Tendo al mio fine (1)

Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità, nella bestialità corrotto, e però atterrito dalla vanità vana del nulla, io, che di tutti li scrittori della Italia antichi e moderni sono quello che più possiede di comodini da notte, vorrò dipartirmi un giorno dalle sfiancate sèggiole dove m’ha collocato la sapienza e la virtù de’ sapienti e de’ virtuosi, e, andando verso l’orrida solitudine mia, levarò in lode di quelli quel canto, a che il mandolino dell’anima, ben grattato, potrà dare bellezza nel ghigno. La virtù, senza il becco d’un quattrino, è pur veneranda cosa: e questo si arà da sentire nelle mie note. Era ed è la legge (2) che custodisce ed impone l’inutilità marmorea del bene, che ignora o misconosce le ragioni oscure e vivide della vita, la qual si devolve profonda: deformazione perenne, indagine, costruzione eroica.

«Umbra profunda!», diceva di sé l’Arrostito. Tendo a dare di questa devoluzione un segno, tenue e forse indecifrato algoritmo in sul marmoreo muro della legge, (3) della virtù e dell’inutilità veneranda: che m’hanno chiuso e piegato: quanto non il filo di spini mi chiuse e le baionette del re di Prussia, dov’è la sabbia di quella sua provincia di Hannover. Quella che le cantatrici e i loro aiuti sogliono chiamare la vita è stata per me una immonda prigione: la mia giovinezza, secondo il detto del poeta, (4) una tenebrosa tempesta; e quello che sogliono chiamare il bene, è stato il muro del carcere e la bontà della tomba.

Sarò il poeta del bene e della virtù e il famiglio dell’ideale: ma farò sentirvi grugnire il porco nel braco: messi il grifo e le zampe dentro e sotto dal cùmulo della gianda, dirà la sua cupida e sensual fame con le vèntole balbe degli orecchi e immane gaudio di tutto il cilindro del corpo. E fremirà nel suo codino cavaturaccioli. (5)

Grugnirà, dirà; finché la pazza frusta lo farà miaulare come il gatto pestato in sulla coda, e saltare come il cavallo legato, quando arde la stalla.

Tendo a una sozza dipintura della mandra e del suo grandissimo e grossissimo intelletto: tendo a far che vàdino contenti li eroi; darò loro cignale e vitellozzo a mangiare e molto mescerò perché molto bevino; i maschi li farò sanguigni, con orecchi rossi, carnosi; li farò incalorire con i vini meglio nostri della Italia, dentro tutte le vene del Chianti e del Barolo ai signori, del Trani di Capitanata a’ povari ed a’ meccanici. Ma altri saranno macilenti e cavi nel viso, come io sarei, se avessi a vivere dell’eredità de’ miei padri, e sostentarmi con l’arrosto delle ipoteche; questi aranno cenci e pidocchi, e diranno parole bruttissime incontro a tutti e tal fiata insino incontro alla sempiterna divinità di Nostro Signore; del che aranno castighi orrendi e meritatissimi, come quello dell’udir periodare i laureati scrittori della Italia, essendo essi digiuni di sillabe e di patate. I maschi saranno presso che tutti interi e li castrati una minimissima parte: e tutti, come il verro, vorranno montar la femmina e poi volgersi ad altra: e come Alcibiade, vorranno incantar li ranocchi al suffragio, con la eloquenzia loro. Le femmine, quando le fussero sazie di seme, saranno condutte a sconciarsi in luogo acconcio, e i lor parti, di che si saranno sgravate, saranno da essere il meglio mèrito de’ generanti. E di nuovi mèriti arà fronda novella, e germini nuovi, la primavera.

Le monache e li frati pregheranno Iddio Nostro Signore e anderanno insegnarlo a’ Cinesi; (6) l’armata del Mediterraneo terrà La Valletta a Malta; croste e piaghe aranno i malati: e i Santi li medicheranno: e i mendichi altre fistole e piaghe o qualche arto manco; i musici soneranno, con mano o con fiato o con entrambi; serviranno i servi; li scrittori scriveranno buonissime favole; i maestri d’arte faranno architetture, e pitture in sugli architettati muri. I soldati, se non aranno male ai piedi, faranno la guerra: e i capitani generali li comanderanno, e prendaranno le bruciate castella della Venezia, ch’essi chiamorno quote e cocùzzoli: ed eran le torri, e gli onnubilati spalti dell’Alpe. Altri disegnaranno e costituiranno fortezze, come il Sangallo, o messer Michele Sanmichele, o il Buonarroti; e quando si farà guerra, si vuotaranno quei forti all’imprescia e sfilaranno le artiglierie, che il nimico non ci incolga drento: (7) e invece de’ muri si metterà una linea di fanti: e qual durerà diritto: e quale eternamente disteso.

E nelle opere e nei dì della pace lodarò il villano (e gli farò il verso e il canto) che recide il pàmpano all’uve, e incide nelle grasse porche il vòmere, dietro dal treno de’ buoi: quali a ora a ora curerò che defèchino e scóvino con la loro coda le mosche loro pungigliosissime. Lodarò la spica e ’l corimbo, et il frùtice, e ’l pane; e i teneri vitelli, e le dolci carote. E queste, in sui primi freddi ottobrini, faranno grandissima acqua con qualunque ne ciba.

Lodarò l’ingegnoso ingegnere, quello che fa tanto belle case a Milano, e quello che mi spande in sul quaderno la fulgidità de’ kilowattora per lire una e ottanta cadauno, bollo compreso.

Dimolti insomma saranno commendati e onorati, dimolti nutriti, pettinati e ben vestiti, e ornati di tutti quelli ornamenti che a cotali dignità si confanno: e tutti li lascerò liberi, sempre che voglino, di accudire ad opere degnissime e di satisfare adeguatamente alle loro corporali necessità, con grugniti e motti adeguati.

Coglierò ghirlande di rose e sentirò mùsiche di dolcissimi pifferi: e farò veder su nave grandissimi commodori e armirati, e corbe di bròccoli: e tutto saravvi: pomposi fùnebri, orazioni bellissime, atti inimitabili, suspir, làcrime (8) intenerimenti e indurimenti alterni: e con me saranno li animi piegati ad amare, sofferire, indurire: e se qualche mal odore torcerà lo stomaco a qualcheduno delli eroi, manderemo per sali ed aròmi, da corroborarlo.

Conterò sogni e chimère, come, sospinta dal vèspero, si deforma la rosea nube del cielo: e conterò li sputi e catarri de’ cittadini nostri e saranno per avventura passato trenta nel quadro d’un piede. Discriverò architetture, colonne e finestre e talora sospingerò l’ardire mio e la fantasiosa vena infino a imaginare che le serrande chiùdino e le maniglie servino a chiudere.

Quando si tingerà di oro, per il venente autunno, la selva, imagini della tristezza leverà il boreal vento, dal platano al prato. E allora che l’alba, meravigliando, troverà la bianca neve sopra le terre e nei rami, e sarà lieto il merlo, accenderò il vecchio ceppo ne’ fuochi: o moverò lite al padron di casa delli eroi che dal termosifone volesse spandere l’acqua, il fummo, il gelo.

Così seguiterò il mio cammino solitario. Seguiterò a pagare e servire la necessità, conterò avaramente il poco denaro, loderò la plastile carne delle infarinate bagasce; appetirò cose non lecite; altre sognerò non possibili; e una grata sarà il termine de’ pochi miei passi. E leggerò i libri sapientissimi delli scrittori, infino a che, sopra alla mia trapassata sapienza, vi (9) crescerà l’erba.

I pensieri più belli si dissolveranno, ogni volere, ogni gioia, ogni più ardente e tenero senso e memoria; e forse l’amore istesso della mia terra! Come avviene che di là, dietro dal monte, la rosea nube in cenere si discolori. E in sul muro, che chiude il Campo, si leggerà, mal vedibile, un segno: un segno inscritto col sangue.

Crescerà ne’ vecchi muri l’urtica: e l’erba di sopra la lassitudine mia. (10)

E l’erba, (11) che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà.

Note

1. Riscontro del Ns. a un referendum indetto da Solaria nel 1931, circa le «tendenze» degli scrittori interrogati. Fine: m[aschile] nell’it[aliano] class[ico] anche al significato di termine; e cioè di morte. Amb[iguo], dunque, per «morte» e per «finalità». Il Ns. si dà l’aria di rispondere al referendum, ma devolve la pagina ad espressione lir[ica] della propria amarezza.

2. Legge: in senso lato, agnatizio e tribuico = sistema delle inibizioni che costituiscono eredità normativa della tribù. Nel caso del Ns. la tribù è il ceto mercativo-politecnico di Milano e dintorni.

3. Vedi nota 2.

4. «Ma jeunesse ne fut qu’un ténébreux orage». Ch. Baudelaire.

5. Balbe: it. class. = affette da balbuzie: riferito alle ventole auricolari fa un gioco di parola di dubbio gusto, inteso a rappresentare organi inadeguati. Quanto erti ed intenti gli orecchi del lupo, del cavallo, del ciuco!

6. Cinesi: mor.[= satiresco in direzione moralistica], quasi fossero più atti di taluni cristiani ad accogliere e a praticare il Verbo. Grande venerazione del Ns. per i Padri Missionari e per i propagatori d’ogni Verità.

7. All[ude] a certe fortificazioni di cartapesta, o comunque inutili.

8. Suspir, làcrime, ecc.: definizione bruniana dell’amore, alquanto mitigata dal Ns. Prima pecca e poi non pecca di eccessivo petrarchismo.

9. Vi: doppio complemento di luogo: ingenuità dell’it. class.

10. Lassitudine: è una interpretazione biologica della morte.

11. L’erba, ecc.: deform[azione] fant[astica] ed arb[itraria] di un detto pop[olare]; qui il cavallo è la saluberrima stupidità, superstite e pascolante sopra la vana fatica del pensiero.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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