Dialogo

Riccardo Stracuzzi

Sono almeno quattro le occasioni in cui Gadda – agli occhi della critica scrittore-filosofo per eccellenza – si misura direttamente con il genere letterario che chiamiamo dialogo. Non è cosa che sorprenda, in realtà, dal momento che il dialogo rappresenta senz’altro, sin dalla sua canonizzazione platonica, la mediazione più compiuta tra testo letterario e testo teoretico. E, più ancora, dal momento che in Gadda scrittore si manifesta una vocazione peculiare nei confronti del genere letterario: quella di appropriarsene con sicuro gesto, per espropriarlo poi delle sue interne norme regolative, e renderlo alla fine quasi irriconoscibile in quanto esempio del genere dato, ma pienamente e definitivamente gaddiano.

In fondo, è proprio questo il gioco testuale messo all’opera nel Pasticciaccio, romanzo poliziesco senza ombra di dubbio, ma anche e soprattutto romanzo gaddiano per eccellenza, che di poliziesco non ha quasi più nulla, e non solamente perché nella conclusione mancante viene a mancare anche il colpevole ed il corrispettivo dénouement dell’enigma. Ed è questo il gioco messo all’opera anche nella Cognizione, o nelle Meraviglie d’Italia, per quanto in modo meno manifesto: nel primo caso, il grande romanzo ottocentesco della scissione tra io e mondo, quello del romanticismo della disillusione; (1) nel secondo la ripresa del genere illustre della prosa di viaggio.

A questo punto si tratta di verificare se Gadda, appropriandosi del modello letterario-filosofico del dialogo, vi applichi un simile principio di elaborazione deformante. I dialoghi gaddiani, si diceva, sono almeno quattro: Meditazione milanese (1928), L’egoista (1953), Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo (1958), e L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore (1963). (2)

Per distinguere i modi differenti di questa appropriazione del genere letterario nei quattro casi citati, potremmo dire che nell’Egoista (SGF I 654-57) e nell’Editore chiede venia (RR I 759-65) si assiste a una sorta di grado zero dell’utilizzo della forma dialogo. (3) Come a dire che del dialogo, questi due scritti, assumono quasi solamente la struttura grafica conseguente alla divisione del testo in battute, e l’attribuzione di tali battute a due personaggi: Teofilo e Crisostomo nel saggio del ’53; L’Editore e L’Autore nella nota esplicativa redatta per l’edizione Einaudi della Cognizione.

Quale che sia la ragione di una scelta tanto impegnativa, quella cioè di formalizzare i due testi sulla scia di un genere letterario di così grande e antica tradizione, Gadda non si perita di fingere minimamente una distribuzione argomentativa tra i personaggi che in qualche modo giustifichi la formula scelta. Nell’Egoista i due interlocutori non discutono, in effetti, ma conducono un comune discorso circa le differenze tra la psicologia dell’egoista e quella dell’egotista-narcissico. Restano, nel discorso sin troppo nitido e allo stesso tempo assai generico, (4) minimi segni diacritici o frasali di una distinzione di ruoli: i puntini di sospensione che in tre circostanze indicano l’interruzione e la ripartizione di una medesima frase tra i due personaggi; i pochissimi tratti colloquiali (asseverativi, esclamativi e iterativi) che mimano assai debolmente l’andamento rimbalzato di una conversazione. Di là da ciò, le divisioni del discorso tra i due personaggi riproducono il più delle volte una normale distribuzione in paragrafi.

Lo stesso si può affermare per la celebre excusatio Gaddis che l’Ingegnere volle allegare alla prima edizione in volume della Cognizione: non è un caso, infatti, se il brano culminante nel quale è ripudiata l’etichetta di barocco, (5) è attribuito alla voce dell’Editore e non a quella dell’Autore. In questi due casi il dialogo, o lo pseudodialogo secondo la definizione di Manzotti, non agisce sul testo strutturandone internamente il discorso. Proprio per questo, però, il supposto grado zero si rivela essere il grado massimo del lavoro del testo in Gadda: perché la deformazione del genere letterario assunto come modello raggiunge qui la sua più alta potenzialità. La cornice para-testuale, cioè, rimane, ma è pressoché svuotata dalla gratuità con la quale essa è adibita a significare un discorso che la contraddice. Non si tratta, beninteso, di una sterile gratuità, giacché l’effetto che ne deriva è quello di uno straniamento sottile, o almeno tale in confronto agli effetti più marcati del plurilinguismo, ma non insignificante.

Sotto questo aspetto si vedrà bene che il pamphlet anti-foscoliano del Guerriero (SGF II 375-429) rappresenta una sorta di grado intermedio tra l’assenza totale di una ripartizione dialettica dei dialoghi citati e la disseminata e quasi sepolta effettualità dialogica della Meditazione milanese (SVP 615-894). Nel Guerriero, infatti, la netta distinzione argomentativa e diciamo pure ideologica tra le voci dialoganti è assicurata da una distribuzione dei caratteri vagamente tetragona, del resto meramente funzionale alla produzione degli effetti grotteschi e parodistici che il testo si propone. Si hanno così i buffi interventi e le gaffe della non proprio saputa Donna Clorinda Frinelli, le magnanime e riverenti parole di lode del Professore Manfredo Bodoni Tacchi, grande estimatore dello spirito della poesia foscoliana, e in ultimo le sardoniche dissacrazioni dell’Avvocato Damaso De’ Linguagi, il quale sfrutta abilmente la pochezza e la facile retorica degli interlocutori per piegarla ai suoi intenti derisori. (6)

Com’è noto, la Meditazione milanese è uno scritto teoretico, ma forse è in essa che si può rintracciare il più positivo utilizzo della forma-dialogo. Certo, occorre scoprirlo attraverso una lettura obliqua, che anteponga i valori marginali del testo a quelli più evidenti del discorso filosofico, peraltro abbastanza ingenuo. (7) Ma il discorso filosofico stesso è frammentato dall’insorgenza di un contradditorio dialogo assai vivo, che l’autore implicito mette in opera conferendo all’io enunciante un antagonista nella figura del Critico. Ne deriva, da un lato, una sorta di personalizzazione del discorso che contraddice la rigorosa astrattezza dell’argomentare teoretico, e dall’altro un protratto contendere dei due interlocutori.

La voce argomentante, così, dovendosi misurare con lo scetticismo spesso sprezzante del Critico, oltre a trascendere il tono referenziale della prosa trattatistica, si lascia trascinare dall’esigenza dell’ipotiposi verso una serie di veri e propri micro-racconti che spostano il discorso verso un suo altro narrativo. (8) è in questo senso che agisce l’azione di quella dialettica che era mancata in altri casi al dialogo gaddiano. Bisogna notare, però, che ciò si verifica proprio là dove a rigore non si tratta di costruire un dialogo, quasi che la scrittura di Gadda in sé strutturalmente dialogica, (9) non potesse tollerare di assumere le forme di un vero dialogo, se non a costo di denegarne le regole interne.

Università di Bologna

Note

1. Con formula tolta dalla Teoria del romanzo di György Lukács (1920): «Per il romanzo del diaciannovesimo secolo ha assunto maggiore importanza l’altro aspetto del rapporto necessariamente inadeguato tra l’anima e la realtà: l’incongruenza derivante dall’essere l’anima più estesa e più vasta del destino che la vita può offrirle […]. Qui, dunque, si tratta di un apriori concreto, qualitativo e sostanziale, che si contrappone al mondo esterno; si tratta cioè non del generico conflitto tra la realtà e l’apriori, ma dello scontro fra due mondi. Il che rende ancora più profonda la scissione tra interiorità e mondo». – «Ciò dà la misura della problematica necessariamente inerente a questo tipo di romanzo, proprio come l’impossiblità di fronteggiare il peso e la forza eccessivi del tempo reale sono all’origine dei pericoli che minacciano il romanzo della disillusione: lo smembramento e la mancanza di una forma» – cit. dall’edizione a cura di G. Raciti (Milano: SE, 1999), 105, 124.

2. Le date proposte sono quelle, probabili, della stesura degli scritti e non della loro pubblicazione.

3. Come Manzotti ha notato. Cfr. Gadda 1987a: 476, e RR I 876.

4. La distinzione tra egoista ed egotista lascia assai a desiderare: generico il primo, affatto privo di sfumature e finezze tipologiche; del tutto banale il secondo, in cui peraltro, con scarsissima presa su Freud (cui pure si allude), si confonde bellamente narcisismo e astratta vanità – per una misura delle semplificazioni moralistiche di Gadda, cfr. SGF I 659-62 e L’Introduzione al narcisismo di Freud (trad. di R. Colorni, in Opere, VII, Torino, Bollati Boringhieri, 1975, 443-72).

5. «talché il grido-parola d’ordine “barocco è il G.!” potrebbe commutarsi nel più ragionevole e più pacato asserto “barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine”» (RR I 760).

6. Un esempio: «DE’ LINGUAGI Là un quadrupede. Qui un altro quadrupede. L’amàzone se la sogna lei! La Palla, una volta issata a cavallo, trotterellò: alla prima sgroppata ruzzolò. Rimase impigliata nella staffa. E a-mazòn… BODONI TACCHI (spiritoso) Era un’apprendista amàzzone. Stava appunto imparando… a cavalcare. […] DE’ LINGUAGI… e a-mazòn significa… vergine priva di un seno, detto volgarmente mammella. E la Palla non era una vergine, ossia una ragazza, perché era maritata: ripeto: maritatissima! E le mammelle ce le aveva tutt’e due: (facendo il gesto con le braccia a semicerchio) due poponi così» (SGF II 410).

7. Opinione condivisa da Roscioni 1995a: 171-72 e da Lucchini 1994: 229.

8. Si veda, per i trascendimenti del tono referenziale, SVP 708; per un esempio di ipotiposi dilatata sino a diventare micro-narrazione, SVP 704-05.

9. è Segre che propone di leggere Gadda alla luce della famosa formula bachtiniana del romanzo dialogico: (Segre 1991: passim, e 2000: 437-39).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2017 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002). Artwork © 2002-2017 by G. & F. Pedriali.

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