Se centoventi vi sembran pochi...

Hans Tuzzi

È con una mela che voglio sbalordire Parigi! (Paul Cézanne)

Partiamo da un dato di fatto: l’artificio della letteratura, per Gadda come per ogni vero scrittore, consente – cito dalla  Cognizione del dolore – di non accettare «il bacio bugiardo della Parvenza, coricarsi con lei sullo strame, respirare il suo fiato, bevere giù dentro l’anima il suo rutto e il suo lezzo di meretrice». Premesso che il realismo non esiste, i pittori falliti come Hitler dipingono baite in montagna mentre le avanguardie ri-velano il mondo.

Se per Italo Calvino la letteratura è cristallo, per Gadda potremmo dire che è, molto ambrosianamente, ruera: il suo dio è Sterculio, o Mercurio nell’accezione di mercuriale, non Apollo o Minerva. Del resto, Apollo farfallone è amabilmente svilito in due brevi ma icastici brani del Pasticciaccio.

Di più: la natura è davvero per Gadda un tempio vivente e dà vita a una ricchissima serie di corrispondenze interne in cui sensazioni e materie si richiamano a vicenda. Oggetti inanimati ed esseri animati, sostanze organiche e materie inorganiche sono fatti reagire tra loro a creare esplosioni espressionistiche che restituiscono l’immaginario poetico di un mondo in perenne mutazione.

Gadda barocco? Barocco è il mondo, rispondeva tranchant l’ingegnere; e del Seicento la sua prosa – proprio come quella composita Wunderkammer che fu l’età rudolfina –  riprendeva la volontà di ricreare la mutazione alchemica degli elementi, in uno scoscendere e in un groviglio che rappresentava la squinternata inadeguatezza di Dio a un mondo non più geocentrico.

E, proprio come la Kunstkammer rudolfina, anche quella del Gran Lombardo è organizzata in tre sezioni: naturalia, artificialia e scientifica. Niente sfugge alla sua bramosia di catalogazione, una forma di collezionismo anch’essa, tipica – volessi fare un garbuglio analitico-astrologico – dell’anale ritenuto, introverso, del figlio che «non ricevette né carezze, né cure amorevoli, né calore materno», dell’emblematico sentimentale curioso di Le Senne.

Gadda nacque nel segno dello Scorpione: per quel che vale, l’astrologo André Barbault, non digiuno di psicologia freudiana, annota che «l’angoscia è uno stato psichico familiare allo Scorpione non realizzato, con la repressione di certi istinti aggressivi o erotici che gli fanno paura. Cerbero, il guardiano della soglia che protegge l’ingresso al regno dei morti, è l’archetipo dell’inibizione: i desideri profondi non passano, e la gioia di vivere è condannata [...] Nel tipo dissonante si vedono comparire stati ansiosi costituiti dall’attesa di minacce occulte. Ossessione della colpa, della punizione, della sventura; l’angosciato si sente condannato con un’oscura cattiva coscienza; la paura è strettamente associata al desiderio, e l’ambivalenza si ripresenta intorno a idee di castigo e di purificazione, di dannazione e di redenzione».

E ancora: «Il tipo “anale ritenuto” (introverso), all’opposto dell’“anale rilasciato”, vive in regime di controllo, di ritegno, di ordine, di pulizia, di disciplina. È più o meno meticoloso, economo, minuzioso, preciso, eccessivamente serio, talora un po’ noioso, ligio alle regole e alle consegne, amante delle cifre, delle precisazioni, delle classificazioni, delle schede, dei sistemi, delle collezioni, in una parola, metodico; riassume i tratti caratteristici di quello che viene cronicamente definito “un costipato”».

Senza volerci addentrare in spericolate elucubrazioni, e senza volerci confrontare con i Tipi psicologici di Freud, citiamo un moderno astrologo perché le case dei pianeti dominarono il pensiero rinascimentale e barocco: gli astrologi di corte stilavano oroscopi in ogni pubblica occasione, proprio come nei decenni trascorsi gli occidentali si stendevano settimanalmente sul lettino dell’analista.

Trasmutazioni. Così come nell’Arcimboldo i frutti della terra si fanno membra e volti, nella prosa di Gadda assistiamo al continuo svariare fra i tre regni della Natura. Gadda infatti è autore di La Meccanica, ma avrebbe potuto firmare anche La Zoologia e La Botanica.

Tutto nel segno delle mutazioni alchemiche. Pensate alla gallina che accampa due celebri pagine del Pasticciaccio, autentica strega intenta all’opera al nero: «In quel punto, come evocata di tenebra»... Il risultato è «un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule; e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava».

Come dire, uno scaracchietto opalescente, un opale.

Vero è che il guano ispira simili mutazioni. Nella poesia Galli Elizabeth Bishop scrive: «Alle quattro in punto | nel buio blu-brunito per incanto | il primo canto del gallo udito», e così ne descrive le feci: «mappe che sono più un dedalo | di vitrei spilli variegati | a mecca e verde malachite, | alizarina, blu antracite».

(Si noti invece, fra parentesi, come al gallo Gadda riservi sempre un ruolo alto, di araldo del sole, di scolta dell’alba, sino alla celeberrima chiusa della Cognizione: «Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita».)

Un altro autore, molto amato da Gadda, compie trasmutazioni alchemiche altrettanto se non persino più audaci. La voce che dice io nella Recherche descrive le beate masturbazioni nel bagno della casa di tante Léonie, ed ecco, il fiotto di liquido è liquido opale, preziosa gemma, e i fili di sperma sembrano fili di ragnatela che rugiada e alba impreziosiscono suscitandone i riflessi, quei fili di ragno che in primavera volano sospesi, invisibili sin quando un raggio di sole non li accende, e i contadini li chiamano fili della Madonna.

Così, lungo i sontuosi meandri della propria prosa, Proust ci conduce da un fiotto di sperma adolescenziale a un  idiotismo che testimonia la bimillenaria devozione mariana in terra di Francia. È il suo così peculiare talento nell’evocare dalle piccole cose lo spirito e l’onda lunga della Storia: vi è, in quei contadini e in quei fili della Madonna, concentrato in un lampo il ritratto della vieille France, il sangue e la terra, proprio come nei nomi dei luoghi più umili lungo il corso della Vivonne risplende, grazie alla filologia, l’antica gloria merovingia.

Ma si torni a Gadda, anch’egli, del resto, ben disposto a suscitare evi dall’eco di un nome.

Trasmutazioni, dicevamo. Così, nel descrivere un quadro del Crivelli, ecco «quasi coleottero splendido, un topaziaccio rettangolare». Proprio come in sogno, nel Pasticciaccio, con itinere inverso, il topazio di Liliana trasfigura in «topo-topazio», in «topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo».

E questo topazio coleottero consegnatoci dal pittore veneziano (dissonante rispetto ai canoni rinascimentali) annuncia la nutrita presenza di insetti nelle pagine dello scrittore, dissonante egli pure rispetto ai canoni del Novecento: a cominciare da quelli, tristi, ottocenteschi, positivisti, affogati letteralmente nella chimica, non nell’alchimia, tutto insomma men che barocchi, infilzati da Carlo nell’Adalgisa.

Ecco poi i tarli, dal «tarlo cavatappi» della Cognizione, e quelli che nella «chilometrica fuga dei corridoi» percorsa dallo scarafaggio Nataniele («macchia picea» di Socer generque, e, si badi, scarafaggio, non landolfiana blatta, ci mancherebbe), ecco, in «un vecchio molinone rococò tutto trapassato dai tarli», impersonano il doloroso scoscendere del tempo, il «filo del dolore» da «sdipanare», il «balordo guìndolo dell’eternità».

E – siamo nel tempo del mito – le cicale, il cui canto accompagna la nascita della tragedia. E poi, gatti, vellutate ombre, corsieri dell’Erebo, il più noto restando vittima della crudeltà di Gonzalo:

Avendogli un dottore ebreo, nel legger matematiche a Pastrufazio, e col sussidio del calcolo, dimostrato come pervenga il gatto (di qualunque doccia cadendo) ad arrivar sanissimo al suolo in sulle quattro zampe, che è una meravigliosa applicazione ginnica del teorema dell’impulso, egli precipitò più volte un bel gatto dal secondo piano della villa, fatto curioso di sperimentare il teorema. E la povera bestiola, atterrando, gli diè difatti la desiderata conferma, ogni volta, ogni volta! come un pensiero che, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno; ma, in quanto gatto, poco dopo morì, con occhi velati d’una irrevocabile tristezza, immalinconito da quell’oltraggio. Poiché ogni oltraggio è morte.

Commentando il brano, Pasolini – un autore nella cui opera consuona il sacro mistero del dolore animale, e, ricorda tra gli altri Silvia De Laude, proprio in un animale, la rondine, che sfreccia sigillando le pagine dedicate da Gadda alla pittura del Crivelli – suggeriva l’identità fra carnefice e vittima, essendo, quel gatto, già sin dal nome un Gadda. E in un’intervista televisiva concessa poco prima di morire, parlando dei Fratelli Karamazov, di Smerdyakov Gadda ricorda solamente, insistentemente, che «ha impiccato un gatto».

Il dolore animale si concreta poi, più che nei cani, quasi tutti di maniera, nei cavalli e nei muli degli Alpini, che a volte spiccano dalla pagina, come nel caso di Tubone e Gorgo in Manovre di artiglieria di campagna, più umani di tanti soldati.

Alle trasmutazioni alchemiche rinviano le tinche fangose e gialle, mentre, anch’essa nella Cognizione, l’aragosta, che «raggiungeva le dimensioni di un neonato umano», è un leviatano emerso dal tempo del mito, da oceani tanto indicibili quanto insondabili: è, Gonzalo, sorpreso qui nell’atto di consumare un pasto cannibalico degno degli Atridi?

Persino la celebre apostrofe contro l’io nella Cognizione prende forme animali:

l’io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero sull’acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla viennese.... Allora, Allora! è allora, proprio, in quel preciso momento, che spunta fuori quello sparagone d’un io.... pimpante.... eretto.... impennacchiato di attributi di ogni maniera.... paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido.... come un tacchino.

Eretto, paonazzo, teso, turgido: strano uccello, cotesto tacchino. Forse che sull’Io grava, nel saturnino Gadda, la cappa granitica del Super Io austero serio sobrio rigoroso, implacabile e implacato?

E la flora? Vuoi nei testi d’occasione votati alla pittura veneta (Il cetriolo del Crivelli, dove mele e cetrioli sottendono la «crudele pubertà» di santi che son tutti lo stesso «giovine... come il sole che l’abbronza bello»; lo stesso sole «del settembre che matura colocinte, ossia zucche»), vuoi nelle molte pagine dedicate ai mercati alimentari e al cibo, Gadda abbonda in precisione onomastica che via via cresce nel deformare l’oggetto, come accade per gli asparagi evocati dal desiderio di Gonzalo dinanzi a un piatto con tre striminziti peperonzoli.

Non so quanto Gadda, nella esattezza nominale della sua prosa, avrebbe condiviso la pedante critica di Pascoli a Leopardi a proposito del «mazzolin di rose e vïole», polemicamente corretto in un «odor di rose e di viole a ciocche». Gli alberi per Gadda sono «il popolo degli alberi», in ambiguo gioco fra etimo e falso etimo, populus e pop?lus, ma ecco, a chiudere il romanzo a lui più caro, «i gelsi, nella solitudine della campagna apparita».

E non dimentichiamo le pere.

«Ero un monello... Ricordo di aver rubato molte pere e frutta... al contadino finìtimo» dirà nell’intervista televisiva «Sulla scena della vita», rilasciata nel 1972. E ricordate Cinema, in La Madonna dei Filosofi?

Appeso a un susino, il magistrale ritratto avrebbe potuto rendere servigi indimenticabili alla campagna cerealicola e allo sviluppo economico regionale, incutendo un salutare rispetto ai più spavaldi pregiudicati del circondario. Sorgendo da nebbie ottobrine sogliono questi ingordi beccarsi via ogni chicco che il colono ha lasciato di calcinare. E così anche passero e beccafico, frullone l’uno, esile freccia il secondo contro la polpa delle cosce-di-monaca.

Le cosce di monaca oppure le pere butirre, eponime dell’eroe, che nella realtà biografica il padre piantò, insieme alle pere limoncine, nel terreno della casa di Longone. E se il cognome rinvia al mangereccio – abbuffata barocca tutta lombarda nella Cognizione, romanesca nel Pasticciaccio – il nobiliare d’Eltino rimanda al vino, tra i nutrimenti umani forse il più vivo, il più soggetto a misteriose mutazioni, fermentazioni, maturazioni. Persino più del formaggio, quand’anche erborinato, come l’odiato Croconsuelo/Gorgonzola, il re dei formaggi.

Pere asparagi e matricidio – reale in Novella seconda, psicologico nella Cognizione – li ritroviamo in un altro sommo nome della letteratura.

Proust – che secondo Contini percorre in modo compiuto quella discesa alle madri che in Gadda resta motore solipsistico privo di catarsi –  invia un esemplare di Sodome et Gomorrhe con dedica autografa alla «duchesse de Clermont-Tonnerre». Si rilegga la biografia che Painter dedica allo scrittore: nel settembre 1907 sono i Clermont Tonnerre che Proust si reca a visitare a Glisolle in taxi, e qui si situa il celebre episodio del roseto illuminato a giorno dai fari dell’auto.

Nata Élisabeth de Grammont, la duchessa, malmaritata a un sadico violento, fu tra le prime donne a divorziare, convisse apertamente con Natalie Clifford Barney e si meritò il soprannome di «duchessa rossa» quando, il 14 luglio 1935, a Parigi partecipò sottobraccio al celebre bibliofilo Seymour de Ricci alla grande sfilata antifascista indetta dal Fronte Popolare. Élisabeth fu tra i modelli di Oriane de Guermantes, e fu anche autrice di un libro sui frutti della vecchia Francia. Non stupisce, pertanto, il contenuto della dedica:

Questa volta non si tratta più (nel terzo volume di questo tomo, pagina 73 del 3° volume) di asparagi, bensì di pere. Forse son stato un po’ troppo ardito, in Guermantes II dicevo: «che firma Émilie de Clermont Tonnerre». In questo Sodome II dico «la Duchessa di Clermont Tonnerre». Spero che questo più preciso tratto della personalità non guasti l’omaggio della mia rispettosa ammirazione.

Il tutto nell’inconfondibile grafia a zampe di ragno. I biografi concordano sul fatto che la duchessa non abbia voluto rilevare l’errore onomastico – Émilie per Élisabeth – che tuttavia la lasciò perplessa.

Pere, rose, asparagi... Senza dimenticare il significato gergale osceno sottinteso ai «cris de Paris» – una pagina che la letteratura italiana, cortigiana e al più popolaresca, mai veramente radicata nella terra e nel popolo, non ha saputo concepire di suo – Proust era molto attento a cibi e ricette, che incarnano appunto la storia di Francia secondo riti che il romanziere affida alla loro sacerdotessa, Françoise. E che sono anche exempla di quel mutamento alchemico fra elementi del mondo – si pensi alle fragole schiacciate nel formaggio fresco, o al bœf à la gelée – la cui epifania artistica è data, nel romanzo, dalla pittura di Elstir.

Va detto, a costo d’interrompere il flusso naturale del discorso, che Gadda era un ammiratore incondizionato di Proust: basti ricordare quanto ne scrisse negli articoli I grandi uomini e Un testimone in un continuo rapporto fra letteratura e scienza (la «moderna “fisica dei quanti”»). E della Recherche cercava avidamente «i romanzi con Charlus», personaggio che, come Gonzalo, incarna prodezza ed eccesso vizioso cruciali, Ian Watt dixit, nella formazione culturale dell’Occidente. Entrambi gli scrittori sapevano suscitare e prolungare il passato nella trama del presente, nelle forme di un’intellezione profonda, prensile, colta al limite dell’erudizione, multiforme e molteplice.

E, pur nel differente apparire e con diversissime storie famigliari (si pensi soltanto al fatto che Enrico morto permea l’opera, Robert vivo ne è escluso), Proust e Gadda – capaci di grandi pietà come di incredibili durezze – diventano entrambi adulti per sottrazione, nella dolorosa mancata realizzazione di sé: diventano adulti nell’accettarsi deprivati, male amati (anche amare troppo è amare male), spersi e solinghi; e, anoressico affettivo l’uno, bulimico affettivo l’altro, quasi frutti diversi di piante della stessa famiglia, conoscono entrambi un corso artistico dall’apice tardivo.

Uno dei più intelligenti scrittori italiani del Novecento, Ennio Flaiano, capì subito quello che a molti risulta ancora oscuro – il motivo, in sostanza, per cui Gadda (Alessandro Spina, con profonda lungimiranza, sosteneva: «va liberato: gli si restituisca finalmente la sua radicale solitudine»), non può avere né figli né nipoti né tanto meno, orrore, dei nipotini («che si pigiavano nella sua scia», scrive implacabile Spina: per un cavallo che caca, cento passeri fan festa). Perché Gadda, scrive Flaiano,

è riuscito a far confluire in un’opera la disperazione, la filologia, l’umorismo, il linguaggio, l’eredità, la debolezza, la paura. Lo stimo moltissimo e forse per questo non desidero conoscerlo. Rispetto moltissimo le solitudini come la sua e sento che ogni intrusione potrebbe ferirlo o infastidirlo. Il suo è uno di quei casi di felicità letteraria pagati con la vita, pagati col sangue. Il solo caso italiano forse. Per ragioni biologiche credo. Dovremmo ricorrere alla biologia per comprenderlo.

Dalla sola pagina Flaiano deduce, come Poe per Marie Roget, che quell’autore, antologizzato fra i comici, proprio come Proust fra i mondani, è il risultato di un dramma famigliare, storico e personale indicibile, e che per questo la sua scrittura è un unicum.

Anche Gadda, stavamo dicendo, era, come Proust, attento al cibo come spia dell’onda lunga della Storia. E anch’egli capiva quanto profonde affondassero nella storia patria le radici delle più povere e popolari abitudini alimentari. Così, parlando del Belli, da lui molto amato, nel 1945 afferma con capricciosa – o, più secentescamente, ghiribizzosa – immagine: «Il sonetto del Belli ha una misura naturalmente opportuna, come la sua fujetta (mezzo litro) è natural misura di quel quantum di vino frascatano che costituisce la bevuta sana di un qualunque sor Alfré o sor Peppì». (Su Gadda e fujette ai Castelli valgano, per tutti, i ricordi di Pietro Citati).

Abbiamo nominato l’aragosta e gli asparagi; potremmo aggiungere tra i molti cibi «la sizìgie vongole-vermicelli», configurazione (g)astronomica che alla pensione già-Walpole di Socer generque «si registrava di martedì e venerdì», ma che dire della ricetta di Risotto alla milanese pubblicata per la prima volta nell’Agenda Vallecchi del 1961, che padre Giovanni Pozzi, dall’alto della sua cattedra di Friburgo, proponeva a confronto stilistico con quella di Pellegrino Artusi?

Certo, la Milano dell’Adalgisa – non ancora offuscato il mondo dello scrittore dalla «cagione malvagia operante nella assurdità della notte» che avvolge le opere successive – non può competere con la Parigi dei Guermantes: ubique, però, sono certe figure in uniforme che fanno sognare tanto le «stupende signore» quanto certi aristocratici parigini o ricchi borghesi meneghini. Automedonti alla Agostinelli oppure «formidabili culatte» inguainate in altre uniformi. Nel 1909, Gadda sedicenne, era deflagrato all’ombra della Madonnina lo scandalo dei pompieri prostituiti che accese la penna di Paolo Valera.

Ma Gadda, incendiata via Keplero dove quasi di sfuggita esalta «i pompieri, con le maschere» e «il capo drappello Bertolotti», convoca poi sotto la sua penna centoventi professori, dieci dozzine, la magica dozzina che nel volgere delle fasi lunari dell’anno – le sizìgie, appunto, registrate in un accumulo di tempo superfluo dagli orologi d’oro dei soddisfatti borghesi del Maradagàl – unisce le ziggurat babilonico-pastrufazie alle piramidi tolteche. Lì «i carabinieri di servizio, s’erano tenuti all’impiedi». Presenza appartata e di fatto sommersa dalla «società musogonica della città industre».

Pallidi echi della superba presenza che chiude il primo racconto della Madonna dei Filosofi, ricordate?

Il generale dei pompieri (che ha un elmo con un pennacchio speciale) ragunò i suoi otto e, arringàtili, tutti insieme si avviarono per andare a nanna; in ciò imitati da un inappuntabile drappello di carabinieri bergamaschi. Fortunatamente non si era avvertito, in tutta la meravigliosa serata, il benché minimo odore di bruciaticcio.

E così è stato per noi, fortunatamente, questa sera in questo teatro.

Teatro Bibiena – Mantova, 5 settembre 2013

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-19-1

© 2014-2024 by Hans Tuzzi & EJGS. First published in EJGS, Supplement no. 9, EJGS 7/2011-2017. Presented at the 2013 Mantua International Literary Festival as part of Gadda Round Table with Paola Italia and Federica G. Pedriali.

Artwork © 2014-2024 G. & F. Pedriali. Framed image: after Hieronymus Bosch, The man-tree, c. 1500, Albertina, Vienna.

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