Apologo del Gran Sasso d’Italia

Dove il crinale d’Italia, fra il Vomàno e l’Aterno, «passa oltra quel segno», e, vinto il gregge nebuoloso de’ gioghi, supera di mille metri la vetta dantesca del Falterona, leva nei cupi azzurri in vista de’ due mari il suo grigio vertice, striato di gelide nevi, non ci sono proibizioni alla libera bellezza d’ogni tuo moto e appetito: se anche, dopo la corsa e la neve, ingollerai una minestra calda o tracannerai un qualche demonio di bicchierino, non sarà poi la fine del mondo: tutt’al più ti circonderemo di buoni consigli, ti porgeremo, dopo l’indiavolata corsa ed il vento, un calice di spumante italiano e un pollo arrosto arrostito lì per lì. Se ti sarai graffiato ti benderemo, non io personalmente ma la bianca infermiera, a cui un ricciolo suole sfuggire, color sole, di sotto alla proibizione della benda crociata. Se il duro certame ti avrà condotto a bruciare l’ultima stilla del tuo giovine vigore, ecco c’è un letto, anzi molti letti, col suo bravo materasso, i suoi lenzuoli puliti, calde coperte: e lì potrai risorgere alla tua vita disciolta e poi scioglier di nuovo la corsa giù per il campo agonale dell’Imperatore, emulo di Maestro e di Greco, o d’Aquilo dalla celere ala. Non è proibito dormire sul fianco sinistro, e nemmeno sul destro. L’acqua calda sarà premio adeguato ai garretti ed ai piedi vittoriosi: io funzionerò da Pindaro: il cuore, saldissimo, avrà un caffè bollente per tutte le vene del suo impero diciannovenne.

Non anche approdato alla stazione superiore della funivia, rimessi gli sci a spalla e reggendo a mano il tuo sacco, vedrai l’alta bufera incorrere ovunque e rapinare il piano altissimo, levandone i sibilanti vortici della tormenta: e ululerà contro il chiuso edificio.

Cento metri è lontano l’albergo e nella sera sopravvenente tutto sarà già buio e temibile, accumulata la neve contro le porte, impervio il passo, non tanto a te solo quanto per gli strumenti e il materiale che ti gràvano. Ed ecco una via sicura e celata, ignota al vento: il cunìcolo che ti arroccherà nelle sale sfuggito alla rapina della notte. Chiare lampade lo fanno gaio e domestico e ci sono vetrine da un lato con saponette e cravatte, caschi, occhiali, scioline, calze, spazzolini da denti, pellicole 6 x 9, lacci, fiocchi, búbbole.

Forse vi incontrerai chi ti ha preceduto sulla via di Pagánica e Assergi, bionde passeggiatrici in calzoni, in cerca di nulla. Esse fingeranno di non accorgersi del tuo sferragliare, ma, da quel celebre agonista che sei, ti avranno riconosciuto a un’occhiata.

Così risalirai dove chiedono nome e cognome a tutti, anche ai più illustri, anche a me, nell’atrio due volte (1) chiuso contro le mille lingue della bufera, arredato e cromato da mastro Novecento ne’ più lucidi legni, cristalli, metalli: cromature che hanno confuso una volta per sempre il vecchio nichel, indegno di noi.

Vedi, l’architetto Bonadé Bottino, costruttore di torri, (2) ha diligentemente studiato il caso: qui c’è il bar, se mai, tanto per cominciare, avessi a mettere in canna un grappino o qualche altro sciroppo (3) anche più difficile: qui c’è il salone da pranzo, in forma di mezzo cerchio, con vetrate nella notte o sul bagliore dei mattini sereni. Il campo imperiale (4) discende immensamente di qui. Lì, subito al disotto de’ vetri, il piano di pattinaggio da 1500 metri quadrati, che al caffè di domani scintillerà come lastra intatta, nei rimandi iridati del sole. Per una delle due scale di marmo possiamo accèdere alla sala di convegno che, con pianta di mezzo cerchio, sovrasta la parte centrale di quella da pranzo ed è perciò meno grande di lei. Ha luce dall’alto (quando fa giorno) da una mezza cupola in vetro-cemento: e poiché l’altezza è quella complessiva dei tre piani degli alloggi, aria non manca. La parete piana è «pittata» con figure d’atleti pari tuoi e di fanciulle: ma tu non le guardi, inteso a quelle semoventi pei tutto l’albergo e gli ànditi, viventi e ridenti, se pure un po’ «pittate» anche loro. Mi fai sprecare il fiato, ho bell’e visto.

Le poltrone torno torno l’emiciclo, oltre che novecentesche, sono anche assai comode: imbroccare i profili d’una poltrona non è cosa facile, anche averne le migliori intenzioni. Qui una curva, una sdraiatura perfetta. Questo motivo della sala centrale con volume di mezzo cilindro, su cui si affacciano le loggette de’ piani, (funzionanti da corridoi distributori), ripete e sviluppa in forme razionalistiche un motivo italiano e spagnolesco più vecchio del cucco, accolto poi anche ne’ paesi anglosassoni: quello del patio illuminato dall’alto, su cui dànno portico e logge: e su questi le camere. Il motivo in parola accentua nella struttura della casa o dell’albergo uno speciale tono d’intimità e radunata, quasicché i singoli abitatori, nel sonno, fossero direttamente vegliati dallo spirito origliante dell’edificio che li ospita, vivo nel centro.

Le due scale, simmetriche rispetto all’asse della fabbrica, conducono separatamente ai piani di alloggio; una serve e disserve le camerette disposte alla periferia del semicilindro, ogni piano dodici; oltre che gli appartamentini ricavati in un’ala del corpo a pianta rettangolare, uno per piano. L’altra immette nelle camerate per alloggio collettivo, dell’ala rimanente. La separazione è opportuna, date la diversa età e scarpe (5) degli ospiti.

Nelle trentasei camerette dei tre piani, affinestrate, come la sala da pranzo, sulla immensità del nevaio, tu ci trovi razionalissimo e, quel che più conta, pulito e comodo il letto: hai l’armadio, il tavolino, gli sgabelli, il ristoro del termosifone pei muscoli rappresi dalla fatica, specchio, acqua calda per deliziose abluzioni. Torceranno i veri alpinisti la bocca, diranno che così non si prova più gusto; che è roba da Eliogabalo, da Caracalla. Le camerate sono di due specie: da otto letti: oppure da quattordici cuccette, sette sovrapposte alle sette, come nei rifugi alpini o su nave. Attigui i lavabi e le docce, i gabinetti: acqua calda. L’appartamentino di ogni piano comprende due camere con letto grande, bagno, un ingresso: e può venirvi aggiunta la prima cameretta del semicerchio, ch’è intercomunicante con quello. Un dormitorio per escursionisti in blocco è stato sistemato al piano di terra.

Le cucine e le caldaie dell’impianto centrale a termosifone bruciano nafta, attinta alla cospicua riserva di cui ho già detto. Un locale di lavanderia e uno di stireria, con calandra per lenzuoli e tovaglie, un essiccatoio, una sala di medicazione, completano l’attrezzatura dell’albergo montano.

Doppi vetri alle finestre, su intelaiature speciali, robuste: che faremo cipperimerli al diavolo. L’ospitalità completa, mi dicono, comprensiva di alloggio e di vitto, viene offerta a prezzi ben ragionevoli, varii ovviamente secondo la classe e già tabellati dal Podestà dell’Aquila: escluso ogni indebito lucro, è garentito all’organizzazione il carattere di un istituto sociale.

Ma le cure sono andate oltre: alla montagna, alle nevi.

Un sistema di rifugi alpini occupa con buone basi la giogaia e facilita l’accostamento alle vette più interessanti: la capanna Baglioni alla Scindarella, la capanna Bafile a Campo dell’Imperatore, per il gruppo del Prena, la capanna Palombo a Vado di Corno, il rifugio Garibaldi in Campo Pericoli, per le ascensioni al Gran Sasso. Sulla cresta il rifugio Duca degli Abruzzi. Baglioni e Duca sono collegati telefonicamente all’albergo, e questo all’Aquila. (6)

L’organizzazione alpinistico-sciistica del gruppo orografico è stata recentemente affidata al console Grèsele, che la disciplina degli ardimenti montani ha fatto conoscitore e maestro delle cose della neve e della roccia. Gli itinerari da sci saranno segnati con ritti in ferro adeguatamente emergenti dalla coltre nevosa e tabellati a doppio cartello, sì da denunciare i tempi di percorso nelle due direzioni. Un faro, dall’albergo, e una intermittente sirena indicheranno la buona strada agli sperduti. Il noleggio degli sci e delle slitte, il rifornimento delle scioline, la sciolinatura agli sci di proprietà, figurano tra le ovvie prestazione della base-albergo. Per il servizio sanitario ci sarà un medico stabile, con attrezzatura completa di pronto intervento, infermiere, squadre di soccorso provvedute di materiale modernissimo. Notevoli gli speciali zaini-barelle in duralluminio, con pattini molleggiati che consentono di usarli a slitta, su percorso pianeggiante. Una sonda da valanghe per avvertire la respirazione del sepolto, auguriamo superflua.

Una scuola di sci affidata a campione olimpionico, con regolari ore di corso, inviterà un po’ tutti alla montagna invernale: i meno esperti saranno guidati nei primi esercizi verso i primi capitomboli: gli scavezzacolli più consumati dovranno indirizzarsi alla ricerca della sicurezza e della perfettibile forma.

Dacché il Campo dell’Imperatore, tra la giogaia del Prena e le cortine antistanti della Scindarella, di Costa Ceráso, del Cecc’Antonio e del Bolza, ha una lunghezza complessiva di oltre venti chilometri, con estrema varietà di pendii laterali, declivi dai monti sunnominati che lo fiancheggiano: si distende amplissimo dalla Bocchetta di Corno, metri 1962 (Vado di Corno in abruzzese) fino ai piedi della Guardiola, metri 1500 circa, senza vegetazione, senza tùmuli, senza ostacoli. Campo ideale per le esercitazioni e le discese d’ogni grado, è sua caratteristica la tarda permanenza delle nevi, che resistono ancora farinose agli scirocchi, dal febbraio a tutto l’aprile. L’accumulo di centro valle (non direi fondo, dato l’aspetto pianeggiante di essa) permette di sciare anche in maggio. La località acceduta dalla teleferica offre poi una gradevolissima villeggiatura estiva d’alta montagna, così mi garentiscono, (!) (metri 2112), tanto che i servizi funzioneranno l’intera annata, senza alcuna sosta o interruzione stagionale.

Tutto è stato arditamente voluto, diligentemente eseguito, perché, raggiunto il crinale d’Italia senza dispendio di tempo, si allegri ognuno delle altissime nevi. Giovani coorti bruceranno, nella felice disciplina dello sci, le ore veloci della corsa, le luminose ore di giovinezza.

 

1. «Due volte chiuso»: cioè con doppie impannate alle finestre.

2. Costruttore degli alberghi-cilindro del Sestriere e del cilindro-colonia infantile di Marina di Massa. Scala centrale a spira, tipo Pozzo di San Patrizio.

3. «Sciroppo» = evidente eufemismo. «Più difficile», ossia dal nome straniero.

4. «Campo dell’Imperatore» è il nome geografico del vallone, trascritto qui per lode e magnificenza in «campo imperiale».

5. Le scarpe degli sciatori; le scarpette delle signore; quelle de’ comuni mortali. Messe la notte fuor dell’uscio di camera, per la ripulitura, acquistano valore di un distintivo del sesso.

6. La dorsale è alquanto ventosa, com’era pensabile: e spoglia di qualunque vegetazione, come ben si sa dei 2000 metri. Tutto l’apologo è un modello di prosa ottimistica. I dati e la descrizione sono però esatti. (1934, ottobre).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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Framed image: Abruzzo – the people, the land (Campo Imperatore glaciers); detail from a photograph by Enit, in R. Almagià, L’Italia (Turin: UTET, 1959), I, 315.

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