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Le cicale (e altro bestiario) della Cognizione

Claudio Vela

Se c’è un tema della Cognizione pertrattato dalla critica è quello delle cicale, una presenza che ha provocato letture e interpretazioni penetranti. (1) Parrà dunque superfluo o, peggio, presuntuoso, ritornare ancora su una strada così battuta e ben attrezzata. Mi giustifico proponendo qui, senza trascurare (che sarebbe sciocco) questa comoda e imprescindibile base di importanti studi pregressi, un molteplice movimento di spostamento del punto di vista, cioè una considerazione strutturale del tema per come si presenta all’interno della costruzione narrativa del testo nelle sue variazioni, una auscultazione delle risonanze culturali che vi si possono rintracciare, e insieme il suo inserimento nel più vasto contesto del bestiario della Cognizione, che pullula di animali forse più di ogni altra opera gaddiana.

In Dal Golfo all’Etna, prosa di viaggio pubblicata nell’Ambrosiano del 6 agosto 1931, poi raccolta nel ’34 nel Castello di Udine, in un assolato paesaggio siciliano «La malinconiosa cicala faceva più immensa e come vivente la luce» (ma ecco che subito dopo, trattandosi di una gita di crocieristi sulla terraferma, l’autore nota a contrasto «la cicalata babelica degli umani, e delle lor còniugi», RR I 189). Suggella questo ciclo di Crociera mediterranea (così il titolo della sezione del Castello che riprende quelle cinque prose ambrosiane dell’agosto 1931) Approdo alle Zàttere, dove un poco i lettori del quotidiano milanese, appena svoltato il primo capoverso, si saranno stupiti di vedersi venire incontro Platone: «Forse, nel mito del Fedro, il divinatore ha veduto la verità? Forse noi non siamo che una memoria e il nostro sogno non è che un vano protenderci verso la comune luce» (RR I 202). Qui è Gadda (che di Platone possedeva gli 8 voll. delle Belle Lettres del 19252 – Cortellessa & Patrizi 2001a: 200) a evocare direttamente a sé e ai suoi lettori colti uno dei più celebri miti platonici, quello dell’anima caduta prigioniera sulla terra e del suo desiderio di tornare a protendersi «verso la comune luce». Pochi anni dopo, nella Cognizione è a Gonzalo, unico fra i personaggi gaddiani e pour cause, che pertiene l’inclusione di alcuni dialoghi platonici nel canone ristrettissimo delle sue letture (Ariosto, Boccaccio, Cervantes); più volte, e con coinvolgimento diretto. Vediamo, in ordine di apparizione:

1) Non aveva nessun genio per l’arrabattarsi e il tirare a campare, nel di cui uso si trovava più impacciato che una foca a frigger tortelli. Attediato dai clamori della radio, avrebbe voluto una investitura da Dio, non a gestire la Néa Keltiké per gli stipendi di Don Felipe el Rey Católico, bensì a scrivere una postilla al Timeo, nel silenzio, per gli stipendi di nessuno. (Gadda 1987a: 107-08 / RR I 607)

2) Gli sfrullò di capo anche un’altra molestia, che gli s’era fermata come nel magazzino, nel retrobottega del cervello. Ma quale? ah! quale?.... mah! se stava leggendo il Parmenide? ah! già, che la Peppa seminava pulci per casa, raccoltele in cima di classifica al lavatoio «municipale».... Erano proprio delle pulci fuori classe, d’una vitalità incredibile, con salti ad arcobaleno sopra la torre Eiffel. (Gadda 1987a: 386/ RR I 715)

3-4) Il sole e le luci declinavano verso la loro dolcezza, allorché il figlio discese dal Simposio, o forse dalle Leggi, e, senza prevedere, aprì la porta di sala. Vi vide la mamma, con gli occhî arrossati dalle lacrime, tener crocchio: all’impiedi: e intorno, come una congiura che tenga finalmente la sua vittima, Peppa, Beppina, Poronga, polli, peone, la vecchia emiplegica del venerdì, la moglie nana e ingobbita dell’affossamorti, nera come una blatta, e il gatto, e la gatta tirati dal fiuto del pesce: ma fissavano il cagnolino del Poronga, lercio, che ora tremava e dava segni, il vile, d’aver paura dei due gatti, dopo aver annusato a lungo e libidinoso le scarpe di tutti e anche pisciato sotto la tavola. Ma il filo della piscia aveva poi progredito per suo conto verso il camino. E sul piatto il pesce morto, fetente. Era enorme, giallo, con gli occhi molli e cianòtici dopo l’impudicizia e la nudità; con la bocca rotondo-aperta pareva gli avessero dato a suggere, per finirlo, il tubo del gas. E nel cestello i funghi dall’odor di piedi; per aria mosche e anzi alcuni mosconi, due calabroni, una o forse due vespe, un farfallone impazzito contro la specchiera: e, computò subito, stringendo i denti, un adeguato contingente di pulci. La rabbia, una rabbia infernale, non alterò tuttavia la sua faccia. (Gadda 1987a: 411-12 / RR I 727)

Ogni volta, un atroce contrasto tra le «parvenze non valide» della realtà, o, nel primo caso, tra richieste inevase, per Gonzalo, di una realtà insopportabile, e l’impossibile rifugio nella purità platonica del mito, dell’altezza filosofica, della prosa accuratamente scalpellata: (2)Timeo, Parmenide, Simposio, Leggi. (3) Nella Cognizione il Fedro non compare. Ma è una presenza allusa, anzi meglio che allusa: calata in una diversa realtà, assolutamente reale, ma che entra per così dire in risonanza se la si staglia sullo sfondo del dialogo platonico. Bene lo ha indicato Manzotti nel suo commento: «le cicale contrappuntano, alla maniera del Fedro platonico, il procedere del medico ed il colloquio con Gonzalo» (Gadda 1987a: 111 r. 1). In un’opera di Gadda dove la menzione di Platone si trova così sottolineata non sarà troppo arbitrario ricondurre anche a uno dei più famosi dialoghi platonici (fra l’altro proprio quello già citato da Gadda, e si è visto come, in opera di non molto precedente il romanzo) questo insistente tema delle cicale che contrappunta la (dilatatissima, e insieme concentratissima) scena centrale del testo.

Ora, le cicale di Longone sono assolutamente congrue con la realtà, nel senso che non forzano alcuna verosimiglianza rappresentativa. Stanno nell’ora meridiana (grosso modo tra le undici e l’una, ma ci torneremo) di un caldo e assolato 28 agosto sugli alberi della campagna di Longone: sul carpino (collettivo, cioè carpini), sulla robinia, sull’olmo. Da una finestra aperta sulla campagna e tanto più stando all’esterno della casa il loro è un fragore assordante. Passa una nuvola, le tipiche nuvole estive del mezzogiorno: ombra improvvisa sul carpino, sulla robinia: lo stridere improvvisamente smette. Ed ecco il grande scrittore che lombardamente rispetta la realtà e la rende esattamente: la nostra percezione delle cicale è solo auditiva, non visiva (come vale anche per quasi tutti gli uccelli sugli alberi, di cui solo percepiamo il canto). Dunque a tacere sono sì le cicale, per l’orecchio, ma per la vista è la pianta che, toccata dall’ombra, tace: fulminea e vera sintesi, metonimica e sinestesica, «il carpino tacque», «la robinia tacque» (Gadda 1987a: 111 / RR I 608).

Cicale reali, ma insieme partecipi di una memoria culturale, letteraria, senza per questo derogare mai all’esattezza del referto, per così dire. Non penso tanto ai numerosi precedenti reperibili nei capienti serbatoi della tradizione letteraria, dico di quella più presente a Gadda, perché qui la poligenesi, o magari la memoria involontaria, è più che possibile, probabile. (4) Piuttosto, alla luce di quelle sottolineature di presenze platoniche considerate sopra, lo spunto iniziale è probabile che coniughi una ripetitiva realtà di fatto proprio con la suggestione archetipica del Fedro di Platone, che agisce qui come generalissimo intertesto nella struttura narrativa, pressoché identica: un dialogo, filosofico sotto mentite spoglie quello di Gadda (uno solo degli interlocutori accede a questo livello), che si svolge d’estate nella calura intorno a mezzogiorno, in Platone all’ombra di un albero su cui cantano le cicale (canto ricondotto da Socrate a un mito non attivo in Gadda), che pausano il dialogo tra Socrate e Fedro riportando agli interlocutori la voce esterna della natura, sia pure mitizzata: questo «coro delle cicale» [230c] è sempre, semplicemente, definito come canto («E poi mi sembra che in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e discorrendo tra loro, guardino anche noi [258e-259a]»; «anche le profetesse delle Muse, che cantano sopra la nostra testa» [262d]). (5) Anche il mito raccontato da Socrate infatti le fa entrare in una diversa dimensione senza che però lessicalmente ci sia bisogno di una variazione alla menzione del canto.

In Gadda la narrazione e il dialogo non sono interrotti ma accompagnati continuativamente dal canto delle cicale (quando non si tacciono per l’improvviso passaggio di una nuvola estiva). Anzi, il dialogo è filosofico anche per un portato di questo sicuro legame con l’archetipo, di questo intermetterlo (in misura comunque ben superiore all’originale) col canto del cicale (e, in aggiunta, col suono aborrito delle campane). Intanto notiamo che il motivo delle cicale è tutto compreso tra l’imminenza dell’incontro del medico con Gonzalo («il buon medico era per arrivare al cancello» – Gadda 1987a: 106 / RR I 606) e il colloquio con lui (che in realtà continua con la storia del finto sordo Manganones-Palumbo, che però viene staccata dal dialogo tra i due, chiuso a metà del tratto IV, mentre la storia ne occupa appunto il resto – Gadda 1987a: 171 / RR I 633), non compare né prima né dopo in modo così costruito, si direbbe, da chiudersi quasi in perfezione circolare e con esplicita dichiarazione dei confini (cfr. la presenza di «estate» infra nelle citazioni [1], [3], [14] e penultima, ma ultima con menzione esplicita delle cicale). Le cicale sono un segno della continuità del tempo su cui si accampa il colloquio di Gonzalo col medico, e ne scandiscono la durata.

Ma in Gadda, diversamente che nel dialogo platonico, la variazione è sontuosa. Allo schema narrativo della lontana fonte si applica il medesimo modulo di espansione che contraddistingue internamente il processo di formazione della stessa scrittura gaddiana, come ormai è ben noto. Così i tre riferimenti alle cicale di Platone diventano dodici in Gadda, in un’estensione di testo non dissimile. Proviamo ad osservare più da vicino. Intanto entro quell’enorme rallentato che racchiude il colloquio medico-Gonzalo alcuni elementi, non solo le cicale, fungono da scansioni ricorrenti. E dunque preliminarmente converrà considerare questo corpo centrale del romanzo, che travalica l’artificiosa divisione in tratti, nelle caratteristiche proprie delle sue strutture temporali. Ci aspetta forse qualche sorpresa, come spesso accade con le cose troppo evidenti.

Notiamo intanto che nella Cognizione del 1963 (la princeps in volume), di 179 pagine, la visita medica e il suo antefatto (che inizia là dove il peone José avvisa il medico della richiesta di Gonzalo di una visita, e poi continua nel viaggio a piedi del medico verso la casa, per qualche tempo interrotto dall’incontro e dal dialogo con la Battistina) partono da fine p. 73, nel I tratto, con la precisa determinazione temporale («Al decimo giorno [di barba non fatta da parte del dottore], il 28 d’agosto, verso le undici della mattina»), per concludersi, quanto al dialogo con Gonzalo, a p. 151 (ma in realtà a p. 164 con la storia del finto sordo Palumbo raccontata dal dottore) (Gadda 1987a: 71-228, o 270 / RR I 595-659, o 669). A p. 98 suonano le undici e mezza, mettendo fine al colloquio medico-Battistina (Gadda 1987a: 128 / RR I 615). Le «campane del mezzogiorno» suonano a p. 110 (Gadda 1987a: 150 / RR I 625). A p. 115: «l’ora da una torre lontana sembrò significare: “gli atti sono tutti adempiuti”. Una anticipazione straordinaria, come una beffa crudele, precipitava giù sui pollai extracomunali quella sequenza bugiarda» (che piuttosto che l’una, come fa Manzotti, interpreterei come la mezza, trattandosi appunto di sequenza) (Gadda 1987a: 161, e cfr. il commento alle rr. 408-13 / RR I 629). Infine a p. 150 (nell’imminenza della chiusura del dialogo) «Una gallina in ritardo, di quelle che fan l’ovo al tocco, ruppe il silenzio»: non ci si dice che è scoccata l’una, ma insomma siamo in quei pressi (Gadda 1987a: 226 / RR I 658). Non tanto importa che un arco temporale preciso racchiuda la scena e il suo antefatto, pur esteso su più tratti, tra le 11 e le 13; quanto che il narratore abbia voluto farcene precisamente informati. (6)

Stiamo alle pagine della princeps del ’63: alle 11 del 28 agosto ci troviamo a p. 73. Da 73 a 110 (mezzogiorno) sono 37 pagine, da 110 a 151 (fine del dialogo diretto) sono 41 pagine: in tutto 78 (il 44% del libro). Sembra quasi che l’autore abbia voluto, grosso modo, condurre la narrazione in tempo reale: cioè che il tempo dell’azione narrata (coi suoi incisi, divagazioni, narrazioni non dialogate, ad es. il tempo della visita medica vera e propria, silenzi intermessi, ecc.) più o meno finisca per coincidere col tempo medio della narrazione, e della lettura. Due ore circa per circa 80 pagine. E due ore di cicale. (7)

Entro questi confini così meticolosamente contrassegnati si scandiscono degli atti ricorrenti, come si diceva, su uno sfondo uniforme che è quello della campagna longonese nell’ora estiva meridiana. Il più insistito, come ovviamente notato da Manzotti nel commento, riguarda un comportamento, quasi un tic, del dottore (che prima del dialogo, noto tra parentesi, è per il narratore il «buon dottore» e finirà per essere il «medicastro» verso la fine per Gonzalo – rispettivamente Gadda 1987a: 96 / RR I 604; Gadda 1987a: 207 / RR I 648), che ha il gesto caratteristico di sferzarsi il polpaccio e di rimuovere sassi o colpire frasche di alberi col suo bastoncello (o bacchetta) da passeggio, soprattutto quando tace per disapprovazione o incomprensione dell’interlocutore, come a prendere tempo, o meglio a riempire di un ritmo qualunque la pena di un tempo sospeso e imbarazzante, senza consenso e dialogo: ripetendosi identico scandisce il tempo: da «prese invece un bastoncello, uscì» (Gadda 1987a: 72 / RR I 596), fino all’ultima apparizione del gesto «Il dottore lo stava a udire a capo chino, bacchettandosi» (Gadda 1987a: 202 / RR I 646), e dello strumento, «A gambe larghe, le mani poggiate sulla bacchetta, come d’un insonnolito Rolando sull’elsa d’una rachitizzata Durendàla» (Gadda 1987a: 204 / RR I 646), l’azione e/o lo strumento appaiono ben 15 volte. Alla ripetizione del gesto corrisponde però solo in parte un rispecchiante monotono ripetersi della descrizione. (8) La variazione del tema della cicale, che si intreccia a questo del bastoncello e (molto meno) a quello delle campane in questa funzione di intermittenza temporale, è invece, si diceva, suntuosa, di una sapienza letteraria nel registro alto (ma con incursioni verso il basso, «friniva a tutto vapore», «salamoia di cicale e di luce») non inconsueta al Gadda di paesaggio e normale anzi entro la Cognizione.

Qui un nucleo limitato di elementi comuni (immensità e l’omologo infinito, estate, crepitìo e il quasi sinonimo stridìo, come, nell’ordine metaforico, screziato) vengono combinati tra loro come ingredienti di base e posti a distanza sufficiente perché il lettore ne percepisca insieme il ritorno e la variazione: non un pedale o un basso continuo, ma un tema con variazioni. Solo artificialmente, in sede di analisi, riunendoli insieme e specillando ricorrenze e innovazioni può apparire evidente il grande gioco stilistico, che è sapienza e ricerca, che vi si dispiega. Il tema in queste 28 pagine (dell’edizione Garzanti) si presenta 12 volte, una delle quali, la seconda, per assenza. In più se ne registrano due espansioni, tra loro solidali, per applicazione analogica (non riguardano le cicale, ma rispettivamente il medico e Gonzalo, i due dialoganti). E infine un passo devia verso un altro tema, inserendo anche le cicale in un ben noto, ma diverso, sistema. Con queste si arriva dunque alle seguenti 15 presenze. (9)

I.I

[1] La CICALA, sull’olmo senz’ombre, friniva a tutto vapore verso il mezzogiorno, dilatava la immensità chiara dell’estate. (Gadda 1987a: 105 rr. 1566-568 / RR I 606)

I.II
[2] Al passare della nuvola, il carpino tacque. […] La robinia tacque (Gadda 1987a: 111 r. 1 e rr. 5-6 / RR I 608)


[3] Le CICALE, risveglie, screziavano di fragore le inezie verdi sotto la dovizie di luce, tutto il cielo della estate crepitava di quello stridìo senza termini, nell’unisono d’una vacanza assordante (Gadda 1987a: 123 rr. 204-06 / RR I 612)


[4] Il toccare delle undici e mezza separò i due, dalla torre, metallo immane sullo stridere di tutte le piante. (Gadda 1987a: 128 rr. 308-09 / RR I 615)

[5] Attraverso le barre in legno [...] fu, [...], in uno sguardo, la chiarità dell’estate. Il crepitìo infinito della terra pareva consustanziale alla luce (Gadda 1987a: 129 rr. 315-19 / RR I 615)

I.III
[6] Entrarono in una camera grande a pareti scialbate di giallino, con due finestre, di cui una chiara, aperta sulle robinie, sulle cicale, e due letti. (Gadda 1987a: 139 rr. 4-6 / RR I 620)


[7] Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine. (Gadda 1987a: 143 rr. 71-72 / RR I 621)


[8] E le cicale, popolo dell’immenso di fuori, padrone della luce. (Gadda 1987a: 144 r. 87-88 / RR I 622)

[9] come parlasse tra sé e sé, o tra una nuvola e l’altra (Gadda 1987a: 146 r. 145; RR I 623)

[10] Allegò vari impegni che lo avrebbero distolto per la dimane stessa alla pace della villa, (immersa in quella salamoia di CICALE e di luce) (Gadda 1987a: 148 rr. 187-90 / RR I 624)

[11] Vincendo robinie e CICALE, e carpini, e tutto, le matrici del suono si buttarono alla propaganda di sé, tutt’a un tratto: che dirompeva nella cecità infinita della luce. Lo stridere delle bestie di luce venne sommerso in una propagazione di onde di bronzo (Gadda 1987a: 150-51 rr. 232-36 / RR I 625)


[12] … Li sistemò come poté, i formaggini, in quel campo oltraggioso di non-forme: in quel caravanserraglio d’impedimenti d’ogni maniera: cicale cipolle zòccoli, bronzi ebefrènici, José paleo-celtici, Battistine fedeli lungo i decenni, gozzocretine dalla nàscita: tutto l’acheronte della mala suerte brodolato giù dal senno e dal presagio dei padri, che vi leggevano ilari, giulivi, in quel fiume di catrame, la cara normalità della contingenza, la ingenuità salubre del costume villereccio (Gadda 1987a: 157 rr. 327-35 / RR I 627)

[13] Le campane tacevano: le cicale gremivano l’immensità, la luce. (Gadda 1987a: 159 rr. 368-69 / RR I 628)


[14] Le CICALE franàrono nella continuità eguale del tempo, dissero la persistenza: andàvano ai confini dell’estate. (Gadda 1987a: 171 rr. 605-07 / RR I 633)

I.IV

[15] Si avvicinarono al cancello; il signor don Gonzalo tacque, avvertita la insolenza del medicastro. (Gadda 1987a: 207 rr. 364-65 / RR I 648)

Di due di tali presenze, la [7] e la [8], centrali, Gadda ha enfatizzato l’autonomia costituendole in capoverso assoluto, come ad attirare su di esse un’attenzione particolare, nella loro brevità esibitiva di pressoché tutti gli elementi costitutivi del tema, altrove disseminati e qui raccolti compattamente: soprattutto nella [7], che nelle sue poche parole ne espone quattro: luce, screziata, infinita, crepidine. Si può provare a seguirle singolarmente, attraverso gli artifici grafici messi in opera per rendere evidente a colpo d’occhio i collegamenti tra uguali. (10) Si avvisi anche che non sono segnate le variazioni sinonimiche (mentre lo sono forme diverse riconducibili a un unico lemma, come «immensità» e «immenso», «stridere» e «stridìo», «crepitava» «crepitìo» e «crepidine», «screziavano» e «screziata»), ma vanno tenute in conto: «fragore» di [3] va con «crepitìo», «stridìo» e famiglie; «stridìo senza termini» di [3] va con «crepitìo infinito» di [5]; (11) le «bestie di luce» di [11] sono notevole metafora di cicale, introdotta per callida variatio del «cicale» di pochissimo prima. (12) Dunque, ripartendo da [7] (che possiamo considerare quasi il centro motore) la luce (che insieme a cicale è il lemma più rappresentato, otto volte) se ne propaga all’indietro ([3] «dovizie di luce», [5] «crepitìo… consustanziale alla luce») e soprattutto in avanti ([8] «padrone della luce», [10] «salamoia di cicale e di luce», [11] «cecità infinita della luce» e «bestie di luce», [13] «l’immensità, la luce», bella endiadi asindetica).

Sono procedimenti da linguaggio poetico, quasi da sestina lirica, dove tornano ossessive le stesse parole-rima e l’abilità del poeta sta nell’esplorarne al limite il capo semantico e le possibilità di variazione. Stiamo a questa infinita luce: introdotta in [1] dall’«immensità chiara», non appare poi nel seguito in un pattern grammaticale ripetuto, sempre viene declinata diversamente; e così avviene anche per gli altri costituenti del campo, fino allo spostamento semantico imposto a «crepidine», crudo latinismo che significa in realtà basamento (attestato non a caso nell’Hypnerotomachia Poliphili), ma con torsione ben gaddiana viene assunto per il mero aspetto fonico nell’orbita di crepitare e «crepitìo» ([3], [5] e [7]). E così via, in un esercizio che si può provare a ripercorrere in qualsivoglia direzione.

Piuttosto saranno da notare alcuni fatti, alcuni interni a questo stesso settore, altri pertinenti alla genesi e al serbatoio comune delle immagini gaddiane. Per i primi, sorprendente a prima vista appare il caso di [8], dove alle cicale, «padrone della luce», spetta l’appellativo di «popolo dell’immenso di fuori». Nel sistema gaddiano popolo, come ben studiato da Roscioni, spetta solitamente agli alberi (fino all’estremo di «creta senza popolo»); ed è in accezione positiva, come di nobile comunità, contrapposta al non-popolo umano (Roscioni 1995a: 49-51). Estensione indebita sarebbe qui considerare anche le cicale partecipi di tale nobiltà (dell’ordine simbolico). Perché invece, nella Cognizione, popolo pertiene anche, in accezione negativa di indistinzione animale, una cosa sola con gli animali, ai vari personaggi che agli occhi e ai nervi di Gonzalo infestano la casa (che infatti non a caso zoccolano come quadrupedi): eccoli infatti uniti in «Popolo e pulci» (Gadda 1987a: 415 / RR I 729). Ma ha agito forse anche lo stesso demone metonimico per cui «il carpino tacque… la robinia tacque»: le cicale, che non si vedono, rendono invece sonore le piante e gli arbusti che le ospitano: e a loro si trasferisce la qualità di popolo. Probabilmente entrambe le interpretazioni possono convivere, data la polisemia, la stratificazione meravigliosa (che vira in ambiguità) dei lemmi gaddiani. La prima esce rafforzata, mi sembra, dall’inaspettato inserimento in [12] (inaspettato perché nulla ci aveva preparato direttamente alla scoperta, troppo poco rivelatore, in quanto di ambigua interpretazione appunto, cioè neutro, essendo in [8] l’appellativo di «popolo») anche delle cicale nelle non-forme; retroattivamente se ne diparte una considerazione negativa: così come per le campane, anche lo stridere delle cicale evidentemente lima i nervi di Gonzalo (che, ricordiamolo, nel silenzio avrebbe voluto scrivere una postilla al Timeo); ma forse non del tutto quelli di Gadda, se si dimenticherà di inserire le cicale (non le mosche) tra gli antifrastici otto generi di felicità della Brianza nei cronologicamente non troppo lontani (sono del ’33) Viaggi di Gulliver, cioè del Gaddus.

Quanto alle due espansioni tra loro solidali si tratta di [9] e di [15]: dove vige lo stesso sistema di luce-espressione, ombra-silenzio di [2], (13) trasposto metaforicamente dalla natura al discorso umano: nel primo passo l’intermittenza dialogica del dottore viene assimilata alle cicale (come se anch’egli cicalasse), nell’altro, più profondamente, il ritorno (solo qui, e quasi in chiusura del colloquio) di «tacque», prima pertinente alle piante (carpino, robinia) le cui cicale si zittivano al passaggio della nuvola, assimila all’ombra, un’ombra oltraggiosa foriera di silenzio, l’insolenza del consiglio rivolto poco prima a Gonzalo dallo spazientito dottore, di risolvere ogni problema e ubbia al bordello. Per un altro scrittore che non Gadda si tratterebbe di un’estensione forzata, di un’interpretazione indebita, ma talmente tutto si tiene in Gadda, tale è il grado di coesione delle sue immagini linguistiche, che a me sembra credibile (la genesi ne sarà stata anche inconscia, ma sappiamo che c’è una verità del testo che travalica le intenzioni coscienti dell’autore) questa assimilazione generalissima al modello oppositivo, approfonditamente indagata da Manzotti, di cui le cicale sono la manifestazione più diretta, in questa zona del romanzo, ma non l’unica, e che si farà altamente simbolica più oltre nel testo. (14)

Ma usciamo ora un momento fuori dalla Cognizione, per scoprire un antecedente in quell’avantesto essenziale per la comprensione della Cognizione che è Villa in Brianza, dove pure troviamo concentrato ciò che poi risulterà disseminato nei modi che si sono visti: «Nuvole strane trasvolavano nel torrido cielo […]. I cumuli enormi si morulavano, come a simboleggiare future tempeste. La cicala immensa, a tratti, taceva e più lontane e remote cicale dicevano malinconiose desolazioni della terra, popolata di brianzoli» (Gadda 2001a: 28-29), dove scopriamo anche la genesi del popolo dei brianzoli-calibani del romanzo e un legame stretto col già considerato passo di Dal Golfo all’Etna nell’«immensa» (che qui era già epiteto, con «vivente», della luce) e in «malinconiose». E quasi una proiezione della Cognizione, nel tono lirico del pezzo, ritroveremo nel ’40 in Spume sotto i piani d’Invrea (poi negli Anni):

Una cicala persiste, dai lecci e dalla polvere della rotonda: canto antico buttato nella solitudine. […] Qui la cicala persiste. Le tombe dei marchesi Centurione vedo che non difettano d’epigrafe, nella frescura e nella penombra della piccola chiesa dove i maggiori hanno pace, dove arriva ancora, sommesso come una divozione, lo stridere antico: dai lecci, dalla vastità polverosa del meriggio. (15)

Con l’insistere su questa persistenza sulla quale non casualmente si chiude l’ultima diretta apparizione del tema nella Cognizione: il narratore se ne congeda, ma le cicale continuano, persistono nella realtà di un tempo che non è più quello di Gonzalo né quello della narrazione.

Infine le cicale si collocano anche in un’altra serie, non secondaria: quella delle altre presenze animali riscontrabili nella Cognizione, che ho voluto raccogliere per brevità sotto l’etichetta forse leggermente impropria (carica di risonanze culturali non strettamente pertinenti) di bestiario.

Balza in evidenza che le cicale non sono altro che animali senza corpo (come il cuculo), ridotti a un solo livello di percepibilità, sonoro: e tutto quello che se ne dice ne fa un concentrato di particolari qualità della luce estiva. Diventano facilmente simbolo, della continuità di un tempo indifferente e della parte-luce nella coppia oppositiva vista sopra, come, ancor più, chiaramente simbolico è il cuculo pure ridotto percettivamente al solo richiamo alle «due note» che «venivano dai silenzî» in una delle pagine più famose della Cognizione. (16) Però partecipano di caratteristiche comuni con altre presenze, come rivelato un po’ abruptamente, si è visto, dal passo [12].

Animali ne compaiono parecchi nella Cognizione, e spesso soddisfacendo quella ricerca di attenzione alla realtà vera e alla sua espressione letteraria che è pur un tratto tipico, inscindibile dalla deformazione (e qui sta forse una delle cifre della grandezza dello scrittore), del mondo gaddiano. Ma nello stesso tempo rivelano anche la difficoltà di questo rapporto con la realtà, soverchiato in Gadda-Gonzalo dalla nevrosi, dalla distanza, dall’inadattabilità. Viene di conseguenza che anche l’animale (fatte le dovute eccezioni, ad es. per la riconosciuta, in altre opere, nobiltà del cavallo) ha il suo luogo proprio in questa realtà urticante e ne fa le spese.

Non si spiega altrimenti l’abbondanza dei contesti in cui animali detengono il polo negativo, ad es. le metafore lessicalizzate come «è un porco» (detto del peone José), «non voglio maiali in casa» ecc. (rispettivamente Gadda 1987a: 203, 435 / RR I 646, 736); o comunque bizzarro, anche di un felice grottesco («La villa aveva due torri, e due parafulmini, alle due estremità d’un corpo centrale basso e lungo; tanto da far pensare a due giraffe sorelle-siamesi, o incorporàtesi l’una nell’altra dopo un incontro a culo indietro seguito da unificazione dei deretani» – Gadda 1987a: 49 / RR I 586); o d’altra parte l’eterna ricorrenza di polli e pollai, evidenti figurazioni non-valide, anche loro, sbrodolate giù dall’acheronte della mala suerte toccata a Gonzalo. Neppure si spiega altrimenti l’insistenza sul quadrupedare e lo zoccolare dei contadini se non in quest’ottica di riduzione animalesca, quindi di assimilazione negativa dell’umano (rispetto al quale vi sia distanza incolmabile di classe) all’animale. E nella stessa casella si collocano le non pochissime definizioni di bipede e bipedi.

Discorso diverso deve essere fatto per quei pochi elementi del bestiario che invece godono di una descrizione diffusa o comunque di una caratterizzazione più estesa del semplice richiamo alla tradizione ricevuta: può bastare un sintagma («guizzo rampicativo delle lucertole» – Gadda 1987a: 190 / RR I 640) per fissare per sempre in un emblema memorabile la quidditas intrinseca della rapidità motoria del piccolo sauro: è dove Gadda grandeggia, in questa capacità di rappresentare emblematicamente la realtà inchiodandola volentieri con invenzione linguistica.

Ma per effusione descrittiva, eterni polli e galline a parte, qui spicca soprattutto la libellula, a cui Gadda dedica parecchie righe:

sopra, azzurra, vi svolava la libellula, di tutto obliosa: apparita non si sa dove: esalando nel sole, quasi un pensiero vano dell’estate. Diafana e teatrale, le piaceva di sconfinare in territorio pirobutirrico senza passaporto: e senza chiedere permesso ad alcuno. Anche lei! Così. Con quel suo fare di bella donna a spasso, priva di itinerarî, lieve d’ali e di vita, di cervello poi non parliamone, che si lascia chiamare qua e là da mille varianti imprecise, ori, drappi, fiori, cianfrusaglie, al bazar dell’estate senza confini. (17)

Simbolo di una libertà impossibile, di una leggerezza diafana, come fantasia appunto (ma che fa presto a franare nella consueta misoginia della «bella donna a spasso» ecc.), nel sistema chiuso della Cognizione però anch’essa irridente ai confini penetra nella sacralità della casa («Anche lei!»). (Del resto, per la libellula l’«estate», ai cui «confini» andavano le cicale, è «senza confini»).

La felicità rappresentativa non può celare che il vero tema è un altro, cioè proprio quello dei confini violati. In questo àmbito risulta assolutamente perspicua una redazione precedente, che può essere assunta a paradigma di un atteggiamento:

L’ora panica soleva arroventare il terrazzo, su cui molt’anni prima s’era messo un giorno un mucchietto color fondo di caffè, sgrovigliatosi poi nella molle terribilità d’una vipera. E lo traversava la carovaniera interminabile delle formiche, quasi un prurito: dell’Ogaden e talvolta vi si riscontrava la macchia picea, berniniana, dello scorpione: uscito dalla tenebra a configurarsi, come una pianta di cattedrale, in ambasciatore di tenebra. Piatta, nera esedra con serbatoio di veneficî. E dopo i viticci e l’edera in gran fruscio vi folgorava il ramarro, come un démone-attimo che da quella focaia fosse stato disprigionato nel meriggio. (18)

è in questa serie che veramente si colloca la pur venusta libellula («diafana e teatrale»: un altro sintagma di memorabile evidenza). Anche gli animali dunque concorrono alla profanazione della casa, pur meno colpevoli forse, agli occhi dell’ossesso Gonzalo, degli umani degradati ad animali (cos’altro è l’insistere sull’afrore dei frequentatori popolani della madre se non metterne in evidenza un aspetto animalesco, pura natura?). Basterà rileggere il passo della rabbia più concentrata per la profanazione:

Il sole e le luci declinavano verso la loro dolcezza, allorché il figlio discese dal Simposio, o forse dalle Leggi, e, senza prevedere, aprì la porta di sala. Vi vide la mamma, con gli occhî arrossati dalle lacrime, tener crocchio: all’impiedi: e intorno, come una congiura che tenga finalmente la sua vittima, Peppa, Beppina, Poronga, polli, peone, la vecchia emiplegica del venerdì, la moglie nana e ingobbita dell’affossamorti, nera come una blatta, e il gatto, e la gatta tirati dal fiuto del pesce: ma fissavano il cagnolino del Poronga, lercio, che ora tremava e dava segni, il vile, d’aver paura dei due gatti, dopo aver annusato a lungo e libidinoso le scarpe di tutti e anche pisciato sotto la tavola. Ma il filo della piscia aveva poi progredito per suo conto verso il camino. E sul piatto il pesce morto, fetente. Era enorme, giallo, con gli occhi molli e cianòtici dopo l’impudicizia e la nudità; con la bocca rotondo-aperta pareva gli avessero dato a suggere, per finirlo, il tubo del gas. E nel cestello i funghi dall’odor di piedi; per aria mosche e anzi alcuni mosconi, due calabroni, una o forse due vespe, un farfallone impazzito contro la specchiera: e, computò subito, stringendo i denti, un adeguato contingente di pulci. La rabbia, una rabbia infernale, non alterò tuttavia la sua faccia. (Gadda 1987a: 411-12 / RR I 727 – miei corsivi)

Il catalogo degli orrori prevede, computabile ma incomputabile contingente di pulci a parte, una decina di specie animali (per svariate decine di individui, di unità). La blatta non c’è, ma è come se ci fosse, visto che come tale appare «la moglie nana e ingobbita dell’affossamorti». Le pagine precedenti preparano la scena: i polli stavano fuori, ma «avevano progredito razzolando lungo i susini e beccando non si sa che, e venuti per il didietro della casa al terrazzo come fossero parte anche loro del caro popolo, qualcuno aveva perfin l’aria di meditare addirittura il varco delle Colonne d’Ercole e d’entrare così, niente niente, in sala da pranzo…» (Gadda 1987a: 407 / RR I 725). Più oltre, l’esplicita dichiarazione: «Dentro casa, ora. Popolo e pulci»; e infine: «Nella casa, il figlio, avrebbe voluto custodita la gelosa riservatezza dei loro due cuori soli. L’ira lo prese. Ma la constatazione di quella pluralità sconcia lo vinse: si sentì mortificato, stanco». (19)

Tutte queste entità, in casa o sul terrazzo che siano, non sono al loro posto, non sono dove dovrebbero essere, infrangono l’«ordine naturale delle cose». (20) E le cicale allora? le cicale sembra che siano dove dovrebbero essere: ma anch’esse, col loro stridere nell’«unisono di una vacanza assordante» (unico velato accenno alla moralità della cicala, immortalata da La Fontaine, che passa l’estate imprevidente cantando, con subliminale rimando al favolista francese nominato più oltre nello sprezzo per il nipotino del Di Pascuale e le sue lezioni di francese impartite dalla madre di Gonzalo: «Del La Fontaine a uno scemo simile» – Gadda 1987a: 198 / RR I 644), anch’esse invadono il recinto idealmente recluso della casa, negando il silenzio che con la solitudine sarebbe la sola condizione ammissibile da Gonzalo. Più chiaro ancora era stato, per esplicitezza violenta, in Villa in Brianza: «una quantità enorme di lucertole, bisce e ramarri ci bazzicava d’intorno, scodinzolando fra il terrore delle donne» (l’assedio); più oltre: «saliva poi in casa. Veniva questa ripulita dagli scorpioni e scolopendre che la salubrità dell’aria c’è anche per loro» (il nemico occupante, momentaneamente disperso); e infine, contiguamente alla presentazione della Marchesana: «Grossi mosconi volavano, verdi, e un nubifragio di mosche nere e brianzole, dovunque» (il nemico interno, imbattibile – cit. rispettivamente da Gadda 2001a: 19, 24 e 25).

Così, retroattivamente, si spiega anche la crudeltà, riportata dalla voce collettiva, di Gonzalo, «già fin da ragazzo», «con le lucertole, che bacchettava perfidamente, coi polli del Giuseppe» ecc. (Gadda 1987a: 77-78 / RR I 598; infine, complice la motivazione della verifica scientifica, la famosa vicenda del gatto defenestrato. Con felice conferma della teoria scientifica, ma esito fatale «in quanto gatto» (Gadda 1987a: 79 / RR I 598).

Nessuno risparmia, nella Cognizione, questa furia distruttiva. Il bestiario, sono povere bestie, alla fine. Anche lui Gonzalo-Gadda, col suo «lieve prognatismo facciale, quasi un desiderio di bimbo che si fosse poi tramutato nel muso d’una malinconica bestia»; anche lui: «Il viso triste, un po’ bambinesco, con occhi velati e pieni di tristezza, col naso prominente e camuso come d’un animale di fuorivia (che fosse tra il canguro e il tapiro)» (Gadda 1987a: 137, 162 / RR I 618, 629).

Università di Pavia

Note

1. A partire da Citati 1972: 286-317, fino a Pedriali 2002e: 194-206, passando per Luperini 1990: 259-78, Bertoni 2001: 242-44, e soprattutto Manzotti 1996: 201-337 (313-19), anticipato da Manzotti 1995: 115-45 (132-40).

2. In una nota del Castello di Udine del ’34 caduta nella riedizione del ’55 entro I sogni e la folgore, che si appiccava a «il rigore esecutivo di Roma» (RR I 198), così specificava Averrois-Gadda: «è comunque notevole che le età e le opere di maggior vigore quanto alla invenzione profonda, siano ancora contrassegnate dall’accuratezza della scarpellatura: (Prosa di Platone; Cesare, Vergilio; Mino da Fiesole; portali alabastrini della Rinascita, con fiori e volute)» (Nota al testo di R. Rodondi, RR I 831).

3. Anche il «libro aperto» di cui uno «degli intrusi» nella casa indugia a leggere «alcune righe» («.... Ma le leggi della perfetta città devono»), è un’opera di Platone: Manzotti identifica il passo come probabile citazione a memoria delle Leggi (Gadda 1987a: 463, commento alle rr. 526-27; RR I 750).

4. Si va dalla cicala che «col noioso metro | fra i densi rami del fronzuto stelo | le valli e i monti assorda» dell’Orlando furioso (viii 20, 6-8), già di suo memore di Virgilio, Ecl. II 13: «Sole sub ardenti resonant arbusta cicadis»; alla «cicala, che riempie l’aria di uno stridere continuo e monotono» del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi e al «non cicala | strider… | […] | da presso né da lunge odi né vedi» di La vita solitaria di Leopardi; ai vari lemmi carducciani: la cicala che «nel meriggio le campagne sole | assorda» di Rosa e fanciulla, nelle Rime nuove, e soprattutto, di Fuori alla Certosa di Bologna, nelle Odi barbare, dove il sole «Giunge come il bacio d’un dio: | bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso | cantano le cicale l’inno di messidoro», e altro; al Pascoli di Temporale, nei Canti di Castelvecchio, dove «è mezzodì. Rintomba. | Tacciono le cicale | nelle stridule seccie», e di Al Serchio in Odi e Inni, dove pure è il loro silenzio a risaltare: «tonò su Tiglio, tonò su Perpoli, | velò il meriggio tinnulo all’aride | cicale che tacquero, nera | passò: sorrideva, la sera» (mentre in L’isola dei poeti, sempre in Odi e Inni, troviamo «i mezzodì d’estate | pieni d’un verso inerte di cicale»), e meglio ancora in Il cieco di Chio dei Poemi conviviali: «Era meriggio estivo: | io sentiva negli occhi arsi il barbaglio | della via bianca, e nell’orecchio un vasto | tintinnìo di cicale ebbre di sole»; per passare infine a D’Annunzio, che ha cicale «rauche», «querule» (Primo vere), e soprattutto, tacite nell’alcionia Stabat nuda aestas, «Le cicale si tacquero. Più rochi | si fecero i ruscelli…»; più vicine ancora, per una fusione di suono e luce simile a quella gaddiana e per relativa prossimità lessicale, sono le cicale di Maia, in Laus vitae 8 116, raccolta ben nota a Gadda e da lui più volte citata nella sua opera: «Tutta la valle ardeva | di fiamma cerula, e il canto | delle cicale era come | il suono del foco celeste, | talor come il crèpito chiaro | degli arbusti arsi, dei fumanti | aròmati». Estranee appaiono invece le diversamente celebri cicale del Montale degli Ossi di seppia.

5. Traduzione di G. Caccia, nell’edizione di Platone, Tutte le opere, t. II, a cura di E.V. Maltese (Roma: Newton & Compton, 1997).

6. A proposito di precisa determinazione temporale, una breve divagazione: a Gadda 1987a: 155 / RR I 627, rievocando l’incidente occorso alla figlia Pepita «.... L’altra settimana.... giovedì 22....», il medico offre le coordinate per collocare esattamente il giorno della visita, che essendo il 28 agosto è dunque un mercoledì (e infatti il narratore ci aveva detto che il medico era solito sbarbarsi il giovedì e la domenica, ma stavolta era al «decimo giorno» di barba non fatta: dunque da domenica 18). Nel 1935 e non nel ’34 il 22 agosto era giovedì (e dunque il 28 mercoledì: il che permette di verificare la coerenza della battuta del Manganones a Gonzalo, Gadda 1987a: 223 / RR I 656: «Son già passato mercoledì quell’altro.... ma mi ha detto: ripassi....»). Gadda intorbida un po’ le acque quanto alla cronologia, tra sé e Gonzalo: del quale più volte si dice che ha 45 anni, l’età che Gadda aveva nel ’38, due anni dopo la morte della madre: ma è l’età di Gadda quando comincia a pubblicare i primi tratti della Cognizione in Letteratura. E quanto all’anno degli avvenimenti del romanzo, dovrebbe essere il 1934 (giustamente Manzotti 1996: 242 n. 1 si cautela con un «probabilmente») ma ecco che le determinazioni puntuali appena viste portano all’anno seguente: d’altra parte in Gadda 1987a: 119 / RR I 610, la Battistina rivela sì che la madre ha 73 anni, ma poco dopo (Gadda 1987a: 132 / RR I 616), secondo il referto di altri al dottore, gli anni diventano 74. Adele Lehr (2 luglio 1861-4 aprile 1936) aveva il 28 agosto del 1935 già compiuto 74 anni: pur entro la finzione romanzesca, non era inverosimile che un personaggio come la Battistina si potesse confondere su questo particolare. Né si tratta di particolari futili di oziosa filologia, perché lo spostamento, voluto o meno, per distrazione o calcolo che sia, di fatto avvicina parecchio l’aggressione fittizia alla Madre al reale incidente che costò la vita ad Adele Lehr nell’aprile del ’36. Se siamo nel 1935, l’ultima estate di Gonzalo con la Madre viene a coincidere con l’ultima estate di Gadda con Adele Lehr.

7. Le pagine si riducono a 64, ma più fitte, in RR I (da p. 595 a p. 659) e si espandono, per la presenza del commento, a 158 (da p. 71 a p. 228) in Gadda 1987a.

8. Gadda 1987a: 72 / RR I 596: «prese invece un bastoncello, uscì»; Gadda 1987a: 81 / RR I 599: «mentre seguitava ad andare, sferzandosi il polpaccio destro (che aveva pieno e robusto, ciclistico) con quel suo bastoncello di ciliegio»; Gadda 1987a: 96 / RR I 604: «pensò il buon dottore frustandosi col bastoncello il polpaccio»; Gadda 1987a: 117 / RR I 609: «il medico, guardando a terra […]: intanto, col bastoncello, andava rimovendo nel suolo alcuni ciòttoli dei meno malnati»; Gadda 1987a: 119 / RR I 610: «diede una bacchettata nel frascame»; Gadda 1987a: 120 / RR I 611: «diede un’altra bacchettata nelle robinie»; Gadda 1987a: 121 / RR I 611-12: «aveva trovato, con la punta della bacchetta, un sasso più minchione degli altri […]: e gli ci vollero due mani a far leva»; Gadda 1987a: 128 / RR I 615: «Il dottore cominciò a frustarsi il polpaccio, con l’aria di chi non ha un minuto da perdere»; Gadda 1987a: 159 / RR I 628: «Giunti al ripiano delle scale, che fungeva da anticamera, presero a stropicciare le scarpe sull’ammattonato, tutti e due, come volessero saggiare il mattone: il medico ripigliò il bastoncello, che aveva lasciato in un canto»; Gadda 1987a: 163 / RR I 630: «il medico, a capo chino, si frustò col bastoncello il polpaccio destro»; Gadda 1987a: 164 / RR I 631: «Il dottore si batteva il polpaccio con la bacchetta»; Gadda 1987a: 171/ RR I 634: «Seguitava a bacchettarsi il polpaccio destro: con leggeri tocchi stavolta, ripetuti come a inseguire un ritmo, o a cavar la polvere dal pantalone»; Gadda 1987a: 172 / RR I 634: «Il dottore con bastoncello, dondolando una gamba, cioè un po’ l’una e un po’ l’altra, in alterno riempimento del vuoto, aveva messo la mano sinistra sul colmo del muriccio»; Gadda 1987a: 202 / RR I 646: «Il dottore lo stava a udire a capo chino, bacchettandosi»; Gadda 1987a: 204 / RR I 646: «A gambe larghe, le mani poggiate sulla bacchetta, come d’un insonnolito Rolando sull’elsa d’una rachitizzata Durendàla».

9. Il doppio numero romano in intestazione, rispettivamente maiuscolo e maiuscoletto, indica parte e tratto; il numero arabo tra quadre è invece il numero d’ordine di apparizione degli esempi; gli stessi segni o particolarità grafiche (corsivo, sottolineato in vari modi, barrato, spaziato ecc.) segnalano ricorrenza dello stesso elemento; i punti di sospensione in riga autonoma isolano l’esempio come capoverso.

10. Fra l’altro la [7] è l’unica della serie a esibire quel referente «campagna», che è da intendere come contenitore di tutte (in [5] e [8] sostituita dai più generici e comprensivi «terra» e «di fuori») ma spodestato a favore di astratti come «immensità», «immenso», ecc., o di elementi puntuali (ma collettivi) come «olmo», «carpino», «robinia», «tutte le piante», ecc.

11. Qui Gadda ha evitato un possibile interminato, che sarebbe stato un non funzionale ammicco leopardiano.

12. Anche il tempo verbale che pertiene alle cicale, l’imperfetto durativo, forma un microsistema, attivo fin sul piano fonico: [1] «friniva», «dilatava», [3] «screziavano», [13] «gremivano» e [14] «andavano» (e solidalmente il cielo di [3] «crepitava», il crepitio di [5] «pareva» consustanziale), qui dopo due perfetti che effettivamente chiudono il tema («franarono» e «dissero»), ma con espansioni che confermano la continuità («franarono nella continuità eguale del tempo, dissero la persistenza»).

13. Il traliccio essenziale di questo modulo appariva a chiare lettere in una stesura precedente: «Nell’intermettere della cicale, trasvolando la nùvola, si tacitò il carpino» (Manzotti 1996: 315).

14. Cfr. le importanti indicazioni di Manzotti 1996: 316: «La vicenda di canto e silenzio è significativamente sincronizzata nel testo ad una alternanza d’altro àmbito percettivo: quella tra luce ed ombra sul paesaggio» (in nota richiama il precedente del Poema paradisiaco di D’Annunzio). E ancora: «Le cicale, “bestie di luce” [in nota specifica: «E in generale simbolo della coppia complementare luce-oscurità proprio per una alternanza costitutiva, di silenzio nella notte – nell’ombra – di canto alla luce del sole»], ammutoliscono ad ogni ombra che proietti sulla campagna il trascorrere delle nuvole – un trascorrere che è ricorrente [...], e che appartiene agli stereotipi percettivi dell’autore, sensibile a ogni scansione ritmica del tempo e dello spazio» (con esempi dalla Cognizione, come nel «giro breve» del tarlo-cavatappi e nei «desolati intervalli» dei rintocchi delle campane, e dagli Anni, là dove la rana «per più lunghi intervalli», rispetto alla raganella, saluta con «cauto singhiozzo» lo «zaffiro della stella Espero, tacitamente splendida»). Rilevantissimi in questo sistema di «alternanza e sincronizzazione di luci e suoni» sono gli «intervalli» delle note del cuculo, per i quali decisiva è una precedente redazione sempre riportata da Manzotti 1996: 316 – «Nuvole rotonde e bianche vaporavano dalle montagne, adombrando i campi <al passare> come vele fuggitive. Il cuculo dava ad ogni ombra le sue note scandite». Da cui la conclusione dello studioso: «Oltre i confini di scene del resto simili un’identica scansione regge il fluire di giornate immobili: intervalli di luce e pause d’ombra, o corrispondentemente, sulla campagna assolata, l’unisono assordante di infinite cicale; o, nell’ombra, la voce sola, il singhiozzo sommesso del cucùlo celato nel folto. La strutturazione della percezione naturale rispecchia così raffinatamente le opposizioni su cui è costruita la Cognizione: quella tra pluralità (gli altri, i molti, i tutti, la moltitudine indistinta dei calibani) e singolarità, e quelle tra socialità e solitudine, tra naturalità e cultura, tra clamore e silenzio, tra atto e pensiero. Ad uno dei poli, cucùlo solitario, Gonzalo, in una sua esistenza umbratile (malgrado i momenti solari, alternati ai saturnini, degli sfoghi verbali)».

15. SGF I 216. Un’altra presenza di rilievo (per l’imprevedibilità del paragone) dell’immagine sonora della cicala si trova in una delle impressioni affidate da Gadda al taccuino senese del 1946 pubblicato postumo da Dante Isella col titolo grumi di pensiero silvano (Gadda 2001b: 35-40): «La cicala è signora solitaria del poggio, beve il cielo, piscia il suo canto immortale» (39). Entro un bestiario di memoria dantesca compare invece la cicala in un passo della Madonna dei Filosofi: «E nelle sere di luglio, quando le mosche e i tafàni han ceduto il regno alle zanzare e alle lùcciole, e il turno delle cicale è scaduto e lo han rilevato le raganelle e i grilli, (gemme del silenzio notturno), infinite stelle trapuntano la cava fonda del cielo, infinite cose si pensano; la torre è sola nel buio» (RR I 73).

16. Gadda 1987a: 421-22 (si veda particolarmente il commento di Manzotti alle rr. 707-13) / RR I 731-32. Altri passi si potrebbero addurre: si veda per campione il seguente, che unisce in un’unica dinamica di intermittenza tarlo, mosche, moscone: «Quando le mosche, per un momento, si ristavano dal loro carosello, e anche il moscone verde, un attimo; allora nel cosmo labile di quella sospensione impreveduta udiva più distinto il tarlo a cricchiare, cricchiare affaticatamente, con piccoli strappi, nel vecchio secrétaire di noce» (Gadda 1987a: 293 / RR I 683).

17. Gadda 1987a: 190-91 / RR I 640 – con la ripresa, «la libellula, come fantasia, ripassava tutte le frontiere» (Gadda 1987a: 227 / RR I 658).

18. Dalla II redazione in Gadda 2004a: 5-31 (26) – miei corsivi.

19. Come già precedentemente indicato, il passo della prima citazione si trova in Gadda 1987a: 415 / RR I 729; l’altro in Gadda 1987a: 417 / RR I 729.

20. L’incunabolo di questo atteggiamento sta nella confessione del Giornale di guerra e di prigionia del 21 luglio 1916, dove Gadda riconosce «un’antica, intrinseca qualità del mio spirito, per cui il pasticcio e il disordine mi annientano. Io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine. […] Le sgocciolature di stanotte nell’interno del mio baracchino mi hanno demolito quel residuo di forza volitiva che mi rimaneva. Io che mi sono immerso con gioia nelle bufere di neve sull’Adamello, perché esse bufere erano nell’ordine naturale delle cose e io in loro ero al mio posto, io sono atterrito al pensiero che il soffitto del mio abituro sgocciola sulle mie gambe: perché quella porca ruffiana acqua lì è fuor di luogo, non dovrebbe esserci: perché lo scopo del baracchino è appunto quello di ripararmi dalle fucilate e dalla pioggia» (SGF II 570-71).

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ISSN 1476-9859

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Framed image: after a detail from Georg Hinz, Still Life with Relief Chalice, Fruit and Glasses in a Stone Niche, 1682, Kassel, Staatliche Kunstsammlungen.

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