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Oltre il casello poi, sul sentiero grigio a fianco il fuggire della breccia, due o tre galline si apprestarono spaventatissime e tuttavia chiotte chiotte, more solito, a lungheggiare in accelerato zampettamento il binario: a traversarlo indi svolando nel momento più opportuno, i respingenti addosso e sopra i respingenti i fanali, con quella premeditazione suicida che le distingue. Il maremmone, cioè maremmano-spinone, si avventò: da credere volesse jugularsi od autoghigliottinarsi nel collare, un sottile anello di ferro dove i peli rabbuffavano, del furibondo: e a catena tesa riprincipiò ringhiare e latrare, scoppi reiteratamente frenetici: come declamasse irruenti versi del Foscolo senza tuttavia comprenderne il senso, e nemmeno il nonsenso, a un pubblico di soprappresi da cascaggine: deliberato ridestarli tutti e richiamarli a purgazione e a vigilia, né perdonar sopore neppure all’ultimo. L’indemoniato idiota, in ciò fare, smarriva di tra incisivi radi e scontorti e la ferità de’ canini e licenziava fuor dalle labbra, per fiocchi biancastri a ogni nuovo sussultare della capa, una sua bava poltigliosa come béchamelle: nelle arsi di così rorida rabbia levando al cielo sanguinolenti occhi di belva, quasi a invocare il beneplacito de’ superni Bestioni, gli iddii di sua razza, e a propiziarne il nume, e a promuovere il consenso a più stolti endecasillabi. Il che, da quel cretino che era, ei riteneva officiatura inderogabile tra le scarpe e le mollettiere dei carabinieri. Quei petardi biliosi del suo rancore gli stavano lacerando la maledetta gargana, di cui per attimi, si palesava il rossore cavernoso, come d’una spelonca d’inferno: e veduto il pollame a correre davanti il soprasoffiare del nero, la veemenza ne raddoppiò fino a un parossismo e sembrò addirittura, in un certo punto, risoluto d’inseguire a gara le spiritate sofonisbe: ma saldezza di catena e carità di spago, era anzi cordella, quando pure a fatica ne lo ritennero. Per che il capo matto gli andava sobbalzando senz’idea e senz’alcun guadagno né per lui né per altro ad ogni esplosione della gola: cerbero in licenza sulla terra e sui colli, dove si fosse appiazzato ad opera tracannando lo immeritato lume, la dolce aura dell’aperto lor cielo: coeli jucundum lumen auras. Il feffe-feffe era lì lì per «transistare».
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I pennacchi di fumo che s’era lasciato dietro dopo il ponte (del Divino Amore) e prima d’arrivare al casello, ad altezza appena d’un volo di rondone s’erano sbandati un poco dalla sede e gravavano ora, bianchi ed inutili, sul verde fradicio delle novali. Le galline, come ogni giorno, erano sopravvissute al dramma: da anni oramai, le ex-alunne di Melpomene avevano sistemato in un rituale algolaghnico, teatralizzato in una «scena per turisti nordici», i più prevedibili e preventivati strappi del loro primo e giovenil errore dello starnazzare e checchereccheccare per un nonnulla in un crescendo ebefrenico: e s’erano addate invece, di ragion poetica ben meditata, al silenzio e ai pallori vagotonici del misto. La loro iniziazione orfica, a poco a poco, s’era perfezionata a magistero: aveva raggiunto il climax di una sagacia pittorica, dimenticando i virtuosimi acustici della pubertà. Una semispenta o sonnecchiante e cionondimeno sempre disponibile e recuperata voluttà si ridestava in loro ogni giorno, con l’arrancar del misto e col fischio, alla consueta finzione: all’orgasmo artificioso della vittima che nessuno minaccia, allo zampettamento precipite e alla bersaglierata lungo la rotaia e la breccia, al tentativo di sollevamento (Delagrange volerà?), al simulato suicidio coi fanali addosso e concomitante deiezione d’un paio di bonbons, feffe-feffe trascorrendo. Finto il movente orgiastico, non poteva riuscir finto il regaluccio: così come sul teatro le passioni finte sogliono dar la stura e dei baci non finti e i cornuti di scena sembrano essere, le più volte, dei cornuti di fatto. Tutti i giorni, tutte le mattine. Non appena poi l’entità locomotoria aveva consumato sua parvenza, scialacquato i suoi buffi, allora, finito di girare il rotolo degli spaventi d’obbligo, le riprendevano a razzolare come gnente fosse: e a beccuzzare su dalla terra, che pareva n’estirpassero un’erba mala, con un tuffo e un recupero pronto del capo, del collo, vermolini rarissimi.
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from Quer pasticciaccio brutto de via Merulana,
RR II 220-23

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
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