L’assetto economico dell’Impero
I problemi idro-elettrici

Ricevendo l’onorevole Motta, presidente della U.N.F.I.E.L., il Duce ha approvato il piano presentatogli circa la sistemazione elettrica dell’Impero. Notizia di stringente interesse. Sotto il patrocinio della stessa U.N.F.I.E.L. verrà costituito un consorzio idroelettrico A.O.T. con capitale apportato, in quote proporzionali, da tutte le società confederate: primo e grandioso esempio di finanziamento corporativo.

Per esso, il non facile compito della produzione d’energia elettrica in Etiopia viene demandato al collegio degli organi tecnico-finanziarii impegnati da decenni nella relativa industria in Italia. Superando mutevoli e fortunose condizioni economiche generali, questi organi hanno acquisito una vera e propria «specializzazione» in materia. Mai, forse, nella storia del mondo, si è verificata una figliazione tecnica così celere, diretta, e completa, come quella che il Duce prepara dall’Italia all’Etiopia, confidandone l’onorevole carico alle corporazioni industriali. Sembra realmente di assistere agli sviluppi di un fatto creativo, per cui dalla idea matrice o modello, per merito di un impulso vitalizzante, si stacca una nuova realtà.

Dal Tacazzè al Tana

Contrariamente alla sitibonda pianura di Libia, l’altipiano etiopico è inciso dai solchi vallivi di numerosi corsi d’acqua, che, ripartito con tutto un reticolo idrografico, confluiscono in alcuni fiumi principali. Lasciamo il Barca eritreo ed il Màreb, (poi Sona, poi Gàsc), col suo maggiore affluente, il Belèsa, i quali hanno portata intermittente nell’anno. Il Gàsc, a Càssala, ha 80 giorni di deflusso, con lieve sfasamento in ritardo rispetto alla stagione delle piogge: si perde poi nelle sabbie sudanesi come acqua freàtica, a cercare l’Atbara. Ma il Tacazzè, (poi Setit), nato in prossimità dello Ascianghi e quasi al ciglione orientale del pianalto, ha un deflusso perenne nel suo corso superiore e nel medio: e tuttavia con enormi escursioni fra i massimi e i minimi della portata: come Setit per non più di tre mesi. In condizioni analoghe si trova l’Atbàra, che accoglie tutta la raggera dei minori confluenti (una dozzina) provenutigli dallo Uolcalt e dagli Uollo-Galla, a nord-ovest del Tana. Questi confluenti hanno acqua perenne e dislivelli di qualche interesse.

Molto più interessanti, per altro, in riguardo delle possibilità di uno sfruttamento idroelettrico, paiono essere lo Abài, o Nilo Azzurro, emissario del Tana, e il Sobàt. L’Abài, si dirige a sud-est; poi, circoscritto con la sua grande ansa il territorio del Goggiam, inverte la direzione a nord-ovest immettendosi nel bacino del Nilo.

Ancora in territorio etiopico accoglie il Didetta, massimo influente di sinistra, che gli apporta i deflussi nord-occidentali della regione imbrifera per eccellenza, il Gimma. L’Abài è fiume ad acqua perenne, di grande portata: quantunque con enorme escursione tra piena e magra. Cosicché il Sobàt, (dallo Uòllega e dal Caffa), gli è secondo, quanto alle portate di magra. È questo il più meridionale dei grandi affluenti nilòtici di origine etiopica.

Tacazzè, Abài, Sobàt: reticolo degli influenti maggiori e minori: la compatta unità orografica ed altimetrica del pianoro è tagliata dai solchi stretti e profondi incavàtivi dalle acque, i quali si svolgono come lunghissime e talora sinuosissime valli, con ràpide e cataratte impetuose. In alcuni punti il pelo d’acqua dell’Abài sottostà di 1500 metri la quota dell’altopiano inciso e l’erosione apertavi, al sommo, non è più larga di otto o dieci chilometri.

Altrove, e per gli affluenti, l’erosione assume la parvenza di una forra, di un orrido, occupato dal cupo fragore. La disposizione suborizzontale degli strati rocciosi, il denudamento dei calcari avvicinano l’aspetto di siffatti solchi a quello dei cañons del Colorado.

I due fiumi, Abài e Sobàt, hanno entità da infiniti rami sorgentìferi, i quali sgorgano come ruscelli dal monte: poi, data l’enorme estensione (da 200 a 500 chilometri) e il lento declivio del versante occidentale, vi si affossano, con anse ed ogni tortuosità di decorso; segnando, rispetto alla quota del circostante piano, un dislivello gradatamente crescente.

Una valle del futuro

L’Omo-Bòttego, con portata perenne e cospicua, nasce tra Limmu e Gimma, regioni della più intensa piovosità: diverge a est, poi a sud, con direzione grossamente parallela alla frattura orografica dei laghi: sfocia nel più basso e maggiore di questi, il Lago Rodolfo, (m. 408) che, come gli altri della gran doccia mediana, funziona da pozzo a fondo perduto rispetto alle acque affluenti. Esso costituisce cioè quota minima di un bacino idrografico chiuso, privo di comunicazioni fluviali col mare.

La quale doccia o frattura orografica non ha carattere vallivo, nella sua porzione meridionale: non ha corso di acqua unico, affetta com’è da controsalti e contropendenze, che ne rivelano il carattere esclusivamente tectonico: essa è, per così dire, una valle del futuro. Soltanto il Galàna-Sagan, emissario del lago Ruspoli (o Ciamò-Gangiulè) verso il lago Stèfania, può ritenersi un fiume di fondo: il Galàna-Sàgan! risalito da Vittorio Bottego fino al lago di Rùspoli, nella sua seconda spedizione: «ma… non posso rimanere».

Ultimo dei grandi fiumi, l’Auàsc, scorre lungo il declino settentrionale della grande frattura orografica, di cui la piana dei piccoli laghi a 40 km. sotto Addis Abebà segna, a un dipresso il valico o collo.

Nella sua porzione settentrionale, dopo il valico suddetto, la frattura è già valle, corsa da un’acqua di fondo. Quest’acqua è l’Auàsc. Dove la valle si dilata nelle bassure dell’Aùssa e della Dankalia, presso Adelè-Gubò, l’Auasc pure s’insabbia come l’Atbàra, come l’Uebi-Scèbeli, dopo aver resistito per più di 800 km. a fare il fiume, con la sua brava acqua: ed acqua perenne. La intensa evaporazione dell’undicesimo parallelo domina la vita dello sciagurato.

Questo fenomeno della evaporazione per cui sembra che il cielo ritolga per frode alla terra ogni umore di vita concessole, e così lo stato delle pendenze, e così la escursione delle portate (in dipendenza dal carattere stagionale delle piogge), vengono indubbiamente a complicare il problema idroelettrico: il quale si affronta avendo riguardo alle portate perenni, cioè alle minime e alla esistenza di ragionevoli dislivelli. Non è pensabile almeno per i primi anni, in Etiopia, un accumulo di serbatoio.

Utilizzazione stagionale

Si può più facilmente prevedere una utilizzazione stagionale della forza motrice: che permette di abbandonare in qualche caso, e cioè dove esista buon salto, il rigoroso concetto dell’impianto sulla portata minima. In Italia simile utilizzazione temporanea si effettua, per i superi giornalieri (notturni) e stagionali dell’energia, in diverse lavorazioni: p. e. mediante accumulo in ammoniaca sintetica e derivati fertilizzanti, o nella preparazione del carburo di calcio e conseguente calciocianamide: che chiedono concordi energia al prezzo più basso possibile.

In Etiopia non è certo questione di calciocianamide o di fertilizzanti sintetici: il carburo per uso illuminante è tuttavia da prendere in seria considerazione, tenuto conto che esso è la fonte di luce più immediata e più agevolmente trasferibile, ove non esista se non il buio della notte; tenuto conto che non difettano certo, lungo le erosioni vallive del Tacazzè e dell’Abài, calcari cristallini del paleozoico o del Trias, messi convenientemente a nudo.

Di energia elettrica ci sarà sete in Etiopia: anche per le prime ed urgenti installazioni industriali: molitorie, di approvvigionamento idrico, stradali, minerarie, paragricole come p. e. la sgranatura del cotone. È ovvio che le necessità della base di avviamento saranno superate soltanto con l’impiego di generatori azionati da motori a combustione. Un impianto idroelettrico richiede accurato esame delle condizioni idrografiche e altimetriche del bacino che lo alimenta: e questo esame nella più rosa delle ipotesi, vorrà un anno almeno di tempo, cioè un ciclo stagionale completo.

D’altronde il disporre pluviometri sulle montagne e misure di deflusso nelle valli dell’Abài non dev’essere una cosa così semplice.

Le strade e il cemento

Un accenno, prima di chiudere, a due problemi assillanti: le strade, il cemento. Si sa che il trasporto del materiale d’opera e del macchinario presume la strada fino alla centrale. Quanto al cemento, che è merce povera e greve, esso malpatisce il sovraccarico dei noli e di costosi trasporti terrestri. Certo, per la prima fase bisognerà far ricorso ai cementi italiani. Ma non è escluso che fabbriche locali possano sorgere: di piccole dimensioni e qua e là disseminate ad alimentare le necessità d’una zona: con forni verticali di piccola e media potenza. (Non è escluso, ove sia risolta la questione preliminare del combustibile.) Marne e calcari appropriati non fanno difetto sotto la sconfinata piattaforma dell’altipiano, riemersa dal mare durante il cretaceo ed il paleogène. Calcari giuràssici a struttura criptocristallina variamente colorati, con giacitura orizzontale o suborizzontale, denudati dalle incisioni in bancate e terrazze di enorme spessore.

Così i calcari detti di Antalo, le arenarie dette di Adigrat, o intercalati di strati argillosi, come le arenarie dello Scioa.

Calcari giuràssici, marne ed argille in diverse combinazioni, sono le materie prime per il cemento. Ma la primissima fra le materie prime è pur sempre il combustibile, che per piccoli forni verticali potrebbe essere anche il carbone di legna, come nei forni a calce delle nostre contrade montane.

Dal referto di alcuni coloniali risulta che notevoli disponibilità idroelettriche sono da segnalare in alcune valli decedenti all’Abài, 70-80 km. più a nord di Addis Abeba nel Ficcè: (l’ex feudo dell’ex ras Cassa). Salti dell’ordine d’un centinaio di metri, forse più, esistono ivi, con portate di qualche entità. Ricordando che un metro cubo d’acqua al secondo per un metro di caduta dà sette kilowatt di potenza elettrica netta ai morsetti del generatore, vediamo che già questi salti d’un centinaio di metri, inaffiati da tre o quattro metri cubi al secondo, possono giustificare impianti d’un certo interesse.

Le portate di magra e di massima dell’Abài e del Sobàt, espresse in metri cubi al secondo, e misurate nel Sudan alla influenza dei detti fiumi nel Nilo sono le seguenti: (da osservazioni anglo-egiziane):

Abài: aprile 170, settembre 7.500; Sobàt: aprile 170, settembre 950.

Si tenga conto che l’evaporazione è ovviamente massima durante la magra: e comunque tale da estenuare, in combutta con l’acquitrino e le sabbie, corsi d’acqua come il Tacazzè e l’Atbàra. Sembra lecito di poter dedurre che anche le portate minime dello Abài e del Sobàt, nei loro corsi medi ed alti, e in ogni modo quelle globali dei loro alimentatori, superino di fatto gli emunti residui sudanesi di 170.

Luoghi di rapina non paiono mancare a talune progressive delle valli: così fosse! Da quattordici metri di dislivello con duecento metri cubi nelle turbine si ottengono ventimila kilowatt. Tuttavia più che dal «fiume reale» è ragionevole attendere minori e più facili doni dai «mille rivi» che vi mettono capo.

Per l’Omo-Bòttego e per l’Auàsc nessun dato numerico. L’Auàsc sottopassa la ferrovia di Gibuti e conosce forze profonde, che già eccitarono la fantasia e la cupidigia degli stupefatti: facili a mulinar disegni, impotenti a tradurli in lavoro.

Ora ci andranno gli ingegneri italiani.

Carlo Emilio Gadda


Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-10-8

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

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