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Note su C.E. Gadda
Carlo Bo
1. Per i libri di Carlo Emilio Gadda non saprei dire quanto giovi una seconda lettura. Saperlo significherebbe possedere solidamente il senso della sua arte, avere risolto un problema a cui il lettore comune inevitabilmente è obbligato. Una prima lettura del resto serve lo stesso Gadda, il lettore sa subito vedere le cose meno necessarie, quelle linee inutili che nell’ultimo e definitivo ricordo scompariranno. Inoltre alla pagina gaddiana si arriva sprovvisti, e questo è già buon segno per la sua arte. La primissima impressione sarà quasi certo di disagio, sopratutto dà noia un’apparente mancanza di movimento uniforme; dopo ci si dovrà accorgere che non era altro che l’incontro del tempo. La seconda lettura invece consegna vere felici sorprese. E alla frase a cui tanto teniamo, nel nostro caso occorre concedere un senso del tutto nuovo.
C.E. Gadda non arriva di colpo ma lentamente e direi eternamente. La sorpresa quindi è generata da una prima falsa delusione. La nostra simpatia può entrare in giuoco soltanto in un secondo tempo. I primi momenti vanno impiegati in ricerche e spesso in un desolato bisogno di ritrovarsi. Sarà sopratutto allora che il lettore cercherà esempi e giuochi simili. Ma ogni nome (sia Joyce o un particolare Jahier, noi non si riusciva, che a pensare, ma convinti dell’errore, a Sbarbaro e specialmente allo Sbarbaro di Liquidazione) alla fine cadrà, resterà lontano. Rimanere in una ricerca di fonti a proposito di Gadda vuol dire allontanarci dal ritratto immaginario di Gadda. E convinca poi un confronto fra La Madonna dei Filosofi e questo Castello di Udine (ed. Solaria, 1934, L. 12). Il recente volume è ricco di spiegazioni, e sull’arte di Gadda dà tali notizie da far trovare al lettore attento il punto desiderato. Se nel primo la novità dello stile o la simpatia per degli effetti potevano far supporre una via aperta al giuoco, bastano le prime pagine del secondo ad assicurarci del nostro errore. Necessità della pagina che si tradurrà in ogni linea portando l’arte a un perfetto stato di economia. Stranezza o se preferite ancora, giuoco apparente, altro non è che obbedienza all’intima musica dello scrittore. A piacere si scelga una frase e si vedrà che risultati finali diano un’improvvisa e a prima vista ingiustificata fermata o una intensa luce alla coda del movimento. Ogni frase aiuta la precedente ed ha i colori che serviranno alla comprensione della seguente. Corrispondenze che una volta scoperte faranno fare al lettore un gran passo avanti nelle nuove regioni dello scrittore.
Costruzioni della frase (e non si dimentichi di che forza son dotate le parole scelte e spesso certe parole) ma la costruzione dell’articolo («i cinque cosiddetti articoli di guerra» e insomma dei racconti, se questa indicazione fosse possibile nel nostro caso) sarà la stessa. Importanza dunque dei passaggi e la seconda lettura consegnandoli e svelandoli tutti, dà la gioia e il senso di un’arte apparentemente così difficile.
Ma il giuoco è reso impossibile dall’intima necessità dello scrittore. La pagina corrisponde sempre a un sentimento, segue una linea dell’autore, non si abbandonerà a un effetto puro e inutile. Ogni cosa è dedicata alla costruzione; soltanto alla fine ci si trova di fronte a una creazione. Come soltanto alla fine il lettore che avrà assistito all’operazione si vedrà vicino il ritratto compiuto dell’autore. Non che nella conoscenza con il libro fosse impossibile pensare a ciò, ma il doppio movimento a volte confondeva, certi a tempo potevano diminuire l’entusiasmo. Così il Castello di Udine non è per niente un libro di guerra nel senso che alla definizione hanno dato i libri di un Remarque. È inutile qui cercare quadri impressionanti ma falsi o le solite facili sensazioni. L’autore è precisamente dall’altra parte. Ma mentre un Remarque (tanto per tenerci a un esempio clamoroso) lavorava in superficie e impegnava debolmente gli occhi del lettore, C.E. Gadda rimane fin dal primo momento nella zona più intima e i movimenti che le sue pagine iniziano raggiungono e esauriscono la nostra parte profonda.
2. «Queste cose le scrivo e le stampo perchè possano arrivare dentro l’anima, un giorno! di qualcheduno, che abbia lume di memoria e di cognizione e, se Iddio voglia, capacità di giusta elezione. So bene che, mi metterò contro la gente: ma non iscrivo per me, scrivo perché salti fuori qualche cosa che possa valere a farci più forti e più avveduti in ogni futura contingenza, nelle distrette del male». E qui sarebbe facile (e perciò non indispensabile) ricordare certe simpatie letterarie dello scrittore. E allo stesso modo resta chiaro e definito il problema di una certe ineleganza stilistica che risorge ogni volta di maggior interesse.
Dei cinque «articoli di guerra» l’ultimo Imagine di Calvi è il più utile per noi. Non solo ma è indispensabile per la comprensione di questa prima parte del libro. Del resto quando il dotto Feo Averrois commenta: «La chiave dell’esposto cronologico, nel caso di questa figurazione evocativa non serve; tutti e cinque gli “articoli” comportano questo fatto: d’attorno a un nucleo lirico (Udine) o etico (Elogio, Calvi) si aduna, si coagula una certa quantità di materia espressiva come reminiscenza», sa darci un’illuminazione sulla tecnica dello scrittore Gadda più che una semplice spiegazione. Imagine di Calvi, oltre che conchiudere e fermare il movimento maggiore del libro, ne inizia uno per conto proprio pieno di novità e di bellezze. È il pezzo a cui non mi stanco di dedicare la parte maggiore di interesse. Sarà forse ancora merito dell’autore e infatti qui bisogna riconoscergli una tale forza di convinzione e una perfetta sapienza nel condurre il lettore. Si aggiunga infine il tono più disteso. Sono pagine che trattengono a lungo, ricche continuamente di motivi accennati appena, di ricordi (ancora un’abilità dello scrittore) ma talmente vive da cercare dei riposi. Sopra i tre punti; prigione, il tenente Chitò, e il «cosa devo farmi coraggio, che non posso neanche respirare» Gadda, trasporta l’attenzione commossa del lettore. Non cade mai in una parola fuori tempo, usa appena il necessario. Sa dove e come colpire: e queste sono le vere prove degli scrittori. Si consideri un momento quale compito era questo del Gadda e come abbia saputo risolverlo. Basterebbe in fondo osservare la scelta e l’uso dei mezzi per aver un’idea precisa delle qualità eccellenti dello scrittore, per assicurarci definitivamente su un’arte così rara e così pura.
3. Ma qualcosa ancora resta da notare, la riconoscenza del lettore. Carlo Emilio Gadda (e se in fondo alludo sempre al Gadda della prima parte dell’ultimo libro, è perché ho paura delle variazioni a cui la Madonna dei Filosofi e la Crociera Mediterranea mi porterebbero, e perché queste pagine di guerra sono fra le sue più necessarie e più depositate) mette il lettore accanto a sé, spesso gli consegna l’entusiasmo intimo con cui era entrato negli avvenimenti. Riconoscenza per la precisione (una linea chiara risulta sempre nonostante i colori in cui certe sue pagine sono nascoste) con la quale c’informa della sua anima, per la necessità di consegnarci il suo messaggio.
Ma soprattutto per il suo entusiasmo.
«L’enthousiasme est toujours calme, toujours lente et reste intime. L’explosion n’est pas l’enthousiasme et ne vient point de l’enthousiasme proprement dit, mais d’un état violent. L’enthousiasme agit en spirales. Nous le portons dans nos entrailles, il les sent, et leur est conforme en tout» (Joubert).
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3
© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: C. Bo, Note su C.E. Gadda, in Frontespizio 9, no. 10 (1934): 22-23. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.
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