Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Omero

Emanuele Narducci

La normativa vigente nel periodo in cui Gadda compiva gli studi liceali obbligava a optare, dopo il primo anno, tra il greco e la matematica – e a quest’ultima lo indirizzò la madre, desiderosa di avviarlo a una professione remunerativa (Gadda 1993b: 163). L’abbandono del greco dopo il primo anno del liceo spiega perché, nell’opera gaddiana, la presenza degli autori greci sia assai più rada di quella dei latini; l’autore maggiormente presente è senz’altro Omero, che in una intervista del ’63 verrà ricordato tra le letture predilette degli anni dell’adolescenza (Gadda 1993b: 91).

Più volte rievocato da Gadda con particolare adesione emotiva è l’episodio, celeberrimo, e probabilmente letto negli anni di scuola, dell’incontro di Ettore e Andromaca alle porte Scee, nel VI dell’Iliade, uno dei più commoventi e toccanti del poema. E in genere in Omero Gadda privilegia non il narratore delle battaglie e delle gesta guerresche degli eroi, ma il cantore dei vinti troiani, il poeta della pietas e della compartecipazione alla sorte degli sconfitti: poeta, dunque, comparabile a Virgilio. Nel Racconto italiano, l’episodio delle Porte Scee è interpretato nel contesto di una lunga riflessione sui rapporti tra autore e personaggio; la capacità di immedesimazione da parte del narratore è vista da Gadda come fondata sul fatto di condividere, con personaggi e lettori, una comune universalità umana (SVP 476 sgg).

Un altro episodio che sembra aver colpito la fantasia di Gadda per la sua natura intensamente patetica è l’incontro, narrato nel libro XVII dell’Odissea, tra Ulisse e il vecchio cane Argo, che muore non appena rivisto l’amato padrone dopo un’assenza di vent’anni. La scena è rievocata, nella traduzione di Ippolito Pindemonte, in una recensione radiofonica del ’65 al Male oscuro di Giuseppe Berto, nel contesto di una polemica contro la narrativa a lieto fine (SGF I 1202 sg).

Accanto al VI dell’Iliade, un libro omerico di cui Gadda sembra aver fatto lettura, almeno in parte, nell’originale greco è l’XI dell’Odissea, dove è narrato l’incontro del protagonista con gli spiriti dei defunti, che nella loro larvale sopravvivenza rimpiangono la pienezza della vita terrena. In uno dei racconti dell’Adalgisa, Un concerto di centoventi professori, nell’elencazione dei presenti al concerto è incastonato, in forma traslitterata, un emistichio proveniente dal medesimo contesto omerico, che descrive l’affollarsi delle ombre intorno alla fossa da Ulisse riempita col sangue del montone sgozzato:

C’erano le madri e le spose, i mariti e le figlie, e i vecchi che hanno molto sofferto: «te polútletoi te geróntes» [Odissea XI 38]. I figli che forse domani partiranno: andranno verso dove avrà chiamato il destino. (RR I 463)

In realtà, una scorsa al passo omerico mostra come il riecheggiamento si estenda ben oltre l’emistichio espressamente citato (Odyss. XI 36 sgg.; trad. di R. Calzecchi Onesti):

S’affollarono
fuori dall’Erebo le anime dei travolti da morte,
giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,
fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore;
e molti, squarciati dall’aste punte di bronzo,
guerrieri uccisi in battaglia, con l’armi sporche di sangue.

Il pathos omerico rivela qui la propria congenialità con l’esperienza del combattente della prima guerra mondiale; la ripresa dall’Odissea sembra additare negli spettatori una folla di (future) ombre. In particolare, sui figli, destinati ad andare dove il destino li chiamerà, e cioè in buona parte a partire per la guerra, sembra riverberarsi, quasi come un’anticipazione, l’immagine omerica dei guerrieri uccisi in combattimento.

Università di Firenze

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2019 by Emanuele Narducci & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002).

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