Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Freud

Ferdinando Amigoni

«Elefante deciso a morir solitario», vecchio ma incredibilmente lucido, nel corso di una conversazione con Arbasino, Gadda narra dei suoi rapporti con la psicoanalisi.

A proposito di psicanalisi devo dire che mi sono avvicinato ad essa negli anni fiorentini dal ’26 al ’40, quando l’insieme delle dottrine e delle ricerche di questa grande componente della cultura moderna era visto popolarmente come operazione diabolica e quasi infame, per la crassa opaca ignoranza di molti grossi tromboni della moraloneria e della cultura ufficiale dell’epoca. […] Alla psicanalisi mi sono avvicinato e ne ho largamente attinto idee e moventi conoscitivi con una intenzione e in una consapevolezza nettamente scientifico-positivistica, cioè per estrarre da precise conoscenze dottrinali e sperimentali un soprappiù moderno della vecchia etica, della vecchia psicologia, e della cultura che potremmo chiamare parruccona e polverosa di un certo tardo illuminismo lombardo. (Arbasino 1977: 353)

Nonostante la notevole fortuna critica post mortem, questa pagina resta il più illuminante resoconto del contatto, vantaggiosissimo, tra Gadda e la psicoanalisi. Per nulla disposto a rinunciare alle radici «scientifico-positivistiche» degli anni di formazione, Gadda integra il «sistema», «attingendo largamente» alla nuova scienza della psiche, secondo quanto aveva teorizzato a suo tempo nel trattato filosofico: «i termini aggruppati in un certo modo in un sistema reale di conoscenza si dissolvono e poi si aggruppano diversamente. Oppure il sistema stesso è coinvolto in altri più lati» (SVP 703). In un’epoca in cui non si contavano i censori pronti ad accusare di esterofilia e di degenerazione, chiunque non si conformasse alle direttive della propaganda, Gadda fu, insieme a Saba e a Savinio, tra i pochissimi in Italia, a considerare la psicoanalisi una «grande componente della cultura moderna», e a dedicare addirittura una brillantissima conferenza-saggio a Sigmund Freud.

Le date proposte da Gadda vanno però spostate in avanti: la discontinua frequentazione di testi freudiani, probabilmente tutt’altro che disinteressata, ampia e condotta con la capziosa attenzione per il dettaglio, tipica dello scrittore, lascia tracce di primaria importanza nella sua opera a partire dalla Cognizione del dolore (1938-1941). Per il narratore della Cognizione, le ipotesi di Freud sembrano talora strumenti necessari, il cui indubbio valore euristico è impotente a lenire un lutto gravato di rimorsi (il titolo stesso dell’opera in cui si narrano le gesta dichiaratamente edipiche di Gonzalo è fin troppo eloquente al proposito): troppo poco tempo separa il presente della scrittura dalla recente perdita della madre. È necessario aspettare gli anni Quaranta e Cinquanta, quelli dell’Adalgisa, del Pasticciaccio (opera impensabile, come del resto la Cognizione, anche se in modo diverso, senza la psicoanalisi), dei grandi saggi dei Viaggi la morte e di Eros e Priapo, per reperire i frutti migliori di un incontro preparato da assai profonde affinità. (1)

Anzitutto l’«estremo, religioso empirismo», il movente indiscutibile che è all’origine di ogni riga della Meditazione milanese e del pensiero di Gadda, un pensiero «largamente intinto de’ cattivi attributi di psicologico, storico, autobiografico, empiristico ecc.» (SVP 724, 623). Questi «cattivi attributi» potrebbero fornire un eccellente cartiglio per un emblema della psicoanalisi: l’Io per Freud non è che uno schermo formatosi nel corso della preistoria del soggetto, grazie agli urti dolorosi tra l’apparato psichico e la realtà, il «dato in perenne trasformazione».

Certo, Gadda e Freud si situano agli antipodi di qualsiasi forma d’idealismo. Molto simile nelle intenzioni profonde la requisitoria gaddiana contro l’Io e il sospetto sistematico che sta alla base del metodo freudiano: il vero bersaglio è nell’uno e nell’altro caso il narcisismo (concetto chiave, per quanto riguarda l’opera di Gadda, dei due capolavori narrativi e della produzione saggistica della maturità). Non è difficile inoltre reperire incredibili somiglianze, in Gadda e in Freud, quando si tratta di definire la parola, ritenuta da ambedue un inestricabile «garbuglio» di voci, echi, sfumature semantiche: insomma, un «polisenso predestinato», come Freud la definisce nell’Interpretazione dei sogni. Impossibile infine non menzionare il posto centrale che nelle pure diversissime opere dello scienziato e dell’ingegnere-scrittore occupa la forma-racconto, come modalità discorsiva dotata di un peculiare, insostituibile valore euristico: il racconto cura il paziente, e permette di descrivere un «sistema» in «perenne deformazione».

La psicanalisi, in verità, può concorrere allo smontaggio di un’idea-sintesi che noi ci formiamo di noi stessi, come un’officina di riparazioni può smontare un’automobile. (SGF I 457)

Tra i personaggi creati da Gadda non sono davvero molti quelli che conoscono qualcosa di se stessi (Ingravallo, certo, e a modo suo, negli intervalli di lucidità, Gonzalo): tutti gli altri sono personaggi conoscibili solo dall’esterno, grazie a un’attenta analisi dei loro atti mancati, lapsus, sintomi. Nessuno spazio residuo per la classica introspezione: ogni persuasione su noi stessi è infida; non restano che segni, sintomi, attraverso i quali smontare le fallaci «idee-sintesi che noi ci formiamo di noi stessi», grazie al nostro compiacente narcisismo. È necessario, se si vuole capire qualcosa di sé, procrastinare la diagnosi e trattare il proprio Io con la stessa paziente, umile e distaccata dedizione che il meccanico dedica all’automobile che sta riparando.

Il sentimento, il sentimento vero, non si fonda sulla retorica dei buoni sentimenti, ma su quell’aggrovigliato complesso di cause e concause biologiche e mentali che Freud ha tentato appunto di sgrovigliare, di portare sulla tavola e sotto il riflettore spietato dell’analisi. (SGF I 460)

La riscrittura freudiana delle nobili gesta dietro a cui s’era soliti celare la biografia esemplare – le stesse gesta dietro a cui ogni uomo cela, nelle sue fantasie più recondite, il proprio quasi-nulla – è, come si sa, una riscrittura condotta su registri bassi e spesso bassissimi, secondo i precetti di un canone tutt’altro che sublime. Lungo quella strada, segnata da cartelli indicatori che richiamano a ogni passo quei «cattivi attributi» che Gadda ci ha pazientemente elencato, Freud «ha raggiunto, forse, le radici dell’equazione: poteva essere più accomodante a parole, lo ammetto» (SGF I 459). Se il magnifico «forse» è un minimo atto linguistico, assai espressivo, che ci permette di capire quanto necessaria sia stata – o, se si preferisce, a che profondità si situi – la lettura di Freud da parte di Gadda, non è forse inopportuno ricordare che, per l’ingegnere-scrittore, il raggiungere nientemeno che «le radici dell’equazione» non è poca cosa, soprattutto in un campo così metamorfico e imprendibile quale la psiche umana.

Narciso mente ma conforta: confeziona piacevoli autoritratti, nasconde le falle della mente, rende sopportabile l’assenza notturna della luce e del senso; soprattutto non apre porte che introducono in stanze – ripostigli impresentabili – mai visitate prima. Chiunque lavori all’invenzione del mondo, Freud e Gadda ne sono certi, deve lasciarselo alle spalle.

Università di Bologna

Note

1. Non sembra inutile segnalare che Freud è lo scienziato a cui la biblioteca di Gadda dedica il maggiore spazio: sette volumi (cfr. Cortellessa e Patrizi 2001a; Amigoni 1995a).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Ferdinando Amigoni & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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