Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Malinconia

Remo Ceserani

La malinconia, sia nella sua forma antica, filosofica e astrologica, dell’umor nero e saturnino, sia nella sua forma moderna e nevrotica della depressione o del Trauer freudiano, ha accompagnato Gadda per tutta la sua vita e si è spesso insinuata nei suoi personaggi e nei suoi racconti. Tutti ricordiamo, per esempio, la diagnosi meticolosa che il dottore dà delle «ubbìe» di don Gonzalo nella prima parte della Cognizione del dolore, con uso frequente delle concezioni freudiane della somatizzazione delle turbe nevrotiche ma anche delle concezioni antiche della malinconia come eccesso di bile nera e delle crisi di collera come eccesso di bile gialla; oppure, per dare un altro esempio, della «nobile malinconia» della signora Liliana, e inoltre, in modo indiretto e allusivo, anche in questo caso non privo di somatizzazioni, dei salti di umore, dei rimuginii, delle emicranie, delle sonnolenze, delle esitazioni e dubbi di Ciccio Ingravallo, nel Pasticciaccio.

Il luogo privilegiato per un’analisi del tema della malinconia in Gadda non può che essere il Giornale di guerra e di prigionia. L’autoanalisi spietata allinea tutta una serie di stati d’animo, strettamente collegati a stati corporei, che fanno parte dell’umore malinconico: «tristezza», «grande tristezza», «cattivo umore», «umor nero» («mi venne addosso un umor nero», SGF II 590), «solitudine» («Grande noia, grande tristezza, solitudine inesorabile»; «mi sento solo, come sperduto»; «l’orrore e la tristezza della solitudine crebbero oggi a dismisura», 472, 470-71), «malinconia», «noia», «tedio» («Sono triste, tediato, irrequieto, impigrito», 488), «stufaggine», «malessere», «malumore», «stizza», «paralisi volitiva», «irrequietezza», «uggia» («Giornata uggiosetta anzi che no: crisi di spirito», 511), «tetraggine» («pensieri tetri»; «uno dei [giorni] più tetri, dei più tristi della mia vita al fronte: pioggia e freddo, svogliatezza e timidezza, incapacità di comandare e rabbia di non saper decidermi», 507), «avvilimento», «scoramento», «abbattimento», «sgomento», «amarezza», «depressione» («mi sentii fisicamente depresso», 583), «apatia», «fiacchezza», «indolenza», «intorpidimento del corpo».

Parla del suo «sistema nervoso» («viziato congenitamente da una sensitività mobile», SGF II 445); parla di «sofferenza morale», di «crisi d’animo», di «annientamento della vita interiore», di «destino» («Il mio triste, nebuloso, schiacciante destino mi ha ripiombato nella mediocrità della vita», 644). Parla dei suoi stati psicologici e delle sue percezioni interiori (che gli sembrano a volte presagire e anticipare gli avvenimenti), utilizza il termine spiritualità: «Spiritualmente giornata triste, irrequieta, piena di amarezza e di scoraggiamento» (477); «il mio spirito è uno strumento d’una sensibilità morbosa e lontana: direi che esso possiede doti speciali per la previsione di certi fatti e l’intuizione di certe qualità degli uomini e degli enti, a distanza, senza averli conosciuti né avvicinati: è un organismo prosentiens» (500). Fra gli effetti fisici: l’«intorpidimento», la «sonnolenza», la cattiva digestione, e il «mal di fegato». I colori prevalenti, in senso reale e metaforico, sono quelli tradizionali della malinconia e della dottrina degli umori – il grigio («grigio squallore», 446), il nero, il giallo:

Delle orribili crisi di spirito fecero di me, ieri e l’altro ieri, un insieme di tristezza di sgomento e di malessere sostanziati in persona: non ostante la compagnia dello Stefano passai ieri delle ore nere, nelle quali mi pareva che il mio animo fosse incapace di esistere e andasse avanti per conto suo, come una gamba è staccata dal corpo. Eppure il motivo di queste crisi è talora futile: un disappunto, una debolezza, causata da notizie gialle, nella vicenda de’ miei pensieri, il disordine della mia camera o il ricordo d’un male sofferto, prendono a sovvertire la tranquillità del mio animo: e la mancanza d’una pronta reazione volitiva permette che tutto si intorbidi. (Giornale, SGF II 512)

Tutto questo contro le aspirazioni e gli entusiasmi con cui ha affrontato l’avventura della guerra, il desiderio di esprimere capacità operative, realizzare imprese, dimostrare un carattere forte ed eroico, saper comandare i sottoposti e spingerli ad azioni coraggiose ed eroiche. Le conseguenze di questi stati di profondo squilibrio sono le difficoltà nel rapporto con i compagni in armi, le frustrazioni, la sfiducia nelle capacità militari degli italiani e le strategie dei comandi, le crisi e i frequenti pensieri di suicidio.

Quello che colpisce, in ogni caso, è la lucidità dell’autoanalisi (SGF II 629) che mette in rilievo proprio alcune delle caratteristiche tradizionali del carattere malinconico, in particolare il mancato equilibrio delle facoltà (513) – e poi il bisogno impellente di ordine, il rifiuto del pasticcio, o addirittura (in collegamento con le concezioni della medicina antica e con le rappresentazioni allegoriche della malinconia, a cominciare da una famosa commentatissima incisione di Albrecht Dürer) con l’attività del geometra, il misuratore della terra:

La […] ragione della mia indolenza e prostrazione è un’antica, intrinseca qualità del mio spirito, per cui il pasticcio e il disordine mi annientano. Io non posso fare qualcosa, sia pure leggere un romanzo, se intorno a me non v’è ordine. Ho qui tanta roba da vivere come un signore: macchina fotografica, liquori, oggetti da toilette, biancheria: e non mi lavo mai neppure le mani e non bevo neppure un sorso di grappa per non scomporre la disposizione della catinella di gomma e degli altri oggetti disposti sul fondo d’una cassa di legno, da birra. Le sgocciolature di stanotte nell’interno del mio baracchino mi hanno demolito quel residuo di forza volitiva che mi rimaneva. Io che mi sono immerso con gioia nelle bufere di neve sull’Adamello, perché esse bufere erano nell’ordine naturale delle cose e io in loro ero al mio posto, io sono atterrito al pensiero che il soffitto del mio abituro sgocciola sulle mie gambe: perché quella porca ruffiana acqua lì è fuor di luogo, non dovrebbe esserci: perché lo scopo del baracchino è appunto quello di ripararmi dalle fucilate e dalla pioggia. Sicché, per non morir nevrastenico, mi do all’apatia. (Giornale, SGF II 570-71; ma vedi anche 574-75; 577; 583, 585 sulla mania di costruire archivi)

Io credo che i miei compagni si son fatti della mia levatura intellettuale la seguente idea: minchione, perché non parlo e qualche volta faccio delle domande ingenue, (per vedere come rimangono gli altri) e perché accetto troppo gli scherzi, per pigrizia e anche per non provocare bizze e malumori, il che reputo un dovere; buon geometra che non vede al di là dell’ettaro; teorema di Pitagora, macchina a vapore (biblioteca per tutti) un po’ di campanelli elettrici, polo positivo e polo negativo. (SGF II 455)

Università di Bologna

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Remo Ceserani & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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