Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Merda

Rinaldo Rinaldi

L’«ossessione escrementizia» di Gadda (Roscioni 1997: 55) ha il suo blasone inaugurale nel dramma infantile di Una tigre nel parco: le «merde mandorlate, […] sgretolate come torroni secchi, imbibite come babà» (RR I 733) si manifestano come «strana marmellata» tra le dita del bimbo che gioca a fare la «tigre reale» (SGF I 76). La probabile «delusione narcissica» innesca una reazione d’orrore per ogni deiezione organica, che fin dall’inizio si trasferisce sul cibo: merda è torrone, babà, ma anche frittella (RR I 729) – e anche ovviamente gorgonzola-croconsuelo, «grasso, piccante, fetente […] da spalmare con il coltello sulla lingua-ninfea e biasciarlo poi per dei quarti d’ora in una polta immonda» (RR I 583-84).

Il cibo-merda si trasforma a sua volta in escremento, con un rigoroso circuito che culmina di preferenza nell’epifania della «diarrea» (SGF II 320): sintomo degradante della paura, di quella paura che è stata la passione dominante di Carlo Emilio Gadda. La marmellata diventa allora «un certo tepore molle nelle mutande» da affidare alla «lavandaia» (RR I 718), diventa «la mistica materia» del terrorizzato Mussolini che «evacuò se stesso, il meglio di se stesso, nella coartata capienza delle disportive brachettine» (SGF I 434).

Proprio il dittatore fascista, trasformato in «Merdonio» (RR II 365) o nell’antonomastico «Merda», incarna del resto il Male universale negli apologhi del Primo libro delle Favole (SGF II 35-36, 41, 59): la scatologica rappresentazione degli Inferi, governati dal «Somaro» Mussolini e dalla «merdosa» Megera, corrisponde specularmente a quella di un mondo-cloaca, nel quale il nauseato Io dello scrittore è costretto a vivere.

La gaddiana reazione d’orrore per l’escremento, tuttavia, si accompagna sempre ad una reazione opposta: opportuno compenso della stessa «delusione narcissica» diagnosticata in Una tigre nel parco e, anch’esso, squisitamente freudiano. Il pasticcio merdoso dell’universo, infatti, rappresenta una meravigliosa potenzialità plastica per lo scrittore che ha le mani… in pasta. Gadda non descrive solo l’escremento ma anche i modi per incanalarlo e tesaurizzarlo, trasformandolo in una forma: il «collettore decumano» (SGF II 23) o «le acque luride» (RR I 338), ma anche la meccanica dei «piastrellati e maiolicati recessi» (RR I 417) e l’«entelechia secolare» dei «benemeriti vasi di porcellana» (RR II 975).

Non è allora un caso se lo scrittore, in uno splendido auto-ritratto inviato a Gianfranco Contini e ripreso in Eros e Priapo, si rappresenti incontinente, fra gli «schizofrenici» di un «ospizio» posti «vita natural durante a sedere su certi pitaloni ossia càntari tipo Falstaff» (SGF II 324): scrivere è infatti «estrudere», così come le recensioni di Giuseppe De Robertis sono dei «caccherònzoli settimanali, puliti puliti come le sfere d’una capra» (Gadda 1988: 70, 79).

Non pensiamo soltanto alle innumerevoli metafore escrementizie gaddiane («Ora lo defecherò», Cattaneo 1973: 58). Pensiamo alle scandalose mescolanze d’un linguaggio che fagocita ogni registro, digerisce ogni materiale, trasformandoli in una pasta ricca e metamorfica, vertiginosamente distanziata nella sua forma eppure indissolubilmente vicina ai dati corporei della commedia umana: come le «polpette» di mulo manipolate dai soldati del Racconto italiano (SVP 439, 447-49), come la «pallottola, perfettamente sferica» e «confezionata a regola» dell’Ateuco nell’Adalgisa (RR I 523) – come le «dovizie fumiganti» che «il rosone d’una cattegrale gotica» di un equino sfinctere estrude nel raffinato elzeviro Dalle specchiere dei laghi (SGF I 226).

Il microcosmo della scrittura gaddiana, come l’«estrusione postica» (SGF II 354) o «l’onta estrusa dall’Adamo» (RR I 713), riproduce e perfeziona il macrocosmo, rimodella la sfera del mondo. Se il mondo è merda, l’«impasto» (RR I 761) di questa lingua-merda riesce a trasformarlo e a trasformare se stesso in altra cosa, in una sorta di quarta dimensione, euforica e utopica. Come la famosa cacca di gallina nel Pasticciaccio, sublimata a barocca architettura ed insieme a tavolozza astratta:

un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava. (RR II 206)

Università di Parma

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Rinaldo Rinaldi & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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