanti proprio queste lettere, finalmente scoperte, tra Contini e Gadda.

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