… e le loro forze militari terrestri

Quali sono le forze terrestri di cui dispongono attualmente Francia, Inghilterra e Germania? Quali le loro possibilità e la loro reale efficienza?

Sulla traccia di un articolo di Victor, pubblicato dalla Stampa, eccoci a fare questo succinto bilancio.

Francia.

L’esercito francese comprende truppe metropolitane e truppe coloniali, composte entrambe di unità francesi e di unità miste. Le truppe metropolitane sono ripartite, in tempo di pace, fra venti comandi di regione militare, più il governatorato di Parigi, e dipendono tutte, anche le unità coloniali, dal ministero della guerra, come pure le unità metropolitane e coloniali stabilite nell’Africa del Nord e nel Levante. Invece le truppe di guarnigione nelle colonie dipendono dal ministero delle colonie, siano esse metropolitane o coloniali. In tempo di pace e prima dei recenti febbrili aumenti, l’esercito francese su territorio metropolitano comprendeva 20 divisioni di fanteria, 6 divisioni cosiddette mobili – fra coloniali nord-africane e senegalesi – 5 divisioni di cavalleria e alcune brigate di carri, di artiglieria e del genio. L’esercito stanziato oltremare contava 13 brigate di fanteria e 4 di cavalleria.

Con i recenti aumenti, le forze dell’esercito francese possono calcolarsi a un complesso di 43 divisioni di fanteria, oltre all’equivalente di altre 8 di truppe non indivisionate; 5 divisioni di cavalleria e una divisione pesante corazzata. Delle divisioni di fanteria, 10 sono «motorisées» e cioè la fanteria è autotrasportabile e le armi pesanti e l’artiglieria sono dotate di automezzi cingolati. Due divisioni di cavalleria sono state trasformate in «divisioni leggere motorizzate», costituite da dragoni autotrasportati motociclisti e automitragliatrici.

All’atto della mobilitazione, le unità di pace vengono dapprima completate portandole all’organico di guerra; poi ciascuna delle venti regioni militari forma una, due, tre divisioni di riserva. Così pure avviene per l’Algeria, che costituisce la diciannovesima regione militare. Si può dunque calcolare che tutto l’esercito francese mobilitato verrà a comprendere circa 110 divisioni di fanteria, oltre a quelle di cavalleria e a riserve di artiglieria, ecc. Questa cifra corrisponde, infatti, al numero di grandi unità che la Francia riuscì a costituire durante la guerra passata; e non potrà mutare sensibilmente, perché la popolazione è rimasta la stessa.

Il punto che può apparire debole nell’esercito francese sta nel fatto che esso è composto per 6 decimi di grandi unità di nuova formazione, che hanno bisogno di alcuni mesi di allenamento per rispondere pienamente alle esigenze dell’attacco. L’esercito francese era infatti destinato ad un impiego eminentemente difensivo: le unità di pace, schierate sulla grande linea Maginot avrebbero dovuto offrire una barriera insormontabile, la quale doveva essere a mano a mano rafforzata dalle unità di riserva create in successive «tranches». Contemporaneamente, sarebbero state spinte le fabbricazioni di guerra, in modo da poter disporre di quel gigantesco materiale artiglieristico la cui moltiplicazione fu la caratteristica principale della grande guerra.

Inghilterra.

L’Inghilterra, fino a pochi mesi or sono, aveva un esercito rispondente ai suoi obiettivi politici, soprattutto coloniali: essa disponeva di limitate forze volontarie: l’esercito «regolare» da inviare sul continente in aiuto degli alleati e l’esercito «territoriale» per la difesa della metropoli, oltre a forze indiane, coloniali e dei Dominions per le necessità militari locali. Questo stato di cose è mutato radicalmente: dal marzo scorso la differenza fra esercito regolare ed esercito territoriale è stata abolita; il corpo di spedizione sul continente viene portato a un totale di 19 divisioni, e cioè: 4 dell’antico esercito regolare e 2 divisioni corazzate pure dell’antico esercito regolare; e inoltre 9 divisioni di fanteria, 3 divisioni motorizzate, 1 divisione corazzata e 2 brigate di cavalleria, tutte dell’esercito territoriale. Questo sarebbe il gruppo di forze da inviare in soccorso della Francia, con un complesso di 28o mila uomini. Sulle isole resterebbero 7 divisioni territoriali per la difesa aerea.

Per alimentare queste forze, l’Inghilterra ha adottato, come è noto, una coscrizione limitata per ora a sei mesi ed ha chiamato testé le prime 2 classi di leva; di recente ha esteso gli obblighi di leva a tutti i validi. Ma questa proclamazione è più teorica che pratica, poiché un esercito non si improvvisa, e le mancano i quadri, le installazioni, l’organizzazione dei servizi e il materiale. Alla fine della grande guerra passata l’Inghilterra aveva 88 divisioni su tutte le fronti, più 8 per la difesa territoriale nella metropoli, con 7500 pezzi di artiglieria in tutto. Tale era ed è lo sforzo massimo dell’impero britannico in armi.

Germania.

La Germania, dal 1933 ad oggi, ha creato con un immenso sforzo il più grande e munito esercito oggi esistente. Ciò le è consentito dalla sua popolazione, che supera gli 8o milioni di Tedeschi, e dal suo gigantesco potenziale industriale. Questo esercito è andato aumentando con un ritmo così vertiginoso che non è facile dire quale sia lo sviluppo che ha preso e che potrà assumere. Dopo l’annessione dell’Austria (marzo 1937) esso comprendeva 38 divisioni di fanteria, 3 divisioni da montagna, 5 divisioni leggere, 4 divisioni corazzate e una brigata di cavalleria, in tutto 50 divisioni. Secondo le dichiarazioni fatte da Hitler al momento della crisi cecoslovacca (settembre ’38), era stata prevista la mobilitazione immediata di 96 divisioni e cioè erano state raddoppiate le divisioni di fanteria e da montagna e quelle leggere; e questa prima mobilitazione avrebbe dovuto essere seguita immediatamente da quella di un numero maggiore di unità analoghe.

Secondo accenni della stampa francese, le divisioni immediatamente mobilitate o mobilitabili oggi sarebbero 145; secondo l’indicazione data da Hitler, le divisioni disponibili in breve tempo sarebbero circa 200.

Nella guerra mondiale, Francesi e Inglesi, dopo uno sforzo spasmodico durato quattro anni, riuscirono a porre in campo in tutto circa 200 divisioni. La Germania scese in campo nel ’14 con 155 divisioni (ottobre ’14), che salirono nel maggio 1915 a 157, nel giugno 1916 a 170, nella primavera del ’17 a 241, scendendo poi, per le gravi perdite, a circa 200. Allora la Germania contava solo 65 milioni di abitanti; è dunque facile dedurne che oggi non le sarebbe impossibile accrescere detto numero. Ma questo probabilmente non sarà, anzitutto perché il suo Stato Maggiore è deciso a seguire il principio della superiorità qualitativa e non vuole perderla diluendosi troppo; e poi perché, contrariamente a quanto avvenne nel 1918, la Germania sulla fronte occidentale intende seguire una condotta di guerra difensiva, appoggiata alla grande zona fortificata di Sigfrido. Questo sistema difensivo è guardato da una fortissima difesa contro-aerea e da un’aviazione che già allo stato attuale è superiore a quella riunita dei franco-britannici.

Le spese d’armamento delle Nazioni in guerra.

Nello storico discorso del Iº settembre, il Führer ebbe a dire di aver destinato agli scopi di armamento, nei corso di sei anni, una somma di oltre 90 miliardi di marchi. Questo annunzio non mancò di produrre la più grande impressione nel mondo. Davanti all’importanza della cifra si dimenticò che somme egualmente enormi erano state impiegate per gli stessi scopi, negli stessi anni, dall’Inghilterra e dalla Francia. Infatti, ai 90 miliardi di marchi degli armamenti tedeschi fanno riscontro i 39 dell’Inghilterra, i 25 della Francia e 5 della Polonia. Messe insieme queste somme, si ha un totale di circa 70 miliardi di marchi, con una differenza di 20 miliardi in meno rispetto alle spese d’armamento del Reich. È però da considerare che mentre la Francia e l’Inghilterra disponevano già nel 1933 di una adeguata attrezzatura bellica, solo da questa data la Germania nazionalsocialista a poco a poco si svincola dalle obbligazioni impostele a Versaglia e inizia la fase del riarmo. Dal 1933 ad oggi il Reich ha dovuto ricostituire un esercito, crearsi una flotta e un’armata aerea ed alzare ad occidente la formidabile linea di Sigfrido.

Dalle opere belliche dei Romani alle linee Sigfrido e Maginot.

Molto si parla dei grandi sistemi di fortificazioni confinarie, come la linea Maginot in Francia e la linea di Sigfrido in Germania. Non sarà, dunque, fuori luogo una rievocazione degli antichi sistemi di fortificazione in uso presso i Romani, che vantano una vera e propria ingegneria militare, (1) per altro derivata dalla magnifica esperienza dei Greci, maestri nell’arte della guerra.

Il lavoro eseguito dai Romani per la costruzione delle loro opere di guerra ci appare grandioso: le fonti storiche, i relitti archeologici, i disegni e i modelli ricostruttivi, i plastici, tracciati o formati su base critica dagli studiosi di cose militari, documentano la saldezza e la vastità delle concezioni romane, la perfezione esecutiva delle strutture, la mole immensa delle fortificazioni compiute, stabili o provvisorie. A non contare le strade, i ponti, i porti.

MURA. – Etrusche e paleo-italiche in pietra, per lo più al sommo delle colline; ma anche, talvolta, costituite da terrapieni, rincalzati da puntelli di legno. I Romani fanno altrettanto, con maggiore agilità. Interrompono il corso liscio della cortina muraria con torri, quasi sempre sporgenti, da cui battere d’infilata gli assalitori. Le torri sono più alte delle mura. Talora il materiale usato è il laterizio crudo: dopo Augusto prevale l’opera cementizia rivestita di mattone di grosso spessore, o di pietra squadrata. I coronamenti merlati erano già in uso. Le porte, ad uno o più archi, erano spesso fiancheggiate da due torri che realizzavano in embrione il dispositivo a tenaglia, permettendo di battere gli assalitori sul fianco. Torri quadrate, o poligonali, o circolari; spesso rettangolari col lato esterno arrotondato. Avanzi e insigni monumenti di esse in Europa, in Africa, in Asia. Il dispositivo a tenaglia talora si accentua con l’arretrare la cortina di muro in corrispondenza della porta, fra le due torri. Si crea così uno spiazzo rettangolare, battuto da tre lati.

Talora, dietro la porta, un cortile d’armi, dove poter assembrare la riserva d’uomini per la difesa della porta stessa, o per eventuali sortite; dove poter rinserrare il nemico che giungesse a varcare combattendo la soglia contesa.

La porta a saracinesca si chiudeva manovrando questa con funi rivestite di cuoio e avvolte su rulli.

Il fossato esiste ove il terreno lo richieda e lo permetta.

FORTIFICAZIONI CAMPALI. – Tipiche, per l’esercito romano, al quale furono demandati compiti strategici e tattici prevalentemente offensivi, non soltanto durante la espansione e la conquista, ma anche nelle grandi guerre imperiali sostenute per la tutela dei confini. Norma inderogabile, per i Romani, fu questa: che, dopo ogni spostamento, l’esercito o la legione o la unità dislocata si raccogliesse in un campo adeguatamente munito: (castrum). Il castrum permetteva il riposo necessario in condizioni di sicurezza, di riorganizzare la compagine dell’unità o dell’esercito, di distribuire i viveri, di curare i feriti, di avere una base d’appoggio prima e dopo il combattimento. Il castrum romano – che destò l’ammirazione dei nemici – aveva pianta rettangolare ogni qualvolta il terreno lo consentisse; con la fronte (lunga due terzi dei fianchi) nella direzione di marcia, o vôlta al nemico. Nel mezzo della fronte la porta praetoria, a cui, sul lato opposto, corrispondeva la porta decumana. Sui due fianchi le due portae principales, riunite dalla via principalis o cardo.

Il pretorio, cioè la sede del comando, sorgeva sulla via principale, di fronte alla porta praetoria. Poiché il praetor, o comandante, assommava in sé tutte le funzioni del Comando (potestà militare, giuridica, amministrativa), nel pretorio avevano luogo anche il tribunal e la direzione dell’annona, oltreché l’auguratorium per le cerimonie religiose propiziatrici, che i Romani celebravano anche al campo.

La cinta del castrum era costituita da un agger (terrapieno, bastione), ottenuto con la terra escavata dalla contigua fossa (fossato). Il terrapieno poteva avere legamenti interni di tronchi, legname, fasci. Sul colmo, il vallum o palizzata, o talvolta un graticcio (lorica), terminato a merli (pinnae).

Gli accampamenti invernali (hiberna) erano meglio costruiti e contenevano veri e proprî baraccamenti per le truppe. I castra aestiva si stabilivano volta per volta durante le campagne, condotte quasi esclusivamente nella buona stagione, e contenevano le tende (contuberniae) di pelle. Gli accampamenti minori e minimi (castella) per le piccole unità, hanno dato il nome ai medievali e moderni castelli.

Nei punti militarmente più importanti, come, p. es., sui confini, ai nodi stradali e ai passi obbligati, i castra e castella furono costruiti in muratura e dettero origine a vere e proprie città fortificate. È il concetto moderno di «piazzaforte», – il germanico borgo (burg), desinenza dei nomi di città, come Strassburg, Augsburg. Oltre al fossato, che al caso poteva anche allargarsi, i Romani conoscevano l’uso di altri impedimenti e ostacoli difensivi. I cervi, rami a più branche puntute, infissi sul pendio esterno del terrapieno, corrispondevano funzionalmente ai nostri reticolati. Gli scrobes erano le nostre «bocche di lupo», cioè fosse a trabocchetto, con in fondo pali aguzzi (lilia). C’erano, pur senza filo spinato, i ricci o cavalli di Frisia (ericii); c’erano gli speroni (stimuli), costituiti da picchetti di legno con ganci di ferro.

IL «LIMES» OSSIA CONFINE DELL’IMPERO. – Organizzato particolarmente da Adriano e rafforzato in seguito fino al IV secolo, era delineato da una serie di grandi accampamenti stabili, divenuti poi città e piazzeforti, come anche dai minori castella, burgi, stationes. Questi nuclei della difesa erano collegati da strade e talora da elementi munitivi continui, da terrapieni con vallo, o fosse, o palizzate; od anche da una vera e propria muraglia. Così il vallum Hadriani (vallo di Adriano) in Britannia, che segnava il limes dell’Impero tra la foce del Solvay e quella della Tyne, era costituito da un muro di pietra lungo 117 chilometri, con fortini o castella intercalati a ogni miglio di distanza. Paragonabile, concettualmente, alla odierna linea Maginot.

MACCHINE DA LANCIO. – Corrispondono alle moderne artiglierie. La propulsione della pietra, adottata come proietto, si attuava ricorrendo alla energia elastica di fasci di corde soggetti a torsione. Questi fasci di funi ritorte – funi di crine o di nervi d’animali – erano chiamati tormenta, da torquère = torcere. La torsione dei fasci era ottenuta mediante bracci di leva, in legno o in ferro, alle estremità dei quali era applicata la corda di lancio, che si infletteva similmente alla corda dell’arco. L’azione dei fasci ritorti sostituiva appunto l’azione dell’arco.

Nel sec. IV pare che si usasse come organo propulsore anche l’arco metallico («ballista»), che lancia dei saettoni, anziché delle pietre. Ci si avvicinerebbe alla medioevale balestra. I tormenta si trasformano, invece, nei cosiddetti onagri, fondati sul loro stesso principio.

Secondo Giuseppe Flavio, nella guerra giudaica i tormenta dei Romani arrivavano a scagliare pietre di 40 kg. alla distanza di 370 metri (2 stadî).

Altra e assai caratteristica macchina da guerra dei Romani fu l’ariete, destinato alla percussione delle mura: un lungo trave orizzontale variamente irrobustito, sospeso nella sua metà circa, mediante funi, ad una incastellatura di legno, e munito all’estremità percuotente di un rivestimento di ferro. Una squadra di soldati lo spingeva violentemente contro le mura nemiche, per praticarvi dei fori o addirittura delle brecce, per scalzarle, per diroccarle. Il rivestimento metallico era talvolta foggiato a testa di ariete. La difesa migliore contro l’ariete era un terrapieno addossato esternamente alle mura.

La terebra, da cui il moderno terebrare = trivellare, corrisponde alla nostra macchina perforatrice. Era un cilindro di legno, con in testa uno scalpello o un ferro a più tagli, che veniva fatto girare intorno al suo asse (proprio come fa oggi lo scalpello pneumatico), per praticare un foro.

Dispositivi tipici di attacco alle mura furono la testudo e la vinea. Alcune volte si escavavano anche gallerie sotterranee (minae) sia per tentare una penetrazione di sorpresa, sia per tentar di scalzare le mura da sotto le fondamenta.

La testudo, ossia testuggine, inizialmente costituita dagli stessi soldati, che si stringevano gli uni agli altri in manipolo compatto, coprendosi con gli scudi (i quali venivano così a formare un tetto unito), fu poi una specie di capanna rettangolare, mobile, montata su ruote, i cui robusti pilastri sostenevano una trabeazione altrettanto robusta, coperta da tavole e pelli: queste si solevano bagnare perché il nemico non potesse incendiarle, buttandovi fuoco o dardi accesi dall’alto delle sue mura.

Le vineae (vigne, pergole) erano lunghe pergole di vimini o tettoie più o meno robuste, che permettevano alla lor volta di avvicinarsi al fortilizio nemico, senza esser colpiti dai suoi dardi.

Strumenti validi, per l’assedio erano pure le torri mobili (turres ambulatoriae, helepoles), alte quanto e più che le mura assediate, nonché i ponticelli a scala (sambucae) o a cursore (exostrae), necessarî per saltare da queste torri sugli spalti eguagliati. Le torri arietarie, poi, erano torri munite d’ariete. E infine non si deve dimenticare l’agger (terrapieno), usato in funzione offensiva e ossidionale, anziché statica e difensiva. Si accumulava della terra contro le mura nemiche, sì da formare un piano inclinato; o si ergeva contro di esse un bastione altrettanto alto, di terra e di fascine, e anche talora in muratura. Sopra l’agger si montava la vinea parallelamente (in questo caso) alle mura nemiche. Dalle feritoie della vinea si saettava il nemico a pari altezza.

Cesare, all’assedio di Avaricum, fece costruire un agger alto 24 metri, cioè quanto le mura stesse. Assediando Alesia, la rinserrò dentro un agger di circonvallazione lungo oltre 16 chilometri. Questo agger aveva funzione ossidionale. Un secondo agger, lungo 21 chilometri, concentrico al primo, aveva invece funzione difensiva e proteggeva alle spalle i 76.000 Romani assedianti dalle offese dell’esercito di 240.000 Galli che s’era mosso in aiuto della città.

g.

 

1. Da un articolo di Luigi Crema ne L’Ingegnere (N. 9, Settembre 1939-XVII).

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Le opere pubbliche di Milano, Piazza Montegrappa a Varese, Le risorse minerarie del territorio etiopico and L’assetto economico dell’Impero were first published in L’Ambrosiano on 25 October 1935 (p. 3); 25 October 1935 (pp. 3-4); 13 June 1936 (p. 3); 23 June 1936 (pp. 1-2). La donna si prepara ai suoi compiti coloniali, Le marine da guerra delle Nazioni belligeranti…,e le loro forze militari terrestri and La colonizzazione del latifondo siciliano first came out in Le Vie d’Italia, issues 44, no. 10 (October 1938), pp. 1248-251; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1391-399; 45, no. 11 (November 1939), pp. 1400-408; 47, no. 3 (March 1941): 335-43. I nuovi borghi della Sicilia rurale and I Littoriali del lavoro were first published in Nuova Antologia issues 76, 413 (January-February 1941), pp. 281-86; 76, 414 (March-April 1941), pp. 389-395.

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