La nostra casa si trasforma:
e l’inquilino la deve subire

La casa degli umani si trasforma. La nostra casa, oggi, non è più quella di trent’anni fa. Le ragioni? Ragioni tecniche, ragioni economiche: escluderei affatto le ragioni morali. L’Ottocento aveva introdotto le poutrelles, rare tuttavia in Italia fino al nuovo secolo: ma i muri e i tetti erano combinati ancora all’antica: fondazioni, strutture portanti, copertura: pilastri e volte: malte di calce, muri di mattone o di pietrame, embrici e tegoli. Questi ultimi decenni hanno «rivoluzionato» la tecnica edilizia, e però la struttura della casa. Alla rivoluzione che chiamerò inevitabile, quella che stringenti motivi tecnici ed economici hanno imposto, s’è accompagnata la rivoluzione che chiamerò inutile o addirittura balorda, regalataci in molti casi dal truculento guappismo dei novatori coûte que coûte, dallo sconsiderato padreternismo dei tira linee quattordicenni: sì: età mentale quattordici. Buttando a mare come insopportabile zavorra tutta la esperienza edile e tutta l’arte (nel senso toscano di perizia: e di mestiere) e tutta la capacità d’intendere e di eseguire le cose che fu avvedutezza e acuità mentale del passato, abbiamo a volte creduto di poter disconoscere l’ordine del mondo e dei secoli e riprincipiar da capo, con rinnovate ragioni: che si palesarono essere, in definitiva, le ragioni dei quattordicenni: mentre il 77 per cento delle ragioni e dei motivi fisici del mondo sono rimasti gli stessi: gravità, clima, sole, neve, pioggia, vento, scarichi di fogna, acqua potabile, zanzare, tifo, bronchite, catarro, gravidanza, silenzio.

La rivoluzione che ho chiamata inevitabile ha recato agli abitatori della nuova casa vantaggi, ma anche svantaggi.

La nuova tecnica del calcestruzzo armato, dei muri di mattoni vuoti con armature ferrocemento, la eliminazione del tetto a lastre di ardesia o a tegoli di cotto, pesante e costoso, l’adozione di pali portanti per fondare in terreno molle, tutto ciò ha consentito strutture economicamente antisismiche o, in genere, staticamente valide a parità di costo: e magari per un costo minore. Il carattere sintattico-unitario della struttura, purché i carichi sulle palificazioni siano distribuiti a dovere, e le opere siano eseguite con onestà e scrupolo tecnico, diminuisce, a parità di resistenza, il costo complessivo dell’edificio. (Ma lo scrupolo non sempre sussiste ed agisce, come la cronaca del rovinio de’ cementi può dimostrare d’anno in anno.) Ecco in ogni modo i vantaggi. Molti, per altro, gli svantaggi, gli inconvenienti.

Il muro di mattoni vuoti, o «forati» che dir si vogliano, viene a difettare di «massa» e però di inerzia. Il più comune tramestio, un urto, una percussione si ripercote ne’ pavimenti soffitti e nelle travature e pilastri, l’alzata o la scesa delle taparelle avvolgibili del terzo piano fa traballare tutta la parete fino al settimo. Ma, sopra ogni cosa, lo svantaggio termico: le stanze si raffreddano e si riscaldano al variare della temperatura esterna con le ore del giorno: il sorgere del sole è percepito attraverso la scemenza dei forati dall’inquilino a levante, la bestiale autorità del sole estivo delle sedici diciotto è patita attraverso la inefficienza dei forati dalla indifesa agonia e dal sudore turco dell’inquilino a ponente.

THE DRUM-EFFECT

Terzo, e principe, lo svantaggio acustico. La casa ci accoglie anche per il necessario, per il vivificante riposo: quello che gli energetici fasulli si dànno l’aria di reprobare come pratica maledetta da Dio, salvo concederne a se stessi di nascosto una razione tripla non appena gli venga fatto: come l’emiro Mustafà, che aveva istruito i bidelli a lasciare accese le luci del suo palazzo di Bagdad fino alle prime luci dell’alba, a ciò che i rari vagabondi urbani lo ritenessero anche dopo le nove uno «spirito insonne», vigilante circa le fortune della Patria. La casa ci protegge, ci difende e ci deve difendere, nel raccoglimento, «contro il logorio della vita moderna». Il riposo, il sonno, a chi opera, a chi lavora, è altrettanto necessario del cibo, e dell’aria da respirare: a chi nella fatica del vivere o nella rabbia del contender l’anima al Tartaro minuto per minuto impegna senza risparmio il suo sistema neuro-encefàlico: midollo spinale e cervello. Or ecco: la casa di oggi, la casa riformata, la casa trasformata è impotente a preservare e a difendere, dall’oltraggioso logorio di cui sopra, gli abitatori e i lor nervi. La struttura in cemento ferro, in laterizi forati, specie nelle parti «tese» (soffittature portanti), risuona come pelle tesa di tamburo al minimo bottoncino che rotola. Scatolone di cemento ferro forati vuol dire: «dovrò porgere orecchio, mio malgrado, a tutti i rumori della casa, a tutte le note e le sillabe del falansterio».

UN FALANSTERIO DI OTTO PIANI

Gli amici fiorentini ridacchiano: «che tu porgi?». La mia tranquillità, secondo altri amici, è preziosa. È forse in pericolo? Abitavo al terzo piano d’un falansterio di otto, con 128 « nuclei familiari», a viale Madagascar 2024, scala D. Mi suggerivano palline di cera: si annidano così soavemente nelle conche degli orecchi! Se ne snidano così agevolmente, si riutilizzano così pulitamente! Durano un bimestre. «Ai rumori? l’orecchio devi non porgerlo: devi porgerlo non. Se c’è la cera non lo porgi. Che tu porgi! Mentre se lo porgi…». «… sento tutto: di tutti.» Ridono. « Che cosa senti?» «Sento la vita del nucleo familiare, ossia della famiglia italiana moltiplicata per 128. La vita dinamica, sento, la vita seduta, la vita all’impiedi, la vita a passo di ciabatta, la vita coi tacchi, la vita coi tatacchi, la vita con gli zoccoli, la vita lirica e fisarmonica, la vita opinante, il contenzioso familiare; la vita fisiologica, la vita patologica, la indisciplina dell’imprevedibile, la prassi dell’imprescindibile. (1) Dal di fuori, la notte di Capodanno, mi arrivano spari: tanto per cominciare: e, da dentro, vagiti acutissimi. E a cert’altre notti, o giorni, le corse, le sùbite e ferocissime puntate, gli zompi del cane lupo solo in casa, che balza e riprecipita: perché gioca ai birilli da solo, con un sasso, in attesa del ricovero: a Santa Maria della Pietà. Le sue non infrequenti carambole mi certificavano, a viale Madagascar, che il cane è l’amico dell’uomo: specie quando è scemo, l’uomo.

Sentivo l’ottuagenario capitano di magazzini di pagnotte a riposo, pluridecorato al valore: lo sentivo espellere dalle 24 alle 4 tutto lo stock di catarro pazientemente accumulato nei bronchi durante le ore del tepore. I medici sostengono che si tratta di catarro cronico, e come tale non lo curano, perché non c’è più nulla da fare.

E ascoltavo il tarlo imperterrito, in un canterano che ancor oggi devo supporre di noce, tanto era duro e breve, nella notte, il giro di cavatappi. O, a volte, mi destavo di soprassalto. Il colpo… era stato l’uscio della diva. Di solito rincasava ubriaca. Se la rifaceva con l’uscio. Inveiva contro un ritratto di Garibaldi, dell’eroe dei due Mondi. Stava già litigando col pappagallo Zack, signoreggiato a sua volta da una speciale forma di delirio, di sindrome ebefrenica: a soli 93 anni. Gli vuol fare ingollare del White-Label alle prime luci dell’alba, operazione che a lei riesce perfettamente nonostante la sbronza: ma lui non ne vuol sapere: vuole una nocciolina americana. Lei allora s’infuria e gli grida tutt’a un tratto in un occhio: «cretino!». E lui gorgogliando nella rabbia le risponde «rroja!».

Il commendatore del quinto mi usava invece la finezza… di usare pantofole de pezza, dette bellunesi. Ma aveva la debolezza di perdere un bottone ogni notte, a mezzanotte precisa. Una pallina di legno secco: o di osso. M’ero appena assopito. Il bottone sferico mi ridesta di colpo, non la finisce più di rotolare. Pare impossibile che un bottone a palla possa rotolare per un’ora, in una camera di tre per quattro, a viale Madagascar 2024. La casa moderna la casa trasformata, mi garantisce: «è possibile». E l’annuncio pubblicitario, ogni mattina, canta rinnovate lodi alla casa: «AAAAA Attico panoramicissimo, ampi terrazzi», come se gli ampi terrazzi fossero un titolo di merito genialmente raggiunto dall’architetto e issofatto conferito al palazzo. Sono ampi quanto comporta la necessità di copertura dei locali sottostanti. Sono ampi, sì: per forza. A gennaio non ci puoi pranzare di certo: a luglio… ti garantiscono il colpo di sole tanto atteso dai nepoti, dagli eredi a bocca spalancata. Quanto al panorama, si ammette: che la veduta del Soratte possa valere diecimila al mese: «Vides ut alta stet nive candidum Soracte». Dalle finestre del Madagascar vedevo nelle sfumature di lontananza l’Amiata, la groppa color cammello del cinabrifero Amiata. Mille lire al mese: un prezzo onesto. L’idea dell’aria di monte: quando nella casa trasformata è l’aria del Madagascar a non essere sempre all’altezza dell’Oggi, del grande Oggi. Sono gli impianti sanitari i colpevoli della insalubrità. Gli sfiati delle canne di scarico sono stati omessi. Il progettista li ha ritenuti superflui. Cucine puzzolenti, con puzza inter-inquilinale, ossia inter-domestica.

IL GUAPPO DEL TERRAZZINO DI SOPRA

Al terzo piano scala D percepivo ogni martedì venerdì, traverso il labirinto delle canne di scarico che erano state «messe in comune», quale fosse la razza del pesce che la signora del professore aveva fritto. Il professore era il pédicure del quartiere. E poi, e poi, a valutare pregi e difetti della casa riformata, della casa di oggi, non basta considerare il disegno, o tener conto dei problemi di struttura, disposizione, esposizione, impiego materiali. C’è da portare in conto la «qualità» degli utenti, vale a dire degli inquilini. Lasciamo i casi estremi: persone socialmente impreparate ad abitarvi, nella cara casa, gente che pensa male dei carabinieri, e di cui i carabinieri pensano peggio. A parte gli estremi, la vita può riuscir disagevole se non difficile anche in una casa discreta, ove tu paghi un discreto affitto, voglio dire: a motivo di quelli che ci stanno. La stima che i più soglion fare degli abitanti d’un borgo, d’una città, d’un quartiere, d’un casamento ovverosia falansterio, ovverocioè romanamente palazzo (128 famiglie), d’una palazzina (42 famiglie), d’un villino (28 famiglie) è una valutazione astratta, squallidamente numerica, tristemente anagrafica. A viale Madagascar non avevo in genere che da lodarmi, de’ casigliani e delle loro domestiche. Ma talvolta la ineducazione, il senso rovesciato del diritto proprio, lo spirito del sopruso e della frode, può raggiungere l’eremo sacro e consacrato del diritto altrui. Può salire o discendere le quattro scale, introdursi nei 128 appartamenti.

A viale Madagascar ci stava un guappo, un energumeno, che ogni mattina alle nove mi faceva piovere sul terrazzino la risciacquatura del «suo» terrazzino. Era il «suo» modo di darmi il buongiorno. Sul «suo» terrazzino ci stava il «suo» cane, armato di tutti i diritti dell’uomo, cioè del padrone. Quella bella broda pioveva a fiotti sulle mie delicate magliette: uno stroscio, un’emulsione acquosa delle variopinte e variamente olezzanti estrinsecazioni canine della notte. Non ci fu modo di ottenere dalla società moderna, per la casa moderna, e nella capitale di uno stato moderno, che la pioggia fertilizzante avesse termine. Il cane era nel «suo» diritto: voglio dire di estrinsecare. Nessuno può imporre al cane di non estrinsecare. Si rivolga al condòmino. Il condòmino risiedeva a Copenhagen. Ne conclusi che il guappo era un fabbricante di concime assai amico alle bestie: assai, assai! Che il diritto è una bella balla: e che Giove Pluvio è un cialtrone, un istrione, e un porcone.

 

1. dell’imprescindibile: dell’inevitabile.

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ISSN 1476-9859

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