I gomitoli dell’Adalgisa
Scampoli di lettura

Massimo Riva

Presentando le mie modestissime credenziali, vorrei innanzitutto rifarmi a quanto diceva il compianto Tullio Kezich, autore, tra molto altro, di una bella biografia di Federico Fellini, quando si definiva non un «fellinologo» ma un «fellinista, fellinizzante per vocazione». Ecco, con la dovuta modestia, mutatis mutandis, liberamente parafrasando, definirei questo mio intervento quello di un gaddista, o gaddizzante, gaddologo suo malgrado. Con questo intendo dire che, pur se ai convegni ci si presenta di solito in veste seria di  –ologi di qualcosa, a questo convegno io mi presento piuttosto nella veste dilettantesca, dunque al massimo –izzante, di semplice, e piuttosto incostante lettore.

Quello che posso offrirvi, insomma, sono alcuni scampoli di lettura, qualche glossa molto minore, in margine ad un passo dell’Adalgisa e altre disiecta membra gaddiane. E qualche riflessione spuria intorno a un problema che mi sono già posto come filo conduttore dei due miei brevi interventi pubblicati nella Pocket Encyclopedia, dedicati rispettivamente alla parola-chiave iper-romanzo e al tetrastico groviglio-garbuglio-gomitolo-gnommero. In breve, il problema (esegetico) che mi sono, a proposito o a sproposito, posto è il seguente: se e come il Gadda-pensiero e, ancora meglio, la Gadda-scrittura, siano leggibili nel contesto contemporaneo di una letteratura che va necessariamente trasformandosi, nelle sue forme e nei suoi modelli, col trasformarsi dei suoi mezzi di produzione, nel passaggio ormai irreversibile dall’età della stampa all’era del digitale. (1)

Le mie considerazioni in proposito, generate sulle spalle delle ben più esaurienti esegesi filologico-ermeneutiche di Roscioni, Isella e Contini, si rifanno anche a tutta una serie di contributi critici più recenti, molto diversi tra loro ma a mio avviso abbastanza parallelamente convergenti, sulla scrittura e sull’opera del nostro ingegnere. Citerò qui soltanto la sdipanatura delle trame post-manzoniane nel groviglio testuale del nostro, da parte di Corrado Bologna – mi riferisco al raffinatissimo saggio Il filo della storia. «Tessitura» della trama e «ritmica» del tempo narrativo fra Manzoni e Gadda; la chiara enucleazione del tema della complessità nelle meditazioni del nostro, da parte, tra gli altri, di Carla Benedetti (Benedetti 2004a: 11-30); e, ovviamente, il fecondissimo commento critico all’opera intera di Gadda, intesa come grande ipertesto, da parte di Federica Pedriali (Pedriali 2007a), commento al quale attribuirei tutti i meriti di una anamorfizzante specularità, anche, e anzi direi soprattutto, linguistica, applicata al suo oggetto.

In pratica, nel mio piccolo, intendo qui brevemente contemplare l’ipotesi, o porre la questione, se si possa trovare nel post-manzoniano e post-leibniziano e post-spinoziano pensiero della complessità di Gadda – e nella scrittura che lo veicola – un preludio o un’anticipazione di un pensiero-scrittura cibernetico, rizomatico o reticolare, quale si usa definire quello diffuso dall’emergere dei media digitali e delle loro disseminazioni applicative. Largamente acquisita dalla filologia oltreché dalla critica gaddiana è la consapevolezza, cito Isella, «della sostanziale atemporalità dell’universo di Gadda… che fa di tutta la sua opera, oltre che una continua variazione su alcuni temi fondamentali, un complesso sistema a vasi comunicanti» (D. Isella, Introduzione – RR I xx-xxi).

Il che si potrebbe tradurre in questi termini, per il nostro proposito: l’opera di Gadda potrebbe esser letta come un grande ipertesto, in cui le singole opere si innestano e si ramificano, un ipertesto che svolge e riavvolge o ricombina una serie di temi o motivi ricorrenti, all’insegna di una sottesa logica appunto ricombinatoria e ricorsiva. Dunque un Gadda ingegnere della scrittura, da accostare a Calvino come profeta o prefiguratore di una letteratura come grande rete, già ipotizzata da Roland Barthes? (2) E se non proprio un Gadda oulipiano, almeno un Gadda «plagiario per anticipazione», (3) la cui scrittura sembra anticipare cioè appunto quello che la scrittura diffusa o distribuita di internet sembra realizzare nei suoi circuiti? Non proprio o non semplicemente.

Certo, la nozione di plagiarismo per anticipazione è una brillante interpretazione (o anticipazione?) letteraria dei meccanismi ricorsivi della cibernetica. E tuttavia, intendo argomentare che, più che di un pensiero reticolare, Gadda secondo me è anticipatore o precursore, e qui veniamo all’Adalgisa, di quello che riferendomi appunto, nella mia glossa molto ordinaria, per non dire domestica, a una pagina di uno dei disegni milanesi, anzi a un brano, anzi a una serie di lemmi, di questa pagina, definirò pensiero-scrittura gomitolare. Tra la rete e il gomitolo, o gnommero, corre o si sfila o si dipana, infatti, una essenziale differenza che potremmo sintetizzare così: se la prima è rizomatica, centrifuga, moltiplicativa e va espandendosi esponenzialmente, il secondo invece è decisamente centripeto, non solo, ma va continuamente riavvolgendosi su se stesso, forse per nascondere un centro che non c’è.

Ma intanto, prima di introdurre il reperto permettetemi di ribadire che rifacendomi a quanto ha sottolineato Carla Benedetti a proposito della critica gaddiana dell'astrazione o della semplificazione: se di apporto ingegneristico si deve parlare, nell’opera del nostro, lo si dovrebbe intendere qui, appunto, come un’attitudine costruttivistica, applicativa, nel senso sia del software che dell’hardware cognitivo-letterario; e ciò sembra coerente con il disegno di una scrittura modellizzante intesa, in duplice istanza, tanto come veicolo di virtualità che come materia prima, tanto come magma che come meccanismo di formalizzazione…; o viceversa, evocando un’altra possibile coppia, quella che oppone e poi ricompone narrativa e romanzo (o, come suggerito da Lucio Lugnani, «virtualità romanzesca» e «discorsività affabulante») (4) questa bipolarità della scrittura gaddiana sembra effettivamente rimandare quella dialettica di forma e flusso tipica della scrittura-disegno, ibridazione ed embricazione di parola-immagine, che caratterizza la letteratura elettronica e che si articola o si produce e riproduce tanto in precisi codici procedural-narrativi quanto, dal lato espressivo, nelle libere affabulazioni che ne sono il risultato; o ancora, nel gergo contemporaneo, in una ambivalenza fondamentale della scrittura come programma e algoritmo, da una parte, e come rizomatica efflorescenza, dall’altra…

E allora, cominciando a tirare le fila del nostro discorso, intenderei ricamare qualche riflessione su quella che ho definito la scrittura gomitolare di Gadda… Il passo, che propongo di leggere come una vera e propria mise en abîme, quasi araldica, dell’intera opera, o almeno dei suoi nodi o snodi nei disegni milanesi che ne fanno da trama, o ne tramano, la fisiologica complessità, si trova nel racconto di ispirazione dantesco-brunettolatinesca, sottilmente ed esaurientemente commentato da Paola Italia, Quattro figlie ebbe e ciascuna regina. Siamo introdotti qui, con l’effetto di scrittura di una cornice o una finestra che si moltiplica, un vero e proprio blueprint para-architettonico, nel senso dell’interior design, del mobilio che fornisce l’impianto al libro – da intendersi però tanto come disegno di interni quanto come metaforica dissezione delle vere e propria interiora, biologiche e mentali, della borghesia milanese, addirittura una appercezione della milanesità tout court, nella sua è proprio il caso di dire grama sostanza.

Ecco il passo che leggerò per intero, chiedendo venia, ma invitando chi legge a captare quante parole-chiave, o loro derivazioni, e dunque quanti nodi e snodi concettuali si avviluppano in esso che fanno legittimamente pensare, o almeno suscitano in me lettore, la captazione di una tramatura meta o iper-testuale (ci torniamo dopo):

In un battibaleno, nonostante l’impendere del mezzogiorno, tutta la sciagurata novecenteria dell’architetto Basletta – cristalli, e cassetti di radica, e maniglie e pomi anticorodal – andava per la centesima volta a soqquadro. Altro che vigilia di San Babila! Una babilonia di scatole, di matasse, di matassine, di trecce, un’insalata di pezze sciorinate sui bancali in tutte le sfumature dell’iride; quasi solo si possono concepire a carico di oneste e servizievoli Seterie e Passamanerie Milanesi Carugati & Bondanza S.A. [...] Pezze su pezze, scatole su scatole, si montonavano sul banco: o ne tomborlavano fuora, e giù dal banco e dalle scatole, rocchetti, gomitoletti, gomitoloni di più tinte, tubetti e telaietti in cartoncino, a cariche multicolori, come piccoli aspi, gli aspi infiniti della servizievole possibilità. Compatte o scarmigliate matassine, in tutta la gamma del campionario, campioni d’ogni tipo e d’ogni risma, venivano pasticciosamente dislocati, a quell’ora, da una scatola nell’altra, in un’angoscia e in un arruffìo da non dire: poi ricercate nervosamente, poi ritrovate, poi riperdute. Dal registratore della cassa, con un tintinno come di campanello a ogni battuta, dal militante e trionfante ingranaggio, si sgranava ancora in un galoppo filato la balda meccanica deglutitrice dell’incasso, coi soli arresti e coi tristi e disperati imbarazzi pel resto e le code di frazione, «per caso non ha moneta, signora?», tra il frustume delle lire marce e la nichelaglia o ramaglia o acmonitaglia dei soldarelli, nichelini, decini gobbi e sbilenchi soldini, e qualcuno anche del Papa e della Repubblica di San Marino, volto e rivolto e scrutato e analizzato per ogni verso nei diffidenti riscontri, con l’occhio velenoso del dispetto, nell’adunco livore della taccagneria. (RR I 366)

Accingendomi a riavvolgere, o sdipanare, il filo delle parole-chiave identificabili qui – non posso fare a meno però di avvertire che, come sempre avviene nella lettura del nostro, pressoché ogni parola potrebbe essere etichettata (in senso informatico) e computata e ricomputata come parola-chiave: anzi ogni sillaba, anzi ogni particella linguistica, risulta rimescolabile o ricalcolabile come parte di un tutto che si sdipana e riaddipana in un feedback loop a ondate successive, obbedendo così a una legge di composizione probabilistica a sua volta misteriosa, sfuggente (ma non troppo), una sorta di  algoritmo umorale-scritturale al quale non a caso troviamo esplicito, per quanto ironico, accenno nella pagina che precede: quella da dove ho ritagliato il mio scampolo, cominciando a tessere il filo del mio discorso, un filo dal colore iridescente e indefinibile come quello alla cui caccia, presso le oneste e servizievoli Seterie e Passamanerie Milanesi eccetera eccetera, per la disperazione dei commessi, appropinquandosi l’ora di pranzo, è donna Giulia, (cito) «donna di elevato sentire, stando alla enunciazione più frequente, e, talora, gentildonna lombarda di squisito sentire: mentreché vi farò grazia – aggiunge il nostro – delle

varianti che il calcolo combinatorio ci attesta realizzabili dopo le suddette, dalla permuta di n parole senza senso prese a cinque a cinque» (RR I 365). Enigmatico innesto di una logica calcolatoria nell’auto-parodia del formulario convenzionale.  Si badi, non è questo il solo accenno di Gadda, nelle note che accompagnano ciascun disegno, a una improbabile logica statistico-probabilistica. Non essendo un matematico, mi astengo dal valutarne la formale validità. Proprio Contini, come è noto, metteva in dubbio, a mio avviso giustamente (ma ripeto che parlo da ignorante) la vocazione matematica del nostro – cosa che chiaramente alienerebbe Gadda dal campo oulipiano, almeno di una parte dell’Oulipo, quella che perseguiva coerentemente e metodicamente (è anche il caso di Calvino, per una tratta almeno del suo percorso, come suggeriva Ceserani) una letteratura combinatoria fondata sull’applicazione di più o meno rigorose regole matematiche. Ascoltiamo Contini: «oso affermare che Gadda non aveva vocazione matematica; curiosità di questa natura non soddisfaceva, e in genere era estraneo a procedimenti formalizzanti…»  (Contini 1989: 25). Ottusamente refrattario alla linguistica di Trubetzkoy, cui voleva iniziarlo Contini, Gadda «in compenso – è sempre Contini che scrive – era un applicatore ineccepibile: risolveva dubbi sulla possibile collocazione dei mobili [sic] riempiendo la lettera di disegni esaurienti che schematizzavano i suoi calcoli sulla resistenza dei materiali […]».

Più portato insomma al disegno che alla formula, un esempio portato da Contini di questa eterodossia per non dire paradossale iconoclastia matematica di Gadda (la mathesis di Leibniz!) è la «proiezione ortogonale» dell’insetto spiaccicato che si trova nell’Adalgisa – come se  il riferimento formalizzante e geometrizzante non fosse inteso, stilisticamente, a razionalizzare, inquadrare o squadrare l’oggetto ma piuttosto a rincarare l’assurdità del pasticcio o groviglio, o grumo biologico informe o deforme che ne risulta. Ne troviamo la debita conferma nei Ritagli di tempo se leggiamo ancora una volta metaforicamente – ed auto-referenzialmente – e dunque arbitrariamente – un passo avulso dal contesto, a conferma di un modo di leggere intenzionalmente dis-organico che scorpora lessìa per lessìa, alla ricerca di un sistema (discorsività, affabulazione più programmatica che programmata) che traborda il singolo testo, il singolo racconto per sfociare poi però in un «sistema a vasi comunicanti» (di nuovo Isella):

La Biblioteca Linguistica, semmai, arrivò ad esperirlo di qualche laterale incidente, o accidente, di qualche idea secondaria e disturbatrice, di quelle che si insinuano come alla chetichella dentro l’ordito programmatico della vitalità volitiva. [...]

La Biblioteca Linguistica fu la prima scuola a dirgli, per quanto in un orecchio, che ogni più nobile schema nella imperfettibilità del mondo si avvera e perfeziona cariandosi, cioè accompagnandosi di qualche inevitabile imperfezione. Così come il corpo, andando, si accompagna del peso (gravame): e talora di un’ombra. Talora, e più specialmente di sabato, la Linguistica era affollata in ogni sala, atrio, stanza, scala: e fin ne’ recessi. Giocatori di scacchi, impietrati, meditavano gambitti nel buio sottoterra [...]. (RRI 416)

Tiriamo allora, avviandoci alla conclusione, le fila o meglio i fili del discorso, quello di Gadda, più che il mio: un discorso debitamente scandito, nel suo ritmo quinario, in una sorta di a solo per tastiera (da macchina da scrivere o computer) virtuosamente estratto, come un codice segreto, da una nuvola in-organica di termini che vivono di vita propria, che si producono e riproducono, generano e rigenerano, con una logica quasi cancerogena e ricorsiva, appunto, riavvolgendosi e riaggomitolandosi su se stessi. Non propongo, sia beninteso, l’elenco di parole che sto per leggere, come una matrice, o tanto meno la matrice, dell’Adalgisa, ma soltanto come una sua possibile descrizione in controluce, in tralice, secondo una logica critica che potremmo chiamare della smagliatura. Ecco allora, come risultato finale, un modo possibile di riavvolgere la lunga citazione di prima, scandendola su gruppi (o grumi) quaternari o quinari di parole che spiccano o si illuminano, agli occhi almeno di questo lettore, sullo sfondo buio di un quadro d’interno e di mobilio dell’anima o del subconscio borghese:  

Sciagurata… novecenteria… architetto… soqquadro… Babila-babilonia…
scatole… matasse… matassine… trecce… insalata…
montonavano… tomborlavano… rocchetti…gomitoletti…gomitoloni
tubetti… telaietti… aspi… servizievole… possibilità
scarmigliate… gamma… campionario… campioni… risma…
pasticciosamente… angoscia… arruffìo…
nervosamente… ritrovate-riperdute...
registratore… tintinno… campanello… battuta…ingranaggio…
militante… trionfante… sgranava… galoppo filato...
balda meccanica… deglutitrice… incasso… arresti…
tristi… disperati… imbarazzi… resto… frazione...
frustume… marce… nichelaglia… ramaglia… acmonitaglia
soldarelli… nichelini… decini… soldini
volto… rivolto… scrutato… analizzato… riscontri…
velenoso… dispetto… adunco… livore… taccagneria…

Mi arresto qui – impossibile razionalizzare infatti nella combinatoria delle «parole senza senso», soprattutto se prese da sole «a cinque a cinque’, la trama «poetica» che insieme le avviluppa (sarebbe interessante aggiungervi un rigoroso esercizio di concordanze). Una trama poetica ripetutamente inibita o internamente corrosa dall’ironia. Ma è proprio la trama invisibile, aporetica, poi, ed è qui che volevo arrivare, il prodotto sublime dell’algoritmo vitale, dell’oscura energheia linguistica non matematizzante, non formalizzante, che tiene insieme e dà vita virtuale al tutto che ne risulta, al disegno complessivo che è sempre molto di più delle sue parti, delle sue disiecta membra, sistema di vasi comunicanti, appunto, perchè ogni parola nella nuvola fisiologica, esalazione di un umore e non di una macchina, rimanda all’altra, anzi a tutte le altre, a tutte le possibili parole che, al di là di ogni probabilistica razionalizzante, possono esserle virtualmente accostate – in una contaminazione senza fine… Il che equivale a dire (e lo sapevamo già prima) che non c’è statistica che possa contenere la vita – e la scrittura che ne mima l’informe.

Brown University

Note

1. Sia concesso di rinviare in proposito al mio saggio Il futuro della letteratura. L’opera d’arte letteraria nell’epoca della sua ri-produzione digitale (Napoli: Scripta Web, 2011).

2. Arturo Mazzarella, La grande rete della scrittura. La letteratura dopo la rivoluzione digitale (Torino: Bollati-Boringhieri, 2008).

3. Pierre Bayard, Le plagiat par anticipation, in La Lecture littéraire, numero speciale Ecrivains, lecteurs, a cura di B. Clément (febbraio 2002).

4. Lugnani 2004: 43-66 (45): «…una narratività che resta a pieno titolo tale, ma è giocata sul continuum d’una affabulazione narrativa e discorsiva multiplanare e plurivoca».

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-21-3

© 2015-2024 Massimo Riva & EJGS. First published in EJGS, Supplement no. 8, EJGS 7/2011-2017.

Artwork © 2015-2024 G. & F. Pedriali. Framed image: Framed image: after a detail from a Russian birch bark inscription reproduced in the The Russian Birk Bank Library.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 2923 words, the equivalent of 9 pages in print.