Su due note dell’Adalgisa
tra storia e tecnica

Andrea Silvestri

1. Premessa

Del suo ricchissimo e variegato sistema di note, divagazioni all’interno della continua divagazione che è il racconto a testo, (1) Gadda stesso dà eccellenti chiavi di lettura, con riferimento proprio alle due opere più implicate, Il castello di Udine e L’Adalgisa. Così  scrive a Tecchi il 5 giugno 1934 a proposito del Castello:

[negli] articoli di guerra […] le note hanno un colore ginnasiale – quasi fossero dedicate a degli studenti: col tempo esse avranno forse un valore reale, di reale rievocazione; (Gadda 1984b: 113 – corsivi nel testo)

e così chiarisce, nella premessa alle «indispensabili glosse» di Quattro figlie ebbe e ciascuna regina:

le note restituiscono le «funzioni mimetiche del clima, dell’aura di via Pasquirolo o del Pontaccio» e del relativo «impetus e dello zefiro parlativo […] non soltanto nel dialogato, ma nella didascalia e nel contesto in genere». (RR I 374)

In un certo senso già l’autore illustra la funzione diversa delle note nei due volumi in questione, soprattutto storico-memoriale nei racconti di guerra del Castello, di commento (anche satirico-grottesco) ad usi, costumi e riti della borghesia milanese nell’Adalgisa.

Ma è interessante un particolare non conosciuto: l’annotazione a piè di pagina compariva già negli appunti gaddiani dei corsi seguiti al Politecnico (Silvestri 2004), sia in funzione di precisazioni tecniche specifiche (anche con un rinvio a un articolo della rivista L’Elettrotecnica citata pure nell’Adalgisa, RR I 421, n. 15), sia per quelle «asinerie» goliardiche che Gadda si scambiava con compagni e amici milanesi, sia per qualche cenno di tipo storico. Osservo invece che in una scrittura drammaticamente personale come il Giornale di guerra e di prigionia (pubblicato più tardi) compaiono non poche note, talora molto orientate a specificazioni del contesto militare e dell’hinc et nunc dell’io scrivente, ma anche già di carattere linguistico-gergale-dialettale. (2)

Il primo esperimento narrativo, poi, Racconto italiano di ignoto del novecento (1924-1926), presenta un certo numero di note, (3) che spaziano tra categorie letterarie, lessicali, etimologiche, con la comparsa in particolare delle due specie su cui qui mi concentrerò: le note tecniche e quelle storiche. La prima delle note tecniche, sulle turbine idrauliche, è ben congeniale (nel rifacimento della Ia Sinfonia) alla divagazione sul torrente Devero che autoriflette (talora antropomorficamente) sulle violazioni subite dall’uomo, con riferimento alla relativa centrale elettrica, (4) nella quale – sono le parole a testo nel Racconto italiano in corrispondenza alle quali si appicca la nota di cui ragiono– «non una stilla si perda della foga, della potenza» (SVP 539): ed è qui che si inserisce l’Esempio di nota (così Gadda), in cui la casistica delle turbine idrauliche Francis e Pelton richiama (5) l’argomento della tesi di laurea di Gadda, conservata a Roma alla Biblioteca del Burcardo. Mentre la seconda nota tecnica,  sulla «treccia “del 250”», specifica che 250 (sottinteso Volt, unità di misura della tensione elettrica) è la «tensione di prova per i tipi più economici di conduttore da luce, nel linguaggio degli operaî elettricisti» (SVP 550) (anche in questo caso, una terminologia ben congeniale all’ingegnere, appunto elettricista, Carlo Emilio Gadda).

Le due note storiche del Racconto italiano,invece, sono brevissime, ma mostrano già l’interesse di Gadda per la storia vicina e lontana: l’una per contestualizzare i fatti narrati ai tempi del ministero di Ivanoe Bonomi (SVP 555), e l’altra – a proposito della biblioteca  di don Ferrante, in quello che sarà l’avantesto dell’Apologia manzoniana (dove la nota cade) – sulla «reazione religiosa […] contro il nihilismo fiorentino, sbocco del nostro Rinascimento» (SVP 597).

2. Due note dell’Adalgisa

Ma veniamo al periodo più lussureggiante di note (dal Castello all’Adalgisa), e in particolare proprio all’Adalgisa. Sceglieremo da quest’opera (tra le più ricche di note, e la più esuberante nella loro mole) uno specimen dei due tipi di annotazione che si vogliono esaminare, alla ricerca sempre fruttuosa, nel caso dell’onnivoro Gadda, anzi (come si vedrà) in qualche caso in forma aggrovigliata e multipla, di fonti se non della fonte.

2.1 Un esempio di nota storica

Come esempio di glossa storica ci riferiremo a quella su Napoleone in Quando il Girolamo ha smesso… (RR I 331-336), la più lunga in assoluto, quasi un racconto a sé. È risaputa la feroce e sarcastica avversione di Gadda per Napoleone – per limitarci al epiteti più comici, tutti dal testo in questione, il Bonaparte è «il piccinella», «il grassouillet», «epilettoide», «omettino col diavolo in corpo, e col pepe in culo», «lugubre e sparuto generaluccio», «bravo artiglieretto […] e gendarmetto», «giallastro Vendémiaire», «intrigante arrivista», «il coso, il Vendemmiaio, col suo fiuto di volpiccia cachettica», l’«incoronato prepotentello», il «piccoletto», il «nano», il «grassottello».

E si sa della diminuzione, pur meno violenta, di Gioacchino Murat in un’altra nota (RR I 505-506, n. 6) di Al parco, in una sera di maggio (ne ha scritto Manganaro 2002a) – nota tutta giocata sulla pompa dell’iconografia nei due ritratti magniloquenti di Gérard e di Gros. Così come è noto e commentato che nella Conversazione anti-foscoliana, altrettanto piena di umori, Napoleone entra non da protagonista ma in quanto oggetto di ammirazione ridicola da parte del Foscolo stesso; mentre la furia della scrittura più che la critica storico-politica seppellisce sotto una gragnola di colpi e di ingiurie un altro personaggio questa volta dei tempi di Gadda: il Mussolini ridotto in cenere di Eros e Priapo.

«L’interesse per gli studi storici può dirsi innato in me» confidava ad Arbasino Gadda, riferendosi proprio in particolare «ai fatti della grande storia francese», alla personale passione per gli «storici francesi e inglesi […] e memorialisti […] gli epistolari, e le lettere» (Arbasino 2008: 47-48). Uno dei nomi qui esplicitamente menzionati è uno storico dei tempi in cui Napoleone era ancora vivo, Jacques Bainville, e guarda caso – nella immaginabilmente mutila e (diremmo oggi) bipartisan sezione napoleonica dei libri di Gadda ora al Burcardo (Cortellessa & Patrizi 2001a: I) – emerge il Napoléon giusto di Bainville (in un’edizione parigina Fayard del 1931), di cui converrà tener conto.

Ma non solo: sempre al Burcardo Les temps héroïques de Napoléon (Paris, Nilsson, s.d.) di Stendhal, un grande ammiratore di Napoleone, (6) portano – oltre a segni di lettura a matita – questa postilla autografa: «Costumi di Milano nel 1796. V. pag. 126 e seg.i». Mentre aggiungono elementi altre presenze in quel che resta della biblioteca privata di Gadda: la voce smitizzante di un uomo libero e attento al suo presente (l’uscita dal fascismo), Luigi Salvatorelli, Leggenda e realtà di Napoleone (Roma: De Silva, 1944); uno storico scientifico come Louis Villat, La rivoluzione francese e l’impero napoleonico (nella traduzione italiana di Paolo Serini per Einaudi del 1940); un «bonapartista reazionario» (così Salvatorelli) quale Louis Madelin, Napoléon; (7) Marie-Anne Adélaïde Le Normand, (8) Mémoires historiques et secrets de l’Impératrice Joséphine Marie-Rose Tascher-de-la-Pagerie, première épouse de Napoléon Bonaparte, Paris, Imprimerie de Mme Jeunhomme, 1820; e infine – è un autore altrove menzionato da Gadda – il classico Thomas Carlyle, La rivoluzione francese, Milano, Istituto Editoriale Italiano, s.d. (l’ed. originale è del 1837). (9)

I riscontri – sempre al netto della violenza verbale e del fiele di Gadda – sono molti, alcuni puntuali, altri vaghi, altri così ripetuti da far parte di una vulgata: qui daremo solo pochi campioni per testo.

Cominciamo dai riscontri Gadda-Bainville:

Gadda

Bainville

Napoleone «prese su la corona […] e se la pigiò in capo da sé, prevenendo l’atto rituale del Papa» (RR I 332)

Napoleone, «prevenendo il pontefice, afferrò la corona per riporsela egli medesimo sul capo» (200)

a testo: «il piccinella, […] incomptis capillis» (305) e in nota: «generaluccio […] artiglieretto […] gerdarmetto» (RR I 333)

«Mal pettinato» (60), «piccolo capitano» (58), «piccolo caporale» (63) (e «petit caporal» torna anche in Stendhal, 104)

e Gadda – Stendhal:

Gadda

Stendhal

«Con le donne […] alquanto mal garbato» (RR I 331)

a proposito di una signora che corteggiava Napoleone: «il prit la fuite»; e nei «récits de cette dame»: «Bonaparte […] garda un silence glacial […] son caractère était froid» (76)

«mal sosteneva le cure minute della toilette esterna […] il lugubre e sparuto generaluccio» (RR I 331-333)

«il avait l’air minable […] vêtu d’une façon […] misérable» (73-75)

«Giuseppina era buona amica […] di madame Tallien» (RR I 332)

«Mme Tallien et son amie le gracieuse Mme de Beauharnais» (79)

Passiamo al confronto con Salvatorelli:

Gadda

Salvatorelli

«Ebbe […] lo spirito costruttivo e organatore di Roma» (RR I 331)

il «popolo romano […] un conquistatore organizzatore» (19)

«prese su la corona […] e se la pigiò in capo da sé» (RR I 332)

«La corona provvide a mettersela in capo da sé» (85)

la «battaglia di Marengo in cui la vittoria [fu] sul punto di sfuggire a Napoleone» (RR I 335)

la battaglia di Marengo, «vinta quasi per caso» (47)

Ora Gadda versus Villat:

Gadda

Villat

«Teresa  Cabarrus: quella spagnola dagli occhi stupendi che il popolo battezzò per Nostra Signora di Termidoro […] Era costei moglie […] a quel Tallien che l’aveva levata dal carcere» (RR I 332-333)

«il Tallien […] voleva salvare dalla ghigliottina la bella Teresa Cabarrus» (301), e «“Nostra Signora di Termidoro” […] diventò la signora Tallien» (324-325)

«[…] l’incarico al Bonaparte […] per l’armata d’Italia […] Fu il matrimonio (9 marzo 1796) […] e tre giorni dopo la partenza» (RR I 334)

«[…] l’armata d’Italia (Bonaparte, che ne ebbe il comando il 2 marzo, si sposò il 9 […] e partì da Parigi l’11» (365-366)

«In Notre-Dame […] l’ex generale […] prese la corona […] (vedi David, Giacomo Luigi, Le sacre de Napoléon, ecc.) e se la pigiò in capo da sé. Poi coronò con corona femmina Joséphine […] Con [lei] il primo console a vita aveva regolato la propria posizione religiosa il dì avanti» (RR I 332-334)

la «cerimonia di consacrazione [nell’ed. originale «La cérimonie du Sacre»] […] preceduta dal matrimonio religioso […] ebbe luogo […] nella chiesa di Notre Dame con una pompa che fu regolata dal David […] Napoleone prese egli stesso la corona e se la mise in testa; poi, pose il diadema sul capo di Giuseppina» (472)

Di Madelin, alcuni primi riscontri rinviano al collegamento istituito da Gadda tra Napoleone e l’antica Roma. Secondo Gadda Napoleone «ebbe […] lo spirito costruttore e organizzatore di Roma», «Ebbe […] il culto di Roma: e, in certo senso, lo spirito costruttivo e organatore di Roma» (e già prima: «quando fu Cesare» ecc.), p. 331. Madelin per parte sua riportava a tutta pagina, come epigrafe al proprio volume, la frase di Napoleone «Je suis de la meilleure race des Césars, celle qui fonde» (p. 7); e affermava, nell’Avant-propos, «Entre les constructeurs, il fut […] un organisateur, […] un bâtisseur» (p. 10) (e il I cap. della 1a Parte si intitolava Les origines du bâtisseur, e il cap. IX della 3a Parte Le Constructeur); mentre poco oltre parlava di «peuple romain […] organisateur, […] génie […] réalisateur» (p. 14), e di «cette longue châine qui relie […] Napoléon […] à Rome» (p. 20). Ma diamo ora qualche altra citazione a confronto.

Gadda

Madelin

«dagli scaruffati capelli […] mal sosteneva le cure minute della toilette esterna» (RR I 331)

«si négligé dans sa tenue, les cheveux éparpillés sous le chapeau minable, taciturne et d’apparence insociable» (70)

«Maria Giuseppa Rosa Tascher de la Pagerie, vedova del decapitato […] generale […] Beauharnais […] Donna […] di portamento signoresco, di figura incredibilmente elegante […] Abile e intrigantuccia, con relazioni vastissime […], riuscì a tenersi a galla con l’Eugenio e l’Ortensia […] La “belle Créole” […] era buona amica […] di madame Tallien […] La nostra Giuseppa Rosa fu poi amicissima (leggi tra i righi) a Barras […] Barras stufo […] coltivava […] di rifilare la nostra Giuseppa […] al primo pretendente» (RR I 332-334).

«la veuve du général de Beauharnais, guillotiné […], Joséphine Tascher de la Pagerie, […] mère déjà de deux grands enfants, très lancée […] dans le monde qui entourait les Tallien, fort compromise par de nombreuses intrigues, mâitresse, pour le moment, de Barras […] Créole gracieuse, belle, voluptueuse, très élegante […]. Barras […] ne demandait pas mieux – étant fort volage – que de liquider ainsi sa liaison » (71)

«il […] generaluccio del 13 vendemmiaio […] Il direttore Barras […] aveva ragioni di stima […] per il bravo artiglieretto di Tolone e soprattutto gendarmetto del 13, per il giallastro Vendémiaire» (RR I 333)

«le petit lieutenant» (17) ; «en Vendémiaire an IV […], Barras […] reconnut […] ce petit officier qui à Toulon […]. Barras […] avait […] besoin d’un artillier» (67-68) ; «On ne l’appellait […] que “le général Vendémiaire”» (70-71) (e a p.71: Barras «le directeur»)

«Tra Nizza e Oneglia il malinconico Schérer, […] titillandosi con […] l’insuccesso […] della sua “armée d’Italie”» (RR I 333)

«Cette “armée d’Italie” […] comme paralysée sur la corniche de Nice […] surtout par l’incapacité de son chef, Schérer» (74-75)

«la fulgurativa missione […] per l’armata d’Italia […] Fu il matrimonio (9 marzo 1796 […]): e tre giorni dopo la partenza» (RR I 334)

«Quand, le 19 ventose (9 mars 1796) le jeune général […] unissait son sort à celui de Joséphine, […] il était […] désigné pour […] prendre le commandement en chef de l’armée d’Italie» (74)

la «battaglia detta del ponte di Lodi (1° maggio 1796), lorché [Napoleone] superò l’Adda guardata da […] Beaulieu: (Jean Pierre, barone di, generalissimo austriaco), sforzandolo issofatto evacuar Crema e Cremona» (RR I 336)

«Voici que […] Bonaparte fait glisser son armée […] pour tomber sur le flanc du feld-maréchal Beaulieu qui, précipitamment, se retire sur l’Adda. Voici que la rivière est […] forcée au pont de Lodi, et […] la Lombardie nettoyée d’Autrichiens» (78)

Ora Gadda versus Le Normand:

Gadda

Le Normand

«La “belle créole”, come la chiamavano» (RR I 332)

«ils ne la nommaient que la belle Créole» (I, 33)

«Beauharnais […] aveva comandato un corpo dell’armata del Reno, muovendo […] con una certa sua prudenza» (RR I 332)

Beauharnais, «général en chef de l’armée du Rhin […] On lui reprocha […] une inaction de quinze jours â la tête de l’armée» (I, 420-421)

«Donna di begli occhi, […] supplici nella dolcezza del viso, […] di portamento signoresco, […] con relazioni vastissime […], a tutti cara e gradita, trafficando in permute e rivendite di […] scialli; riuscì a tenersi a galla […] fra generali […] L’Eugenio lo tirava su “à la Rousseau”» (RR I 332)

«Une douce tristesse embellissait sa figure […] son port était noble […] elle enchaînait par sa douceur» (I, 12); «diverses merchandises que [Joséphine] recevait journellement» (II, 462); «elle sut profiter habilment de […] certains généraux» (II, 502) ; Eugène, «le jeune Émile […] le voyait-on journellement étudier Rousseau» (I, 452-453)

Infine un riscontro con Carlyle:

Gadda

Carlyle

«il lugubre e sparuto generaluccio […] il bravo artiglieretto di Tolone […] il giallastro Vendémiaire» (RR I 333)

«quell’Ufficialetto d’Artiglieria di Tolone, piccolo, dalla tinta bronzina, […] d’aspetto sparuto e quasi crudele» (III, 339)

Ma nonostante queste pezze d’appoggio, il quadro non è certamente completo, e possiamo esserne certi perché alcuni particolari anche minuti di Gadda, che sembrerebbero magari d’invenzione, a volte balenano in nuove possibili fonti, altre volte restano certamente ancora occultati in qualche angolo di  «memorialisti […] epistolari […] lettere». Qualche esempio da un volume cronologicamente e tematicamente pertinente, ma non sappiamo se noto a Gadda: R. McNair Wilson, Giuseppina Bonaparte. Ritratto di una donna, Milano, Mondadori, 1931 (citiamo dalla II ed. del 1934). Qui si trovano tre dati che non abbiamo incontrato altrove. Uno minimo: Gadda scrive «alquanto delicata di stomaco» (RR I 332), e Wilson cita una lettera a lei di Napoleone (sembrerebbe del 1796) che dice: «Tu non mi parli [che] del tuo maledetto stomaco, io lo detesto» (121), rimandando alla necessità di studiare come sterminata fonte l’epistolario stesso di Napoleone. Secondo punto: a proposito di «una qualche scappatella canonica [che] si sarebbe sempre potuta escogitare», per «disfarsene […], della Giuseppina» (RR I 335), Wilson sembra chiarire: «Il prete della canonica non era infatti stato invitato, e questo avrebbe potuto invalidare il matrimonio» (226). Quanto poi alla manovra matrimoniale di Giuseppina, che usa un sogno su suo figlio Eugenio per favorire il proprio progetto, la formulazione oscura di Gadda: «Sognò che il suo Eugenio le appariva: che, orbato del padre, ne rivoleva la spada: “chiedendole un protettore”» (RR I 334), si fa un po’ più chiara se si aggiunge la precisazione di Wilson: «Essa mandò suo figlio Eugenio a Bonaparte per chiedergli la spada di suo padre», con conseguenze favorevoli circa la predisposizione di Napoleone a dare una nuova famiglia a Eugenio e di conseguenza a Giuseppina. Ma altri dettagli, abbastanza circostanziati da non apparire di fantasia, devono avere fonti, nel catalogo di Leporello che è la bibliografia napoleonica, per ora sconosciute: è il caso della «rettitudine di oca» dell’altra figlia di Giuseppina, Ortensia, (10) che rifiuta il matrimonio col barone di Mun perché «era andato a letto con madame de Staël» (della quale è nota l’avversione per Napoleone); o qualche riferimento di dettaglio alla cerimonia dell’incoronazione milanese e alla stessa architettura incompleta del Duomo, che crediamo rimandino a erudite fonti locali: non, come avevamo sperato, nella Storia di Milano di Giovanni Campiglio, Milano, Felice Rusconi, 1831, 4 voll. che Gadda possedeva e che abbiamo consultato al Burcardo, e neppure il V del 1832: qui invece è reperibile qualche elemento per la successiva nota storica (RR I 338-339, n. 14) – sempre nello stesso racconto – sulla battaglia di Melegnano.

2.2 Un esempio di nota tecnica

E veniamo alle note tecniche dell’Adalgisa. La più lunga, e complessa da un punto di vista matematico, è quella associata a un’impresa finita male del «povero Carlo», «caduto in un lago di palta» mentre è a caccia di larve, il cui «optimum della forma natante» avvia la nota sugli integrali isoperimetrici: la parentesi sul minimo della superficie della «celletta prismatico-esagonale» delle arnie è coltissima, e talora intrisa di ironia sulla matematica adibita, sui matematici coinvolti e sui risultati via via conseguiti in materia. A questa nota ha dedicato un commento puntuale Carlo Murò, già professore al Liceo Parini di Milano, il cui sito pour cause ne ha ospitato tracce.

Preferiamo passare allora alla nota tecnica dell’Adalgisa sull’«estrusione kimberlitica» (RR I 337), presente come quella napoleonica in Quando il Girolamo ha smesso…, e legate entrambe – e pure l’altra intermedia, ancora tecnica ma brevissima, sul «cracking» – al labile appicco dei resoconti delle «damasse» milanesi ai vecchi della Confidenza su vere o sognate aggressioni per rubar loro «i brilànt» degli orecchini: appunto, l’ipotetico «adorabile farabutto» ha lo stesso «stile perentorio» del «piccinella» che si appropria della corona ferrea, con un «cracking», una «rottura», una «frantumazione» del tran tran serale della «sciora», più desiderosa che terrorizzata dall’altrui «concupiscenza» almeno dei suoi brillanti: i quali brillanti erano «maturati […] valicati i millenni» da una «estrusione kimberlitica».

Mi occupo di questa nota anche perché desidero associarla (per differenza e integrazione) a una lettura molto diversa che ho ascoltato dalla nostra gentile ospite Federica Pedriali (6 maggio 2010) al suddetto Liceo Parini. La Pedriali faceva riferimento alle emersioni dal profondo delle nevrosi e della genialità di Gadda (pur esplicitando di voler lasciare da parte Freud, come del resto fa Gadda nella recisa negazione della nota napoleonica a proposito del sogno di Giuseppina su suo figlio e il bisogno di «un protettore»: «No, Freud non ci ha che vedere», RR I 334). Qui, invece, rinvio a precise fonti politecniche, (11) degne di una visione ingegneresca,  «logaritmica» e «categorizzante» (RR I 459 e 472), alla Valerio Caviggioni. Complessivamente, mi sembra si possa dedurre in concreto una conferma della polifonia (al limite, «di tutte le cacofonie», per citare ancora dal «concerto» di Valerio e Elsa, RR I 469) non solo nella scrittura ma anche nella stessa lettura e interpretazione di Gadda.

Gadda segue nell’A.A. 1912-1913 il corso del prof. Ettore Artini di Mineralogia e Materiali da Costruzione: il corso, i cui laboratori probabilmente si tenevano ancora – non lontano dalla sede di allora del Politecnico, il palazzo della Canonica di piazza Cavour – al Museo di Storia naturale di cui Artini era direttore, è quello di cui Gadda diceva ad Arbasino (che ora ripropone anche questa confidenza nell’Ingegnere in blu): «a certe esercitazioni, per esempio di mineralogia, occorreva presentarsi alle sette di mattina» (Arbasino 2008: 45); ed è lo stesso corso il cui esame aveva superato il 5 novembre 1913 con 8/10.

Uno dei famosi manuali di Artini, I minerali (Milano: Hoepli, 1914), è conservato con sottolineature e annotazioni al Burcardo; due successivi volumi di Artini, uno per le scuole secondarie (Mineralogia – Milano: Francesco Vallardi, 1917), l’altro a più ampio spettro e proprio per gli allievi politecnici, Lezioni di Mineralogia e Materiali da Costruzione (Milano: Libreria Editrice Politecnica di Cesare Tamburini fu Camillo, 1920), sono precisamente – in un sapiente collage – le fonti principali dei dati sia tecnici sia storico-geografici della nostra nota. E non ci stupisce, se si pone attenzione ad un appunto personale (relativo ai materiali per il Fulmine e L’Adalgisa) conservato nel Fondo Gadda dell’Archivio Garzanti, (12) in cui Gadda appunta «Mineralogia: Man. Artini.-». Diamo qui di seguito i principali riscontri (i corsivi sono nei testi originali).

Gadda

Artini

«“L’estrusione kimberlitica ecc.”. […] La roccia madre […] è […] così denominata […] da Kimberley»

«l’ascesa della massa rocciosa […] per la quale fu proposto il nome di Kimberlite», da «Kimberley» (Lezioni di …, 235)

«Il diamante cristallizza volentieri nella prima classe del sistema monometrico (classe esacisottaedrica o della fluorite) per quanto forse pertenga alla classe successiva (esacistetraedrica o della blenda). Le facce talora bombate de’ cristalli, specie di quelli ad habitus ottaedrico o esacisottaedrico» ecc.

«Forma crist.  Sist. monometrico: probabil-mente spetta alla classe della fluorite, benché certe apparenze morfologiche si accordino piuttosto con la simmetria della cl. della blenda. Forme comuni sono specialmente l’ottaedro e l’esacisottaedro; quest’ultimo assai spesso con facce tipicamente curve» (Mineralogia, 94). E per habitus, cfr. Lezioni di …, p. 65, nel titolo del § 9 Modi di presentarsi dei cristalli; loro habitus ecc.

«I più cospicui giacimenti nell’Africa australe britannica. Scoperti nel 1867. Bacino dell’Orange e poi oltre Waal: (Transwaaal). Questi fornirono a certi anni (1907-1912) i nove decimi della produzione mondiale»

«giacimenti […] dell’Africa Australe inglese […] scoperti […] nel 1867 […] nelle alluvioni del fiume Vaal» (Lezioni, 234; e a p. 238 si cita «Transvaal»); «i giacimenti dell’Africa australe […] forniscono da soli circa 9/10 della produzione mondiale» (Mineralogia, 95)

«È una roccia estrusa (eruttiva) [che] resulta in buona parte da olivina, più o meno serpentinizzata. Riempie fino all’orlo certe grandi cavità imbutiformi, dovute a lontana esplosione vulcanica; un gruppo di tali imbuti è intorno a Kimberley, altro, pure notevole, nelle vicinanze di Pretoria»

«La roccia […] contenente […] olivina […] è più o meno evidentemente serpentinizzata […] Essa costituisce il riempimento di grandi cavità imbutiformi[…] dovute ad esplosioni vulcaniche […] Un gruppo di questi imbuti […] è […] vicino a Kimberley […]; un altro […] nelle vicinanze di Pretoria» (Lezioni, 235)

«La kimberlite palesa una sua struttura brecciata »

«La roccia, detta kimberlite, […] è brecciata» (Mineralogia, 95)

«Alquanto scura e tenace nel profondo, d’un verde nerastro o azzurrastro (blue ground), è più intimamente decomposta alla superficie: e appare ivi friabile, giallastra: (yellow ground). Il diamante si è segregato dal magma eruttivo durante il raffreddamento, per cristallizzazione del carbonio disciolto nel magma stesso »

«alla superficie è giallastra e friabile […] (yellow ground […]) mentre in profondità è ancora sana, e verde-nerastra o azzurrastra (blue ground […])» (Mineralogia, 95);«il diamante si è formato per segregazione dal magma […] capace di sciogliere il carbonio […] per raffreddamento» (Lezioni, 235)

«Il tenore in diamante della breccia  kimberlitica oscilla tra […]»

«Il tenore medio in diamanti della breccia kimberlitica è circa […]» (Lezioni, 235).

I prestiti testuali sono così numerosi e vistosi da non doversi commentare, salvo che per due brevi precisazioni.

Nella prima citazione Artini definisce implicitamente ciò che Gadda chiama  «estrusione», con un termine (tipico anche delle tecnologie meccaniche) al quale Artini – che pure usa sovente «intrusione» – preferisce «effusione», contrapponendo appunto le rocce «intrusive» a quelle «effusive, o vulcaniche» (Lezioni, 203).

Nella terza citazione, ecco a comune dati sia geografici, sia storici, sia merceologici: ma quella specificazione «(1907-1912)» non è di nessuno dei tre volumi di Artini (nelle Lezioni si parlava delle «miniere sudafricane, che forniscono la grandissima parte del prezioso materiale […] negli ultimi anni», p. 236).

Per finire – e  per mostrare come il retroterra culturale dell’ingegnere resista al tempo, alle ambientazioni, alla stessa collocazione citatoria in nota o a testo – la memoria seriosa di Artini balena nientemente che nel Pasticciaccio a proposito dei gioielli (e della loro «mineralogica virtù») ritrovati nel «pitalone» o «pitalaccio» della Mattonari Camilla: «il corindone, […] venuto di Ceylon o di Birmania,  o dal Siam, […] sesquiossido Al2O3 veracemente spaziatosi nei modi scalenoedrici ditrigonali della sua classe» (RR II 231). Artini, in Lezioni, parlava di «classe scalenoedrica ditrigonale» (p. 46), scriveva «Ai sesquiossidi appartiene il […] corindone Al2O3» (p. 301), e le provenienze erano «nel Siam, […], in Birmania, a Ceylan» (p. 303). Mentre nel suo primo volume Hoepli I minerali Artini diceva che la «classe della calcite» cui appartiene il corindone è la «classe scalenoedrica ditrigonale» (p. 66), e che il corindone – permutando ancora le provenienze  – «viene specialmente dalla Birmania; […] dal Siam, da Ceylan» (p. 256). (13)

Politecnico Milano

Note

1. «Siamo usciti dal seminato: cosa che sarà per capitarci altre volte: finché, dai critici, ne sentiremo di belle. Ma il mestiere del raccontare è difficile: tenere in sesto le idee che si sbandano come un branco di pecore! e noi in quanto cani da pastore siamo proprio dei poveri cani» (Racconto italiano di ignoto del novecento, a cura di Dante Isella – Gadda 1983a: 165-166). Questa affermazione  sembrerebbe addirsi perfettamente all’ossessiva profluvie delle note gaddiane; mentre invece è una precoce riflessione a testo – con una sostanziale intercambiabilità delle divagazioni in nota e a testo – sui «problemi della narrazione» e sulla «sua entrata in crisi» per la «indescrivibile complessità del tutto» (così Isella nella Prefazione, pp. ix e xxvii).

2. Sulle note di Gadda – loro frequenza e diacronia – oltre a Contini 1934 e Roscioni 1969a, rinvio alle osservazioni contenute nelle singole Note ai testi dell’edizione Garzanti, rispettivamente a cura di Raffaella Rodondi (Madonna dei Filosofi e anche, nell’Appendice, Castello di Udine) Guido Lucchini (Adalgisa), Emilio Manzotti (Cognizione), Giorgio Pinotti (Pasticciaccio) Liliana Orlando (Meraviglie d’Italia, Anni, Verso la Certosa. Più centralmente si vedano poi Bertone 1993, Riatsch 1995, Martignoni 2007,  e Cenati, 2010 (di quest’ultimo in particolare il paragrafo L’ipertrofia autoglossatoria su Castello e Adalgisa). Segnalo infine una tesi specialistica dell’Università di Pavia (relatrice Clelia Martignoni, 2008/2009), Il sistema delle note gaddiane dagli esordi all’«Adalgisa». Materiali e strumenti per un primo commento, di Sabrina Generelli.

3. Non mi riferisco a quelle che Gadda stesso denomina rispettivamente «note compositive» e «note critiche», e che costituiscono (come ha chiarito Isella nella Nota al testo, Gadda 1983a) «la progettazione delle fabula e dell’intreccio, e […] la riflessione teorica dello scrittore sui suoi mezzi espressivi»; mentre gli «studi», nella distinzione di Gadda, sono sempre secondo Isella «realizzazioni o tentativi di realizzazione compiuta […] del romanzo progettato» (Gadda 1983a: xxii). Mi  riferisco invece alle vere e proprie note a piè di pagina, quelle che Isella riproduce in corpo minore per distinguerle sia dal testo, sia dalle relative varianti riportate nella fascia inferiore.

4. Alla centrale di  Goglio, appunto sul Devero, Gadda fu in visita il 31 dicembre 1919: cfr. Giornale di guerra e di prigionia (SGF II 866).

5. Come ha segnalato Martignoni 2007. Qui aggiungo che il riferimento alla rivista  L’Elettrotecnica nel quaderno di appunti politecnici (AP) è precisamente relativo al rendimento delle turbine Pelton e Francis (AP 38: 12).

6. Non a caso Gadda parla, a proposito di Stendhal versus Napoleone, di «sentimento eroico e […] culto delle gesta imperiali» (SGF I 750). E anzi, nei Viaggi la morte, Stendhal e Napoleone (e Mussolini) sono associati nel segno dell’egotismo, sempre parola chiave per Gadda: Stendhal «non si rizza insino all’altitudine del Nano in trono, dell’Ajaccio; non si protubera da podio, nella volgarità priapata del Predappio: […] ma egotistuccio gli è lui pure» (SGF I 640).

7. Paris, Dunod,  «copyright 1935» – ma “Imprimé […] 1934».

8. Si tratta di una famosa cartomante (1768-1843), soi disante amica di Joséphine e dello stesso Napoleone.

9. Per uno sguardo d’assieme:

Volumi presenti al Burcardo – possibili fonti della nota napoleonica
Jacques Bainville, Napoléon (Paris: Fayard, 1931)
Stendhal, Les temps héroïques de Napoléon (Paris: Nilsson, s.d.) *
Luigi Salvatorelli, Leggenda e realtà di Napoleone (Roma: De Silva, 1944)
Louis Villat, La rivoluzione francese e l’impero napoleonico (Torino: Einaudi, 1934)
Louis Madelin, Napoléon (Paris: Dunod, 1934)
Marie-Anne Adélaide Le Normand, Mémoires historiques et secrets de l’Impératrice Joséphine Marie-Rose Tascher-de-la-Pagerie, première épouse de Napoléon Bonaparte, (Paris: Imprimerie de Mme Jeunhomme, 1920)
Thomas Carlyle, La rivoluzione francese (Milano: Istituto Editoriale Italiano, s.d. (l’ed. originale è del 1837).

*  con segni di lettura e una postilla autografa di Gadda

Altri riferimenti bibliografici
R. Mc Nair Wilson, Giuseppina Bonaparte. Ritratto (Milano: Mondadori, 1931)
Giovanni Caprara, Storia di Milano, Milano, Felice Rusconi, 5 voll., 1831-1832
– al Burcardo sono conservati i primi 4 voll. del 1831

10. Come non ricordarsi di Ofelia – «l’oca [per] educazione ricevuta» (SGF I 545-546) – nei Viaggi la morte?

11. Ettore Artini è la fonte del passo gaddiano – si vedano a riprova: I minerali (Milano: Manuali Hoepli, 1914; presente al Burcardo, con sottolineature e annotazioni), Mineralogia (Milano: Francesco Vallardi, 1917), e Lezioni di Mineralogia e Materiali da Costruzione (Milano: Libreria Editrice Politecnica di Cesare Tamburini fu Camillo, 1920).

11. Cfr., nella prima puntata di Paola Italia della relativa schedatura, A2 la p. 192 del  «Quaderno L’Adalgisa 2», (Italia 2001b: 169).

13. Il confronto, in altro contesto e diversamente articolato, era stato già proposto da chi scrive (ma solo con riferimento alle Lezioni di… di Artini)  in Annotazioni tecniche in margine a «Quando il Girolamo ha smesso… (Silvestri 2007).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-21-3

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