Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Scienza

Nicoletta Pireddu

«Incarichi ingegnereschi vari, talora gravi o gravissimi» (SGF II 871) e una carriera di scrittore «profondamente turbata da cagioni familiari, ma soprattutto dagli avvenimenti politici e militari» (SGF II 875). Ecco come Gadda si descrive in una celebre scheda autobiografica. Il «lutto» (Gadda 1993b: 71) del conseguimento della laurea al Politecnico, e il «matrimonio sbagliato» con l’ingegneria per lui da sempre innamorato di greco, latino e filosofia; la sofferenza e la catastrofe del suo lavoro di chimico (Gadda 1993b: 80-81); ma, non meno, le paure generate dalla più matura scelta di intraprendere la «miserabile via delle lettere più o meno belle» (Gadda 1984a: 118), con l’incubo della «soffitta, le scarpe rotte, via i bottoni, il pane presso la fontana» (Gadda 1984a: 116)… A ripercorrere tali asserzioni verrebbe da credere a quanto Gadda aveva confessato al suo Giornale di guerra e di prigionia con la previsione che il suo futuro di uomo in bilico «tra la matematica e il lavoro morale e letterario» (SGF II 793) sarebbe stato «[f]orse nullo», colpevole la letale interferenza che una disciplina avrebbe esercitato sull’altra.

Ben diverso, in realtà, è l’effetto di questa tensione tra letteratura e scienza, che di fatto sfocia non tanto nella reciproca neutralizzazione di sfere cognitive mutualmente esclusive quanto in una simultanea attrazione, quasi impossibile da gestire, per entrambi i settori: «Se avessi una decisiva avversione per la matematica, sarei un uomo felice: mi getterei freneticamente sul lavoro filosofico e letterario: ma tanto mi piace la matematica, e la meccanica razionale, e la fisica, e tanto più là dove si elabora e si raffina l’analisi» (SGF II 793). Sensibilità scientifica, la sua, che lo porta, non a caso, a rimproverare alla cultura italiana la scarsa riflessività e logicità (Gadda 1993b: 83), e, appunto, un’indifferenza per la storia naturale, la «cultura economicistica e matematica», «per tutta la cultura tecnica e scientifica» oltre che psicologica.

E se, già a livello autobiografico, Gadda non sa, e fondamentalmente nemmeno intende contrapporre quelle che C.P. Snow chiamerebbe «le due culture», è nella scrittura che la sinergia di scienza e letteratura gli consente di raggiungere quell’«eccitazione» (Gadda 1993b: 92), intesa, come egli stesso sottilmente allude, nella sua duplice valenza umanistica e scientifica di ardore intellettuale e di sollecitazione della materia.

Poco in comune ha, infatti, il nostro Ingegnere con il Valerio Caviggioni di Un «concerto» di centoventi professori. Anche Gadda, è vero, al pari degli ingegneri dell’Adalgisa usciti dal «laborioso quinquennio» (RR I 412) del Politecnico, sente «il bisogno di calcolare qualche cosa» (RR I 451) – ma, contrariamente al collega Caviggioni, non stenta a separarsi dal regolo (e non soltanto al mare, dove uno come il Caviggioni, in costume da bagno, avrebbe problemi «a cavare un taschino dalla mammella sinistra»). Ciò a cui Gadda aspira, infatti, non può scaturire da un «bel cranio ragionativo di dolicocefalo biondo» (RR I 450) come quello del neolaureato dalla «forbitezza logaritmica» (RR I 459), ma piuttosto da uno spirito al contempo rigorosamente positivistico e straordinariamente creativo, convinto che le «discipline matematiche e la disciplina dello scrivere, cioè dell’esprimersi nei termini propri d’una lingua, hanno feudi in giurisdizione comune» (SVP 1155).

Gadda insomma è «un maudit che parla come un ingegnere capo in servizio effettivo» (Gadda 1993b: 48). Nella sua ricerca – indagine gnoseologica e avventura poetica – il libro è da intendersi, certo, come «prodotto di una normale attività fisiologica» (Gadda 1993b: 37), così come la concezione di un personaggio equivale a un «incidente combinatorio» (Gadda 1993b: 39). Analogamente, la superstizione dell’autore è «basata su calcoli precisi e non su paure irragionevoli» (Gadda 1993b: 74), e ogni paziente tentativo di trovare un suo stile equivale non tanto a «una scrittura ricercata» (Gadda 1993b: 79) quanto a «un esperimento». Tuttavia, è tramite una puntuale manipolazione creativa di topoi, concetti e linguaggi scientifici, che l’opera gaddiana raggiunge l’alto «voltaggio» (Gadda 1993b: 98) espressivo.

Da un lato, lo scrittore accetta l’esistenza di «certa esperienza o realtà esterna» (SGF I 477) senza ricrearla, proprio come i fisici «si decisero a chiamar atomo l’infimo e intangibile nucleo che gli venne fatto di reperire nello indefinito procedere di una “logica” sminuzzatrice onde si studiavano giustificare l’esperienza». E, in fondo, tanto meglio che l’arte della parola divenga tecnica, mestiere, piuttosto di degradare in «una retorica balorda» (SGF I 484), in un’«unguentata perifrasi». Dall’altro, se il Gadda disposto a riconoscere i contributi espressivi delle tecniche nelle belle lettere è Ingegnere, nondimeno egli va riconosciuto innanzitutto come «ingegner fantasia» (Gadda 1984a: 48).

E allora perfino nelle sue Pagine di divulgazione tecnica, in cui più che altrove l’informazione precisa e trasparente sembra dover prevalere sul virtuosismo estetico, (1) ci imbattiamo in segni della vena letteraria gaddiana più inconfondibile, quella che, infrangendo palesemente le regole della pura denotazione, trae occasione dalla discussione dell’assorbimento dell’azoto da flora e fauna lacustre e marina per riferirsi all’«uterque Neptunus» (SVP 72) catulliano; o che si affida a una reminiscenza rousseauiana sulla tendenza umana a «falsare e coartare le felici operazioni di natura» (SVP 125) per introdurre la tecnologia della sintesi chimica; o che, in chiave ancor più tipicamente gaddiana, apre un pezzo sulla Fiera Campionaria milanese con la personificazione caricaturale delle zie Sapienza, Prudenza e Diligenza, severamente decise a mantenere l’autore sulla via del dovere, impedendogli di cedere alla «gioia del vagabondaggio» (SVP 87) e richiamandolo piuttosto all’importanza di «vedere […], imparare […] e “profittare”» degli ultimi ritrovati tecnologici in esposizione.

E così come il gusto della connotazione si fa strada tra le maglie del discorso scientifico, lessico e modelli scientifici, soprattutto in veste enciclopedica e parodica, popolano testi più noti e centrali nella produzione gaddiana, dove la ricerca della sistematicità, dell’ordine e della precisione affidata alla scienza è condotta come sfida alla cospirazione di forze che concorrono invece perversamente verso la complessità inestricabile.

Ne sa qualcosa il Ciccio Ingravallo del Pasticciaccio, per il quale «le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono un vortice» (RR II 16), la combinazione «di tutta una rosa di causali» (RR II 17) che si abbattono sulla ragione del singolo e del mondo «a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica)», e che convergono nel proverbiale groviglio gaddiano, «o garbuglio, o gnommero» (RR II 16).

Groviglio conoscitivo che, non a caso, con la medesima logica perversa, cattura anche il povero Luigi della Meccanica. Ben poco potranno, contro la sua tubercolosi, un responso medico «degno dell’oracolo» (RR II 523) e l’accumulazione di nozioni tramite improvvisate ricerche da autodidatta: «il parenchima, il miocardio, i leucociti […] [e] l’aneurisma di Rasmussen» (RR II 524) sembrano piuttosto trascinarlo in «un galoppo vertiginoso verso un baratro nero» (RR II 525).

Ci penserà il narratore della Cognizione a portare il lessico scientifico un passo oltre, trasformando il tecnicismo in pseudotecnicismo (Zublena 1999). Così, contrariamente alla promessa o speranza di chiarezza e soluzione (seppur presentata come assurda e intenzionalmente parodica) offerta dalle formule matematiche nell’Adalgisa (2) o dai grafici con cui il Gadda del Giornale di guerra e di prigionia dimostra la risoluzione del problema della trisezione dell’angolo (SGF II 507-11), nel mondo di Lukones abbonderanno termini di origine esclusivamente gaddiana, dalla «Peronospera banzavoisi» (RR I 571), al «perigurdio» (RR I 604), al «Boletus Atrox Linnaei» (RR I 723).

L’intera Meditazione milanese, d’altronde, conferma che l’operazione gaddiana è ben lungi da un semplice travestimento del linguaggio in chiave maccheronica. La reinvenzione tutta personale e spesso improbabile del lessico tecnico-scientifico richiama un modello euristico che, mentre aspira a classificare scientificamente la realtà per poterla conoscere nella sua totalità, comunica al contempo l’impossibilità di tale progetto. Perfino il concetto di metodo – che per Gadda «presume nozioni» (SVP 627) esso stesso, ed è quindi «già una conoscenza ed elezione» – deve essere delegittimato, poiché di fatto «[m]obile è il riferimento conoscitivo iniziale; diverso, continuamente diverso, il processo» (SVP 628). E allora, laddove la ragione solitamente «cerca di tamponare le falle del sistema» (SVP 741) arroccandosi su «posizioni fittizie» pur di conservare l’illusoria rappresentazione del sistema come entità chiusa, Gadda si serve della razionalità scientifica e filosofica per operare una vera e propria decostruzione del sistema di relazioni della conoscenza umana, sistema di fatto «apertissimo e indeterminato», poiché sempre contiene in sé «qualcosa di inspiegato».

«Non ho visto filosofo arrivare a chiudere il suo sistema […] Non ho visto critico dire bene delle mie favole» (SGF II 896), reitera una poesia gaddiana, quasi a chiudere il cerchio con un’unica dichiarazione di sconfitta che sembra compromettere tanto il suo feudo scientifico quanto quello letterario, tanto il problema della catalogazione della realtà quanto quello della comprensione dell’Io. Al bivio tra scienza e coscienza, la scrittura gaddiana inscena allora la tragedia della distruzione della causalità nel mondo esterno, oggettivo, quanto in quello soggettivo, psicologico ed etico: così come perfino di fronte a questo disorientante verdetto di apertura e indeterminazione non è possibile eliminare l’Io, «pidocchio del pensiero» (RR I 636), parimenti non ci è dato di uscire dal groviglio conoscitivo, poiché qualsiasi intervento equivale a una deformazione dello stesso oggetto di indagine. (3)

La soluzione all’«equazione delle equazioni o legge delle leggi» (SVP 738) che per Gadda corrisponde alla vita è allora il dolore, dolore di fronte all’unica cognizione possibile, quella della molteplicità imprendibile della realtà di cui l’individuo è inevitabilmente prigioniero. Ma è appunto dall’interno di questo groviglio che anche il comico esplode, rispondendo al tragico con gli stessi strumenti – abbondanza e molteplicità. Al dolore gaddiano si affianca quindi il piacere, piacere della scrittura, piacere della vendetta della connotazione estetica contro la denotazione scientifica, ma, paradossalmente, anche piacere della ricodificazione di quella competenza ingegneresca che di primo acchito sembra avere inquinato la purezza di una carriera unicamente letteraria. Sì, perché il Gadda che riscrive la lingua e la realtà attingendo tanto all’immaginazione quanto alla precisione tecnico-scientifica è più che mai quell’«“ingegnere” inguaribile» (SVP 68) di matrice rousseauiana, «crumiro diabolico» che, con la sua creatività, rimaneggia e falsifica il naturale.

Georgetown University

Note

1. Interessante a tale proposito la critica ad Alessandro Volta proprio per le sue espressioni ancora alquanto lontane «da quello che verrà chiamato, nell’ottocento, il “sapere scientifico”» (SVP 201), o, ugualmente, l’imputazione di certe «stravaganze» (SVP 201) linguistiche al Dialogo di Galileo, responsabili di inadeguatezze cognitive.

2. Ad esempio, l’equazione della catenaria per descrivere la curva della groppa del cavallo (RR I 483, 502), o quella dell’entropia, di cui la mente del Caviggioni è «inzuppata» (RR I 457, 475).

3. Gadda sembra riferirsi al principio di indeterminazione di Heisenberg.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2020 by Nicoletta Pireddu & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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