Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Bateau ivre

Giuseppe Bonifacino

Ne I viaggi, la morte, il saggio solariano dedicato nel 1927 ai poeti simbolisti Baudelaire e Rimbaud, Gadda assumeva l’immagine del bateau ivre rimbaudiano, prolettica proiezione autobiografica (1) del fecondo ma distruttivo dérèglement del soggetto poetante (SGF I 572), a testimonianza di una peripezia estetica non integrata da un fine morale. La sua navigazione si svolgeva come una «corsa nello spazio puro» (SGF I 573), scisso dalla coordinata temporale che ne conteneva e svolgeva il potenziale etico, la «finalità» semantica e cognitiva.

La vertigine lirica della deriva, l’abbandono del bateau all’estasi corrotta della visione («la trama caotica del sogno», SGF I 572), metteva in scena la frammentazione di un io regressivo e immemore: che, sottraendosi al principium individuationis, era destinato a raggiungere, nel naufragio onirico del voyant, «la percezione e l’espressione del dissolvimento morale» (SGF I 579). Il suo «folle volo» si spezzava nel rimpianto di un mondo («l’Europe aux anciens parapets») vivo solo – come l’oceano ristretto nella pozzanghera dei giochi d’infanzia del poeta – nella distanza incolmabile di una memoria senza continuità di possesso, precipitata in una folgorante rivelazione del « caos adirezionale» dove si inabissano, e per sempre si smagliano, «i vincoli d’ogni teleologia» (SGF I 581).

La fuga avventurosa del bateau in uno spazio non strutturato dal «meccanismo segreto della conseguenza» (SGF I 562), la sua discesa dalla «corrente regolare» dei «fiumi impassibili» (2) del logos morale alla «libertà oceanica» (SGF I 574) del caos fenomenico, non consegue una liberazione estetica dal tempo, e dai decreti dell’istanza etica che ne abita il corso e ne detta il senso. Ma per il Gadda solariano, nel segno di un lirismo gnoseologico in sé bisognoso di dispiegamento narrativo, non si dava conoscenza che nel tempo: e l’ansioso «migrare dei simbolisti», il loro «perdersi nella casualità oceanica» (SGF I 581), restava confitto nella tirannide temporale che avrebbe voluto trascendere.

Involto in un «destino tragicamente spaziale» (SGF I 581) senza lume teleologico, proteso – analogamente al virgiliano Palinuro, proiezione figurale, dalla Passeggiata alla Cognizione, dell’autobiografico «tema dell’escluso» (Pedriali 2002c) – a inseguire invano il fuggitivo orizzonte della gemmazione onirica delle parvenze, il «migrante» rimbaudiano restava irretito – tra parole («Ô future Vigueur») che lasciavano riaffiorare l’inconcussa «idea temporale dello sviluppo» (SGF I 582) – nello «spasimo tragico» della «più vasta dissoluzione» e della «più sconfinata casualità» (SGF I 581): la morte – la radice antinomica del tempo – fissava il contesto e il destino del «puro esteta», la linea di demarcazione fra «l’al di là spaziale e ipologico della fantasia pura» e la «serie temporale degli sviluppi» (SGF I 584): ovvero tra lirica e romanzo.

Senonché, non più adibito a pretesto esegetico per ascrivere un progetto d’ordine cognitivo alla letteratura (in linea con il «sinfonismo» del Racconto italiano), il bateau ivre ritornava, nella Meditazione filosofica elaborata l’anno seguente, come metafora della ardua condizione epistemica del filosofo, cioè della desultoria dinamica dell’euresi, della sua certezza infondata: «Il terreno del filosofo è la mobile duna o la palude deglutitrice: o meglio la tolda di una nave riluttante contro nere tempeste. Ed è questa nave il “bateau ivre” delle dissonanze umane, sul di cui ponte, non che osservare e riferire, è difficile reggersi» (SVP 860).

La dimensione temporale, già postulata nel saggio solariano come garanzia etico-semantica del voyage letterario, sembra ora calata nel processo conoscitivo, e nella parola che ne interpreta il mai chiuso sistema relazionale. Il soggetto dell’euresi non svolge la sua quête sul fondamento di un ethos causalistico: ogni categoria è mobile, cangiante il suo statuto. La struttura teleologica del tempo si spezza e frantuma in adespota meccanica combinatoria. Revocatane la consunta presunzione centripeta, il filosofo-scrittore è ora condannato – o liberato – ad una sconfinata migrazione: la stessa del bateau cui Rimbaud affidava l’esercizio della sua poiesi fantastica. Il soggetto della Meditazione, pensato nella chiave metaforica dell’icona simbolista, non detiene la sovranità di una forma: sta dentro la perenne deformazione della conoscenza e dei suoi oggetti, partecipe della forma giammai compiuta del suo stesso movimento.

Il suo fine è la sua deriva: dissipazione colma di un progrediente acquisto gnoseologico (il tempo-schema del sinfonismo delle cause molteplici), ma sempre insidiato dalla sua «polarità» negativa, come da un’ombra entro cui ritrarsi e perire. E scoprire l’intima aporia dell’euresi, testimoniarne in sé la negazione, avrebbe dischiuso a Gonzalo, navigatore in balia dell’oceano delle parvenze, la cognizione del dolore, cioè della spinta disgiuntiva inscritta nel processo euristico. La discontinuità del fondamento, la rastremazione temporale del dato, offre un precario viatico alla peripezia della «mente indagatrice»: «il dato è per gli altri uno stacco sicuro dalla terra ferma, una predella ferma per spiccare un bel salto. Per me è lo stacco da una tolda traballante (bateau ivre): o una predella già essa moventesi» (SVP 667).

Il bateau ivre è dunque immagine della autofondazione del processo euristico, della provvisorietà del suo dato iniziale, del suo «acquisito logico» (SVP 723): «pausa» – interstizio di un tempo senza inizio – diffratta nelle torsioni della scrittura, nel suo movimento asintotico, teso, come le disperate «bracciate di Palinuro», verso il lume irraggiunto di un essere tramato di parvenze (Gadda 1987a: 568). E non altro che parvenze riceve, nella sua percezione, la mente issata sulla tolda traballante del naviglio rimbaudiano: ma di quelle parvenze sommuove la mendace maschera, incrementandone l’interna divaricazione semantica, la giunzione, in esse, di verità e «bugie». La parvenza è schermo allo sguardo ebbro – non predeterminato da fini – dell’euresi. È l’orizzonte, «lo incredibile approdo» (RR I 604) del suo movimento. L’euresi è movimento: di logos e figura. È il movimento autodeformatore della conoscenza: del filosofo e dello scrittore. È il movimento senza tempo ordinatore del bateau ivre: del suo naufragio «fulgurato» di inattinto «splendore parmenideo» (Gadda 1987a: 568).

E se, nel ’49, in Psicanalisi e letteratura la «perduta rotta della nave» rimbaudiana (SGF I 469) riaffiora come emblema di uno straziante allontanamento, conseguente a un’infanzia disertata dalla tenerezza materna (come quella leopardiana, cui Gadda la accosta, coinvolgendo e silentio anche la propria), la disperata eticità negativa inscritta nel viaggio del bateau sembra trasmettersi a Gonzalo e, in altro registro, a Ingravallo: dostoevskijani testimoni del problema del male, e navigatori perpetuamente perduti in esso. E come il bateau ivre intrecciava l’ordito inestricabile delle «dissonanze umane», al centro della cognizione di Gonzalo si apre una sommessa ma profonda disarmonia acustica (RR I 731-32) che, replicata e «polarizzata», poi, nel Pasticciaccio, nel «disperato dittongo del chiù», e nell’«implorante giambo del cucù» (RR II 218), reduplica in sé quella visiva: in una conflittuale vicenda di luci ed ombre, di suono e silenzio, che sembra scoscendere alle estreme radici del tempo, al suo fondo cieco e doloroso.

Gonzalo è ermeneuta e attore della percezione-cognizione dissonante tematizzata dal bateau ivre: del quale, in clausola alla sua drammatica minaccia alla Madre, una similitudine, dissonante nel suo tono dimesso, riconvoca il campo metaforico: «Questa frase non aveva senso, ma la pronunziò realmente (così certe volte il battello, accostando, sorpassa il pontile)» (RR I 737). Qui la cadenza discenditiva, richiamando acusticamente il moto inerziale del bateau, e compiendone l’implicito assunto allegorico, prefigura, nell’automatismo del suo movimento, il destino di viaggio e di esilio, di allontanamento e di fuga, di una cognizione infine approdata, al di là di ogni vincolo etico, e di ogni protettivo o coattivo riparo della memoria, alla lacerazione visionaria del «tenue ragnatelo di ogni filosofia» (RR I 714), e al trionfo della parvenza. Ma uno squarcio noumenico, l’accesso alla verità di un dolore etico e logico, è aperto in essa dallo sguardo e dall’ascolto di Gonzalo, «migrante» senza causa né fine, come il bateau ivre, nell’apocalisse del tempo disegnata dal suo voyage.

Università di Bari

Note

1. Ribadita in un intervento di servizio della stagione radiofonica di Gadda: «il bastimento alla deriva è evidentemente l’autore» (Il simbolismo, SGF I 1060).

2. L’icona tematica del bateau ivre convoca e implica per contiguità quella del fiume: che, dal Racconto italiano (il «Dévero», SVP 536-42), alla Meccanica (nel sontuoso, funebre proemio, RR II 469), alla Cognizione (RR I 604), allegorizza l’euresi organicistica di un tempo biologico-eracliteo la cui verità è costitutivamente insidiata dalla contraddizione e dalla morte.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Giuseppe Bonifacino & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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