Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Dialetto

Riccardo Stracuzzi

Belli, in una lettera assai celebre, scriveva al principe Gabrielli: «Il parlar romanesco non è un dialetto e neppure un vernacolo della lingua italiana, ma unicamente una sua corruzione o, diciam meglio, una sua storpiatura». E proseguiva:

A quale poi mi chiedesse perchè abbia io dunque in altri tempi impiegata la mia penna in simiglianti lavori, risponderei mio intento non essere stato già quello di fissare in carta una lingua […], ma sì unicamente di introdurre il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella. (1)

La risoluta, e per certi versi paradossale, pronuncia del poeta romano riveste ai nostri occhi un interesse tutto particolare, soprattutto se la accostiamo a un frammento della Cognizione escluso dalla redazione definitiva del romanzo:

Egli [Gonzalo] aborriva i poveri, coloro che cercano un impiego, che ripetono un indennizzo, che parlano il dialetto […]. Forse la grossolanità e la braveria che avevano circondato la sua infanzia estremamente pensosa avevano generato nel suo animo una nevrosi inguaribile, una indicibile repugnanza verso il dialetto. (2)

L’accostamento di questi due brani assume rilevanza se si tiene conto, in primo luogo, che Gadda conosceva l’opinione di Belli sopra citata, ed anzi ad essa fa cenno nel saggio Arte del Belli, pubblicato originariamente nel 1945 sulla rivista Poesia; (3) in secondo luogo, dell’influenza decisiva che la poesia dialettale esercita sull’utilizzo del vernacolo in Gadda, e si pensi a Porta e allo stesso Belli.

Lasciando da parte qualsiasi dubbio o perplessità circa il dispregio belliano nei confronti del romanesco, interroghiamoci sui risvolti della posizione ideologica affermata dal poeta nella lettera a Gabrielli: essa è da intendere in senso recisamente anti-naturalistico. Come dire che lo stesso Gadda, in fondo, sbaglia quando conclude il suo saggio con un’edificante e quasi posticcia affermazione vitalistica: «poiché il dialetto, non meno di certo dialogo di Dante, è prima parlato o vissuto che ponzato o scritto» (SGF I 560).

Il dialetto di Belli, al contrario, pare il frutto di una decisione demistificatoria che precede la resa del parlato o la presa sulla realtà. Il poeta romano, moralista anti-moderno, vuole attribuire al volgo quella lingua che esso parla accidentalmente, la quale però divenendo lingua letteraria si eleverà all’altezza di una ideale definizione della grettezza, della nudità e della sconcia volgarità del volgo stesso, quasi fosse una sorta di lessico quidditario della vergogna. Il sonetto belliano, in effetti, è abitato da due voci, quella del narratore gnomico e quella degli attanti. Tuttavia il codice linguistico delle due voci, che si trovano in posizione di contrasto, è il medesimo: il romanesco, per l’appunto. Ciò comporta che l’oggetto della rappresentazione (il volgo) si trova allo stesso livello del medium del soggetto della rappresentazione. Ne deriva un abbassamento della voce del narratore al livello degli attanti, e un conseguente dialettico svincolarsi della rappresentazione dallo schema mimetico, giacché per effetto di una coincidenza paradossale è il narratore a imporsi dialetticamente sugli attanti.

Tornando a Gadda, si può comprendere come la posizione di quest’ultimo possa essere accomunata a quella di Belli. Roscioni, che per primo ha portato all’attenzione della critica il brano espunto della Cognizione che abbiamo riportato, si augurava allora che nessun futuro dottor sottile vi leggesse obliquamente l’indizio di una qualche tendenza autopunitiva nell’Ingenere, nemico del dialetto e pure condotto a ricorrervi in modo tanto massiccio nella sua opera letteraria. È giusto raccogliere l’invito di Roscioni, quantomeno perché utilizzare le parole adibite dall’autore implicito alla descrizione di un personaggio come chiave per interpretare la figura dell’autore empirico riuscirebbe inferenza psicologistica della peggior specie.

Tuttavia, non trascuriamo l’indizio: se ne può evincere che anche per Gadda, nonostante le affermazioni post factum, il dialetto non ha la funzione di rappresentare una «concretezza parlata e vissuta prima che ponzata o scritta», a meno che questa concretezza non rechi già in sé i tratti di una deformazione rappresentativa. Se così non fosse, non si spiegherebbe la derivazione fortemente letteraria dei diversi registri vernacolari e latamente linguistici (p. es. lo spagnolo della Cognizione) utilizzati dall’Ingegnere; (4) non si comprenderebbe la pluralità contradditoria, e non riducibile a una tassonomia, degli stessi modi d’utilizzo del codice vernacolare: ambientale, caratterizzante il personaggio singolo, rinviante a un discorso indiretto libero, puramente esornativo; (5) e, soprattutto, non si spiegherebbe quell’invasione della cornice para-testuale da parte del dialetto, nel titolo stesso del Pasticciaccio, che Agosti ha segnalato quale manifesto specchio di quella dissipazione della voce narrativa che struttura la prosa gaddiana. (6)

In ultima analisi, il vernacolo ha una funzione assai simile a quella di ognuno dei materiali linguistici ed idiolettici utilizzati da Gadda: produrre quell’andamento scritturale strutturato sull’accumulazione di segmenti frasali eterocliti, accostati l’uno all’altro diciamo per attrito, rinviando così la significazione discorsiva a un dopo che non si realizza.

Sicconno si ciaveva sigherette cor bocchino d’oro, o si nun ce l’aveva pe gnente, o si ce l’aveva appena crompe, ma nazzionale che puzzeno. Giocava a fa er cocco. Artre vorte ghiribizzoso come una banderola. Sicché allora le trascurava, ma già! le sore frasche. Era allora propio che loro s’ammattiveno. Si concedeva dopo lungo reluttare o dopo interminato anelare e basire della vittima, strascicandone l’estuoso abbandono o sfibrandone la indocilità renitente mediante una erogazione di pseudo-sintomi (in realtà suggerimenti) alternati a contrasto, a sì e no. M’ama e nun m’ama. Te vojo nun te vojo. E comunque alle predestinate e rare, con arcana delibera elette, si concedeva: come la Salute Eterna in Giansenio. (Pasticciaccio, RR II 66)

La protesta di realismo levata dallo stesso Gadda, dunque, non va intesa in senso naturalistico: essa rimanda piuttosto a una desostanzializzazione del racconto e del discorso, alla scoperta cioè di quella Spaltung che separa il linguaggio da sé stesso.

Università di Bologna

Note

1. G.G. Belli, Lettere Giornali Zibaldoni, a cura di G. Orioli (Torino: Einaudi, 1962), 377-78.

2. Citato in Roscioni 1995a: 129.

3. Ora in SGF I 548-60. La menzione alla lettera al principe Gabrielli si legge a p. 549: «Queste genti urbane la di cui parlata Egli giudicherà da ultimo con un certo tono di ravveduta severità, se non di dispregio».

4. Evidente la derivazione libresca di un vernacolo assai ponzato e assai scritto, come hanno notato ed argomentato, pur tra differenze di vedute, Gelli 1969: 62 e passim; Gibellini 1979; Benedetti 1987: 20; Anceschi 1993; Vela 1994. Circa il dialetto milanese, si può credere che la mediazione letteraria debba occuparvi un ruolo minore, ma non si può ignorare la grande questione lingua italiana/dialetto che interessa autori lombardi tra i piĆ¹ amati da Gadda: Porta, Manzoni, Cattaneo, Dossi, etc. (Cfr. Cavallini 1977: 106-24).

5. è questo l’esito di un’analisi condotta da Pasolini sul romanesco del Pasticciaccio (ma siamo convinti che essa darebbe i medesimi risultati se applicata alla Cognizione, p. es.): «Come si vede questi quattro diversi modi di usare il dialetto si contraddicono fra di loro, e uno “stilema” preso da uno di essi non potrebbe mai rappresentare, in sintesi, per fulgurazione, l’opera intera» (Pasolini 1994: 352).

6. «Il titolo del libro, che è, di norma, di proprietà dell’autore, figura infatti anch’esso stravolto dalla contaminazione dialettale, che ne espropria la paternità, ne aliena la nominazione, e finisce per proiettarlo esso stesso all’interno della scena rappresentata: “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”» (Agosti 1995: 249).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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