Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

«Il castello di Udine»

Manuela Bertone

Pubblicato nel ’34 presso le Edizioni di Solaria, Il castello di Udine è un’opera composita – Gadda vi raccoglie scritti già dati alle stampe fra il ’31 e il ’33, dividendoli in tre sezioni, Il castello di Udine, Crociera Mediterranea, Polemiche e pace, seguite da un segmento intitolato Polemiche e pace nel direttissimo, a sua volta diviso in tre episodi distinti. Il tutto è preceduto da Tendo al mio fine, sferzante manifesto programmatico anch’esso già divulgato, nel ’31, sulla rivista Solaria, dove fungeva da risposta a un sondaggio dedicato alle tendenze degli scrittori – importante autoritratto dell’artista, quello elaborato da Gadda per l’occasione:

Tendo a una brutale deformazione dei temi che il destino s’è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge. Umiliato dal destino, sacrificato alla inutilità […] la vita è stata per me una immonda prigione: la mia giovinezza, secondo il detto del poeta, una tenebrosa tempesta […] Tendo a una sozza dipintura della mandra e del suo grandissimo e grossissimo intelletto […]. (Castello, RR I 119)

Ma il tratto distintivo e per molti versi più sorprendente di questo volume contraddistinto dall’eterogeneità dei materiali («sono scritti di guerra e di viaggio e due novelle e qualche altra cosa», spiega l’autore in una lettera all’amico Ambrogio Gobbi – Gadda 1983c: 72), è costituito dalla presenza, accanto alla voce narrante per così dire principale, di un curatore che commenta e talvolta addirittura emenda e rielabora quanto viene raccontato.

Costui è, di fatto, autore di un Avviso al lettore e di una Sinossi delle abbreviazioni usate annotando, alle soglie incipitali del testo, prima di Tendo al mio fine, nonché della lunga serie di corpose note a pie’ pagina, sorta di spregiudicato controtesto. Alla fine del suddetto Avviso, in apparenza protervo ed autoritario, il curatore appone la propria firma: Dott. Feo Averrois. Declinando l’identità di chi è incaricato di chiosare il testo, Gadda cioè scopre le carte del gioco narrativo in cui ha deciso di trascinare se stesso e il lettore – poiché, come capiscono i fruitori sagaci, Feo Averrois non è nessuno, o meglio: è il frutto per nulla acerbo della fantasia dell’autore del Castello di Udine. Personaggio a pieno titolo del libro gaddiano, il Dottore deve infatti nome e cognome a un ben noto verso dantesco, debitamente manipolato da Gadda: «Averrois che il gran comento feo» (Inf. IV, 144).

In altri termini, per questo suo Castello, Gadda vuol concedersi nientemeno che i servizi di Averrois, cioè dell’autore dei commenti ai libri della metafisica di Aristotele, e dunque dell’esegeta per eccellenza – salvo ridimensionarne la grandezza, inventandogli un nomignolo poco lusinghiero, Feo, che in spagnolo significa brutto: quasi un Averroé di rango inferiore, che meglio si confà al minore che qui è chiamato a commentare (del resto, altrove Gadda si definirà, con piglio egualmente autoridimensionante, «minimissimo Zoluzzo di Lombardia»). (1)

Lo stralcio inaugurale del Castello, data la sua collocazione ed impostazione, inoltre postula implicitamente la funzione vitale del commento, dello sdoppiamento della voce narrante, del raddoppiamento del punto di vista, sottolineando altresì la necessità di dotarsi di uno schermo, o filtro, o controllo preventivo (la cui funzione, fra l’altro, è anche quella di sottrarsi alla censura fascista che, peraltro, non concederà tanto facilmente il necessario nulla-osta agli editori, cfr. RR I 812 sgg.). Gadda si fa definire «convoluto», «ambiguo», «oscuro» da Feo Averrois, che invece presenta se stesso come latore di una lettura «autorevole e valida», degna di essere proposta «ai più chiari Ingenii d’Italia». Il sotterfugio escogitato da Gadda per scrivere e fingere di leggersi autocommentandosi nello stesso testo, sebbene non intenda sfociare in un commento che assolva un suo compito tradizionalmente curativo, conduce alla creazione di un vasto apparato annotativo che sostiene il volume, ricompattando i vari stralci attorno ad una parvenza di logica formale-strutturale d’insieme.

A prescindere dal fatto che non appena si guarda al testo delle note redatte dallo pseudo-curatore ci si accorge che il commento si traduce essenzialmente in una parodia d’autore che non desidera inquadrare nulla né orientare nessuno, andrà tenuto presente il valore espistemologico della trovata gaddiana, inserita in «un libro di fondo modesto», in cui «l’autocritica, e sia pure la semplice storia del proprio stile, è un momento essenziale in Gadda; e vive, quasi un Doppelgänger, accanto al fatto della sua concentrazione» (Contini 1989: 5-6). Castello è, a questo proposito, il reale punto di non ritorno della scrittura gaddiana: primo libro in cui si espande pienamente la vena concomitante dello scrittore-critico, ma anche ultimo libro in cui il testo dello scrittore e quello del critico si integrano e si completano in una relativa armonia di voci e di intenti.

Accanto al commento del Dott. Feo Averrois, andrà segnalata, stavolta sul versante tematico, la presenza nel volume di un altro elemento aggregante forte: la guerra. I primi cinque capitoli del Castello rappresentano il recupero narrativo dell’esperienza riversata nelle pagine di diario del ’15-19, il Giornale di guerra e di prigionia, peraltro ancora inedito nel ’34 e destinato a rimanere tale fino al ’55. La guerra del reduce è qui raccontata come sede esemplare di esperienze, come sinossi ricapitolativa dell’esistenza – data l’impossibilità di collocarsi, se non mentalmente, nell’unica epoca della sua vita in cui era avvenuto l’incontro felice fra potenzialità («l’idea») e realizzazione della potenzialità («l’essere»), Gadda cerca di riprodurre l’unità fra il suo pensiero del presente e la realtà del passato operando su due versanti: quello dell’immedesimazione dello scrittore-capitano in congedo di oggi nel tenente combattente-diarista di ieri, con gli slanci e le riserve di allora, e quello della medesimezza fra il fatto colto nel suo accadere e il fatto ricordato, esaltante o sordido che sia, senza soluzione di continuità.

Così, il tono dei testi della Parte prima del Castello si adegua alla necessità di rappresentare la totalità dell’avventura del vivere e si flette nell’avvicendarsi di contrasti in stretta continuità, di slanci di lirismo profondamente celebrativo e di impennate di pathos struggente e amaro: «tutto, tutto sto cinema, nel mio cuore disumano, si trasfigurò in desiderio, diventò viva e profonda poesia, inguaribile amore»; «ho visto la volontà sommersa, come una barca alla risacca: e il chiaro pensiero onnubilarsi e dissolversi nella stanchezza; ho visto in altri, ho sentito in me. E la disciplina a certe ore allentarsi e questo, (dico duramente e con verità), soltanto fuori della mia anima, e orrende bestemmie trasfigurare gli emunti e i sacrificati» (RR I 151, 135).

Ma quel che più conta, ai fini della comprensione dell’immaginario gaddiano, è che il recupero narrativo della guerra valica i limiti della Prima parte del volume, per insinuarsi anche nei settori che non riguardano direttamente quell’evento. Nell’esilarante bozzetto di vita borghese La fidanzata di Elio, al ritratto della fidanzata modello, dotata di tutte le virtù regolamentari per una ragazza da marito – «le virtù filiali, le virtù domestiche, le virtù musicali, le virtù culinarie» – si intrecciano e si sovrappongono i pensieri inespressi di Elio: mentre la fanciulla è «rigidamente intenta ai plum-cakes», ecco che il ragazzo, al passaggio di alcuni ufficiali, si allontana dalla realtà e va con la mente al padre:

morto come può morire un colonnello di fanteria «che deve impadronirsi ad ogni costo di quota 960». Era caduto con tre pallottole allo stomaco, ed egli, il giovine, non aveva avuto più pace finché non se n’era procurate altrettante […] Elio aveva tre ferite nel corpo ed una sola, ed atroce, nell’anima (RR I 228).

Nel medesimo racconto, mentre si vedono sfilare in salotto le famiglie della buona borghesia ed Elio annoiato si prefigura la monotonia della futura vita coniugale, viene distratto dall’immagine del padre-soldato, dalla scena di un ben altro rituale familiare:

il ritratto del povero papà!… quota 960… una domanda in carta semplice, un atto di notorietà in triplice copia… una pensione a una «vecchia che rammendava le calze. (RR I 231)

Lo stesso fenomeno di estraneamento dalla realtà con l’irruzione distraente del ricordo doloroso, si verifica in Polemiche e pace nel direttissimo: mentre fra i passeggeri di uno scompartimento di prima classe imperversa la futile diatriba alla moda su calligrafismo e contenutismo cui il narratore assiste divertito e compunto, muore accidentalmente un uomo che aveva cercato di risalire sul treno in corsa: è un certo Carlo Rusconi, orfano di guerra, come si scopre trovandogli addosso una foto del padre in divisa segnata da una croce. Il narratore abbandona a quel punto i vani moventi della rappresentazione, i passeggeri, le chiacchiere, il viaggio, e suggella il racconto (nonché il volume) con un omaggio ai caduti in cui le sagome dei monti della guerra, il Podgora e il Mrzli, paragonati al Calvario, si distinguono per un attimo, mentre il treno avanza sibilante dentro il buio delle valli.

Anche nella saga paesana descritta nella Festa dell’uva a Marino l’avvenimento gioioso della vendemmia cede il passo all’immagine del massacro, dell’atroce vendemmia di vite portata dala guerra:

Sono stanco, non posso ricordare centoventidue nomi… Non posso più ricordare, dopo anni ed anni: ma quell’assalto, quella vendemmia, sono stati un’altra cosa. (RR I 241)

Non ci si sorprenderà dunque dell’elezione del titolo Il castello di Udine, che nominalmente sembrerebbe rinviare al solo nucleo delle prose belliche, a titolo dell’intero volume: «il sischièl a Udin» reso memorabile dal canto degli Alpini, diventa sotto la penna di Gadda «la momentanea immagine-sintesi di tutta la patria», l’immagine-simbolo in cui si riconoscono coloro che hanno combattuto e che, qui ed ora, serve a denotare pienamente quel particolare modo di avvicinare la realtà concependola come doloroso nucleo espressivo che si materializza sulla pagina solo attraverso la conflagrazione fra un passato immesso a forza e per forza nel presente, che poi di fatto caratterizza l’intera opera di Gadda. Alla guerra combattuta, egli affida il ruolo di imprescindibile catalizzatore della propria esperienza, di rimando enucleante per la propria scrittura, di specola nobile attraverso cui guardare l’umanità intera, intenta a vivere le disparate avventure che si assiepano nel Castello di Udine: non solo al fronte, ma anche in treno, in crociera, in salotto, in campagna, a spasso per i castelli romani o per la Tripolitania.

Ambasciata di Francia in Italia

Note

1. Tecnica e poesia, SGF I 243. Analoga predisposizione d’un personaggio (nonché d’una comparabile relazione annotatore-autore) è quella inventata da Gadda nella persona del prof. Severino Diligenti (cf. Gadda 2000b: 13).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Manuela Bertone & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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