Il Castello di Udine

Arrigo Benedetti

Fino ad oggi Carlo Emilio Gadda ha pubblicato due volumi (La Madonna dei Filosofi, 1931; Il Castello di Udine, 1934 – Edizioni di Solaria) sui quali non si può dire che non si sia fermata l’attenzione della critica. Il primo volume scopriva uno scrittore non soltanto nuovo, ma di intensa novità: il secondo serve soprattutto di chiarimento riguardo ad alcuni caratteri e ad alcune qualità che avevano sconcertato talvolta, e sempre sorpreso il lettore. Il secondo volume s’intitola al Castello di Udine, e in uno scrittore come Carlo Emilio Gadda i titoli contano assai e quasi sempre dicono molto. C’è difatti oggi una moda che mena a contrassegnar i volumi con parole e con frasi che aggiungono ad essi qualcosa, in luogo di precisar deliberatamente l’argomento trattato; sicché il titolo doventa spesso quello che per la pittura è la cornice. Ci sono pitture che vanno bene incorniciate in oro, altre in argento crudo e gelido, altre che esigono piuttosto un colore smorto. Circa Carlo Emilio Gadda, mentre il suo primo volume prendeva nome con semplicità usuale dall’ultimo scritto della raccolta, il secondo no: il secondo dimostra fino dal frontespizio un ardire che prima non toccava. Il Castello di Udine sta benissimo scritto su di una copertina, e altri ha notato con giustezza il tono stendhaliano; ma v’è di più: C.E. Gadda non l’ha scelto a caso: in quel tanto di solenne e di eroico che è in esso possiamo avere una indicazione utile per l’orientamento di chi legge. Gadda ci dice infatti in una delle tante note a piè di pagina: «Il titolo è suscettivo di interpretazione simbolistica, il Castello di Udine, il sischièl à Udin, è la momentanea imàgine-sintesi di tutta la patria, quasi un amuleto dello spirito». È un titolo avviso: l’autore ci svela una sua particolare disposizione di animo e di immaginazione.

Comunque, complicato autore, Carlo Emilio Gadda esige un più disteso chiarimento. I suoi scritti svolgono temi diversi, da quelli guerreschi e militari delle «Manòvre di artiglieria da campagna» e di «Il Castello di Udine», (perchè così s’intitola particolarmente una sezione del volume) agli altri milanesi e borghesucci di «Teatro», di «La fidanzata di Elio». Ci sono poi pagine che stanno tra il diario e il taccuino, come «Studi imperfetti», «Crociera mediterranea», ecc., pezzi che paiono più di bravura che di perentoria ispirazione. Perché Gadda ha per così dire una sua particolare e ben distinguibile ispirazione, anche se i temi che tocca son molteplici. Egli è, secondo me, non lo scrittore dei salotti milanesi e delle fidanzate che preparano i budini ai fidanzati, tanto che quivi sempre la sua fantasia si impoverisce sostituita da movenze polemiche e sarcastiche; ma piuttosto dei «grandi e nobili cavalli», dei fanti non umili, del prigioniero tisico che muore, di Attilio Calvi. È in queste occasioni che la prosa di Gadda prende andamenti drammatici acquistando un’efficacia di rappresentazione che pochi scrittori oggi hanno: ed è anche in tali occasioni che smette ogni scherzare e ogni gioco di parole. Le note medesime del dott. Feo Averrois a piè di pagina che altrove parevan prendere in giro Gadda quando nel testo rischiava il serioso, doventano inutili e impacciano. La guerra per Gadda è un sentimento serio, non un’avventura: il ricordo di essa non può svolgersi secondo un piano filo narrativo: la guerra è per lui un sentimento forte che non può dar luogo a descrizione, ma solo ad un aperto canto. «Curvo e scarno, le braccia mi parevano fatte di gelo; coricandomi vestito potevo sopperire alla crudezza dell’inverno; qualche saluto nell’umidore profondo del carcere e poi ognuno sotto il mucchio fetido delle sue coperte. La notte recava disperati sogni». E ci par bene aver sottolineata l’ultima proposizione, dove tocca il massimo questo austero e, se si vuole, pudico cantare.

Durante le ore della prigionia la guerra ritorna in mente a pezzi, suggerita, volta per volta, o da un gesto, o da una parola, o da un suono. «La voce di un bergamasco mi riportò per analogie più veloci a riudire quella del tenente, pacata, quasi tenue, che avevo conosciuto un giorno… Lo avevo conosciuto piccolo e privo di parole, forse in un’ora di presagi; aveva un nerbo di bue nella destra, come certi figuri della malavita; di capelli biondastri; gli occhi erano calmissimi e cèruli, il suo nome era negli animi e nell’elogio di tutti, per tutta la valle». Si tratta di Attilio Calvi, che trafitto ad un polmone durante un assalto muore, mentre «suo fratello, l’altro Calvi, adempiva in quel momento, come in ogni momento, ai suoi doveri militari: a pochi chilometri, sotto le difese del nemico».

Ma non tutte le pagine di Gadda hanno una pari altezza di tono. Altrove lo scrittore ci appar diverso; non è la sua imbizzita fantasia che trasforma, piuttosto direi la sua particolare sensibilità letteraria. Eppure occorre andar cauti, se si vuole avvicinare un giudizio non provvisorio. Carlo Emilio Gadda è autore che giuoca dei brutti scherzi: c’è da amarlo svisceratamente, o da spregiarlo con ferocia. E i segni di un tale eccedere si vedono facilmente: ora s’incontrano critici che gli vogliono dare una statura di scrittore che non ha almeno fino ad oggi: ora altri che quasi lo ignorano. Per me Carlo Emilio Gadda è attualmente una figura significativa di letterato nelle sue pagine più cantate come in quelle dove vale soprattutto il virtuosismo di una personalità letteraria molto sensibile.

è certo una tale sensibilità letteraria che mena Gadda a quella «deformazione di temi» che egli vorrebbe dir «brutale», ma che brutale non è negli effetti, anche se un poco la si potrebbe dire nel modo con cui viene condotta. Forse più che di brutalità si può parlare di impeto che talvolta, se non sempre, conduce a quel canto che sopra si diceva. Si tratta di una deformazione caricaturale che ogni tanto giunge all’ironia. Che si giunga sempre all’ironia non mi sembra. Spesso si resta al sorrisetto di chi non sa decidersi: di chi da una parte accetta e dall’altra respinge: di chi, dovendo dire una parola solenne o importante, la dice con solennità e importanza, perchè sa che si deve fare così, tutti facendo così; mentre insieme tenta di far capire con un po’ di deformazione, o con un certo suo ammiccare, che egli per primo se la ride. Casi simili sono frequenti nella vita, e non ci stupiamo se s’incontra un caso corrispondente nella letteratura; sono situazioni specialmente psicologiche: e nella vita si constatano e basta, dove nella letteratura, cioè nel caso nostro, occorre andar più in là, guardar se si arrivi a quel chiarimento che segna il passaggio di una documentazione patologica all’arte.

Carlo Emilio Gadda rimane in ogni modo uno di quelli scrittori che imbrogliano chi pretenda definire alla svelta le sue pagine. Nella stessa pagina hai righe ragionative deliberatamente, ed altre che invece hanno una diversa apertura. Dico righe di proposito: in Gadda non solo ogni scritto si esaurisce in se stesso, ma anche ogni frase, e quasi ogni parola. Vi sono facezie che urtano per la loro faciloneria («Il rancio aveva percorso quattro ore di sassonia a dorso di mulo» ecc. ecc.) oppure altrove un definir generico dove la caricatura è timida e l’ironia appena sottintesa.

Tuttavia i modi ironici sono diversi nei due volumi di C.E. Gadda. Prima l’ironia era timida e meno acre, se non mai cordiale: ora invece essa investe addirittura la lingua, avendosi un Gadda che ti par faccia il verso a scrittori di evidente educazione umanistica. Abbiamo proprio a che fare con un prosatore in cui sarebbe agevole badare alle fonti; riguardo alle quali non occorrerebbe nessuna faticosa ricerca, visto che egli è il primo a metterci deliberatamente sulla buona strada. Carlo Emilio è veramente a modo suo, e con ragioni completamente moderne, una specie di scrittore maccheronico: solo che non è il latino che fa le spese anzi la nostra lingua più tradizionale. Una constatazione questa che serve a precisar la posizione di questo scrittore nel quadro della letteratura contemporanea. Egli scrittore di intelligenza critica più che di libera inventiva, segna la crisi della attuale prosa italiana. Molti sono gli scrittori italiani che stanno tentando una lingua che non regionale, non sia nazionale in senso classico, proprio della nostra tradizione umanistica; una prosa che sia l’equivalente letterario della lingua parlata oggi dalla media ed unitaria società italiana. Gadda no, non ha esplicitamente simile preoccupazione; egli risolve a modo suo il nodo. Egli accetta ogni maniera tradizionale, ma insieme proprio accettandola la deforma ai suoi fini, e la liquida definitivamente.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: A. Benedetti, Il Castello di Udine, in Lavoro fascista (31 January 1936): 3. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

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