Leibniz

Mario Porro

La tesi di laurea in Filosofia che l’ingegner Gadda concorda con Piero Martinetti, dedicata ai Nouveaux Essais sur l’entendement humain di Leibniz, non verrà mai discussa. Accanto ai quaderni manoscritti in cui glossa i testi leibniziani, (1) nel maggio-giugno del ’28 Gadda compone la Meditazione milanese nella quale è marginale la questione dell’innatismo da cui si era originato il confronto con il Saggio di Locke. Ma certamente la razionalità formale di Leibniz, irriducibile alla linearità semplice dell’ordo euclideo e del deduttivismo cartesiano, lascia tracce profonde sul pensare di Gadda, in particolare sull’esigenza di fedeltà al carattere multiforme e complesso del reale. Se tutto è «indestricabilmente convinto e si codetermina», sarebbe ingenuo «il modo di procedere per enunciati e dimostrazioni»; non esistendo fatti elementari, ogni operazione dell’essere implica delle «posizioni complesse (da complector = io piego e ripiego, p.e. una tovaglia)» (Meditazione, SVP 829). (2) La cogitatio caeca leibniziana si rivolge alle relazioni che regolano un sistema, tralascia il riferimento alla specificità degli oggetti per svelare le strutture che ordinano i differenti campi del sapere, le diverse «parvenze» del reale. Invece di un punto fisso, di un fondamento stabile a cui ancorare la catena del pensiero, l’universo leibniziano assume la forma di una rete o di «una maglia a dimensioni infinite» (SVP 650), dove ogni elemento è nodo o groviglio di relazioni.

Il passaggio dalla logica cartesiana, dalle «lunghe catene di ragionamenti…», vincolate ad una lineare relazione di causa ed effetto, alla logica leibniziana della rete fa di Leibniz, ha osservato Michel Serres, l’anticipatore del pensiero strutturale. (3) Ma altre scienze trasversali dell’episteme contemporanea si sono edificate «nel nome di Leibniz»: il caso esemplare è costituito dalla cibernetica per la quale Norbert Wiener scelse Leibniz come «santo patrono». (4) E l’approccio sistemico proposto dalla Meditazione ha innegabili suggestioni nel filosofo che Gadda considerava «più affine», (5) anche se ignota gli rimane quella parte del pensiero leibniziano a cui guarderanno i fondatori della logica matematica e dell’intelligenza artificiale, sedotti dal sogno di risolvere le controversie con un «calculemus». (Gadda 1993b: 164). Il Leibniz matematico è per Gadda l’inventore del calcolo infinitesimale (anche se riletto nei termini newtoniani delle fluenze e delle flussioni), ed in misura minore colui che ha contribuito al calcolo combinatorio e della probabilità. Ma di Leibniz Gadda coglie l’essenziale, se prestiamo fede alle parole di Serres: «l’enciclopedia contemporanea è strutturata come il sistema di Leibniz, meno, ovviamente, l’armonia prestabilita», (6) a conferma della mirabile formula, «la disarmonia prestabilita», proposta da Gian Carlo Roscioni. Il venir meno della Mente divina nell’organizzare il sistema monadologico trasforma però la complicazione leibniziana nella complessità gaddiana: scompare infatti la possibilità di un ordine e di una regolarità universali, anche solo ideali. (7) Alla nostra conoscenza non si offre più la possibilità di giungere ad una visione globale e il punto di vista infinito di Dio non può più trasformare gli eventi contingenti in verità di ragione, determinate e necessarie.

Fra i «maestri della filosofia moderna» a cui si è accostato, è nei confronti di Leibniz, più che di Spinoza o di Kant, che Gadda riconosce il suo debito:

La lettura dei Nuovi saggi di Leibniz (tradotti da Cecchi) e della Teodicea stessa, si può dire che siano stati nettamente formativi per il mio sviluppo e i miei interessi logico-teoretici posteriori […] Ancor oggi sento di dover molto a Leibniz e di riviverne oscuramente i suggerimenti e i pensieri nella ormai declinante vita intellettuale, avviata alla chiusura… (Gadda 1993b: 95)

Ciò che Leibniz suggerisce è in primo luogo l’esistenza di diversi piani di realtà, di differenti livelli di conoscenza: una gerarchia di sistemi potenzialmente infiniti si dispone fra l’ambito inferiore, naturale, dove giocano «le istanze fisiche, ormoniche, nervose, uterine» ed un ambito superiore, platonico, retto da istanze logiche. (8) Accanto alla «ragione sub-umana» che costituisce tutto il mondo dell’inconscio, «il campo dell’infinitamente piccolo», si disegna il campo della ragione umana che costituisce a sua volta solo una porzione di una «più vasta ragione», anche senza bisogno di scomodare la Mente divina:

L’Inspiratore e il Depositario di questa più vasta ragione attuale non so se sia un Genio supersociale o superstellare (Leibniz, Bruno) o direttamente Dio. Ma propenderei di più per la prima ipotesi, e cioè per l’idea d’un sistema categorico superumano che non fosse ancora e subito Dio. Ché mi spiacerebbe di spendere Dio per così poco: e cioè di consumare l’Infinito Universo per dar ragione di quattro macachi che impidocchiano la crosta ignominiosa della terra (Meditazione, SVP 706).

Di qui ciò che Gadda definisce «la mia teoria della superordinazione de’ significati e sistemi»: ogni sistema che operi nel reale, centrale elettrica o sistema solare, è dotato di mens, di una sua autocoscienza organizzatrice come avevano supposto Bruno e Leibniz (Meditazione, SVP 777, 705-06, 733, 739). A sua volta ogni sistema costituisce una porzione di realtà integrata in un sistema più vasto; il sovrapporsi di strati del reale, n-1, n, n+1…, equivale, «quasi leibnizianamente», ad una crescita del grado di chiarezza e di coscienza. Compito della scrittura sarà allora assumere uno sguardo chirurgico che riesca ad «incidere», «trivellare», e penetrare col bisturi della parola al di sotto della «fragile crosta» della parvenza: si spiega così il costante ricorso a metafore fisiologiche, che giocano sul contrasto fra la pelle e le viscere, e geologiche, che alla superficie oppongono gli strati profondi (Bertoni 2001: 76). Il clima bergsoniano d’inizio secolo agisce da filtro sulla lettura che Gadda opera di Leibniz: la solidità della superficie è il portato del coagularsi e raggrumarsi di un flusso sotterraneo, punto di arresto provvisorio di uno scorrimento inesausto, manifestazione fenomenica in cui si rivela simbolicamente il fluire profondo (Bertoni 2001: 77; Calzolari 1985: 113). Da Leibniz si apprende la necessità di muovere verso il fondo oscuro delle monadi, in cui sono impresse verità necessarie, che restano virtuali, come le figure tracciate dalle venature del marmo. «è breve il passo» dalle verità innate di Leibniz al noumeno kantiano; (9) senza che si dia dualismo, platonica distinzione fra sensibile ed intelligibile, o rottura fra i piani della realtà, resta possibile il transito fra ciò che percepiamo senza riflessione e consapevolezza e l’appercezione che implica chiarezza e coscienza.

Tali suggestioni leibniziane agiscono ancora nell’accostamento alla psicanalisi che Gadda compie a partire dalla fine degli anni Venti. L’insegnamento del docente di psicologia, Casimiro Doniselli, lo aveva indotto a pensare ad una «specie di traduzione in termini psicologici di molte posizioni di filosofia teoretica» (Arbasino 1977: 353) Nella discesa verso i territori occultati dell’agire umano, allo scopo di infrangere «il crostone della retorica moralistica di superficie» (Adalgisa, RR I 560), alla ricerca dei modi «alquanto aggrovigliati e intorti, dell’essere» (Eros, SGF II 231), le petites perceptions avevano precorso l’inconscio freudiano:

Leibniz rivolge la sua attenzione appunto ai fenomeni della subcoscienza e analizza con mirabile originalità il campo dei fatti inosservati o poco osservati, quello che i suoi oppositori ed egli stesso amano chiamare il campo dell’infinitamente piccolo. Si sconfina così nell’indagine psicologistica. (10)

Dal fondo oscuro delle monadi « germinano» le motivazioni profonde dell’agire; dalla molteplicità continua e confusa degli strati inconsci, formati di impressioni e moti dell’anima che restano inavvertiti, si stacca il distinto, il determinato, il deciso: punto differenziato e singolare, per il quale esiste un massimo o un minimo, che si offre alla soglia percettiva. Le petites perceptions esprimono dunque la «constatazione leibniziana dell’infinitesimo psicologico» (Quaderno T 19-28; cit. Roscioni 1975: 123), dell’apparente non-coscienza. è una famosa nota dell’Adalgisa a chiarire il senso del riutilizzo gaddiano delle petites perceptions in relazione agli «imponderabili atti e moti», alle «oscure e tormentose delibere», alle «profonde elezioni dell’istinto»:

«Les petites perceptions», nella psicologia di Leibniz (Nouveaux Essais sur l’entendement Humain), sono incrementi infinitesimi della vita dell’essere individuo, causali inavvertite della scelta: come «la (fonction) différencielle» è l’incremento infinitesimo della funzione algebrica. Talora questa designazione quantitativa e meccanicistica («petites perceptions»), e apparentemente banale, sembra alludere ai motivi e agli impulsi della zona inconscia dell’io. In tale impiego noi dobbiamo accettarla come un simbolo idiomatico inadeguato (sei-settecentesco) della esplicita e divulgativa dialessi di un mondo razionaleggiante adibito a voler rappresentare fenomeni e fatti che soltanto una dialessi futura, se non un’esperienza e una coscienza future (Dostoiewski, Proust, Freud), sarebbe un giorno pervenuta a descrivere, a catalogare. è da supporre che il meccanismo profondo della evoluzione biologica (Goethe, Darwin: antesignani ed epigoni) e il suo segreto gioco si avvalgano, al loro progredire, di una misteriosa dinamica dell’inconscio o almeno dell’inavvertito […]. (Adalgisa, RR I 559-60)

«Il gioco multiplo e avaro degli infinitesimi, delle minime elezioni accumulatrici» (RR I 560) non solo consente di dare spiegazione delle dinamiche incerte delle scelte psicologiche, ma assolve anche la funzione di offrire una chiave di lettura dell’evoluzione biologica e del mondo fisico. L’universo leibniziano dove natura non facit saltus, secondo la scala degli esseri sui cui gradini si dispongono in modo graduale le specie, precorre l’evoluzione darwiniana che scorre in modo continuo, «nel senso infinitesimale del termine» (Pasticciaccio, RR II 260). Questo «arduo e periglioso capitolo dell’analisi» era ed è ben noto ad uno studente del Politecnico: «i bei sogni filosofici di mia primavera, fiorita di calcolo differenziale» (Gadda contro Gadda, SGF I 752). Esso consente di affrontare questioni di minimo o massimo nel calcolo delle variazioni, come il profilo dei ditischi che «offre, credo, un minimun di resistenza», o la superficie minima delle celle esagonali delle api: la perfezione della forma è l’esito della «pertinace evoluzione della discendenza», è una conquista che conduce, in un lessico più spenceriano che darwiniano, dalla «grossolanità primigenia» al meglio. Ciò che nel Leibniz della Teodicea era l’esito della scelta fra i possibili ad opera della mente divina, «che non può mancare di agire nel modo più perfetto, e di conseguenza di scegliere il meglio», diviene ora il risultato del gioco di sperimentazioni che avviene in natura. Il principio leibniziano del «miglior totale», «suggerito dal mondo organico-meccanicistico e anche dallo storico-economico», (11) si produce «da una molteplicità di tentativi e da un rinnovarsi di prove» (Il premio di poesia «Le Grazie», SGF I 625). Questa idea leibniziana «mi è molto accetta», rileva Gadda: ma invece di accogliere il principio per cui il nostro è nel suo complesso il migliore dei mondi possibili, egli preferisce restringerne la portata a sistemi limitati per i quali è pensabile una massima efficienza: «Si affaccia qui appunto il pensiero di una “via più breve” nel divenire, di una “massima economia”, di un “consumo minimo”, di un “teorema del lavoro minimo”» (Meditazione, SVP 772). In effetti Gadda sembra condividere, con ironia voltairiana, il parere di Luigi, il marito di Zoraide, il quale «pensava che questo mondo per molti rispetti lascia moltissimo a desiderare: era una sua idea, poco leibniziana per verità» (Meccanica, RR II 518).

«La teoria globale delle piccole percezioni è un calcolo infinitesimale» (Serres 1968: 207) ed il calcolo consente di saldare la transizione insensibile e la differenza, di fare incontrare il principio di continuità con il principio degli indiscernibili, a cui anche Gadda si ispira: «Non vi è assoluta identità nelli oggetti, ma solamente una certa similarità» (Meditazione, SVP 881). è proprio in virtù di variazioni insensibili che due cose non possono identificarsi, ma devono seppur di poco differire: «Già Leibniz lo disse, non vi è nulla di eguale» (SVP 887). Ogni termine (provvisoriamente ultimo) obbedisce alla logica processuale che ne fa elemento dinamico e non particella compiuta: «Come l’infinitesimo quantitativo non è un granulo o chicco piccolissimo (ché allora sarebbe pur sempre un finito) ma è definito in matematica come la quantità evanescente […] così l’atomo è l’evanescente logico» (SVP 714-15). Se cerchiamo di procedere verso relazioni elementari ed indistinte finiamo per giungere alle «vibrazioni infinitesime dell’essere» (SVP 651), non ad un sistema meccanico di parti, ma ad impulsi dotati di forza, di vis viva, in cui si esprime il conatus da cui l’esistenza si avvia.

Le piccole percezioni formano, per Leibniz, le impressioni che i corpi che ci circondano fanno su di noi: manifestano così il legame di ogni individuo con l’intero universo, il conservarsi del passato nel presente, gravido a sua volta dell’avvenire. Il riferimento alle piccole percezioni si tramuta allora in principio di poetica, in modalità di scrittura: la trama, se vuole seguire le linee contorte della vita, dovrà soffermarsi anche su quegli equivalenti degli infinitesimi che sono i particolari insignificanti (Racconto italiano, SVP 457): quei minimi indizi, quei dettagli in apparenza marginali da cui possono però procedere, per effetto di soglia, immani catastrofi. Gli oggetti e gli eventi non sono «pacchi postali» o «fichi secchi», chiusi nel loro involucro, «mi valgono in una aspettazione, in un’attesa di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li ha preceduti e determinati» (Opinione sul neorealismo, SGF I 629). Ed anche questa è lezione suggerita dall’apertura sull’infinito delle piccole percezioni:

Sono esse che formano quel non so che, quei gusti, quelle immagini delle qualità dei sensi, chiare nel loro insieme, ma confuse nelle loro parti, quelle impressioni che i corpi esterni fanno su di noi e che racchiudono l’infinito, quei legami che ciascun essere ha con tutto il resto dell’universo. In conseguenza di queste piccole percezioni si può anche dire che il presente è carico del passato e gravido dell’avvenire, che tutte le cose cospirano fra di loro (sumpnoia panta, come diceva Ippocrate) e che nella più piccola delle sostanze, occhi penetranti, come quelli di Dio, potrebbero leggere la connessione di tutte le cose dell’Universo. Quae sint, quae fuerint, quae mox futura trahantur (Le cose che sono, che sono state e che saranno). (12)

Dall’universo leibniziano in cui tutto cospira si possono allora trarre implicazioni di ordine etico ed in effetti è a partire dalla Teodicea che Gadda imposta problemi come quello del male: se il bene è ampliarsi di relazioni, infittirsi del groviglio che ci annoda al reale, il massimo male è il richiudersi in sé del narcisista, il dedicare solo a se stessi attenzione e cura. Se la realtà è sistemica ed ogni ente non è che nucleo provvisorio di relazioni, anche l’io biologico, eretto a sostanza separata, è più apparenza che realtà:

… la vita di ognun di noi è una «simbiosi con l’universo». La nostra individualità è il punto di incontro, è il nodo o groppo di innumerevoli rapporti con innumerevoli situazioni […]. L’egoista, buon per lui, ignora o trascura questi nessi, queste correlazioni di fatto. Non ha letto, e non ha meditato a sufficienza, la monadologia di Leibniz né i Karamazov di Dostoiewski. Non ha letto o non ha inteso i Vangeli. (L’egoista, SGF I 654-55)

Nell’ontologia tracciata dalla Meditazione milanese, dove ogni momento del reale è grumo o groviglio di relazioni, legato ad altro da infiniti filamenti come gli gnocchi nella pentola, non si può dunque conservare «qualcosa del concetto di individualità grossa od empirica (pacco postale) e dei concetti monadistici in genere». Proprio Leibniz aveva contribuito a mettere in discussione la nozione di elemento semplice: da lui Gadda recupera l’idea che ogni elemento è sistema di relazioni, idea che finisce per ritorcere contro il suo maestro. Se ogni particella ultima è solo termine provvisorio dell’euresi, neppure si dà monade in senso stretto, cioè sostanza semplice isolabile, atomo dinamico, che sia separabile e distinguibile. Le monadi si rivelano gomitoli, grovigli formati al proprio interno da infiniti rapporti, indistricabilmente connessi ad altro (del resto «Leibniz stesso ammise che la monade ne coinvolgesse altre ∞te» – Meditazione, SVP 760). «La mia monade e il mio io sono delle baracche sconquassate rispetto alle pure sfere d’acciaio di Leibniz e hanno mille finestre e fessure» (SVP 832). Appaiono dunque sensate le parole del critico che Gadda rivolge alle proprie meditazioni:

I vostri concetti artificiosi sono antileibniziani e rivelano una ignoranza crassa degli elementi d’ogni vera filosofia. Non ricordate che monade o io è un assolutamente semplice: e che la monade è la casa buia senza finestre?… è il chiuso pensiero, puro io, che non ha bisogno di luce dal di fuori, ché ha in sé la luce?… Un sistema è invece, secondo le vostre espressioni, un mostro indescrivibile, che fa pettegolezzi con tutti, come certe serve che coinvolgono nella loro curiosità malefica tutti i coinquilini. E qui, presso di voi, si tratta di coinquilini nella casa del mondo universo. (SVP 804)

La monade gaddiana afferma con forza il suo carattere di organismo, di unitas multiplex: ma essa rimane il «punto maligno o punto difettoso» la cui presenza caratterizza ogni sistema filosofico, per il quale risulta impossibile una chiusura ermetica. «Qualcosa rimane sempre di inspiegato: qualcosa di cui ci si chiede perché, sia esso l’Io di Fichte; o il Dio di Spinoza; o la forma aristotelica o il noumeno della critica, o la monade bruniana o leibiniziana» (SVP 741). Ma mentre Leibniz poteva anche distinguere «ipotesi da certezza, perché crede ancora a una certezza» (Quaderno T), le idee gaddiane riconoscono ormai lo statuto ipotetico di ogni organizzazione della conoscenza, l’impossibilità di accedere ad una «certezza totalitaria».

Centro Studi Gadda di Longone al Segrino

Note

1. Sui manoscritti si vedano le note di Gian Carlo Roscioni a Gadda 1974a: 421-22. Oltre al «Quaderno T», anche il «Quaderno A 1928» riassume e commenta i Nuovi Saggi di Leibniz; il «Quaderno S», dedicato all’Etica di Spinoza, offre anche una sintesi dei Saggi di Teodicea.

2. Sul tema della piega e sul gesto barocco per eccellenza, la triade spiegare - implicare - complicare, rimandiamo al saggio di G. Deleuze, Le pli. Leibniz et le baroque (Paris: Editions de Minuit, 1988; trad. it. Torino: Einaudi, 1990), e all’utilizzo che ne propone Robert S. Dombroski (Dombroski 2002a).

3. M. Serres, Le Système de Leibniz et ses modèles mathématiques (Paris: PUF, 1968).

4. Alcune prospettive della Meditazione gaddiana si illuminano ponendole in relazione con l’impianto della cibernetica, ad esempio per la considerazione integrata di macchine ed organismi, per la rivisitazione della nozione di finalità, per il problema della (auto)organizzazione e della mente incorporata ad ogni attività.

5. Si veda il corretto giudizio di Andrea Calzolari (Calzolari 1985: 110): «Ora, è proprio una rigorosa teoria delle relazioni che manca a Gadda, il quale non solo è all’oscuro degli sviluppi contemporanei della logica (oltre che della matematica), ma sembra non conoscere nemmeno i più illustri precedenti di tali sviluppi, cioè quegli scritti logici di Leibniz che pure erano stati riscoperti e riproposti al dibattito filosofico, all’inizio del secolo, da Russell e Couturat».

6. M. Serres, Hermès II. L’interférence (Paris: Editions de Minuit, 1972), 13.

7. Sul sistema di Leibniz come emblema di complicazione, si veda I. Stengers, Perché non può esserci un paradigma della complessità, in La sfida della complessità, a cura di G. Bocchi e M. Ceruti (Milano: Feltrinelli, 1985). Sulla differenza tra complicazione e complessità si veda anche A. Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli (Torino: Bollati Boringhieri, 1999).

8. Gadda 1993b: 104. La distinzione in livelli è proposta a proposito dei personaggi dei Promessi sposi: la paura di Don Abbondio e la sensualità della monaca di Monza rientrano nell’ambito di un dramma animalesco su cui la forza d’animo è impotente, appartiene dunque ad istanze fisiche che la ragione superiore non sa controllare e «un’etica consapevole dei suoi mezzi e fini dovrà tener conto di questo fatto».

9. Quaderno climaterico, Archivio Garzanti, citato in Lucchini 1994a: 232.

10. Quaderno T: traggo la citazione da Roscioni nelle note alla Meditazione (Gadda 1974a: 337).

11. Nota a proposito del § 117 della Teodicea nel Quaderno S.

12. Nuovi saggi sull’intelletto umano (Torino: UTET, 1968), 174.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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