Oggetti

Rinaldo Rinaldi

Se l’universo è un «campo oltraggioso di non-forme» (Cognizione, RR I 627), dove le innumerevoli manifestazioni del creato trovano posto solo per essere catalogate dalla rabbiosa penna dello scrittore, il ruolo di Gadda è propriamente quello dell’archivista: descrittore di frammenti che non potranno mai trovare un ordine o una ragion d’essere nel «caravanserraglio» (RR I 627) del mondo. La descrizione del resto, intesa come schedatura e quasi minuziosissima misurazione dei reperti che cadono sotto l’occhio di questo melanconico funzionario, è la modalità più importante della scrittura gaddiana: descrizione di oggetti o parti di oggetti, poiché tutto, anche la biologia e la psicologia, tende a cristallizzarsi nell’impersonale e rigido profilo di una cosa.

Le note di cui l’Ingegnere correda i suoi testi (famose quelle dell’Adalgisa) sono spesso in forma di scheda tecnica o analitica, dedicata per esempio alle «Pasticche di altea» («bianche, gommose, zuccherate, in forma di rombo cioè losanga», Adalgisa, RR I 561), alla «non-piega dei pantaloni» dell’Ottocento, o agli «spilloni» destinati ad «amarrare il largo cappello (di feltro o di paglia) al dolce e sodo viluppo delle chiome» delle signore («In acciaio di elevate qualità meccaniche, lunghi fino a 24 e 28 cm., terminanti in una gemma di vetro», RR I 562). Sono festuche, pulviscoli, minimi dettagli espressamente legati ad un’epoca, trascinati dalla furia degli anni, eppure bloccati dall’obiettivo dello scrittore come i «ritratti di famiglia» firmati «Guigoni & Bossi» (RR I 564). Non a caso, fin dal tempo della Meccanica, Gadda ama presentarsi come «specchio […] implacabile», […] preso da un attacco di zolianesimo, funzionario della meticolosa analisi, fotografo» (RR II 471-72): capace di fissare per l’«eternità» (Pasticciaccio, RR II 69) il «bagaglio del mondo, del fenomènico mondo» (Cognizione, RR I 627). Dal punto di vista di questo «minimissimo Zoluzzo di Lombardia» (Tecnica e poesia, SGF I 243), i due estremi, i ridicoli «formaggini» (Cognizione, RR I 627), che ossessionano Gonzalo, e il sublime cadavere di Liliana, che sconvolge Ingravallo, sono perfettamente equivalenti.

In questo immenso e sconclusionato catalogo, tuttavia, non manca un sottile spirito gerarchico che tende a separare la ristretta minoranza degli oggetti buoni dall’inesauribile repertorio di quelli cattivi. «I caparbi alternatori», le turbine Francis che «strascinano i rotors nel perenne freno del campo» (Madonna dei Filosofi, RR I 40), «la leggera mitraglia» («ingrassato ogni dente, ogni nottolino […] il caricamento e il ricupero […] la molla! il gancio», Cognizione, RR I 736), «un piccolo e civettuolo regolo calcolatore» (Adalgisa, RR I 450), «un cannocchialetto di madreperla, o che so, a fregi d’oro» (RR I 462), «un chiavistello “inglese” a otto mandate» (Pasticciaccio, RR II 50) – sono i prodotti della tecnica o della tecnologia a formare il primo repertorio, oggetti muniti di precisa funzione, ben delimitati nello spazio, frutto di un perfetto assemblaggio delle parti, muniti di una consistenza minerale o metallica ed estranei ad ogni possibile «uggia dello infinito, dell’informe» (Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche, SGF I 481). è proprio questa la «macchina», che è «poesia, e poi filosofia, e poi tutt’e due insieme» (Tecnica e poesia, SGF I 244): «una questione di particolari, di minuzzoli […] una permanenza caparbia e malvagia del particolare e del singolo, […] una sua riluttanza a smarrirsi verso il buio indistinto» (Belle lettere, SGF I 488). Come il «piccolo poliedro terso, di cristallo molato, tutto luci» che ferma le carte sulla tavola di Gonzalo (Cognizione, RR I 622). Come gli innumerevoli gioielli che attraversano le pagine di Gadda – dai «ciondoletti» (RR I 696) massonici della Cognizione fino a «le favolose caramellozze, lucide gemme» (RR II 232) del Pasticciaccio.

Di fronte al ben delimitato Elisio o murato Castello delle macchine, si estende invece, davvero all’infinito, la sbrodolatura degli oggetti che potremmo definire inutili o imperfetti, sfilacciati e molli: molli come certi liquefatti utensili nelle pitture di Salvador Dalì. In questo campo il giudizio di valore è molto più incerto, ogni oggetto si trasforma in un segno ambiguo e difficilmente decifrabile, «come l’erma di Giano guardata in faccia: e subito dopo da dietro» (Pasticciaccio, RR II 104). Ma è soprattutto lo spazio domestico e familiare, il claustrofobico spazio della odiosamata famiglia, a fornire gli elementi per un catalogo negativo: «gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica» (Adalgisa, RR I 301). Sono allora i pitali («un recipiente pariniano, ma di consistenza novecentesca, e cioè di ferro smaltato, rugginoso e sfondato», Madonna, RR I 81) o le piastrelle di casa («piastrelle rosse di piccolo formato: esagonali: e qualcuna anche in più pezzi», Adalgisa, RR I 355), il «piccolo gancio» di un «colletto insufficiente al perimetro» (Cognizione, RR I 668) o la banale «pettinetta miracolosa» dei «fiammiferi» (RR I 701) e perfino i cibi quotidiani (l’esemplare gorgonzola, «con ricche muffe nella ignominia delle crepe», RR I 583-84) a trasformarsi in un incubo, in una minaccia continuamente replicata all’ipersensibile percezione del mondo. Poiché ogni «oggetto finito, anche de’ più chiusi e circonstanziati in sé, […] contiene un errore. Esso è così erroneamente concepito» (Meditazione, SVP 742-43). E persino il corpo umano – «splendido oggetto» (SVP 743) per conto suo – è «degradato» allora a «testone finto da carnevale […] uno sdipanato succhiello» (Pasticciaccio, RR II 106), «pupazzo idiota, sbucato fuori chissà di che buco, dopo che tetra meccanica» (Cognizione, RR I 644). Persino la sublime epifania materna evocata sotto il segno della morte, nel finale della Cognizione o all’inizio del Pasticciaccio, si tramuta inesorabilmente «nella immobilità di un oggetto, o come d’uno sfigurato manichino» (Pasticciaccio, RR II 59).

La mania microscopica di Gadda, l’ossessivo smontaggio di ogni singolo oggetto per descriverne le parti fino a trasformarlo in una sotto-collezione di oggetti a loro volta smontabili all’infinito, si raddoppia poi in una speciale mania telescopica: la cosa tende ogni volta ad agganciarsi ad altre cose simili e gradualmente sempre più lontane, formando delle serie di oggetti che proliferano all’infinito avvolgendo l’universo nella loro scombinata ragnatela. Pensiamo alla già citata «mitraglia», smontata nel pensiero pezzo per pezzo. Pensiamo al comune cronometro che diventa un labirinto di «lancette» e «quadranti» colorati (Cognizione, RR I 697), alle due lettere ricamate sui familiari «lenzuoli di lino» che si trasformano in un groviglio di «propaggini e subordinative gestite in comune, di cirri, di pàmpani, di svoli, di fili; da non averne un’idea» (Adalgisa, RR I 540-41). Ma poi ogni minimo dettaglio, così isolato, si collega a tutti gli altri e forma quei vertiginosi elenchi di oggetti che sono così caratteristici della prosa gaddiana.

Sono serie omogenee, motivate diacronicamente come lo splendido elenco dell’Adalgisa dedicato all’«epoca “positivistica”» (RR I 553), o più spesso giustificate da analogia di funzione:

[…] un cosmo inimmaginabile di porcellane, di cristalli, di bibelots, di pantere di maiolica, di vasi cinesi, e di Sèvres, e di cioccolattiere incrostate di rubini finti con corone reali del Portogallo […] (Adalgisa, RR I 546);

[…] tutto il repertorio dei tiraviti, dei seghetti e degli scarpelli, dei martelli, delle tenaglie e delle pinze, con una chiave inglese, per giunta: oltre a un buon nerbo di chiodi sciolti, sia dritti che storti. (Pasticciaccio, RR II 88)

O da ovvia concomitanza spaziale:

Quand’è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all’ultimo romanzo, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? (Giornale, SGF II 574)

Ma sono anche serie eterogenee dove gli oggetti s’incatenano come «la più varia e inopinata suppellettile» (Cognizione , RR I 747), appositamente associando gli elementi più lontani – come in tutto il paradigmatico racconto L’incendio di via Keplero, o in questo più breve campione:

[…] nel repertorio erano riusciti anche a introdurre trentadue dozzine di cravatte di seta, ventotto fantasia e quattro da lutto, dodici pacchi di mutande da uomo, felpate, sette scatole di saponette al gelsomino, e una quarantina fra bottiglie e fiale di profumi, […] cinquanta pere di gomma per uso irriguo; e poi ancora degli spruzzatori, del dentifricio, della cipria, otto lampadine «Philips», un grammofono che non si riusciva più a farlo cantare, un abito ecclesiastico e una fenomenale gabbia da uccelli in forma di «châlet» svizzero, con disegni di finestre ogivali e due torri certamente gotiche. (Meccanica, RR II 474)

Un simile virtuosismo elencatorio, con i suoi illustri ascendenti letterari (da Rabelais a Joyce), rinvia alla filosofia dei sistemi che l’Ingegnere sviluppa nella Meditazione milanese: teoria di un cosmo dominato dalla dissociazione caotica, dove ogni sistema subisce un’intrinseca «deformazione» (Meditazione, SVP 648) e contiene necessariamente «un residuo o errore di chiusura» (SVP 743). Proprio l’«impossibile chiusura» (SVP 740) domina questa modalità seriale della scrittura gaddiana, trascinandola in una speciale euforia apocalittica che fa di tutto il visibile una «sarabanda» (Cognizione, RR I 693) di oggetti. L’umanità stessa, allora, assume la reificata figura collettiva della folla: la «turpe invasione della folla» (RR I 732) e le «maree d’uomini e di femmine» (RR I 692), così spesso catalogate da Gadda con rabbia sublime.

Che questo dissolvimento oggettuale del cosmo e questa parallela mineralizzazione del mondo organico non siano delle semplici tecniche retoriche, ma s’intreccino ai più profondi fantasmi dello scrittore, è ben dimostrato dalla fitta rete di allusioni falliche che accompagna i cataloghi delle cose gaddiane. Ogni oggetto, in fondo, è il «ninnolo» (RR II 120) invano desiderato da Liliana nel Pasticciaccio: «alluce» (RR II 196), «candela» o «ghianda» (RR II 132) che infine, nel famoso sogno del brigadiere Pestalozzi, si mineralizza nell’angoscioso «topazio» arrampicatosi fra le cosce a raggiungere una «trappola» ugualmente «ingessata» (RR II 194). Poiché tutto in questo universo nasce da una sostituzione, da uno scambio fantasmagorico di parole e forme che lo straordinario «ciclone» metaforico (Luigi di Francia, SGF II 211) della scrittura gaddiana sempre suggerisce e mai esaurisce: uno scambio perennemente rinnovato e proliferante, a generare gli infiniti oggetti del repertorio cosmico e a nascondere l’unico indicibile, invisibile errore di una biografia. Come la sciarpa «verde-nera» del Pasticciaccio, ritinta in un «marroncello» (RR II 143). O i «cherubini scarlatti» di «Giovan Bellino», sostituiti per errore ai «putti» de «l’Assunta […] di Tiziano Vecellio» (RR II 173). O il «Gadòla», che un equivoco anagrafico insinua «al posto di un Gadda» (RR II 186). Fino alla splendida «reminiscenza» liviana della Cognizione («gallinam in marem, gallum in foeminam se se vertisse…», RR I 688), che sembra per un attimo sfiorare la Verità.

Università di Parma

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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