Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Cesare

Albert Sbragia

«Il culto del Ns. per il proconsole delle Gallie risale all’infanzia e al verso dantesco 123 dell’Inf. IV, lettogli primamente dalla madre» (RR I 133). Dettaglio forse non senza importanza il fatto che fosse proprio l’odiosamata Adele, fonte anche del «senso nazionale fin dall’infanzia» del figlio (SGF II 874), ad introdurre Gadda a quel Cesare «con li occhi grifagni» che l’autore riconobbe più tardi, in epoca freudiana, come uno dei «modelli narcissici» di «idolatria» dell’alterego De Madrigal (SGF II 335, 1040).

Un Cesare, ideale dell’io? Nel Giornale di guerra e di prigionia, nel Castello di Udine, e altrove, Cesare, insieme ad altri grandi della storia militare romana, è emblema di quel nazionalismo e militarismo entusiasmante e virile di cui Gadda va così fiero nelle sue pagine più sobrie: «Sognavo una vivente patria, come nei libri di Livio e di Cesare»; «Magnifica la lunga colonna del 41.º scendente, con gli elmetti che luccicavano alla luna: pensai alle milizie di Cesare, per qualche strada alpina passanti ad hibernandum» (RR I 152; SGF II 590).

E la sublimazione va oltre, perché se Gadda giustifica il suo militarismo come «in signo rationis» (SVP 696), il suo culto di Cesare si basa su ciò che vede come «l’abito di riflettere», «la rapidità delle […] azioni», e la «premeditata sicurezza» del grande generale: «Cesare governa sé con il suo “scire” […] leva il campo la notte stessa e marcia a tappe forzate contro Ariovisto. Perché Cesare è “certo” che la Gallie devono esser di Roma e non di Ariovisto» (RR I 128). Il proconsole delle Gallie diventa, per Gadda, l’esempio per eccellenza di «ragione elettiva» (SVP 859), «in quanto da presso e quasi grado a grado un sistema siffatto si contrappone deformandosi alle stazioni o pause del dato deformantesi […] Così Cesare non dà tregua ai migranti Elveti. “Postero die castra ex eo loco movent. Idem facit Caesar”» (SVP 862). Cesare rappresenta, cioè, la capacità del sistema ragionante di adattarsi alla realtà diveniente, e in più, incarna la capacità pragmatica di integrare la realtà e le innumerevoli relazioni che la compongono:

Nella realtà il dire «non avevo pensato a ciò» non diminuisce le beffe che l’umore comune rivolge al cattivo inventore, al cattivo calcolatore, al cattivo stratega.
«Ma questa non è guerra, è politica» dice per giustificarsi il generale vinto. «Ma questa non è guerra, è meccanica» dice quell’altro. Scuse a cui Cajo Cesare (o il mondo da lui rappresentato) non ebbe mai bisogno di ricorrere: quanto alla politica si legga il «De Bello Gallico» – orazione dei disertori – e quanto alla meccanica – il ponte sul Reno. Il vincitore è uno che ha meglio integrato la realtà, le relazioni logiche preesistenti. (Meditazione, SVP 658-59)

Dalla speculazione (della Meditazione milanese) alla politica (del Racconto italiano) il passo è minimo. Nel 1924 era il fascismo che vantava di essere «la reazione italiana […] netta, pratica, umana», il sognato «metodo reale», da opporre alla «mancanza di capacità critica» e «debolezza pratica» di quella «arcadia criminale» (leggi: socialismo) che «suscita i bruti a delinquere» (SVP 417, 566).

Un augurio che il fascismo ripeta l’euresi storica del dittatore romano e del mondo da lui rappresentato? E l’attuale dittatore? Mai un paragone diretto, anche se, nelle pampas argentine, in quello che fu forse il momento di maggior aderenza al fascismo, il Duce assume alcuni tratti del proconsole: «senso di responsabilità e di misura», «rapidità di azione e […] energia», «l’influenza morale dei suoi gesti ha cresciuto all’Italia un grande rispetto» (Gadda 1987b: 86; 1984a: 90). È così che diventiamo sospettosi di ulteriori analogie quando, nel ’28, Gadda, ricordandosi dell’ambiente senza legge di quelle pampas, fa il solito salto alla storia romana:

Una situazione analoga si determina purtroppo ovunque sia anarchia così profonda da decomporre la realtà sociale. Si creano allora situazioni limiti di questa realtà sociale. Allora lo straziato corpo sociale genera la sua estrema difesa e alcuna voce grida: «io sono la legge.» E così Cajo Cesare impone, dictatur, alla incomposta e frenetica società romana di quella Repubblica che fu così pubblica e così poco res […]. (Meditazione, SVP 699)

Comunque sia, tutto crolla nella negazione ed euresi lacerata della Cognizione. Nel vaniloquio di associazioni libere che Gonzalo regala al buon dottor Higueróa, le percepite pretese di «carattere sindacale» del peone imboscato spingono il personaggio a recitare il suo non credo: «Ma perché il peone, pagare, il custode? […] Il peone non è Cesare. È un porco […] E l’assassino che scavalcherà il muro, o il cancello, non è Cesare… è un ladro»; «No. Non credo nel vigile, come non credo nella onniscienza del vulcano Akatapulqui […] che giganteggia e sparacchia, là, nella tenebra» (RR I 646, 653).

Il fascismo e l’eruttante suo Duce non sono più la legge protettrice di Roma ma essi stessi parte degli abusi subiti dalla classe terriera e piccolo-borghese di cui don Gonzalo è l’ultimo hidalgo: «E faticava a riconoscere la specie della legge in un abuso o in un arbitrio, tanto più, anche, in una soperchieria» (RR I 650).

Un’ennesima maschera ironica per Gonzalo, «un tal fanatico della libertà» (RR I 650), la dobbiamo vedere, allora, proprio nel Marco Bruto Giunio assassino di Cesare? Ed è per questo, per fanatismo della libertà, che sarà la mamma ad assumersi il ruolo del Cesare assassinato di svetoniana memoria («toga caput obvolvit»)? Dove collocare, infatti, se non qui, l’uccisione dell’ideale, dell’io? (1)

University of Washington, Seattle

Note

1. Si noti che anche la descrizione del cadavere di Liliana Balducci possiede la sua dose di reminiscenze cesariane. Ne sono spia non solo le somiglianze con la descrizione della salma di Cesare in San Giorgio in Casa Brocchi (RR II 672), ma anche «l’impudicizia e la nudità» della tenca morta della Cognizione e l’attenzione che Gadda presta alla «dignità» della toga cadente di Cesare (RR I 727, 724), ricordo confuso – o rimosso? – degli sforzi del morente di salvaguardare la modestia del proprio dessous: «quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte velata».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Albert Sbragia & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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