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Ereno i primi boati, i primi sussulti, a palazzo, dopo un anno e mezzo de novizzio, del Testa di Morto in stiffelius, o in tight: ereno già l’occhiatacce, er vommito de li gnocchi: l’epoca de la bombetta, de le ghette color tortora stava se po dì pe conclude: co quele braccette corte corte de rospo, e queli dieci detoni che je cascaveno su li fianchi come du rampazzi de banane, come a un negro co li guanti. I radiosi destini non avevano avuto campo a manifestarsi, come di poi accadde, in tutto il loro splendore.
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Ereno passati li tempi belli… che pe un pizzico ar mandolino d’una serva a Piazza Vittorio, c’era un brodo longo de mezza paggina. La moralizzazione dell’Urbe e de tutt’Italia insieme, er concetto d’una maggiore austerità civile, si apriva allora la strada. Se po dì, anzi, che procedeva a grandi passi. Delitti e storie sporche ereno scappati via per sempre da la terra d’Ausonia, come un brutto insogno che se la squaja. Furti, coltellate, puttanate, ruffianate, rapina, cocaina, vetriolo, veleno de tossico d’arsenico per acchiappà li sorci, aborti manu armata, glorie de lenoni e de bari, giovenotti che se fanno pagà er vermutte da una donna, che ve pare? la divina terra d’Ausonia manco s’aricordava più che fusse.
Relitti d’un’epoca andata al nulla, con le sue frivolezze e le sue «frasi», e i suoi preservativi, e le sue cazzuole massoniche. Il coltello, in quegli anni, il vecchio coltello d’ogni maramalduccio e d’ogni guappo ’e malu culori, – o bberbante o ttraddetori , – l’arma de’ tortuosi chiassetti, de’ pisciosi vicoletti, pareva davvero che fusse sparito di scena pe nun tornacce mai più: salvoché di sulla panza delli eroi funebri, dove si esibiva, ora, estromesso in gloria, come un genitale nichelato, argentato. Vigeva ora il vigor nuovo del Mascellone, Testa di Morto in bombetta, poi Emiro col fez, e col pennacchio, e la nuova castità della baronessa Malacianca-Fasulli, la nuova legge delle verghe a fascio. Pensare che ce fossero dei ladri, a Roma, ora? Co quer gallinaccio co la faccia fanatica a Palazzo Chiggi? Cor Federzoni che voleva carcerà pe forza tutti li storciconi de lungotevere? o quanno che se sbaciucchiaveno ar cinema? tutti li cani in fregola de la Lungara? Cor Papa milanese e co l’Anno Santo de du anni prima? E co li sposi novelli? co li polli novelli a scarpinà pe tutta Roma?
Lunghe teorie di nerovestite, affittato er velo nero da cerimonia a Borgo Pio, a piazza Rusticucci, a Borgo Vecchio, si attruppavano sotto ar colonnato, basivano a Porta Angelica, e poi traverso i cencelli de Sant’Anna, p’annà a riceve la benedizzione apostolica de Papa Ratti, un milanese de semenza bona de Saronno de quelli tosti, che fabbricava li palazzi. In attesa de venì finarmente incolonnate loro pure: e introdotte dopo quaranta rampe de scale in sala der trono, dar gran Papa alpinista. Pe dì che l’Urbe incarnava omai senza er minimo dubbio la città de li sette candelabri de le sette virtù: quella che avevano auspicata a lungo folti millenni tutti i suoi poeti e tutti gli inquisitori, i moralisti e gli utopici, Cola appeso (Grascio era). Pe le strade de Roma nun se vedeva più in giro una mignotta, de quelle co la patente. Con gentile pensiero pe l’Anno Santo, il Federzoni le aveva confiscate tutte. La marchesa Lappucelli era a Capri, a Cortina, era andata in Giappone a fa un viaggio.
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Il suggeritore fu lui il Ministro, Primo Ministro delle bravazzate, lui il Primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù di balcone ventitrè anni durante: sulle povere e macre spalle di una gente sudata, convocata birrescamente a’ sagrati maledetti, a’ rostri delle future isconfitte, incitata alle acclamazioni obbligative: compressa al raduno come la gente aggiughiera in nel barile, spersa, in fatto, tra i segni di demenza: a veder lontanare il futuro, il nutrimento della carne, dello spirito futuro. Una istrombazzata di parole senza costrutto, ch’erano i rutti magni di quel furioso babbèo, la risarciva de’ contributi sindacali «in continuo e promettente sviluppo», cioè via via magnificati alla chetichella «per legge», o «per decreto-legge», cioè ad arbitrio d’un tratto di penna di essi despoti. La Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia abbozzava: ingollava e defecava legge.
Una sorta sozza di bugia, una mentira senza scampo e senza riscatto veniva intessendosi e trapuntandosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine l’ordito della sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi. Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè. La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottìvaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente: torcendosi in ne’ sua furori e sudori di entusiasta, mammillona singultiva per denaro. Su issu’ poggiuolo il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia e’ gli era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta annasare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercé del destino. Indi il mimo d’una scenica evulvescenza, onde la losca razzumaglia si dava elicitare, properare, assistere, spengere quella foja incontenuta. Il bombetta soltanto avea il nerbo, nella convenzione del mimo, da colmare (a misura di chella frenesia finta) la tromba vaginale della bassàride. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta. Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè. Cuce il sacco delle sue vantardige un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo, ventun anno! Ventun anni di boce e di urli soli del frentico, come ululati di un bieco lupo in tagliola: o di que’ sinistri berci de’ sua compiacenti, in ogni piazza, e de sua bravi acclamanti. E ’l rimanente… muto e scancellato di vita. Ventun anno: il tempo migliore d’una generazione, che è pervenuta a vecchiezza a traverso il silenzio. Per silentium ad senectutem.
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from Quer pasticciaccio brutto de via Merulana,
RR II 55-56, 72-73; Eros e Priapo, 224-25
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
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