Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Gadda e Pasolini

Sandro Corso

La polemica del silenzio
La polemica senza voce/parole
La polemica che (non) ci fu
La polemica mancante/mancata
Le parole assenti

Non è facile ricostruire il senso del rapporto tra Gadda e Pasolini per parte degli anni ’50. Sicuramente parlare della loro amicizia romana significa anche parlare della questione della lingua, o meglio del modo originale in cui essa si pone agli albori dell’Italia repubblicana. Resta tuttavia arduo determinare quanto influsso l’uno abbia lasciato sull’altro, vista l’assenza di un carteggio fra i due, nonché di qualsiasi tipo di riferimento da parte di Gadda su Pasolini. Il materiale documentale a disposizione, incluse le testimonianze biografiche, consente comunque di affermare che la corrente tra i due dovette passare nei fecondi anni ’50 (specie nel lustro 1953-1958), benché il flusso appaia interrompersi sul finire del decennio. Una lettura attenta delle reciproche posizioni, con un occhio alle date, può spiegare l’inizio e la fine di un rapporto di amicizia.

Pier Paolo Pasolini e Carlo Emilio Gadda si conobbero nel 1953. Pasolini era arrivato a Roma tre anni prima, dopo essere stato costretto ad abbandonare il natìo Friuli a seguito delle accuse di molestie sessuali nei confronti di due adolescenti (responsabilità che candidamente  ammise al maresciallo dei Carabinieri che lo aveva convocato, adducendo la motivazione della ricerca di un’esperienza estetica seguendo le suggestioni di Gide). All’epoca stava tentando di affermarsi come scrittore, o quantomeno di ritagliarsi un suo spazio nella scena culturale del tempo, da un lato inviando articoli a riviste letterarie e partecipando a concorsi letterari per esordienti, dall’altro portando avanti l’intensa attività sia artistica che critico-filologica (1) che troverà sistemazione solo successivamente. Fu proprio grazie a uno dei concorsi letterari (il Quattro Arti di Napoli) che avvenne l’incontro con Gadda, auspice Giovan Battista Angioletti. Pasolini ebbe il secondo premio per un articolo su Ungaretti, ma soprattutto una proposta di collaborazione da parte del  giurato Angioletti, che lavorava per il dipartimento letterario di Radio Rai e si avvaleva della collaborazione di Carlo Emilio Gadda, che a cinquantasette anni aveva iniziato la carriera di giornalista dal gradino più basso, quello di praticante. Fu quindi nella redazione romana di Radio Rai che i due scrittori si incontrarono.

Il sodalizio che incominciò fu istantaneo, e sorprendente se si considera che quanto divideva  i due artisti era certamente più di quanto li unisse. Innanzitutto Gadda era più vecchio di ventinove anni. (2) Ma soprattutto Pasolini era sanguigno e polemico, sebbene mostrasse nei rapporti di amicizia un carattere estremamente dolce e sensibile. (3) Giovane autore con all’attivo, fondamentalmente, solo qualche libro di poesia dialettale, faticava a sostenersi (la madre aveva dovuto farsi assumere come domestica a ore per far quadrare il bilancio). Gadda, che lavorava al Pasticciaccio ma era già consacrato come uno degli elementi di spicco della nuova avanguardia e oggetto di ammirazione per Pasolini, alimentava anche in privato quella che sarebbe diventata la sua iconografia: riservato e misurato, con un’aria da gran signore, distaccato anche quando era profondamente preso da una discussione.

Ciononostante tra i due si instaurò un’amicizia che va oltre il reciproco rispetto e ammirazione intellettuale. Gadda  (con Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, spesso con un fiasco di Frascati sottobraccio) divenne ospite abituale di casa Pasolini, (4) condividendo pasti semplici, spesso non più di un piatto di pasta preparato dalla madre Susanna. Quando il padre di Pasolini, Carlo Alberto, si decise a raggiungere la moglie e il figlio, anche lui partecipava alle frugali cene e alle conversazioni su argomenti disparati. Anzi, scambiando l’innata cortesia di Gadda – e il suo rispetto deferente di fronte a qualsiasi essere umano – per simpatia intellettuale, parlava per ore di questioni assolutamente trascurabili. Gadda era l’unico ad ascoltarlo, o forse a fingere di farlo, sopportando la tortura pur di non deluderlo. «Colonnello Attaccabottoni» era l’appellativo con cui si riferiva a lui.

Tale assidua e intima frequentazione è indice, certo, che Gadda e Pasolini un comune terreno intellettuale dovettero averlo trovato; e appare ovvio che tale terreno doveva essere, aldilà di un forte desiderio di superare il neo-realismo (il «patto» era già stato sancito con Bassani), l’interesse per le possibilità espressive dell’italiano, quello prosaico e prosastico, opposto al lirismo del Ventennio. Una nuova Italia, emersa repubblicana e democratica dalle rovine del fascismo e dai bombardamenti, si trova ancora davanti l’annosa questione della lingua, sebbene in termini del tutto originali. Il neo-realismo, sia in letteratura che nelle arti visive e nel cinema, aveva avuto il merito di rompere il guscio che irrigidiva il mezzo espressivo in forme sclerotizzate, allontanandosi da canoni espressivi ormai diventati vuoti cliché, spesso derivanti dalla necessità di conformarsi alle direttive del Minculpop. 

In sostanza, se così si può dire, la parola d’ordine tra i letterati era stato, nell’immediato dopoguerra: «Tornare al Verismo». Ma rimaneva irrisolto il problema da quale lingua e da quale ceto sociale dovesse scaturire la lingua nazionale, atteso che la risposta non poteva più essere quella del toscanismo manzoniano, rimasto anch’esso sotto le macerie. Pareva offrirsi l’occasione di realizzare l’unità nella molteplicità già teorizzata dall’Ascoli nel 1887. S’imponeva in altri termini la necessità di creare una nuova lingua che raccontasse e rappresentasse l’Italia, costituendo nel tempo stesso un modello che potesse ridurre o annullare la distanza tra lingua letteraria e lingua del popolo. E su questo Pasolini e Gadda avevano opinioni diverse, in un certo senso opposte. Si consideri il passo seguente:

è superstizione romantica (pervenutaci dal romanticismo) il darci a credere che la lingua nasca o debba nascere soltanto dal popolo. Nasce dal popolo come nasce anche dai cavalli, che col loro verso ci hanno suggerito il verbo nitrire, e i cani guaiolare e uggiolare. La lingua, specchio del totale essere, e del totale pensiero, viene da una cospirazione di forze, intellettive o spontanee, razionali o istintive, che promanano da tutta la universa vita della società, e dai generali e talora urgenti e angosciosi moti e interessi della società. Può darsi che il monello di porta a Pisa l’abbi più pronta la botta in cima della lingua: non per questo dovremo tappar la bocca ad Antonio Rosmini. È più facile notare un descensus dalla lingua colta all’uso, che non il processo inverso. (Lingua letteraria e lingua dell’uso, SGF I 490)

 E ancora:

Certo è che l’ultima delle sguattere d’una trattoria pistoiese parla un meglio italiano che non la prima delle marchese di porta Ticinese.
Con tutto ciò, il popolo non deve essere idolatrato: e nemmeno la lingua del popolo. Amato sì. E ammirato e seguito là dov’e’ ci assegna la misura, la bellezza, la grazia, la esattezza, la puntuale esattezza! la forza: il che avviene, ahi noi!, dimolto ma dimolto più spesso uno scrittore tronfio non creda. Altrove, non può il popolo, e nemmeno il toscano, fornirci lume del suo, dato che la intrinseca ragione e direi il meccanismo del pensiero, fatto, o da farsi, è al di là della sua cognitiva, sopravvanza l’avventato e l’improvvido, e richiede una disciplina allungata e pertinace, un corso di perfezionamento, di hautes études. (SGF I 492)

Tutto ciò sembra essere stato scritto appositamente in risposta a Pasolini, benché preceda di circa dieci anni il loro incontro. Se una differenza tra i due autori risulta evidente, è quella del rapporto con l’oggetto della narrazione. In Pasolini l’intellettualismo è sempre mediato dall’istinto; prima la passione e poi l’ideologia, come lo scrittore stesso chiarisce nella prefazione alla sua più consistente raccolta critica. (5) Nella scrittura di Pasolini, fin dagli esordi, il termine dialettale ha un’aura di sacralità, di verità quasi divina, ma il magnete che a Roma innesca la riflessione è ancora una volta di natura passionale: i sottoproletari delle borgate romane, i depositari di quel verbo. E quando, con Sandro Penna, Pasolini ingaggia sfide verbali su chi di loro sia riuscito a farsi più giovani di borgata, con l’apparente intenzione di provocare il borghese che era in Gadda, il gran lombardo commenta distaccato: «Si tratta di un petrarchismo generico, ma anche numerico». (6)

Benché non sia noto un esplicito confronto su questo tema, le posizioni appaiono già nettamente polarizzate. La polemica, cui Pasolini pare a volte ricorrere per il puro piacere della provocazione o per gusto quasi istrionico di occupare la scena (ma che gli costò molte amicizie) qui è inespressa, ma non per questo assente. La storia intellettuale di Pasolini è costellata di rumorose rotture (con Fortini, con Calvino, con Salinari, solo per citare alcuni esempi). Ma la frequentazione fra Gadda e Pasolini cessa alla fine degli anni cinquanta, così come era iniziata: d’improvviso e inspiegata.

A differenza delle altre rotture consumatesi nella vita di Pasolini, questa non ha alcuno strascico di invettive (appena ingentilite dai versi, come con Sanguineti e Montale), o lettere al vetriolo (come con Fortini). È un dividersi senza parole. L’assenza di polemica non deve però farci pensare che la polemica sia assente. Bastano forse a spiegarlo il progressivo avvicinamento di Pasolini al cinema, (7) e il conseguente allontanamento dalla carta per la celluloide? la preferenza di nuove amicizie e sodalizi artistici (con Sergio Citti, Elsa Morante, Adriana Asti e Alberto Moravia)? Certamente anche, ma non solo. 

Dietro c’è il riemergere della nuova questione della lingua, che per Pasolini (in questo autenticamente gramsciano) non può essere risolta solo in termini stilistici. Benché il progetto concordato con i primi amici romani postulasse il rifiuto di asservire la letteratura alla politica (considerato come l’errore dei neorealisti), il discorso stilistico di Pasolini investe la sfera ideologica. (8) Nel 1954, recensendo le Novelle dal Ducato in fiamme, esalta la figura di Gadda («Non ci sembra sproporzionato tenere presente dietro il primo piano di questo grandissimo scrittore che è Gadda, l’intero paesaggio storico della letteratura italiana», Pasolini 1994: 344), individuando quattro confluenze che si coagulano in Gadda: una lombardo-manzoniana, una dialettale alla Porta, una scapigliata e una veristica (Pasolini 1994: 346). Loda il pastiche e i mirabilissimi esempi di excursus.

Ma nel tripudio di epiteti che connotano secondo Pasolini la pagina gaddiana c’è qualcosa di inusuale, (9) e più dell’irriverenza di un giovane autore che sfotte benevolmente un più anziano collega, quando nota che Manzoni lascia sulla pagina gaddiana «una patina leggermente putrida» di conformismo, Porta una «chiusura municipale», la scapigliatura «un eccesso di psicologismo patologico, clinico», e Verga «uno spudorato odore di laboratorio», generato dall’autocompiacersi per il linguaggio scientifico di «questo grosso anarchico buono come un ragazzo» (Pasolini 1994: 346-47).  I motivi di polemica emergeranno poco tempo più tardi.

Il 1955, con Ragazzi di Vita, porta a Pasolini il primo processo per «contenuto pornografico» dell’opera, su denuncia della Presidenza del Consiglio, ma anche la notorietà per la grancassa dei media, il premio Colombi-Guidotti (tra gli altri, sedevano fra i giurati Gadda, Carlo Bo, Cassola, Bertolucci e Anna Banti) e infine l’assoluzione. Sempre nel 1955 comincia la pubblicazione di Officina, e Gadda è fra i primi collaboratori. L’amicizia è ancora salda per tutto il ’56, ma poi qualcosa si incrina. Gadda si era dimesso dalla Rai grazie allo stipendio che l’editore Garzanti gli offrì, lavorava per ultimare il Pasticciaccio. Ma dopo aver pubblicato Il Libro delle Furie in quattro puntate e la Lettera (Gadda 1955g), scompare dalla lista dei contributors di Officina. In silenzio.

Il Pasticciaccio esce nel 1957 ed è un folgorante successo. Pasolini, riprendendo esattamente le tesi critiche già esposte a proposito del Ducato, conclude con il seguente giudizio la sua recensione (1958): «[…] prodotto di un grandissimo cervello e di un cuore grandissimo – oggetto non già, idealmente, di critica militante, ma ormai di esame storiografico e di venerazione» (Pasolini 1994: 356). Ma tale lode ha un sapore ambiguo, nasconde neanche troppo velatamente la critica di Pasolini, che pur ammirando il grande artefice attacca i residui neo-borghesi della sua impostazione di fondo:

Spesso un periodone enorme (mai però simmetrico!) è seguito da un periodetto cortissimo […]. Occorrerebbe istituire un nuovo termine, per Gadda, per la sua perciò mostruosa macchina sintattica: e chiamiamola pure ipertassi (come altrove abbiamo proposto) […].
[L’]urto dell’io contro il mondo avviene intanto, concretamente, contro mille dati particolari: dall’esame stilistico della componente dialettale ci risulta infatti come l’Italia, e nella fattispecie Roma, si presentino a Gadda come una Babele, un coacervo di tre strati linguistici, che rappresentano tre culture a tre diversi livelli: il linguaggio letterario (cultura europea della poesia d’avanguardia), la koinè (cultura della piccola borghesia prima fascista, poi democristiana), dialetto (cultura delle classi operaie, che qui sono meridionali, quindi di tipo sottoproletario) […].
[…] in Gadda sussiste la certezza di una realtà oggettiva che può essere mimetizzata e rappresentata (secondo la formula, per intenderci, verghiana): ma è una certezza sopravvivente dalla cultura positivistica e laica al cui lembo estremo Gadda (ch’è ingegnere) si è formato […].
[…] in Gadda esiste una accettazione della realtà sociale italiana come è stata codificata e istituita dalla borghesia post-risorgimentale, accettazione ch’è addirittura reazionaria […].
Gadda dunque ci si presenta nel Pasticciaccio come esagitato e schiacciato tra due errori: il sopravvivente positivismo naturalistico di un liberale prefascista di destra, e il coatto lirismo deformante di un antifascista limato e disgregato dall’impari lotta con lo Stato. (Pasolini 1994: 352-56)

Un giudizio, insomma, che descrive Gadda come un residuo del passato: un monumento degno di ammirazione, ma incapace di inserirsi nella dinamica storica della questione della lingua così come Pasolini la avvertiva in quegli anni, e che rende la distanza tra i due scrittori evidentissima sul finire degli anni cinquanta. Un giudizio, o una provocazione quasi isterica forse dettata da quella spinta inconscia verso la (auto)distruzione su cui tanto è stato scritto.

Gadda, da parte sua, manterrà il silenzio, un silenzio più pesante di qualunque verbosa polemica.

Edinburgh University

Note

1. Nel triennio 1951-1954 Pasolini lavorava contemporaneamente ad almeno cinque diversi generi di scrittura: saggi critico-filologici (come La Poesia dialettale del Novecento, 1952, e La Poesia Popolare Italiana, 1955), raccolte di poesia friulana (Tal Cour di un Frut, 1953, Romancero, poi La Meglio Gioventù, 1954), poemetti in lingua (Il canto Popolare, 1953), raccolte di poesie (Le Ceneri di Gramsci, 1954), e il romanzo Ragazzi di Vita (1955).

2. Fatto non trascurabile: nella recensione (1954) alle Novelle dal Ducato in fiamme Pasolini ricorda, riferendosi alle influenze che Gadda lascia trasparire: «Gadda è nato sessant’anni fa» (Pasolini 1994: 347).

3. «V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna» – Oriana Fallaci, Lettera a Pier Paolo, in AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini (Milano: Gammalibri, 1976).

4. Dopo avere abitato a Piazza Castaguti, Pasolini grazie ad alcuni incarichi di insegnamento nella scuola media aveva portato a vivere la madre in Via Togliese n° 3, sottraendola al lavoro a ore presso la famiglia Pedigoni. Si trattava di un appartamento in cui anche il padre Carlo Alberto, sempre attento alle apparenze, non disdegnò di trasferirsi in quegli anni, seppure controvoglia – l’episodio è riportato da Enzo Siciliano, Vita di Pasolini (Milano: Rizzoli, 1979), 173 sgg. 

5. Scrive Pasolini nella sua Nota a Passione e Ideologia: «Passione e Ideologia: questo e non vuole costituire un’endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: “Passione e nel tempo stesso ideologia”. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una gradazione cronologica: “Prima passione e poi ideologia”» (Pasolini 1994: 543). L’approccio per Pasolini è prima di tutto fisico, carnale. L’illuminista carnale è una felice definizione coniata da Asor Rosa nella prefazione a Pasolini 1994: vii.

6. Siciliano 1979: 168. L’osservazione di Gadda, che gioca sulla nozione dell’esorbitante numero di relazioni omosessuali che Pasolini e Penna asserivano di avere avuto, contiene fra le righe della critica al Petrarca (la genericità nascosta dal numero metrico) una professio fidei poetica: precisione espressiva piuttosto che numero metrico.

7. Definitivo dal 1960, tanto da aprire un periodo identificabile come nuovo nella produzione pasoliniana, ma già evidente nel 1957, quando con Sergio Citti scrive i dialoghi romani per Le notti di Cabiria di Fellini.

8. «Il suo [di Pasolini] collocarsi nel punto focale della più tipica frattura italiana (alto-basso, lingua-dialetto, centro-periferia) lo sollecita a respingere, da una parte, l’accomodamento […] dei progressisti, […] dall’altra una poesia motivata da pura “elezione estetica”, “frutto di un egoismo non più necessario” […]. Per un certo verso, e quasi ovviamente, Carlo Emilio Gadda; ma per un altro, più inaspettatamente, […] Giovanni Pascoli» – A. Asor Rosa, prefazione a Pasolini 1994: xv-xvi.

9. Quasi uno scambio di ruoli:  «l’esempio più illustre di plurilinguismo che Pasolini trovava nell’Italia contemporanea era quello di Carlo Emilio Gadda, il cui libro più celebre è tematicamente, e nella base della sua deformazione linguistica, romano. Ma di quanto il linguaggio di Gadda è fantasticamente esuberante, di tanto quello di questo Pasolini è secco e “basico”». G. Contini, La letteratura italiana (Firenze-Milano: Sansoni-Accademia, 1974).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2004-2020 by Sandro Corso & EJGS. First published in EJGS (EJGS 4/2004). EJGS Supplement no. 1, second edition (2004).

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