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Calvino e Gadda
Le tappe e i modi di un incontro
Remo Ceserani
Calvino e Gadda erano due scrittori molto diversi fra loro. Avevano certamente alcuni elementi in comune, come gli interessi tecnico-scientifici e alcuni orientamenti filosofici, ma anche grandi differenze: da una parte uno scrittore molto inserito nel sistema culturale ed editoriale italiano (e nei primi anni anche in quello politico, con partecipazione militante), dall’altra uno scrittore isolato, poco inserito anche quando lavorò a una grande istituzione culturale come la RAI; da una parte uno scrittore abbastanza sicuro di sé e capace di costruire un progetto letterario molto preciso e calibrato in modo da ottenere un successo anche internazionale, dall’altra uno scrittore molto più incerto e discontinuo. Nettamente diversi le scelte linguistiche e stilistiche, i rapporti con la tradizione e le avanguardie, le scelte di vita. Basandosi proprio sul comune interesse per il mondo delle scienze, Luca Baranelli ed Ernesto Ferrero, hanno costruito un piccolo canone di scrittori italiani di alto profilo, che hanno accomunato interesse tecnico-scientifico e interesse letterario, mettendo insieme Gadda, Calvino e Primo Levi:
Non sarà un caso che proprio questa ibridazione tra interessi tecnico-scientifici e investigazione letteraria abbia prodotto, pur nella diversità dei loro approdi, gli scrittori più autenticamente nuovi del Novecento italiano, cioè capaci di andare oltre una lettura meramente impressionistica della realtà: Gadda, Calvino, Primo Levi. (1)
Mi pare che valga la pena cercare di approfondire questo discorso, poiché i rapporti, come vedremo, furono comunque intensi, e non solo Calvino fu, come redattore della casa editrice Einaudi, uno dei primi a rilanciare, con l’aiuto di Pietro Citati e Giancarlo Roscioni, l’opera di Gadda, ma ebbe spesso occasione di esprimere la sua attenzione e ammirazione per l’opera di Gadda (pur ribadendo le diversità) e nelle Lezioni americane (1985), lo indicò come uno dei grandi scrittori di riferimento della letteratura contemporanea.
È diffusa, fra gli studiosi di Calvino, l’idea che l’attenzione per l’opera di Gadda sia stata abbastanza tarda. Cesare Garboli, per esempio, ha scritto che Gadda fu «uno scrittore che Calvino cominciò ad amare quasi controvoglia, e, in una certa misura, contro se stesso». (2) Adriano Piacentini, in un ampio lavoro sulle Lezioni americane, ha dichiarato che quella per Gadda fu «una passione tardiva del firmamento Calvino, quasi imposta dalle cose sul suo temperamento (e la cui luminosità è proporzionale alla sua ritardata accensione)». (3) Un po’ diversa l’opinione di Giorgio Bertone, il quale nel 1994 ha scritto: «Non ci sono importanti riferimenti a Gadda nei primi anni, per quanto risulti, e la funzione Gadda, così fortemente sentita anche da Calvino, sia pure in modo tutto suo, prenderà avvio più tardi, ma qualcosa è già nel Midollo, senza nominarlo», e ha subito aggiunto, a proposito della funzione Gadda: «prezioso esercizio sarebbe seguirla passo passo fino alle ultime Lezioni)». (4)
Effettivamente quando Calvino pubblicava in giugno su Paragone il saggio Il midollo del leone si era nel 1955. Il saggio riprendeva una conferenza tenuta nei mesi precedenti. Siamo nelle primissime fasi, mi pare, della carriera di Calvino. In quello stesso anno Calvino, come redattore di Einaudi e dopo lunghe trattative per il tramite di Pietro Citati, avrebbe pubblicato in un unico volume sotto il titolo I sogni e la folgore tre libri di Gadda: Il castello di Udine, La Madonna dei Filosofi, L’Adalgisa), quindi aveva sotto gli occhi i testi di Gadda. Nel Midollo del leone egli prendeva le distanze da un tipo di letteratura, divenuta di moda, che faceva abbondante uso del dialetto. Ragazzi di vita di Pasolini era stato pubblicato da Garzanti proprio nel maggio del 1955, ma in parte era già uscito su Paragone. Calvino introduceva una distinzione fra un uso ingenuo e compiaciuto del dialetto (parlava di «felice ignoranza») e un uso caratterizzato da «raffinata scaltrezza». Per questo secondo caso pensava evidentemente a Gadda, anche senza nominarlo:
Occorre però osservare che non tutta questa narrativa che punta su una rappresentazione oggettiva del mondo popolare e su un linguaggio nutrito d’apporti dialettali, va ascritta alla poetica della felice ignoranza. Perché un’altra poetica opera con gli stessi strumenti, ed è quella della raffinata scaltrezza, che punta sulla utilizzazione squisita del materiale linguistico plebeo, sul pastiche stilistico gergale, sul rimaneggiamento – attraverso un vocabolario denso e carico – dei mezzi d’espressione estenuati. (Calvino 1995: I, 17)
Nel 1959 Calvino tenne una serie di conferenze, cominciando da San Remo e poi in altre città italiane, con un discorso che quando fu pubblicato in Una pietra sopra ebbe il titolo di Natura e storia nel romanzo e fu accompagnato da una nota in cui era presentato come «una fase di ricapitolazione dell’orizzonte della mia formazione». In quegli anni Calvino stava trattando con Gadda la pubblicazione della Cognizione (e faticosamente negoziando con le continue incertezze e i continui rinvii e pentimenti dello scrittore). A un certo punto del discorso, anticipando il tema di un successivo saggio, pubblicato nel 1960 sul Menabò e intitolato Il mare dell’oggettività, Calvino affrontava la questione del tipo di romanzo rappresentato da Gadda, il cui Pasticciaccio era stato pubblicato da Garzanti due anni prima:
Possiamo far entrare in questo quadro dell’oggettività soverchiante anche il libro italiano di cui più s’è parlato negli ultimo mesi: Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di C. E. Gadda. Protagonista del romanzo è la città di Roma, vista come un immenso e vischioso calderone di popoli, di linguaggi e dialetti, di civiltà, di sozzure e sublimità. Il linguaggio incrostato di tutti gli ingredienti di questo eterogeneo calderone ribolle in primo piano: non è il flusso soggettivo di Joyce ma un flusso d’oggettività nella quale l’individuo razionalizzatore e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali d’una pianta carnivora. Da questo sprofondamento dell’autore e del lettore nel ribollire della materia narrata nasce un senso di sgomento: ma questo sgomento è il punto di partenza d’un giudizio; il lettore può in grazia d’esso fare un passo in là, riacquistare il distacco storico, dichiararsi distinto e diverso dalla materia in ebollizione. Anche per questa strada potremo dunque ritrovare un rapporto con la coscienza di sé e i dati della storia e della natura? (Calvino 1995: I, 51)
E infatti proprio nel saggio sul Mare dell’oggettività, tornava a parlare del Gadda del Pasticciaccio, quasi con le stesse parole, ma aggiungeva delle considerazioni su Pasolini, di cui nel frattempo era stata pubblicata Una vita violenta:
Roma, vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze, non è mai stata così totalmente Roma come nel Pasticciaccio di Gadda dove la coscienza razionalizzatrice e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali di una pianta carnivora. Ma da questo sprofondamento dell’autore e del lettore nel ribollire della materia narrata nasce un senso di sgomento: e questo sgomento è il punto di partenza di un giudizio, il lettore può in grazia d’esso fare un passo in là, riacquistare il distacco storico, dichiararsi diverso e distinto dalla materia in ebollizione.Pasolini narratore esperimenta un’umanità grado zero, che ha a disposizione per pensare e per esprimersi il monotono lessico di poche decine d’espressioni d’un dialetto imbastardito. Si comincia ad attraversare come una folla di cinesi, tutti uguali e irriconoscibili, una marmellata umana spalmata sugli squallidi bordi della città: ma a un certo punto c’è l’attrito d’un pensiero, d’un sentimento, d’un affiorare di coscienza, d’una scelta che prende forma forzando la miseria dello strumento lessicale, elevandosi di qualche centimetro dal livello a cui scorre l’ininterrotta spinta esistenziale: di qualche centimetro soltanto, ma, raggiungendola attraverso questa via, – se non ci sono trucchi, di cui è subito spia il dosaggio della densità linguistica – dovrebb’essere coscienza vera, tagliente come una lama.
Dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza: così vorremmo orientare la nostra lettura d’una ingente zona della produzione creativa d’oggi, ora secondando ora forzando l’intenzione degli autori. (Calvino 1995: I, 59)
In quell’anno 1959 Calvino compì un primo viaggio in America, grazie a una borsa della fondazione Ford. Si trattenne per lo più a New York (dove entrò in contatto con gli ambienti letterari ed ebbe i primi contatti con quella che sarebbe più tardi stata chiamata la «letteratura postmoderna»). A New York e in altre città pronunciò un discorso, che venne anch’esso inserito in Una pietra sopra con il titolo Tre correnti del romanzo italiano d’oggi: non poteva ovviamente trascurare, pur prendendone le distanze, la corrente rappresentata da Pasolini. Egli la faceva risalire al maestro Gadda, trattato anche in quella occasione con la solita ammirazione. Alla fine del discorso si poneva una domanda molto importante:
È significativo il fatto che l’eredità della prima esplosione di neorealismo grezzo e incolto è ora raccolto da uno scrittore tra i più letterati e razionali della nuova generazione: Pier Paolo Pasolini. Pasolini scrive i suoi romanzi nel dialetto o meglio nel gergo del sottoproletariato dei sobborghi di Roma, ma il suo vero interesse per questo linguaggio è quello di un filologo e di un sociologo linguistico, e insieme quello di un raffinato e colto poeta lirico. Con ostinata volontà razionale, Pasolini contrappone nei suoi romanzi e soprattutto nelle sue poesie in lingua [...] una sua idea di popolo come istintiva gioia sensuale e una sua idea di severa morale politica di riscatto sociale. Nell’una e nell’altra idea e soprattutto nella loro contrapposizione, c’è ancora una buona parte di ostinazione intellettuale e una buona parte di fervore romantico. [...]Il maestro a cui Pasolini si richiama nei suoi esperimenti linguistici è uno scrittore ora già anziano, Carlo Emilio Gadda, che pur rappresenta nella letteratura italiana quasi direi l’unica punta d’avanguardia nella ricerca formale, che possa affiancarsi a consimili esempi stranieri. Il linguaggio di Gadda è la Babele, o meglio la stratificazione, di tutti i linguaggi: dialetti (milanese e romanesco soprattutto), linguaggio dell’antica tradizione letteraria, formule burocratiche, con mille modulazioni e riflessioni che paiono i virtuosismi d’un grande musicista e gli scatti d’insofferenza d’un nevrastenico. Più che a Joyce, a cui molti lo paragonano, Gadda può essere avvicinato a Rabelais. Il suo romanzo maggiore Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, a cui lavora da vent’anni, è una specie di storia poliziesca a cui tutta Roma ribolle come un immenso calderone. In modo paradossale e ossessionato, si compone in Gadda un’immagine dell’Italia d’oggi, sospesa tra umore popolaresco, tradizione, razionalità e nevrosi. [...] Sarà questo bizzarro e solitario e ipersensibile stilista la voce italiana che più risponde allo spirito del nostro tempo? (Calvino 1995: I, 71-72)
La scena letteraria internazionale stava nel frattempo cambiando e mi pare che cambiasse non poco anche la posizione di Calvino, il quale aveva pur sempre il problema di rispondere alla domanda se quello strano personaggio di Gadda non potesse diventare «la voce italiana che più risponde allo spirito del nostro tempo». Affrontò di nuovo il problema, questa volta su uno sfondo di letteratura europea e delle nuove tematiche della complessità e della realtà come labirinto, in un saggio uscito sul Menabò nel 1962, La sfida del labirinto:
[Dopo aver analizzato il tema del labirinto in Robbe-Grillet, Calvino parla di] una configurazione su molti piani ispirata alla molteplicità e complessità di rappresentazioni del mondo che la cultura contemporanea ci offre.Anche qui è la forma del labirinto che domina: il labirinto della conoscenza fenomenologica del mondo in Butor, il labirinto della concrezione e stratificazione linguistica in Gadda, il labirinto delle immagini culturali di una cosmogonia più labirintica ancora, in Borges. [Ci sono vari filoni della letteratura contemporanea] tendenti tutti a una summa dei modi conoscitivi ed espressivi, e che possono presentarsi variamente mescolati e intrecciati: il filone neorabelaisiano-babelico-goticobarocco (che comprende Queneau e Gadda ma arriva fino a Nabokov e Günter Grass) si innesta su quello babelico-enciclopedico-intellettuale. (Calvino 1995: I, 121)
La molteplicità ritorna, sotto forma dell’immagine del carciofo (che anticipa quella della cipolla che comparirà molti anni dopo in un libro proprio di Günter Grass), in uno scritto del 1963, pronunciato per appoggiare la candidatura di Gadda (nel frattempo è uscita la Cognizione e l’ammirazione di Calvino per Gadda sembra ulteriormente aumentata) al Premio internazionale degli editori di Corfù (c’era, ovviamente, anche un interesse di bottega):
La realtà del mondo si presenta ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti. Come un carciofo. Ciò che conta per noi nell’opera letteraria è la possibilità di continuare a sfogliarla come un carciofo infinito, scoprendo dimensioni di lettura sempre nuove. Perciò sosteniamo che tra tutti gli autori importanti e brillanti di cui si è parlato in questi giorni, forse solo Gadda merita il nome di grande scrittore.La cognizione del dolore è apparentemente il libro più soggettivo che si possa immaginare: quasi lo sfogo d’una disperazione senza oggetto; ma in realtà è un libro gremito di significati oggettivi e universali. Il Pasticciaccio invece è tutto oggettivo, un quadro del brulichio della vita, ma è nello stesso tempo un libro profondamente lirico, un autoritratto nascosto tra le linee d’un complicato disegno, come in certi giochi per bambini dove si deve riconoscere tra l’intrico d’un bosco l’immagine della lepre o del cacciatore. [...]
Uomo di formazione culturale positivista, laureato in ingegneria al Politecnico di Milano appassionato di problematiche e di terminologie delle scienze esatte e delle scienze naturali, Gadda vive il dramma del nostro tempo come dramma del pensiero scientifico, dalla sicurezza razionalista e progressista ottocentesca alla coscienza della complessità d’un universo per nulla rassicurante e al di là d’ogni possibilità d’espressione. (Calvino 1995: I, 1067-1070)
Calvino è tornato poi a parlare di Gadda in parecchie altre occasioni; per esempio nel 1965 in un articolo del Menabò intitolato Notizia su Giorgio Manganelli, che coglieva alcune affinità fra i due scrittori e la loro prosa:
Da tempo sappiamo che la vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto o la chirurgia o il cemento armato. Se approfondiamo questa idea di prosa come scrittura che si impasta per formarci una spiegazione delle cose, sarà di lì che potremo inserirci nella problematica attuale dell’écriture con qualcosa da dire, sarà di lì che i gamberetti di Ponge non ci saranno alieni [...] di lì certo più che dalla parte dell’esaurimento delle forme romanzesche. (Calvino 1995: I, 1156)
Oppure, in un inciso del saggio del 1967 Filosofia e letteratura, per un’inchiesta del Times Literary Supplement, dove parlava di:
Gadda, diviso tra l’aspirazione a scrivere ogni volta una Storia Naturale del genere umano e il furore che lo congestiona ogni volta al punto di fargli interrompere i suoi libri a metà. (Calvino 1995: I, 195-196)
Nel 1969 esce da Einaudi il saggio su Gadda di Giancarlo Roscioni La disarmonia prestabilita. Il saggio ha avuto un notevole impatto sull’opinione che Calvino si era fatto di Gadda. Da quel momento in avanti si avverte nei suoi scritti che le idee di Gadda in tema di filosofia e di letteratura hanno fatto breccia nella mente di Calvino. Siamo nel 1970, Calvino ha fatto l’esperienza delle Cosmicomiche, dal 1967 si è trasferito a Parigi, ha conosciuto lo strutturalismo di Lévi-Strauss, Todorov, Lacan e compagni; ha frequentato i seminari sulla narratologia di Roland Barthes; sta per entrare in contato con l’Oulipo di Queneau, Perec, Roubaud, Le Lionnais e compagni e per occuparsi sempre più seriamente di «arte combinatoria» (dalla conferenza del 1967 su Cibernetica e fantasmi al saggio del 1968 Appunti sulla narrativa come processo combinatorio). In seguito alle obiezioni che sono state mosse da parecchie parti al saggio sul processo combinatorio. Calvino scrive nel 1970 su Il Caffè l’articolo La macchina spasmodica, nel quale riconosce il suo debito verso il libro di Roscioni e l’opera di Gadda:
[Negli ultimi due anni] agorafobia e claustrofobia hanno continuato a disputarsi la mia anima, ma non mi sono mai più sorpreso a pensare a un universo finito e numerabile (idea più che errata, infernale) e l’analisi del processo combinatorio mi è apparsa solo come un metodo tanto più necessario in quanto mai esaustivo per addentrarci nello sterminato intrico del possibile.Scrivo questo forse anche sotto l’influenza della lettura recente del libro di Gian Carlo Roscioni La disarmonia prestabilita, che ricostruisce sui testi editi e inediti il sistema del mondo di quell’ultimo «filosofo naturale» che è Carlo Emilio Gadda. Infatti il nucleo della ricerca di Gadda (filosofo e scrittore, perché i due si confondono in ogni riga) risulta essere – tramite l’arte combinatoria di Leibniz – proprio quello dei nostri discorsi. L’oggetto dello scrivere di Gadda è il sistema di relazione tra una mappa o catalogo o enciclopedia del possibile, e, risalendo una genealogia di cause e di concause, a collegare tutte le storie in una, nell’intento eroico di liberarsi dal groviglio dei fatti subiti passivamente contrapponendo loro la costruzione d’un «groviglio conoscitivo» – o, noi diremmo, d’un «modello» – altrettanto articolato. Intento continuamente frustrato: la complessità dei vorticosi processi di trasformazione s’espande in labirinti concentrici e non tarda ad aver ragione del più ostinato ottimismo gnoseologico; la speculazione di Gadda è eroica perché tragica. Da tempo non leggevo esposizione di filosofia che m’appassionasse e «convincesse» quanto questa. [...]
[...] La fondamentale differenza tra il nostro attuale orizzonte speculativo e quello di Gadda: il «modello» di storia unica cui Gadda tende non è quello riduttivo e semplificatore di Propp o Greimas ma è un modello inclusivo e totalizzante. Il procedimento di Gadda va dal complicato al complicato, dalla complicazione subita alla complicazione prestabilita e poi subito di nuovo soverchiante, di cui la formula algebrica è solo un fragile schermo. (Calvino 1995: I, 253-254)
Siamo, mi pare, all’approdo conclusivo del rapporto fra Calvino e Gadda. Quest’ultimo non è più soltanto uno scrittore unico e bizzarro, ma bravissimo, è un «filosofo naturale», che ha colto meglio di tanti altri le caratteristiche di fondo del mondo in cui viviamo: la «complessità», la «molteplicità», il «groviglio» così faticoso da sdipanare, ma che si deve tenacemente sdipanare. Questi concetti tornano in vari altri scritti di Calvino. In una recensione del 1974 sul Corriere della Sera alla pubblicazione postuma, a cura di Roscioni, della Meditazione milanese:
La Meditazione, oltre a essere un libro di Gadda, con tutti gli estri gaddiani di linguaggio e di humour, e con tutti i rovelli gaddiani della passione morale, è un libro di filosofia sul serio, un «discorso sul metodo», un«sistema» per definire ciò che s’intende per «sistema». [...] Il critico filosofo [che volesse recensirlo], con gli scossoni cui l’autore l’obbligherebbe tra l’oggettività del ragionamento logico e i soprassalti della soggettività umorale, si troverebbe a mal partito non meno del critico letterario. [...] L’introduzione di Roscioni è così ricca e acuta che sembra non resti nulla da aggiungere. (Esplicitamente Gadda si richiamava a tre soli maestri: Spinoza, Leibniz, Kant; Roscioni salda il suo debito con Locke, con Mills, con l’empiriocriticismo; dà un posto di rilievo a Pareto, che certo Gadda conosceva bene, traccia un’inattesa rete di convergenze con De Saussurre, certo inconsapevoli).Si ha dunque il paradosso d’un libro di filosofia piacevole da leggere come pochi, di cui è difficilissimo scrivere. (Aggiungerei anche: convincente come pochi, ma come prova potrei solo addurre la mia soggettiva predilezione per una visione del mondo come «sistema di sistemi», in cui ogni singolo elemento è sistema a sua volta, e ogni sistema-individuo riporta a un’«ascensione di sistemi» e ogni cambiamento d’un dato singolo implica la «deformazione» dell’intero sistema e così via). [...]
Questo libro in ogni suo momento, di qualsiasi cosa il suo metodo e le sue divagazioni lo portino a parlare, è preoccupato soprattutto del nostro mai risolto problema risorgimentale della fondazione d’una morale civile. Ciò che Gadda ricerca è una base razionale per un’immagine di civiltà basata sull’efficienza tecnica ed economica e sull’abnegazione patriottica. (Calvino 1995: I, 1071-1074)
In un ricordo di Lucio Mastronardi, pronunciato in un convegno di studi a Vigevano nel 1981:
[Mastronardi ebbe] la fortuna d’esser entrato in scena al momento giusto, in una situazione letteraria abilitata ad accogliere una narrativa d’impasto dialettale dall’operazione critico-filologica di Contini e dall’operazione critico-creativa di Pasolini (con sullo sfondo d’entrambe la sagoma corpulenta dell’ingegner Gadda). (Calvino 1995: I, 1167)
In una conferenza letta a New York nel 1983 intitolata Mondo scritto e mondo non scritto:
È una mimesi di questo linguaggio del mondo [il nostro mondo quotidiano, scritto in un mosaico di linguaggi – mentre quello di Galileo era scritto nel linguaggio della matematica e della geometria] che dobbiamo cercare di raggiungere? Ciò l’hanno fatto alcuni dei più importanti scrittori del nostro secolo: possiamo trovarne esempi nei Cantos di Pound, o in Joyce, o in qualche vertiginosa pagina di Gadda, sempre tentato dall’ossessione di collegare ogni dettaglio con l’intero universo. (Calvino 1995: II, 1872)
Nell’introduzione all’edizione americana del Pasticciaccio nel 1984:
[…] un romanzo poliziesco, ma anche un romanzo filosofico. L’intreccio poliziesco era ispirato da un delitto avvenuto recentemente a Roma. Il romanzo filosofico era basato su una concezione enunciata fin dalle prime pagine: non si può spiegare nulla se ci si limita a cercare una causa per ogni efetto, perché ogni effetto è determinato da una molteplicità di cause, ognuna delle quali ha a sua volta tante altre cause dietro di sé: dunque ogni fatto (per esempio un delitto) è come un vortice in cui convergono correnti diverse, mosse ognuna da spinte eterogenee, nessuna delle quali può essere trascurata nella ricerca della verità. [...]Questa filosofia della conoscenza è riflessa nello stile di Gadda: nel linguaggio, che è un denso amalgama d’espressioni popolari e dotte, di monologo interiore e di prosa d’arte, di dialetti diversi e di citazioni letterarie: e nella composizione narrativa in cui i minimi dettagli s’ingigantiscono e finiscono per occupare tutto il quadro e per nascondere o cancellare il disegno generale. [...]
È il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare. [...] La vera cosa che Gadda aveva da dire è la congestionata sovrabbondanza di queste pagine attraverso la quale prende forma un unico complesso oggetto, organismo e simbolo che è la città di Roma.
[...] La Roma stracciona e sbraitante del cinema neorealistico (che proprio in quegli anni viveva la sua età dell’oro) acquista nel libro di Gadda uno spessore culturale, storico, mitico che il neorealismo ignorava.
[...] Gadda era l’uomo delle contraddizioni. Ingegnere elettrotecnico [...], cercava di padroneggiare con una mentalità scientifica e razionale il suo temperamento ipersensibile e ansioso, ma non faceva che esasperarlo; e sfogava nella scrittura la sua irritabilità, le sue fobie, i suoi parossismi misantropici che nella vita reprimeva sotto la maschera d’una compitezza cerimoniosa di gentiluomo d’altri tempi. (Calvino 1995: I, 1076-1084)
In una conferenza tenuta a Buenos Aires e pubblicata nel 1984 con il titolo Il libro, i libri:
In Italia il romanziere enciclopedico per eccellenza è Carlo Emilio Gadda, che nel Pasticciaccio brutto di Via Merulana condensa in un intreccio poliziesco i dialetti di Roma e di mezza Italia, l’arte barocca e l’epopea di Virgilio, la psicologia e la fisiologia, e soprattutto una filosofia della conoscenza. (Cavino 1995: II, 1851-1852)Infine nella Lezione sulla molteplicità, quinta delle Lezioni americane, preparate nell’estate del 1985, in previsione delle Norton Lectures a Harvard e rimaste interrotte dalla morte dello scrittore. La lezione comincia proprio con una lunga citazione dal Pasticciaccio e seguita da una lunga interpretazione, accompagnata anche in questo caso dal riconoscimento dell’apporto fondamentale di Roscioni alla comprensione di Gadda scrittore e filosofo:
Carlo Emilio Gadda cercò per tutta la sua vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.
A questa visione Gadda era condotto dalla sua formazione intellettuale, dal suo temperamento di scrittore, e dalla sua nevrosi. […] (Calvino 1995: I, 717)
Questo accenno alla nevrosi può aiutarci a cercare un rapporto più nascosto, e profondo, fra Calvino e Gadda. Può sorprendere, ma non troppo, che Jean Starobinski, invitato a scrivere una prefazione all’edizione delle opere di Calvino nei Meridiani Mondadori, abbia cominciato con un discorso sulla sindrome malinconica nello scrittore sanremese. Certo, Starobinski, medico di formazione, è anche uno studioso che ha dedicato alla storia della medicina e della malinconia libri importanti (così come alla psicoanalisi freudiana). Egli, andando abbastanza controcorrente, ha avvertito in Calvino la presenza, a sua volta, di una nevrosi e così l’ha descritta:
Corrisponderebbe a un abuso collocare Calvino tra gli scrittori della melanconia, anche se era ben consapevole della minaccia da essa rappresentata. Calvino coglie così bene il volto melanconico delle cose solo perché è schierato egli stesso nel partito avverso: assume deliberatamente il ruolo che, in modo emblematico, ha designato come quello di Perseo, l’eroe mitico che riuscì a decapitare la spaventevole Medusa. La virtù della leggerezza, della mobilità, alla quale restò fedele per tutta la vita, è l’antidoto perfetto della melanconia. Scendere a patti con la disperazione, per averla indovinata negli altri e talvolta provata in se stessi, consente di predisporre i migliori mezzi terapeutici. (5)
Ma voglio segnalare un’altra dichiarazione, forse sorprendente, fatta dal germanista Italo Alighiero Chiusano, in una recensione al Castello dei destini incrociati di Calvino pubblicata su Il Globo il 9 dicembre 1973:
Calvino, secondo noi, è uno scrittore tragico, forse l’unico scrittore tragico che ci sia rimasto, dopo la dipartita di Gadda.
Possibile che si possa parlare, per Gadda e Calvino di «scrittori tragici»? Possibile che si possa accomunarli sotto questa etichetta? È il caso di ricordare che Calvino stesso, nel suo scritto più impegnativo su Gadda filosofo e scrittore, quello che ho citato più addietro e intitolato La macchina spasmodica, aveva dichiarato che la speculazione di Gadda è eroica perché tragica»? Certo Alighiero Chiusano, da buon germanista, di tragicità doveva intendersene, sia per la grande tradizione che ha avuto come massimi rappresentanti Schiller, Büchner, Grillparzer e tanti altri, sia per la persistente presenza, non solo nella letteratura tedesca del Novecento ma con particolare forza in quella letteratura (da Musil a Broch a Benjamin al Mann del Doctor Faustus fino a Bernhard, alla Bachmann e alla Jelinek), se non più di tragedie come classici generi drammatici, certamente di un forte senso della tragicità della vita. A rafforzare l’ipotesi di Alighiero Chiusano può servire un’affermazione di Maria Corti, che si legge nella Prefazione al libro di Adriano Piacentini sulle Lezioni americane, sorprendente anche per l’ipotesi azzardata per spiegare l’improvvisa morte di Calvino:
Le Lezioni americane sono il libro culmine di Calvino e perciò anche il libro tragico, oltre il quale la sua mente non ha retto. La mente, che troppo aveva visto del mondo, si è fermata sotto il peso del vivere. (Piacentini 2002: 17)Università di Bologna
Note
1. Luca Baranelli – Ernesto Ferrero, Album Calvino (Milano: Mondadori, 1995), 12.
2. C. Garboli, Plutone nella rete, in L’Indice, dicembre 1988.
3. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma. Le Lezioni americane di Italo Calvino, prefazione di M. Corti (Firenze: Atheneum, 2002), 480.
4. G. Bertone, Italo Calvino. Il castello della scrittura (Torino: Einaudi, 1994).
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-21-3
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