Fatti e miti della Marsica
nelle fortune de’ suoi antichi patroni

Quando Tommaso di Celano, che aveva ricevuto dal gran Povero la fiamma e l’abito della disciplina, ebbe coi tardi anni a ridursi nel convento delle Clarisse di Val de’ Varri per potervi inspiratamente far séguito al «memoriale in desiderio animae de gestis et verbis sanctissimi patris nostri Francisci», il primo Bartolomeo de’ Pontibus signore di Tagliacozzo e il di lui figlio Oderigi, lasciato il mondo de’ comuni peccati da più che mezzo secolo, riposavano oramai tranquilli nel grembo di Dio; supposto che la Bontà Infinita avesse già deliberato nei loro confronti il necessario condono di pena, dopo i continui rubalizi, usurpazioni e dispetti d’ogni genere da loro perpetrati e usati ai danni della Badìa di San Cosma.

Ahi! che il nipote, Bartolomeo secondo, ebbe a ereditare dai maggiori quella brutta ruggine e a rincarare la dose delle prepotenze; finché però la zia Mabilia abbadessa, e non pecora, scogitò il mezzo di ricondurlo alla ragione. Chiamatolo in plàcito, e celebratosi questo nel cortile stesso del monastero con il concorso di cento testimoni giurati, il giudice Oderigi di Verrecchie lo condannò all’ammenda di cento augustali (la nuova moneta dello Svevo), cinquanta pecore, quattro àsini, dodici barili d’olio d’olivo: e alla sùbita restituzione delle terre così malamente spilluzzicate.

Era un po’ un’idea fissa quella dei signori vecchi e anche dei nuovi, di adoperare le loro sorelle come Abbadesse di San Cosma: con il monastero, pensavano, avrebbero avuto che dire e che fare in ogni modo: meglio, dunque, litigare in famiglia.

Dacché tutto il pianalto fra il Monte Velino e i Simbruini era, lo vedevano bene, antica terra di fede e di durezza; la montagna, nei vecchi secoli, aveva germinato ànime ed ànime, esalandone riconsolati pensieri. Era stata la sede d’un monachesimo primo, venuto agli approdi dei Vestini con le vele dell’Adria, avanti ancora la «Regula Monachorum» del grande institutore di Norcia. Già i basiliani camminavano gli aspri monti di Càrsoli quando il tempio e il simulacro di Apollo, in sommo alla montagna di Cassino, non erano tuttavia venuti alla mano del nuovo muratore, del nuovo architetto.

Il pianalto costituiva come il vestibolo della quattordicesima provincia imperiale: e vi accedeva la via Valeria, dopo trafitta Carsèoli, la città che crescente Roma il Marso aveva strappato all’Equo, e al Marso il Quirite.

Sui Simbruini, al trapasso del quinto nel sesto secolo, Benedetto aveva cercato ventenne la solitudine alpestre degli scoscendimenti di Subiàco. Come alla Verna il Povero sette secoli dopo, egli s’era ivi appartato dagli uomini per poter preparare la sua anima all’opera della loro tutela, della chiarezza, della salvazione.


Il borgo di Tagliacozzo nacque forse addossato a qualche ricettacolo basiliano e si accentrò poi d’attorno alla cella benedettina di San Cosma in Heleritu de’ Marsi, che fu, dicesi, tra le prime propagate dell’ordine: «ab incunabulis ordinis Sancti Benedicti». I duchi longobardi di Spoleto lo tennero, e i conti de’ Marsi sotto ai Franchi, e ai Normanni: munito d’opere e torri, il luogo forte poté resistere alle incursioni del Saraceno: che devastò, sul còmpiersi del nono secolo, i fondi e le terre ovunque non incontrasse mura o l’armato vigore della gente. Il faggio e l’ornello, e l’àcero dalla dìcroma foglia, occupavano il taglio del monte, la valletta grigia ove l’Imele (1) risorge per derogarsi alle docce e alle pale delle màcine: ivi, riuscito dai muri dopo il sacrìlego tumulto de’ Saraceni, il muletto, per monte per valle, portava recuperati frumenti. Chiari aromi vaporavano dai prativi dell’estate, riempivano l’immenso silenzio: nel disteso Heleritu l’erbe officinali avevano il lor regno intatto, corso dai venti: l’ellèboro, la genziana, il giusquìamo: famuli il timo e l’orìgano.

Tommaso di Celano vestiva l’abito della novissima regola: che papa Onorio aveva approvato con sua bolla il 29 novembre 1223, pel congiunto bene della Chiesa e dell’anime. Tre anni dopo, il Poverello morente sulla nuda sua terra imponeva ai seguaci di non togliere né aggiungere verbo al dettato. Non glossa o commento, ma la sua sola verità. Il Celano (della gente marsica aveva l’accorto e drammatico senso di vita e quell’impeto, esternamente velato come in una tarda pacatezza, che genera di sé opere ed opere) non tornò di Magonza e di Spira che troppo tardi, per poter ribaciare il morente. Papa Gregorio IX gli commise tuttavia la «Vita» dell’umbro, canonizzato il 16 luglio 1228: nacque così la «Vita beatissimi patris nostri Francisci», che la Curia accettò e designò come biografia ufficiale. Per essa il Celano fu accusato di scarsa memoria dei detti e dei fatti miracolosi, d’aver troppo deferito al parteggiare d’Elia, (quello dei Fioretti; il primo generale dell’ordine), e d’aver poi laccato tutto il suo referto d’una buona mano di retorica agiogràfica, attingendo ai barattoli delle vernici tradizionali.

Ciò non pertanto il «retore di Celano» ebbe commissione d’una «vita» seconda dal padre Crescenzio di Jesi, secondo generale dell’ordine, che nel capitolo di Genova (1244) gli affidò i materiali raccolti un po’ dovunque circa la miracolosa peregrinazione: gli affidò poi, documento principe, la cosiddetta «legenda trium sociorum» di fra’ Leone, frate Angelo e frate Rufino, testimoni oculari ed auricolari.

Tommaso si butta di lena alla nuova redazione, dimentica Elia. Ma dimentica anche i miracoli.

Ragion per cui Giovanni di Parma, terzo generale dell’ordine, lo incarica senz’altro (nel capitolo di Lione, luglio 1247) e lo sollecita poi «multiplicatis litteris», perché conduca a termine una buona volta l’assunto: così nella solitudine fiorita ed ombrata di Val de’ Varri, circa il 1248-49, Tommaso perviene a compiutamente redigere il «Tractatus de miraculis Sancti Francisci Assisiensis», che il capitolo di Roma (2 febbraio 1257) accoglierà come necessaria integrazione del memoriale o «vita seconda».

Il dramma della esperienza religiosa in Francesco ebbe nel Celano espressione non forse a tutti i partiti accettabile, o almeno non a tutti grata in egual modo: tanto che il definitivo regesto ufficiale circa la vita ed i miracoli dell’Assisiense ebbe ad essere, per sanzione capitolare del 1266, la «Legenda major» dei dottore seràfico, Bonaventura di Bagnoregio.

Si deve al «retore» anche la vita di Chiara di Assisi, la pia sorella del Povero. E la Chiesa lo novera fra gli innògrafi suoi per il «Sanctitatis nova signa», per il «Fregit Victor», e, più, per il «Dies irae», dove la speranza nel Cristo tuttavia supera, quasi l’ala di un alto angelo, la immaginata terribiltà del giudizio, l’orrore degli abissi. L’anima, o si direbbe, raccoltasi da Tagliacozzo verso l’eremo dell’ultima valle, incontra i pensieri dell’eternità. Il retore, come retore, ha funzionato; ha adempiuto agli incarichi. Così funzionassero egualmente tutti, i cortesi poeti dello Svevo!

Nella serie degli innògrafi cristiani, che Ambrogio e Claudiano Mamerte iniziano, che Ilario e il dottore angelico e Jacopone continuano, c’è buon posto per il beato di Val de’ Varri. E Giotto, ad Assisi, raffigura nella visione del Povero un ben altro Celano: dei conti di castello: eretto nell’estasi il Santo, disteso già nella morte il soldato. (2)

I devoti di Tagliacozzo, dopo quasi tre secoli, si appropriarono le spoglie mortali del Beato, prevedendo il meditato furto degli Scanzanesi: e le vollero tumulate nella chiesa di San Francesco, sotto la buona guardia dei conventuali minori. La chiesa, la più bella del borgo, è oggi insigne anche nelle guide per il portale e il rosone romanico-gotico della facciata, che può verisimilmente ascriversi alla munifica divozione degli Orsini.

Poiché nobili dinastie si susseguono, con nuove armi ed impresa, sulla immane ribalta della montagna. Un Napoleone Orsini aveva tolto in moglie una Risabella de’ Pontibus: la sua discendenza ebbe signoria della città dallo scorcio del tredicesimo alla fine del quindicesimo secolo. Giacomo vi fece e poi vi ebbe il palazzo, Giacomo secondo vi batté moneta: dalla zecca zampillò il «bolognino» (1409), inseguito da diversi altri suoi simili.

Di Tagliacozzo arrivarono finalmente, com’era scritto, a potersi infeudare i Colonna.

Ciò seguì dopo la livida e sulfùrea meteora del Borgia, il quale, «more solito», non aveva perduto l’occasione di propinare una buona medicina a Virginio Orsini, prigioniero in Castel dell’Ovo. Questa medicina, naturalmente, fu l’ultima che il poveraccio ingollò.

Di Tagliacozzo i Colonna fecero la sede del Ducato, annettendovi anche il territorio di Albe, l’antica e in antico munitissima Alba Fucensis tolta dai Romani agli Equi sul finire della seconda guerra sannitica. Già lo stemma della città comportava due fanti che tagliano con le spade un mantello quasi dividendolo a mezzo: e non tanto rammemora la fenditura della montagna onde la veduta di Tagliacozzo si annuncia, quanto forse la contesa del possedimento fra Orsini e Colonna. Al Borgia sedente e al figlio discorrente (3) Marca e Romagna «melior patre», ai Colonna, agli Orsini, alle sanguinose gare per il dominio delle terre verso la insanguinata unità d’uno stato purchessìa, allude, così senza parer nemmeno, l’Ariosto, nella epistola al fratello Galasso. Il verso del poeta, che sì alto ebbe senno, umano e politico, mira giusto, coglie preciso.

Il sarcasmo dantesco della «guerra presso a Laterano – e non con Saracin né con Giudei» rivive nelle terzine dell’epistola che fanno, di quel sarcasmo, imitazione evidente: il nome della città vi figura in extenso, quello de’ suoi oppressati (4) signori «in aenigmate»:

Ma spezzar la colonna e spegner l’orso,
Per torgli Palestrina e Tagliacozzo
E darlo a’ suoi, sarà primo discorso.

E, d’altronde, un’altra terzina, causa la battaglia del 23 agosto 1268, aveva commemorato quel nome: aveva riaccumulato la strage nella campagna, riudèndovi per incantamento il càllido consiglio di Alardo da Saint Valéry, quando montò la trappola dell’Angioino. E dove il Duca di Cosenza era caduto portando le vesti del signor suo, e donde era stato volto, lo Svevo, negli amari passi di fuga, si apre oggi la valle alle immagini insopprimibili: ivi ripetono ancora quel verso, quasicché la nobile storia della città ne vada più che da ogni altra ventura nobilitata. Cioè il verso di Dante.

 

1. L’Imele è il piccolo fiume che lambisce le mura di Tagliacozzo. Viene da una risorgiva che si cela poco sopra la rocca, nella grigia fenditura dello spalto montano. (Donde forse il nome: Tagliacozzo).

2. Questo sogno o visione (di Francesco) e la conseguente pittura (di Giotto) adombrano, si può sospettare, un giudizio? O contengono un suggerimento di buona umiltà?

3. I due Borgia padre e figlio, Rodrigo in Soglio Alessandro, e Cesare, l’uno a sedere (sulla Sedia) l’altro a discorrer Napoli e Francia, Marca e Romagna, gli venne fatto di metter casa da principi in riva al fiume e di mantenervi il piede alquanti anni. Come ognuno conosce, aiutàronsi pure con le bibite, (boissons o poisons), con gli inviti a pranzo, e con un poco di cordicella (spago, straforzino) che il fedel Micheletto aveva appreso manovrare alla perfezione. Il Machiavelli ne andava pazzo.

4. Oppressati per vinti o, peggio, tolti di mezzo è vocabolo dell’epoca e del Machiavelli in ispecie.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

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Framed image: Abruzzo – the people, the land (Monti Marsicani area); detail from a photograph by R. Almagià, in L’Italia (Turin: UTET, 1959), I, 595.

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