Salotto

Maurizio Rebaudengo

Il salotto è il luogo dove vengono collocati gli oggetti che danno lustro alla casa, manifestazione tangibile del narcisismo del proprietario. Il rapporto di proprietà è lì, anzi, così morboso che quegli oggetti, invariabilmente di pessimo gusto, vengono considerati esteticamente preziosi, imperdibili anche nelle circostanze più pericolose – è quanto teorizza Teofilo nel dialogo, con Crisostomo, L’egoista, inserito ne I viaggi la morte, uscito su Botteghe Oscure nel ’54:

L’egoista morale cede il passo all’egoista estetico, cioè allo schizzinoso: mentre la casa va a brucio, costui o costei, è tutto incurvo sulle calie del salotto: aggiusta, sui mobili, i sopramobili, gli indispensabili tarabiscots del salottino assetattuzzo: sotto pioggia di bombacce rispolvera, con inoffensivo piumino, pantére di maiolica in funzione di portastecchi. L’egoista estetico ignora, o scorda, che il sudiciume e il disordine sono la più autentica delle proprietà comunizzate. (SGF I 657)

Dopo la fine del nucleo familiare, alla morte della madre nel ’36 e con la vendita della villa di Longone nel ’37, e in particolare in seguito all’abbandono della professione ingegneristica per la scelta professionale e di vita della scrittura, Gadda vive, tra frequenti traslochi, in camere d’affitto, prima di risiedere nell’appartamento di via Repetti 11, a Firenze, e poi, a Roma, dopo la terribile esperienza da sfollato, nell’appartamento con salotto di via Blumenstihl 2. Con o senza salotto, Gadda sa comunque di essere privo di quel talento debitamente ipocrita che è essenziale al pettegolezzo che in quell’ambiente si svolge, e pur ammettendo che il buon narratore debba essere dotato di «voracità inquisitiva» – un dovere e sapere ficcare il naso nei fatti altrui –, afferma di preferirgli, come svago, le «chiare algebre», perché, troppo «incline a solitudine», in salotto avverte solo l’obbligo di «fingersi spiritoso e intelligente» (SGF I 304).

Se pensioni e relativi salotti nella scrittura del gran lombardo sono dunque il luogo – quasi una prigione – della socialità forzata, i salotti di casa, per quanto ambienti elettivi, rappresentano il sito deputato dal proprietario ad esercitare il suo potere nei confronti degli ospiti, accolti a godere, sotto stretto controllo, di un agio esibito. Al fronte, ma non ancora propriamente esposto all’orrore della trincea, l’8 settembre 1916, il sottufficiale Gadda si vede assegnato a Cànove l’«ex-salotto» del diroccato Albergo del Paradiso, in cui sopravvivono segni di privilegio – la decorazione di pareti e soffitto e gli arredi –, segni non eccelsi, ma tali da fargli annotare nel Giornale: «Come si vede, “sono un signore”» (SGF II 610); mentre la socialità del salotto della padrona di casa aveva costituito, durante la sua permanenza ad Edolo, tra fine ottobre e primi di novembre del ’15, una parentesi nella frustrante attesa del fronte (SGF II 480-81, 485).

Nei salotti fittizi della scrittura, la signorilità, fondata sulla sprezzatura che contiene gli eccessi, si dissolve. Nel racconto giovanile Novella 2ª la protagonista, Denira o Dejanira Classis, compie la parabola opposta a quella di Gadda: dalla camera nella milanese pensione Igea, ad un matrimonio rassicurante con il ricco commerciante Aristide Manni, che le garantisce la possibilità di avere un proprio salotto in cui ricevere. Nella sua scalata al salotto, la bella Denira diventa, cioè, il polo d’attrazione degli altri pensionanti, di cui tiene a bada il corteggiamento con piglio memore della Mirandolina goldoniana. Grazie a loro, però, Denira impara quelle arti (fumare e bere con moderazione, suonare il pianoforte) che le permetteranno di ben figurare nel suo salotto, dove poi non avverrà alcuna conversazione: nella descrizione di un ricevimento presso i Manni – saggio di scrittura da cronista mondano – Gadda concentra la sua ironia su un particolare del vestiario, anch’esso ipocrita: la pelle di vitello locale trasformata in esotico pitone (RR II 1063).

Il salotto gaddiano ha le caratteristiche di luogo claustrofiliaco, dove si celebra il rito della socialità, officiato esclusivamente da donne, rito misterico per chi ne sia estraneo per condizione – luogo in cui la cosiddetta buona società si dedica alla propria attività preferita, il pettegolezzo: una forma di cannibalismo, visto l’accompagnamento del cibo, e dato l’accanimento con cui i convenuti smembrano la persona oggetto del rito. Nel racconto La fidanzata di Elio – del ’32, e confluito poi nel Castello di Udine a far da intervallo narrativo tra lo sfogo contro i rumori esterni (Della musica milanese) e il resoconto di una festa paesana (La festa dell’uva di Marino) –, questa funzione è esercitata dal salotto di Donna Carla, dove si commenta con disprezzo classista l’esistenza dei non-borghesi, Elio in primis, incapaci di assolvere uno dei riti topici, la «elegante deglutizione» di un marron glacé, che Donna Carla segue e commenta tra sé e sé «fisiologicamente soddisfatta» (RR I 229).

Il salotto di Donna Carla anticipa impietosamente il fallimento della mésalliance tra Luisa ed Elio, che infine trova il coraggio di rompere il fidanzamento per non tradire le sue modeste origini. La sua controparte, Luisa, è stiticamente ancorata alla sua visione del mondo, al cui centro campeggiano ripetitive virtù civili e domestiche fondate su un’idea soffocante di misura, contrapposta al concreto miraggio dell’ospitalità offerta ad Elio dalla luminosa e sollecita moglie proletaria dell’ex-commilitone.

La concrezione massima del topos si ha col salotto della «brutta tartaruga» Donna Eleonora Vigoni, nell’Adalgisa, sviluppo peggiorativo di Donna Carla – dal suo salotto il personaggio domina, col potere di una vera sacerdotessa («un fare tutto speciale […] tra la levatrice e la maga e la druidessa» RR I 502), la propria famiglia e quelle imparentate, riservandosi il potere di ammettere o meno i neofiti, e decretando non a caso il bando per Adalgisa, la popolana ex-cantante ma aspirante borghese. Alla fabbrica della maldicenza aristocratica si contrappone allora, significativamente, il salotto bohémien della nubile Adalgisa, forse solo ancora per poco distinguibile da quello signorile per i segni lasciati sui volti dei suoi ammiratori – tra cui il rosso allegro delle fette di cocomero.

Quando il salotto – per vocazione asettico, politicamente non impegnato – è contaminato dalla storia, dalle guerre, le responsabilità imposte dagli eventi ne smascherano beffardamente l’ipocrisia di luogo eletto. Nella Villa l’Alloro di Una buona nutrizione, del ’48, l’atmosfera giocosamente cameratesca del primo dopoguerra è sostituita dalle preoccupazioni per il secondo conflitto mondiale; nel boudoir delle tre donne di casa viene cioè accolto per il rito del tè Claudio, corteggiatore della giovane Lisa. L’ospite nega la conversazione, ma è gradito alle padrone di casa, perché assolve meccanicamente i doveri di circostanza, senza fallire uno dei gesti richiesti, la corretta postura delle dita nel reggere la sigaretta, mentre intanto soddisfa appieno l’ansia delle tre di nutrirlo convenientemente.

Nel microcosmo claustrofiliaco del salotto, alieno dalla storia, fermo al pettegolezzo privato e alla nutrizione dell’ospite, può entrare però il fascismo. La conversazione, allora, diviene patriottica, e le celebranti, per imitare i sacrifici dei loro uomini sui vari fronti di guerra, si propongono il pio obiettivo della rinuncia: rinuncia, che è suprema, a banane e marrons glacé (SGF II 297). Più che nell’appena citato Eros e Priapo, la dissacrante satira della scena del salotto è elaborata in Teatro patriottico anno XX, pubblicato nel settembre 1945 a firma di «Aligi da Ca’ da l’Ormo»: la Patria è una finzione di beneficenza, laddove la «divozione stridula e gratuitamente uterina» delle «care pollanche» (SGF I 912) ha sostituito la cocciuta, sia pure in buona fede, ossessione filantropica della contessa Brocchi del San Giorgio dei primi anni Trenta.

Ma già quest’ultima, pur di raccogliere fondi per le sue iniziative, accettava che nel suo salotto si organizzassero le da lei aborrite occasioni di incontro mondano tra ragazzi e ragazze, con conseguenti pericoli per il suo (san) Giorgio. Quando il salotto di casa Brocchi si pone a vagliare una questione grave come l’arresto per violenza carnale del giovane e «promettentissimo […] e di distintissima famiglia» (RR II 666) Gian Carlo Vanzaghi, non si sanziona condanna alcuna di un membro in pectore della consorteria salottiera, anzi si cercano possibili scusanti nelle irrefrenabili tentazioni poste dalla prosperosa serva Jole.

La realtà del salotto borghese, così come Gadda l’ha conosciuta, e detestata, segna il tramonto della congiunzione tra gentilezza e aristocrazia – classe-parametro di bellezza, di conversazione salottiera intelligente. Il 21 luglio 1945 esce sul Mondo la recensione gaddiana all’edizione antologizzata dei Carmina catulliani, con traduzione e testo originale a fronte curata da Quasimodo. Nell’atmosfera mondana dei versi del poeta latino Gadda mette in evidenza come la «dolcezza e la grazia malinconica, il garbo derisorio, la sensuale tristezza, la fraternità, la verità, l’acerbità, la disperata eleganza» dominino sulla materia anche più scurrile (SGF I 900). Il passato gli serve per cullare sogni, che sono illusioni, di futuri meno borghesi del presente in cui si è trovato a vivere.

Università di Torino

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2002-2017 by Maurizio Rebaudengo & EJGS. First published in EJGS (EJGS 2/2002). EJGS Supplement no. 1, first edition (2002). Artwork © 2002-2017 by G. & F. Pedriali.

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